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(Adnkronos) - Oggi l’intelligenza artificiale rende possibile una forma inedita di 'vita eterna': la digital immortality è infatti una forma di sopravvivenza simbolica, che consente di ricostruire e simulare la personalità di individui defunti attraverso chatbot e 'gemelli digitali' alimentati dai dati diffusi in vita. E-mail, messaggi, immagini, vocali e contenuti social scambiati durante la vita terrena, diventano così la materia prima di una nuova industria, definita “Digital Afterlife Industry”, già oggi operativa e commercialmente strutturata, pronta ad elaborarli per rendere possibili forme di interazione bidirezionale tra vivi e morti. Lo studio realizzato dall’Eurispes su “Il mercato dell’immortalità. Nuova società, nuove sensibilità” è un’analisi approfondita di uno dei fenomeni più controversi e in rapida espansione: la nascita dell’immortalità tecnologica e, in particolare, l’immortalità digitale. L’analisi approfondisce i vari tentativi di ricerca della lunga vita, quali le tecniche di 'life extension', rallentare, arrestare o invertire l’invecchiamento, terapie genetiche anti-aging, rigenerazione cellulare e tissutale tramite cellule staminali, la criopreservazione, ovvero la conservazione post mortem a bassa temperatura in vista di future tecniche di rianimazione, e il transumanesimo, un movimento culturale, intellettuale e scientifico che promuove l’uso delle tecnologie avanzate per potenziare le capacità fisiche e cognitive dell’essere umano, superare i limiti biologici e, in prospettiva, trascendere la condizione umana attraverso l’integrazione tra uomo e macchina. Uno degli àmbiti privilegiati ipotizzati da questa dottrina è il trasferimento della mente su supporti digitali, il cosiddetto “mind uploading”, ovvero il “backup” di pensieri, memoria, identità e coscienza in ambienti computazionali, consentendo forme di esistenza extra corporea potenzialmente eterne. Un focus specifico dello studio è dedicato ai giovani italiani, Millennials e giovani appartenenti alla Generazione Z, attraverso una ricerca che indaga atteggiamenti, resistenze e opinioni nei confronti dell’immortalità digitale. I risultati mostrano due spinte contrapposte: curiosità tecnologica e interesse da un lato, timori etici, disagio emotivo e una forte richiesta di limiti e garanzie dall’altro. Dall’indagine emerge che molti giovani esprimono disagio rispetto all’eliminazione dei confini tra vita e morte e manifestano il timore che le repliche digitali possano generare tematiche emotive, quali difficoltà nell’elaborazione del lutto, forme di attaccamento disfunzionale o di dipendenza dal soggetto virtuale. I giovani esprimono, inoltre, una forte sensibilità rispetto al tema del consenso: l’idea di creare una replica digitale di una persona defunta, senza una sua esplicita volontà espressa in vita, viene percepita come problematica, anzi come una violazione dell’identità e della memoria del defunto. Allo stesso tempo, si registra una significativa resistenza alla creazione della propria replica digitale, vista come una presenza simbolica ambigua, sospesa tra commemorazione e simulazione. Tale ambiguità rafforza la richiesta, espressa in modo trasversale, di regole chiare, limiti etici e forme di supervisione istituzionale, affinché lo sviluppo del settore non avvenga esclusivamente secondo logiche di mercato ma tenga conto della tutela del benessere psicologico e della dignità della persona. Alla luce di tutto questo lo studio evidenzia pertanto la necessità di interventi di policy mirati, capaci di coniugare innovazione, tutela dei diritti fondamentali e benessere psicologico dei cittadini.
