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(Adnkronos) - Sono stati due i grandi 'no' detti da Carlo Conti nella sua carriera. Lo confessa lo stesso conduttore e direttore artistico del Festival di Sanremo 2026, ospite della nuova puntata del podcast di Paola Perego 'Poteva andare Peggio', prodotto in collaborazione con Cozzetto Media Company. Il primo riguardò proprio la kermesse canora: "Mi chiamarono per condurre un'edizione del Festival di Sanremo ma non mi sentivo pronto e quindi dissi 'no, grazie, se dovesse capitare tra qualche anno'. Non mi sentivo ancora pronto di prendere in mano un transatlantico del genere. Quando anni dopo, 5, 7 o 10, non ricordo bene, me l'hanno richiesto nel 2015, mi sentivo pronto di poter affrontare questa avventura, soprattutto la parte della direzione artistica perché Sanremo non è condurlo, ma tutto quello che c'è prima. Quello che vedi Sanremo solo è la punta dell'iceberg. Ci sono equilibri, sensibilità da avere nel proporre le idee che devi portare perché ormai ogni volta devi fare qualcosa di nuovo. Si aspettano sempre qualcosa di nuovo". L'altro 'no' dato da Conti riguardò un'offerta da parte di Mediaset: "Era il periodo del mio grande successo di 'In bocca al lupo' che era il preserale, che aveva fatto tutti i record, arrivò l'unica richiesta nella mia vita - sono sincero - arrivata da Mediaset, e c'era bella differenza economica, quasi uno zero in più in fondo, e se lo zero lo metti in fondo incomincia a essere diverso. Lì - ricorda ancora Carlo Conti - ho detto no, perché non avevo capito il ruolo che dovevo fare, mi sentivo lanciato o comunque avevo uno spazio su Rai 1 e ho preferito non lasciare questa strada. E poi sono rimasto sempre fedelissimo" alla Rai. "Quest'anno dedichiamo l'edizione del Festival di Sanremo a Pippo Baudo" rivela. "Ciascuno di noi che l'ha fatto dopo Pippo Baudo, lo fa come ci hai insegnato lui: l'idea delle cinque serate, delle polemiche, del parlare, dello sparlare e di tutto questo carrozzone che, spesso, si alimenta del niente". "Io erede di Baudo? Non esageriamo. Forse lo dicono per lo stile o per la parte organizzativa perché il lavoro che più mi piace fare è dietro le quinte più che in scena". Baudo "ha insegnato la differenza tra presentare e condurre: presentare lo può fare più o meno chiunque", mentre "la conduzione significa fare una sorta di regia in scena, dettare i tempi del programma e portarlo dove tu vuoi". Rispetto ai festival di Baudo "non ci sono più quelle grandi star internazionali perché è cambiata la discografia: l'ospite internazionale non ha più bisogno di venire a far promozione in Italia perché basta un post sui social". In Italia "abbiamo delle star nazionali fortissime. Dieci anni fa, nella hit parade nazionale avevi 8 brani stranieri e 2 italiani. Ora ne hai 8 italiani e forse due stranieri". "Le critiche per la presenza di pochi nomi noti a Sanremo? E' una polemica che negli ultimi anni esce sempre fuori, è successo anche con Baglioni, con Amadeus e con me lo scorso anno" replica Conti. "Il compito di Sanremo è anche quello di lanciare delle realtà meno conosciute. Per esempio, le Bambole di pezza sono anni che fanno rock e concerti. E anche quando sono arrivati i Pinguini Tattici Nucleari o Lucio Corsi erano anni che facevano musica. La discografia ora ti propone tante realtà che magari non conosco io ma non è detto che non lo conosca mio figlio". Sul cast di quest'anno dice: "Non credo che Tommaso Paradiso, Raf, Patty Pravo, Malika Ayane e tanti altri non siano 'big'". Al di là delle critiche "io scelgo le canzoni", afferma Conti. "Il primo ascolto è il più importante di tutti, lo faccio a bassissimo volume e leggo il testo". Conti si diverte anche a rispondere alla richiesta ironica di Paola Perego, assecondando la fantasia di presentare ospiti e duetti in un Festival del Metaverso. "Quest'anno in gara al Festival di Sanremo un duetto che promette grandi emozioni: Lady Gaga e Cristiano Malgioglio con 'A Star is Born'". Ma Gaga e Malgioglio non sono i soli: "Ora è il grande momento di un attesissimo ritorno - scandisce