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(Adnkronos) - Gara di Coppa del Mondo annullata a Crans-Montana. La discesa libera femminile di oggi, venerdì 30 gennaio, è stata interrotta dopo la caduta di tre delle prime sei sciatrici in gara. Tra queste, la fuoriclasse americana Lindsey Vonn, finita in ospedale. L'atleta americana, 41 anni, già campionessa olimpica di discesa libera nel 2010, ha perso il controllo in una curva, finendo nella rete di sicurezza. Per lei, un problema al ginocchio sinistro dopo la brutta caduta. Un infortunio che preoccupa il mondo dello sport, a una settimana dal via dalle Olimpiadi di Milano Cortina 2026 (per lei, prima gara in calendario l'8 febbraio). Dopo la caduta di Lindsey Vonn e la discesa di un apripista in seguito alla terza interruzione, il direttore di gara ha dichiarato la gara di Crans-Montana conclusa. "Ha un po' di dolore, quindi è meglio fare qualche approfondimento" ha spiegato il due volte campione olimpico Aksel Lund Svindal, allenatore dell'americana. "Il fisioterapista ha fatto alcuni controlli e sembrava tutto a posto, ma c'erano cose di cui non era sicuro al 100%, quindi siamo andati in ospedale per verifficare".
(Adnkronos) - Un comparto che non conosce crisi nonostante la flessione dei consumi di massa: la carne bovina in Italia oggi fa segnare un mercato complessivo stimato in 12,8 miliardi di euro alla produzione. A trainare la crescita è il segmento 'Premium', dove razze selezionate e frollature estreme hanno trasformato la carne in un bene di lusso capace di sfiorare i 180 euro al chilo. Un trend, quello del 'dry aging' prolungato, che ha ricevuto anche il via libera dell’Efsa: secondo l'Autorità europea, il consumo di carne frollata oltre i 45 giorni è sicuro quanto quello della carne fresca, purché avvenga in condizioni di ventilazione e umidità millimetriche. Tuttavia, proprio mentre le steakhouse di Milano e della Toscana rincorrono frollature record che superano i 120 giorni, un''operazione verità", come la definiscono gli ideatori, scuote il settore. Nicola Ornelli, esperto e titolare della steakhouse d'avanguardia 'Ornelli Black Angus' a Roma, ha deciso di "sottoporre il dogma del tempo infinito a un processo senza appello. Attraverso un doppio 'blind test' - una sfida al buio che ha messo a confronto prima i palati tecnici e poi quelli dei consumatori - il castello di carte del dry aging infinito è crollato. I risultati sono stati un'esecuzione: bendati di fronte al piatto, nessuno ha scelto l'estremismo temporale. Ornelli ha così messo a nudo la grande bugia del settore: quella frollatura 'eroica' spesso non è indice di superiorità, ma una strategia di marketing che maschera la perdita di identità della carne". L'operazione verità è partita da una suggestione di Gianfranco Lo Cascio, il professionista che ha fatto del dato scientifico la sua crociata contro i miti della cucina. "Lo stimiamo perché ha sempre scardinato principi ritenuti intoccabili, come le cotture frettolose, dimostrando che la carne va trattata con una sensibilità diversa", spiega Ornelli. "L’ultima sua sfida riguardava proprio il dry aging: Lo Cascio sostiene che i processi enzimatici abbiano un limite biologico. Oltre quello, la carne non migliora, ma si trasforma in qualcos’altro", sottolinea Ornelli. Per verificare questa tesi, Ornelli non si è accontentato di un’opinione ma ha trasformato in un 'laboratorio' la sua steakhouse romana 'Ornelli Black Angus'. Il primo round ha coinvolto l’élite del settore: insieme a Ornelli e Lo Cascio, si sono seduti al tavolo Stefano Di Donna (Passatempo BBQ) e Michele Ruschioni (Braciami Ancora). Davanti a loro, tre T-bone identiche con 30, 60 e 90 giorni di frollatura. Il risultato dei tecnici è stato unanime: la bistecca 'matura' a 90 giorni ha perso il confronto con quella di 60, quest'ultima definita perfetta per equilibrio e umidità. Nel secondo test Ornelli ha sottoposto 120 bistecche al palato di 40 appassionati, chiamati a un compito chirurgico: valutare l'esperienza sensoriale attraverso una griglia di sette criteri tecnici. È qui, tra analisi dell'aroma e misurazione della persistenza, che "la frollatura estrema è stata smascherata. I dati emersi dalle schede di valutazione, infatti, sono impietosi verso il tempo record: la bistecca a 60 giorni ha trionfato con 500 punti, mentre quella a 90 giorni è scivolata all'ultimo posto con soli 413,5 punti, risultando la meno tenera e la meno succulenta del lotto". "I risultati parlano chiaro e confermano quanto Gianfranco Lo Cascio professava sui social", sottolinea Ornelli. "La frollatura non è un processo