(Adnkronos) - “Tra il 2022 e il primo semestre 2025 Cassa Depositi e Prestiti ha destinato circa 4,6 mld a sostegno di imprese, infrastrutture ed enti pubblici del Piemonte, raggiungendo circa 7.500 imprese e finanziando complessivamente 320 Comuni. Il nostro piano industriale prevede finanziamenti e interventi complessivi per circa un'ottantina di miliardi, ma se ci sono buoni progetti Cassa è sempre disposta a sostenerli”. A sottolinearlo l’ad di Cdp, Dario Scannapieco, in occasione della tappa torinese del roadshow con Confindustria per illustrare le iniziative a sostegno dello sviluppo delle imprese del territorio. “Il Piemonte - ha aggiunto Scannapieco - è una regione solida e innovativa con un tessuto produttivo di eccellenza e l’incontro di oggi ha l’obiettivo di far conoscere al mondo delle imprese i prodotti che Cassa Depositi e Prestiti può offrire perché le imprese devono crescere e internazionalizzarsi. In un mondo che sta attraversando una fase di trasformazione tecnologica in cui le piccole imprese hanno più difficoltà ad innovare abbiamo bisogno di imprese più grandi, di filiere che lavorino meglio insieme". "Alla sfida dimensionale è collegata la sfida per l'innovazione, che poi significa maggiore produttività e maggiore competitività sui mercati”, ha osservato ancora l’ad di Cdp. “In un contesto in cui il credito bancario si è ristretto rispetto al Pil negli ultimi 10 anni in maniera consistente Cassa Depositi e prestiti vuole dare un segnale e cercare fare la sua parte assistendo anche imprese più piccole rispetto a quelle che ha tradizionalmente supportato”. “Le imprese devono crescere e internazionalizzarsi, oggi abbiamo prodotti che supportano l'acquisition finance per quando un'impresa vuole espandersi e comprare magari un'altra impresa all'estero, abbiamo prodotti per l'internazionalizzazione tramite Simest”, ha osservato l’ad di Cdp. Scannapieco ha ricordato che “gli strumenti finanziari che offre Cassa sono molto vari: noi sosteniamo le imprese da quando nascono tramite i fondi di technology transfer nell'ambito del venture capital a quando si sviluppano, fino a quando devono internazionalizzarsi. Insomma, abbiamo strumenti finanziari che si adattano a qualsiasi momento del ciclo di vita dell'azienda e a qualsiasi tipo di progetto, quindi siamo attivi nel project finance, nel Ppp ( Partenariato pubblico privato) ma anche con prestiti a lunga durata con maggiore presa di rischio rispetto a quelli che tradizionalmente hanno le banche”.
(Adnkronos) - La sostenibilità passa anche dagli imballaggi. Progettazione, riutilizzo e riciclabilità sono i pilastri su cui agire per minimizzare l’impatto ambientale del packaging e promuovere l’economia circolare anche in questo ambito. A dare la direzione è un nuovo regolamento europeo, il Ppwr (Packaging and Packaging Waste Regulation), che si occupa di fissare requisiti vincolanti per le imprese e nuove abitudini di consumo per i consumatori per quanto riguarda tutti i tipi di imballaggio. Il Regolamento (UE) 2025/40, il Ppwr appunto, è entrato in vigore l’11 febbraio 2025 con applicazione obbligatoria dal 12 agosto 2026. Il suo obiettivo è quello di ridurre rifiuti, sprechi e impatto ambientale degli imballaggi lungo tutto il ciclo di vita di questi ultimi. E allo stesso tempo, per questa via, contenere l’uso di materie prime vergini e favorire una transizione verso un’economia più sostenibile, circolare. Il problema non è da poco: in media, fa sapere la Commissione europea, ogni europeo genera quasi 180 kg di rifiuti di imballaggio all’anno. Senza contare che gli imballaggi sono uno dei principali utilizzatori di materiali vergini, poiché il 40% della plastica e il 50% della carta utilizzati nell’Unione sono destinati proprio agli imballaggi. Senza interventi, l’Unione registrerebbe un ulteriore aumento del 19% dei rifiuti di imballaggio entro il 2030, del 46% per quelli in plastica. Per evitare un simile scenario, il PPWR coinvolge ogni fase che riguardi gli imballaggi: dall’ideazione all’utilizzo, dal riuso al riciclo. Per le imprese, saranno necessari investimenti nella riprogettazione, nell’approvvigionamento di materiali riciclati e