Conti - finalmente in gara nel multiverso di Sanremo con il brano 'Scusate il ritardo' di Jalisse". In pieno ciclone pre-Sanremo, Carlo Conti mette da parte per un attimo la macchina organizzativa, e si lascia andare a confessioni personali e curiose della sua vita, svelando il suo lato casalingo. "Cosa mi piace di più fare nella vita? La spesa al supermercato" ammette. "E' una delle cose più divertenti per me sia da fare da solo, sia con Francesca e con Matteo. E quando la faccio poi mi la cosa che mi fa ridere è quando le signore ti fermano e chiedono 'ma che ci fa lei qui? Ma che fa la spesa lei?' E io rispondo 'Eh signora mangio anch'io, sa com'è'". Conti chiacchiera a lungo con la conduttrice, parlando di lavoro, di vita, di famiglia, di passato e presente e...delle volte che "poteva andare a peggio". Continuando sulla scia casalinga, Perego chiede: "E poi? Apparecchi, sparecchi, fai la lavatrice?". Conti sorvola platealmente sulla lavatrice ma assicura: "Sparecchiare, apparecchiare sì, può capitare". "Però una cosa importante per me, che faccio sempre al mattino, è quando mi sveglio, vado in cucina, faccio uscire il cane, preparo il caffè e lo porto a Francesca" conclude.
(Adnkronos) - "La nostra bussola è chiara. È la Costituzione e in particolare l’articolo 97, che ci ricorda che cosa significa essere civil servant. Siamo manager, gestiamo risorse, governiamo processi complessi. Ma la gestione delle risorse è il mezzo, non il fine. Il fine è essere al servizio della comunità nazionale. Ed essere al servizio delle persone richiede una direzione, un orientamento saldo. Questa direzione sono i valori". Con queste dichiarazioni Valeria Vittimberga, direttore generale Inps, è intervenuta in occasione della Conferenza nazionale della Dirigenza Inps, dal titolo ‘La forza dei valori’, svoltasi a Roma. Per Vittimberga l'integrità dell’Istituto è un punto chiave "integrità significa una cosa semplice e difficilissima: che il potere riconosca dei limiti a se stesso. In una grande amministrazione pubblica il potere non è mai astratto. È negli atti, nei tempi, nelle interpretazioni, nelle priorità. Ogni volta che scegliamo la coerenza invece della convenienza, la chiarezza invece dell’ambiguità, la responsabilità invece dello scaricabarile, stiamo facendo molto più che rispettare una regola: stiamo rendendo credibile lo Stato”. “L’Inps non osserva la società da fuori - prosegue - la attraversa. Ed è per questo che ha una responsabilità unica nel trasformare l’equità in architettura concreta delle politiche pubbliche. Centralità della persona Perché ci sia vera equità, non dobbiamo mai dimenticare il centro. E il centro è la persona. La persona è il limite invalicabile”. L’attenzione alla sostenibilità sociale è sempre alta: “Tenere insieme sostenibilità finanziaria e sostenibilità sociale non è un compromesso. È un dovere verso le generazioni che verranno. Sostenibilità significa anche sostenibilità individuale: inclusione, dignità, assenza di discriminazioni. E poiché l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, la prima forma di sostenibilità è una società inclusiva nel lavoro. In questo l’Inps è al fianco delle politiche attive del lavoro, a favore di donne, giovani, neet, persone con disabilità. Responsabilità sociale significa famiglia, anziani, fragilità, disabilità”. Infine l'innovazione: "Noi siamo innovativi. Ma non soltanto nella tecnologia. Innovare non significa correre più veloce. Significa scegliere dove andare. La tecnologia moltiplica le possibilità. Ma non decide le priorità. Un’innovazione pubblica senza valori disumanizza. Un’innovazione governata rafforza giustizia, efficienza, prossimità. Innoviamo per migliorare la qualità delle decisioni, ridurre l’arbitrarietà, liberare tempo per la relazione umana. L’intelligenza artificiale è una grande opportunità e una grande sfida. Per questo stiamo lavorando a un modello di intelligenza artificiale del welfare, sovrano, affidabile, alimentato da dati certificati. Un’innovazione giusta. Un’innovazione umana. In questo scenario complesso” conclude Vittimberga.
