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(Adnkronos) - Le società benefit in Italia sono 5.540 a fine 2025, con una crescita di oltre il 20% rispetto all’anno precedente e un’incidenza, per le grandi imprese, pari al 2,2% sul totale delle società registrate. E' quanto emerge dai nuovi risultati della ricerca nazionale sulle società benefit 2026, realizzata da Nativa, il Research Department di Intesa Sanpaolo, InfoCamere, l’Università di Padova, la Camera di commercio di Brindisi-Taranto e Assobenefit. Oltre alla crescita numerica, aumenta anche il peso occupazionale: nel 2025 le società benefit impiegano circa 241 mila addetti, con un incremento di oltre l’11% rispetto ai 217 mila dell’anno precedente, a conferma del progressivo consolidamento di questo modello nel sistema imprenditoriale italiano. Sul piano economico, le società benefit hanno generato 69 miliardi di euro di valore della produzione nell’anno fiscale 2024, in aumento rispetto ai 62 miliardi dell’anno precedente e pari al 2,5% del valore complessivo generato da tutte le società registrate. L’analisi delle performance nel periodo 2022-2024 evidenzia una dinamica migliore delle società benefit rispetto alle imprese tradizionali (confrontabili per dimensione e macrosettore), nonché un impatto economico e sociale più rilevante. Le società benefit registrano, infatti, una crescita del fatturato del 14,6%, a fronte del 5,3% delle non-benefit (in termini mediani). Nello stesso periodo il valore aggiunto aumenta del 19,7%, contro il 12,6% delle imprese tradizionali. Cresce in modo più marcato anche il costo del lavoro, che nelle società benefit aumenta del 21,6% rispetto all’11,2% delle non-benefit. Nel 2024, inoltre, il salario per addetto nelle società benefit risulta superiore di circa 3.000 euro rispetto a quello delle imprese non-benefit comparabili (sempre in termini mediani). Dati che evidenziano una maggiore redistribuzione del valore verso le persone e le loro famiglie, in un contesto economico caratterizzato da forti pressioni inflazionistiche ed erosione del potere d’acquisto. Il supporto si osserva non solo in termini di valore riconosciuto, ma anche come sostegno all’occupazione: la quota di società benefit che ha aumentato i propri addetti tra 2022 e 2024 è del 63%, 15 punti in più rispetto al campione di confronto. Una conferma del forte orientamento delle società benefit in termini di creazione di impatto positivo sulla comunità. Anche la redditività mostra un andamento più favorevole. Nel periodo considerato le società benefit registrano una crescita del margine operativo lordo del 16,2%, superiore al 10,5% rilevato tra le imprese non-benefit. Inoltre le società benefit sono caratterizzate da un maggior grado di investimenti su importanti leve strategiche come innovazione, internazionalizzazione, attenzione alla sostenibilità e investimento in energia rinnovabile. La ricerca evidenzia inoltre alcune differenze rilevanti anche nella composizione della governance. In una società benefit su quattro oltre la metà del board è composta da donne, mentre nel complesso il 47% delle società benefit presenta almeno una donna nel board, a fronte del 36% delle imprese tradizionali. Risulta inoltre più diffusa la presenza di giovani: il 29,3% delle società benefit ha almeno un membro del board under 40, contro il 21,8% delle non-benefit. Di contro, i board composti esclusivamente da membri over 65 risultano meno frequenti, con un’incidenza del 4,9% tra le società benefit rispetto all’11% nelle imprese tradizionali. L’importanza della presenza dei giovani all’interno delle imprese, si può rilevare sotto diversi aspetti: tra le società benefit, le imprese con almeno un under 40 nel board, rispetto a quelle composte esclusivamente da over 65, registrano una crescita del fatturato del 17,4% (vs +6,2%), un aumento degli addetti del 15,5% (vs +10,1%) e una crescita del valore aggiunto del 22,5% (vs +12,6%), suggerendo una correlazione tra maggiore rinnovamento nella governance e migliori performance economiche. A livello settoriale, la maggiore concentrazione di società benefit si registra nelle attività professionali, che contano 1.510 imprese, seguite dal settore delle telecomunicazioni con 866 e dalla manifattura con 633. Il settore delle attività amministrative si distingue, invece, nettamente nella distribuzione degli addetti, concentrando il maggior numero di lavoratori nelle società benefit: 72,6 mila addetti, pari al 41,76 per mille del totale del comparto. Dal punto di vista territoriale, infine, la Lombardia si conferma la regione con la maggiore presenza di società benefit, con 1.721 imprese a fine 2025. A seguire il Lazio con 670 imprese, il Veneto con 551 e l’Emilia-Romagna con 472. La Lombardia si distingue anche sotto il profilo economico, risultando il territorio con il maggiore contributo delle società benefit. Nella regione queste imprese generano infatti 32 miliardi di euro di valore della produzione e rappresentano il 37,75 per mille del valore complessivo prodotto dalle società registrate. Inoltre, la Lombardia figura tra le regioni con la maggiore incidenza di società benefit, con 3,11 per mille, seguita da Friuli-Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige. Anche a livello provinciale emergono territori particolarmente dinamici. Milano guida la classifica delle province italiane con la maggiore incidenza di società benefit, pari a 4,38 per mille, seguita da Trieste (3,99 per mille) e Parma (3,59 per mille).
(Adnkronos) - “Riguardo le ultime novità sul reddito d'impresa, l'aspetto centrale è il principio di derivazione, che viene messo un po’ a repentaglio dalle disposizioni di quest'ultima legge di bilancio. In particolare, si sta lavorando per mettere a fuoco eventuali miglioramenti. Sono abbastanza fiducioso che si potranno sistemare alcune cose che, evidentemente, non vanno”. Sono le dichiarazioni di Alberto Trabucchi, Condirettore Generale e Direttore Fiscalità d’Impresa, Assonime, in occasione dell’Ey Tax Talk 2026, l’evento che fornisce una panoramica dei principali temi di attualità in materia di fiscalità d’impresa, con un approfondimento sulle novità introdotte dalla riforma fiscale e dalla Legge di Bilancio, nonché sui più recenti sviluppi in ambito di fiscalità internazionale, organizzato a Roma. Tabucchi entra nel dettaglio del principio di derivazione: “È fondamentale per la disciplina del reddito di impresa: il nostro Tuir (Testo unico delle imposte sui redditi) non ha tutti i presìdi di cui oggi sono dotati i principi contabili, sia internazionali sia nazionali, governati da organismi terzi e autonomi, che ci danno grande garanzia. In secondo luogo, la gestione del doppio binario contabile e fiscale è sempre molto complessa e foriera di dubbi, possibili errori o contestazioni in sede di accertamento e necessità di ricostruzione storica. Anche dal punto di vista della tenuta costituzionale - prosegue - una derivazione garantisce una migliore rispondenza delle regole di determinazione del reddito all'utile distribuibile e quindi, in una parola, una migliore rispondenza al principio di capacità contributiva”, conclude Trabucchi. Nel corso della mattinata, insieme a esperti di settore e professionisti, sono stati analizzati anche le implicazioni dei dazi e delle politiche commerciali sulla supply chain e i principali trend in materia di verifiche fiscali, con focus specifico sull’impatto delle pronunce della Cedu e i profili di gestione del rischio nei rapporti di subappalto.