nell’adeguamento dei processi operativi. Ma anche i consumatori avranno un ruolo, perché dovranno adattarsi soprattutto alla raccolta differenziata e all’uso crescente di opzioni riutilizzabili. Più nel dettaglio, il Regolamento europeo sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio, elemento chiave del Green Deal, sostituisce la vecchia Direttiva 94/62/CE ed è direttamente applicabile in tutti gli Stati membri, senza necessità di essere recepito (a differenza, appunto, di una direttiva). Le nuove norme si applicano a tutti gli imballaggi, indipendentemente dal materiale (plastica, carta, metallo, vetro) e dalla provenienza (industriale, commerciale, domestica). L’obiettivo principale è ridurre questo tipo di rifiuti del 15% entro il 2040 per Stato membro e pro capite, rispetto al 2018. Secondo la Commissione, ciò porterebbe a una riduzione complessiva dei rifiuti nell’Ue di circa il 37% rispetto a uno scenario senza modifiche alla legislazione. Per fare ciò, la normativa parte dalla prevenzione, stabilendo obiettivi vincolanti di riduzione degli imballaggi, prosegue con il riuso, prevedendo quote minime obbligatorie per imballaggi riutilizzabili (soprattutto per horeca, trasporti, e-commerce) e introduce la riciclabilità totale entro il 2030 di tutti gli imballaggi. Il testo impone inoltre percentuali minime obbligatorie di plastica riciclata, il divieto di imballaggi inutili (es. doppi imballaggi, packaging solo estetico) e un’etichettatura con simboli e indicazioni uguali in tutta l’Ue in modo da facilitare il corretto smaltimento ovunque nel mercato europeo. Viene anche estesa ulteriormente la responsabilità del produttore (Erp): chi immette imballaggi sul mercato paga di più se inquina di più. Gli obblighi comunque avranno un’attuazione graduale: entro il 17 febbraio 2027 gli operatori della ristorazione e del takeaway devono consentire il riutilizzo di contenitori personali (bring-your-own) alle stesse condizioni economiche del monouso e il 17 febbraio 2028 è prevista l’attivazione di sistemi di imballaggi riutilizzabili nella vendita (condizioni non meno favorevoli rispetto al monouso). Entro il 2030, infine, devono essere raggiunti numerosi target vincolanti come la già citata riciclabilità di tutti gli imballaggi e il contenuto minimo di materiale riciclato (es. plastica). Alcune disposizioni (come etichettatura armonizzata o criteri specifici di riciclabilità) saranno precisate tramite atti delegati e successivi regolamenti di attuazione nei prossimi anni. Oltre ai produttori, anche i distributori finali (inclusi retailer e operatori horeca) saranno chiamati a rispettare requisiti sul riuso e sull’offerta di alternative al monouso. La non conformità alle disposizioni del PPWR potrebbe comportare sanzioni importanti. “Abbiamo tutti ricevuto prodotti ordinati online in scatole eccessivamente grandi. E ci siamo spesso chiesti come separare i rifiuti per il riciclo, cosa fare di quella busta biodegradabile o se tutto questo imballaggio verrà riutilizzato o almeno trasformato in nuovi materiali preziosi”, ha sottolineato Virginijus Sinkevičius, commissario per l’ambiente, gli oceani e la pesca dal 2019 al 2024, in occasione della presentazione della proposta di revisione della legislazione Ue sugli imballaggi e sui rifiuti di imballaggio nel 2022. “Con le nuove norme (…) creeremo le condizioni giuste affinché i principi dell’economia circolare – ridurre, riutilizzare, riciclare – funzionino. Imballaggi e bioplastiche più sostenibili rappresentano nuove opportunità di business nella transizione verde e digitale, innovazione e nuove competenze, posti di lavoro locali e risparmi per i consumatori”, ha precisato ancora. Non sono mancate però le critiche: il PPWR di fatto incide direttamente su molti settori: industria alimentare, grande distribuzione e-commerce, vino, olio, cosmetica, farmaceutica e sistemi consortili (come quelli italiani). Il Regolamento, perciò, è stato molto dibattuto, anche in Italia, soprattutto per la complessità operativa ma anche per ragioni legate al divario con gli altri Paesi europei per quanto riguarda la raccolta differenziata e degli impianti di trattamento.