che impreziosisce la carne all'infinito. Esiste un picco oltre il quale inizia una parabola discendente. Passato quel limite, la carne continua a mutare solo per disidratazione: perde profumo, consistenza e quell'umidità interna che la rende una bistecca. In pratica, si avvicina a un salume". E secondo Michele Ruschioni, fondatore di 'Braciamiancora', network che si occupa di raccontare e comunicare il mondo della carne "L'argomento è complesso e molto articolato. Proprio per questo "Braciamiancora' è stata l'unica realtà editoriale che ha pubblicato in Italia un manuale tecnico sulla frollatura. Sono 170 pagine nel quale noi affrontiamo l'argomento sotto tanti punti di vista. Detto questo l'equazione più lunga la frollatura più la carne diventa migliore, non è vera. Meglio può essere vera come può essere esattamente l'opposto. Dipende da molti fattori. Dipende dal tipo di carne che si frolla, dipende da che pezzo di carne frolli, dalla razza dell'animale. Ci sono tutta una serie di varianti", spiega ad Adnkronos/Labitalia. "Se mi chiedi: la carne che frolla più a lungo è più buona, io ti dico dipende. Se mi chiedi la frollatura migliora la carne, io ti dico dipende. E La frollatura la rende più tenera? Dico di sì, ma fino a un certo numero di giorni. Tante ricerche dimostrano che dai 60 ai 90 giorni si ottiene l'optimum per quanto riguarda la tenerezza della carne. Se mi chiedi, migliora il gusto, dipende. Migliora la texture, dipende. Perché le variabili sono tante", sottolinea. E sul boom dei prezzi per una bella bistecca frollata? "Se parliamo di prezzi che aumentano dico che sono, per la maggior parte dei casi, giustificati. Giustificati perché se io frollo un lombo che pesa all'incirca 100 kg, al termine del processo di frullatura, questo lombo può arrivare a pesare verosimilmente 80 kg. Quindi chi ha comprato a monte un lombo di 100 kg, dopo sei mesi, tre mesi, quattro mesi, se lo ritrova con una riduzione di peso. È assolutamente fisiologico, perché l'acqua se ne va e evidentemente il peso si riduce", sottolinea. Senza dimenticare che "queste carni vengono frollate in celle speciali. La cella consuma corrente. E poi c'è tutto il know-how dell'operatore, e quando è bravo, lui investe tutta la sua sapienza e la sua conoscenza, per fare avere un'esperienza gastronomicamente più appagante", sottolinea Ruschioni spiegando che "dal punto di vista concettuale, è lo stesso approccio che hai con il parmigiano reggiano quando matura per 40 mesi, con l'aceto balsamico che ha 24 anni. Il tempo ha un costo", conclude.
(Adnkronos) - L’Italia presenta un significativo divario di copertura dei rischi. E sui nuovi rischi sociali e catastrofali, legati al cambiamento climatico, ha livelli di protezione nettamente inferiori alla media europea e Ocse. È questo il quadro che emerge dal workshop 'Insurance, Climate, Health, Financial Stability', dove la Fondazione Grins - Growing Resilient, INclusive and Sustainable, con le Università di Napoli Federico II e Università Ca’ Foscari Venezia, Ania e Eief, ha presentato studi e approfondimenti sul tema. Sul fronte dei rischi sociali di lungo periodo, come la non autosufficienza, la copertura assicurativa privata è marginale ma soprattutto emerge che meno di 4 italiani su 10 conoscono strumenti assicurativi dedicati e la protezione resta affidata quasi interamente alla famiglia e alla spesa pubblica, che copre solo una parte dei costi effettivi. Per i rischi climatici e naturali, il quadro è ancora più critico, solo una quota minima delle famiglie è assicurata contro alluvioni, terremoti e frane e tra le imprese, solo il 7% risulta coperto contro le calamità naturali, ma quello che più colpisce è che oltre l’80% delle microimprese non dispone di alcuna protezione. E le microimprese sono oltre il 99% delle imprese italiane. L’Italia è uno tra i Paesi più esposti d’Europa a eventi estremi e con una popolazione in rapido invecchiamento, la sottoassicurazione è evidente, con conseguente aumento di costi economici e sociali e della dipendenza da interventi pubblici emergenziali. Nel workshop 'Insurance, Climate, Health, Financial Stability', che ha riunito economisti, studiosi e rappresentanti delle istituzioni, Grins ha presentato nuove evidenze empiriche per comprendere perché la copertura resti così bassa e individuare possibili indicazioni di policy per rafforzare la resilienza del Paese. Al centro dei lavori, tre studi. Il punto di partenza poggia sul modello storicamente centrato sui rischi 'tradizionali' che deve essere innovato in quanto sempre meno adeguato a una società caratterizzata da invecchiamento