(Adnkronos) - Ogni anno nell’Unione europea vengono prodotti circa 229 milioni di tonnellate di rifiuti urbani. Nel 2023, il 30% è stato avviato a riciclo, il 20% a trattamento biologico, il 27% a recupero energetico, mentre il 23% è finito in discarica, secondo le più recenti rilevazioni Eurostat sulla gestione dei rifiuti urbani. La gestione segue modelli diversi tra gli Stati membri, ma la quota di rifiuti che torna effettivamente a essere materia resta limitata. La Giornata mondiale del riciclo (che si celebra oggi, 18 marzo) si inserisce in questo contesto, dove la raccolta rappresenta solo una fase iniziale. Il passaggio determinante è quello che porta i materiali a rientrare nei cicli produttivi. È su questo livello che si misura l’efficacia complessiva del sistema, al di là delle percentuali di raccolta. Nel 2024, secondo Eurostat, il 12,2% dei materiali utilizzati nell’Unione europea proviene da riciclo. L’indicatore – circular material use rate – è cresciuto di 0,1 punti percentuali rispetto al 2023 e di un punto rispetto al 2015. Il valore più elevato è stato registrato nei Paesi Bassi (32,7%), seguiti da Belgio (22,7%) e Italia (21,6%), mentre Romania si ferma all’1,3% e Irlanda e Finlandia intorno al 2%. All’interno di questo quadro, l’Italia presenta livelli superiori alla media europea per quanto riguarda l’utilizzo di materiali riciclati e il riciclo complessivo dei rifiuti. Il dato sulla raccolta differenziata dei rifiuti urbani ha raggiunto il 67,7% nel 2024, mentre il tasso di riciclo calcolato secondo la metodologia europea si attesta al 52,3%, in crescita rispetto al 50,8% dell’anno precedente, secondo il Rapporto rifiuti urbani elaborato da Ispra. La distanza tra raccolta e riciclo effettivo riflette le caratteristiche della filiera. Una parte dei materiali raccolti non viene trasformata in nuove materie prime per via della qualità, della presenza di frazioni non riciclabili o dei limiti delle tecnologie disponibili. Se si amplia il perimetro oltre i rifiuti urbani, il posizionamento italiano cambia scala. Il sistema nazionale tratta complessivamente circa 160 milioni di tonnellate di rifiuti, di cui 137 milioni vengono avviati a riciclo. Il tasso complessivo raggiunge l’85,6%, a fronte di una media europea del 41,2%, come evidenziato dal Rapporto sul riciclo in Italia 2025 della Fondazione per lo sviluppo sostenibile. Il dato include rifiuti speciali e industriali e restituisce la dimensione reale del settore. La capacità di recupero si distribuisce lungo filiere consolidate. Carta e cartone rappresentano uno dei segmenti più rilevanti, con 5,6 milioni di tonnellate di materia prima seconda prodotta ogni anno. Il vetro supera i 2,4 milioni di tonnellate, mentre i metalli (ferrosi e non) costituiscono una componente strutturale della manifattura. Più contenuta la produzione legata alla plastica, che si attesta intorno a 1,1 milioni di tonnellate e presenta dinamiche meno stabili rispetto alle altre filiere. In questi comparti il riciclo è integrato nei processi produttivi e contribuisce direttamente all’approvvigionamento industriale. Una quota rilevante della produzione di materie prime seconde deriva dai rifiuti di imballaggio. Il vetro proviene per circa il 66% da questo flusso, la carta e il cartone per il 54%, mentre la plastica si colloca intorno al 50%. Il modello consortile ha accompagnato lo sviluppo di queste filiere, sostenendo la raccolta e assicurando continuità nei conferimenti agli impianti. Nel complesso, il riciclo degli imballaggi in Italia si colloca su livelli superiori agli obiettivi europei fissati al 2025 e al 2030, come indicano i più recenti dati Conai. Carta, vetro e metalli si attestano stabilmente sopra le soglie richieste, mentre la plastica presenta risultati più contenuti. A fronte di volumi raccolti elevati, il riciclo effettivo resta inferiore, con una quota significativa destinata ad altre forme di gestione, tra cui il recupero energetico. Il ruolo industriale del riciclo emerge anche nel confronto europeo sull’utilizzo circolare dei materiali: nel 2024 l’Italia raggiunge