(Adnkronos) - Riciclare per raggiungere l’autonomia nell’approvvigionamento di terre rare e materiali critici. Livio De Santoli, prorettore dell’Università La Sapienza di Roma spiega all’Adnkronos la chiave (oltre all’urgenza) per ridurre la dipendenza da filiere esterne che sono decisive per le tecnologie della transizione ma che si trovano nelle mani di Paesi terzi rispetto all’Italia e all’Europa. Su tutti, la Cina: Pechino detiene infatti un quasi monopolio nell’esportazione di queste materie prime, e può limitarne l’accesso secondo convenienza. Ma con il ritorno della politica di potenza a livello globale e l’indebolimento al multilateralismo, la priorità per l’Unione europea e per l’Italia è diventata cercare l’autonomia nelle filiere più strategiche, anche attraverso l’economia circolare. “Con il gas e il petrolio eravamo totalmente dipendenti, perché noi non li avevamo”, spiega De Santoli, ma ora “non è detto che dobbiamo continuare a comprare i materiali critici”. Anzi, “l’indipendenza passa dall’affrancamento” dall’obbligo di comprare altrove, e il “riutilizzo in qualche modo all’infinito” dei materiali che sono già nella propria disponibilità gioca un ruolo fondamentale verso l’autonomia. In questo modo, infatti, è possibile immaginare di “creare una filiera europea delle terre rare e dei materiali critici“, sottolinea ancora il prorettore. E “l’Italia, grazie alla sua esperienza nel riciclo, può diventare un hub del riuso di componenti strategici. È un’occasione unica per un’industria autonoma e competitiva”. “Su alcuni settori sicuramente più alcuni che altri possiamo diventare delle oasi autonome in cui far sviluppare componenti e servizi che possono addirittura essere esportati in Europa: è quello il nuovo corso ed è quella l’indicazione che dobbiamo dare per il futuro”, spiega. Resta un altro grande nodo strutturale: il costo dell’energia, che continua a rappresentare un freno per la competitività delle imprese europee ed italiane. Anche in questo caso, per De Santoli si deve puntare a una “vera filiera europea dell’energia”, nella quale il Bel Paese può giocare un ruolo di primo piano. “Enel, Eni e persino la cinese Byd stanno valutando l’Italia come base produttiva per le gigafactory per le batterie”, ricorda l’esperto. Certo, l’Italia attualmente, sottolinea De Santoli, ha “i costi più alti d’Europa, che a loro volta sono i più alti del mondo”. E allora come fare? “L’unica via, anche con l’attuale mercato dell’energia, è sviluppare massicciamente le rinnovabili. Cosa che, anche senza riforme di mercato, riduce l’impatto del gas sul prezzo finale”. Il problema, continua, “non è il costo del solare o dell’eolico, ma la lentezza con cui li integriamo nel sistema. Se raggiungiamo il 60% di penetrazione elettrica al 2030, i benefici saranno immediati per famiglie e imprese”. Per il prorettore, i due “grandi fronti” su cui dobbiamo agire sono l’eolico offshore e l’idrogeno. “Siamo ancora indietro, ma dobbiamo arrivare a 2,1 GW entro il 2030. Le nostre coste profonde richiedono piattaforme galleggianti, una tecnologia che possiamo sviluppare in Italia. Anche la Danimarca sta investendo qui: perché non farlo noi per primi”? Infine, parlare di energia oggi porta per forza di cose al tema dei data center, che assorbono circa il 3% dei consumi globali e raddoppieranno entro dieci anni. Un problema anche perché, spiega l’esperto, “concentrano energia laddove le rinnovabili, invece, sono distribuite”. Di conseguenza, conclude De Santoli, “dobbiamo ripensare il modello: la rete va resa più flessibile, con accumuli diffusi e logiche di prossimità energetica. L’intelligenza artificiale può aiutarci a ottimizzare il sistema, ma serve pianificazione: i data center dovranno essere costruiti dove esiste un mix energetico sostenibile, o dotati di fonti rinnovabili proprie”.