demografico, cambiamento climatico e maggiore esposizione a shock sistemici. Il primo studio Grins analizza la disponibilità degli individui a pagare per l’assicurazione contro la non autosufficienza (Long-Term Care), utilizzando un esperimento su un campione rappresentativo della popolazione italiana. I risultati hanno scattato la seguente fotografia: la consapevolezza dei costi e dei rischi della non autosufficienza è molto limitata; fornire informazioni corrette su probabilità e costi aumenta la disponibilità a contribuire di circa il 15%, pari a circa 3 euro mensili in più; l’effetto è particolarmente forte tra i soggetti inizialmente meno informati, come donne e individui senza coperture assicurative; su scala nazionale, ne emerge un potenziale di raccolta pari a circa un terzo della spesa pubblica attuale per la long-term care, segnalando ampi margini per un ruolo complementare dell’assicurazione privata. Il secondo lavoro Grins esamina la propensione dei cittadini a sostenere finanziariamente politiche di prevenzione contro i rischi idrogeologici, sempre più frequenti. L’analisi evidenzia che oltre metà degli individui è favorevole, in linea di principio, a contribuire a un fondo pubblico per la prevenzione. La diffusione di informazioni sugli impatti umani ed economici delle catastrofi naturali aumenta di circa 9 punti percentuali la probabilità di adesione. La disponibilità a pagare cresce in media di circa 25-30 euro all’anno per individuo. Tuttavia, la percezione del rischio di 'free riding' e della mancata partecipazione altrui può ridurre il sostegno. Nel complesso, una campagna informativa strutturata potrebbe generare fino a 250-270 milioni di euro aggiuntivi l’anno per la prevenzione, mostrando come informazione e fiducia collettiva siano determinanti cruciali. Il terzo contributo Grins analizza la copertura assicurativa delle imprese italiane contro i rischi catastrofali naturali, combinando dati Ania, informazioni geografiche sui rischi fisici e dati di bilancio. I risultati indicano una copertura particolarmente bassa tra micro e piccole imprese, che sono anche le più vulnerabili; esiste un forte disallineamento tra rischio fisico effettivo e decisione di assicurarsi in quanto l’esposizione a rischi sismici o idraulici aumenta la probabilità di copertura, ma in misura molto limitata. Fattori dimensionali, settoriali e territoriali contano più del rischio oggettivo. L’analisi conferma l’esistenza di un persistente 'protection gap', che rende le imprese italiane esposte a shock potenzialmente sistemici. La legge appena entrata in vigore di obbligo catastrofale per le aziende italiane introdotta nella legge di bilancio 2024 dovrebbe aiutare a ridurre il gap. Dallo studio emerge prepotentemente l’esposizione delle piccole imprese su cui va posto un ombrello protettivo, perché costituiscono la componente largamente prevalente del tessuto imprenditoriale italiano e rappresentano l’ossatura portante di molte realtà più grandi. Nel loro insieme, i lavori presentati mostrano che la sottoassicurazione in Italia non dipende solo da vincoli di reddito o di offerta, ma anche da scarsa consapevolezza dei rischi; aspettative di intervento pubblico ex post, non considerando la potenziale crescita del debito pubblico o l’eventuale richiesta sotto forma di accise o eventuali prelievi per i casi più estremi; problemi di coordinamento e fiducia; limitata cultura assicurativa in tutta la sua interezza. Le evidenze Grins suggeriscono la necessità di rafforzare politiche di informazione e prevenzione; sviluppare schemi assicurativi pubblico-privati ma soprattutto offrono spunti per nuove azioni. “Il workshop conferma il valore della ricerca economica applicata nel supportare scelte di policy basate su evidenze. Il progetto Pnrr Grins ha contribuito al dibattito su come rafforzare la resilienza economica, sociale e finanziaria dell’Italia di fronte ai nuovi rischi offrendo evidenze e spunti di riflessione per nuove policy”, afferma Tullio Jappelli, Università di Napoli Federico II e coordinatore del gruppo di ricerca Grins dedicato alla resilienza delle famiglie. Per Monica Billio, Università Ca’ Foscari Venezia e coordinatrice del gruppo di ricerca Grins sui temi di finanza sostenibile, "il contributo informativo e di analisi del progetto Grins favorisce la riflessione su come promuovere meccanismi innovativi di gestione dei nuovi rischi, valutando non solo incentivi mirati ma strumenti mutualistici e soprattutto sottolineando la necessità di integrare assicurazione, prevenzione e adattamento climatico in una strategia coerente e comune”.