il 21,6%, quasi il doppio della media Ue, secondo le elaborazioni Eurostat. Il quadro europeo è definito da una combinazione di obiettivi normativi e condizioni di mercato. La normativa comunitaria fissa target progressivi per il riciclo dei rifiuti urbani (55% entro il 2025 e 60% entro il 2030) e per gli imballaggi, con soglie rispettivamente del 65% e del 70%. Il raggiungimento di questi obiettivi varia tra gli Stati membri, in funzione della struttura dei sistemi di gestione, della disponibilità di impianti e della capacità di assorbire i materiali recuperati all’interno dell’assetto produttivo. Le differenze tra Paesi riflettono modelli economici distinti. Nei Paesi Bassi, dove il tasso di utilizzo circolare supera il 30%, la circolarità è sostenuta da una forte integrazione tra logistica, industria e recupero dei materiali, in particolare nei settori delle costruzioni e dei minerali. Un’impostazione simile, seppur con intensità diverse, si osserva in Belgio e in Italia, dove la presenza di filiere consolidate consente un maggiore assorbimento di materie prime seconde all’interno della manifattura. All’estremo opposto si collocano Romania, Irlanda e Finlandia, con livelli di circolarità compresi tra l’1% e il 2%, secondo i dati Eurostat. In questi casi incidono fattori diversi: la minore dotazione impiantistica, una più debole integrazione tra gestione dei rifiuti e industria, oppure – come nel caso della Finlandia – la forte incidenza di biomasse e materiali energetici, che riduce il peso delle materie riciclate sull’insieme dei flussi materiali. Tra questi poli si collocano economie come Germania, Francia e Spagna, con livelli intermedi ma dinamiche differenti. La Germania mantiene una struttura di riciclo avanzata, ma l’elevato consumo complessivo di materiali ne riduce l’incidenza relativa. La Francia presenta una buona capacità di trattamento, ma una minore integrazione industriale delle materie seconde. La Spagna, invece, ha registrato progressi più recenti, legati allo sviluppo delle infrastrutture e delle politiche ambientali. Il riciclo si sviluppa in presenza di una domanda industriale strutturata. Nei Paesi con una base manifatturiera più ampia, i materiali recuperati trovano più facilmente uno sbocco. In altri contesti, il sistema resta più esposto alle oscillazioni dei prezzi delle materie prime e dell’energia, con effetti sulla continuità delle filiere. Questo elemento contribuisce a spiegare perché, a parità di raccolta o capacità di trattamento, i livelli di circolarità possano divergere in modo significativo. Nel 2024 gli scambi intra-Ue di materiali riciclabili hanno raggiunto circa 84 milioni di tonnellate, per un valore di circa 50 miliardi di euro. Il dato evidenzia il peso economico del settore e il grado di integrazione tra i mercati europei. Allo stesso tempo, le dinamiche di import ed export mostrano un’organizzazione ancora in evoluzione, con flussi che si adattano alla domanda e alle condizioni economiche, e che continuano in parte a orientarsi verso Paesi extra-Ue. In questo contesto si inserisce il percorso normativo avviato dalla Commissione europea con il Circular Economy Act, destinato a rafforzare il mercato delle materie seconde attraverso l’armonizzazione delle regole e l’incremento della domanda di materiali riciclati. Il processo, avviato nel 2025, prevede una proposta legislativa entro il 2026 e un successivo iter di approvazione. La qualità dei materiali, la presenza di standard condivisi e la stabilità della domanda restano fattori determinanti. La definizione dei criteri per la cessazione della qualifica di rifiuto – End of Waste – rappresenta uno degli strumenti principali per consentire ai materiali recuperati di essere reimmessi sul mercato come prodotti, riducendo le incertezze regolatorie e favorendo la circolazione delle materie seconde tra gli Stati membri.