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(Adnkronos) - Le telefonate arrivano a tarda notte, prima che il presidente Usa vada a dormire. O durante le sue pause. Oppure quando si trova a giocare a golf, in Florida, ed è magari di buon umore. Arrivano di prima mattina: appena inizia a pubblicare su Truth Social, segnale che è sveglio e potrebbe avere voglia di parlare. Si fanno più intense, poi - anche dieci chiamate nel giro di due ore - appena qualche testata pubblica la propria piccola esclusiva telefonica. Insomma, l'iPhone personale di Donald Trump non smette mai di squillare, perché il suo numero di Palm Beach è diventato il massimo status symbol in una città ossessionata dalla vicinanza al potere e all'influenza. Va precisato che l'accesso al presidente dipende esclusivamente dal suo umore e dai suoi impegni e ci sono giorni in cui non risponde a nessuna chiamata o riattacca subito in faccia ai suoi interlocutori. In ogni caso, anche se in qualche occasione si è dimostrato infastidito dall'occasionale telefonata, lui e i suoi collaboratori fino ad ora non hanno avuto molto da obiettare. Tanto che, nelle settimane trascorse da quando gli Stati Uniti e Israele hanno avviato le operazioni militari in Iran, Trump ha rilasciato oltre 40 interviste al cellulare. Spesso e volentieri le conversazioni durano pochissimi minuti, al massimo dieci, in quelle che diventano delle piccole esclusive su quanto da lui dichiarato al giornalista di turno. D'altronde le telefonate, a differenza delle conferenze stampa formali, avvengono nel vivo del momento, in risposta a una domanda specifica, posta da un giornalista specifico, con un obiettivo preciso e sotto una particolare pressione temporale, con il presidente che può interrompere la conversazione in qualsiasi istante. I più alti funzionari della Casa Bianca si sentono spesso frustrati dal fatto che queste reazioni estemporanee, prive di contesto o di un'adeguata riflessione, possano essere trattate con una serietà quasi pari a quella riservata a un'intervista formale concessa nello Studio Ovale. Il numero a dieci cifre nel primo anno di presidenza Trump 2.0, era un bene prezioso gelosamente custodito dagli amici del presidente e da una manciata di giornalisti che lo utilizzavano con parsimonia. Chiamare il presidente rappresentava un privilegio e un modo per sfoggiare il proprio status: quel genere di mossa capace di conferire un po' più di risonanza e di garantire un'immediata rilevanza ai reporter della Casa Bianca. Negli ultimi mesi, però, sono diventate così tante le persone che chiamano Trump sul suo iPhone privato che i suoi consiglieri hanno smesso di tenere il conto o provare a filtrare chi può e chi non può chiamarlo. Quasi nessuna telefonata proviene da un contatto registrato nel dispositivo. L'ufficio comunicazioni della Casa Bianca ha cercato, con garbo, di incoraggiare i giornalisti a seguire i canali appropriati per le richieste di intervista, minacciando di cambiare il numero qualora il fenomeno diventasse incontrollabile. Ma, allo stesso tempo, le regole le fa Trump, e, per ora, il presidente non sembra infastidito da tutto ciò. “Gli piace”, dicono le persone vicine a lui. The Atlantic ha persino riferito che il telefono privato del tycoon di New York sarebbe stato messo in vendita al miglior offerente, tanto che la Casa Bianca ha ricevuto segnalazioni di amministratori delegati disposti a offrire denaro per ottenerlo e di appassionati di criptovalute pronti a scambiarlo con moneta digitale. Nel frattempo, i giornalisti della capitale americana hanno iniziato a intavolare veri e propri scambi tra loro, offrendo i contatti di altri leader mondiali — o talvolta persino quelli di decine di personaggi celebri — pur di riuscire a salvare sul proprio telefono il contatto più ambito di tutti. Una delle paure alla West Wing è che qualcuno fornisca a Trump informazioni errate — o gli propini una teoria del complotto — provocando una reazione che i collaboratori saranno poi costretti a disinnescare. Ma c'è anche la preoccupazione che il presidente sprechi il proprio tempo a rispondere su cose insignificanti, distogliendo l'attenzione dalle argomentazioni che la Casa Bianca intende promuovere. Tra l'altro, si racconta che, quando risponde, il presidente sia spesso distratto e non esiti a mettere il vivavoce anche davanti a folti gruppi di persone, chiacchierando in modo disinvolto e divertendosi a prendere in giro i suoi interlocutori. Insomma, Trump non prende queste telefonate così sul serio. E anche i giornalisti stanno iniziando a rendersi conto della cosa. Come ha osservato di recente con una certa ironia la testata The Atlantic: “Poche di queste interviste hanno avuto un impatto duraturo sulla comprensione che la nazione ha della guerra”. Per esempio: in una serie di nove interviste telefoniche riguardanti la guerra in Iran, Trump ha fornito nove risposte diverse e vaghe, offrendo scarsi indizi su quando la Casa Bianca avrebbe effettivamente potuto porre fine al conflitto. Il 28 febbraio ha affermato che la guerra avrebbe potuto concludersi nel giro di due o tre giorni. Il giorno successivo, ha dichiarato alla ABC che, con ogni probabilità, ci sarebbero volute in realtà quattro o cinque settimane. Il 2 marzo ha detto a Jake Tapper che gli Stati Uniti erano "leggermente in anticipo sulla tabella di marcia" rispetto alla finestra temporale di quattro settimane prevista. Tuttavia, appena due giorni più tardi, ha riferito alla rivista Time che non vi erano "limiti di tempo". Nei circoli giornalistici di Washington, secondo quanto ha potuto riscontrare l'Adnkronos, le chiamate vengono spesso viste come “inutili” e “spudorate”. Tuttavia, nessuno può evitare – una volta ottenuto il numero – di tentare la sorte e vedere se il presidente risponderà oppure no. Un’intervista esclusiva con Trump, anche per pochi secondi e a prescidere dai contenuti, può comunque sia accrescere il prestigio di qualsiasi reporter nella capitale americana. L'anno scorso, The Atlantic ha riferito che lo staff di Trump lo ha informato che le chiamate effettuate dal suo telefono personale avrebbero potuto verosimilmente essere intercettate da agenzie di intelligence straniere. Ma la cosa non sembra preoccupare the Donald: “Il Presidente Trump è il presidente più trasparente e accessibile della storia, ed è davvero il miglior portavoce di se stesso”, ha dichiarato la segretaria stampa della Casa Bianca Karoline Leavitt. “La stampa non si stanca mai di lui, e lui lo sa bene”. (di Iacopo Luzi)
(Adnkronos) - Il conflitto in Medio Oriente sta impattando pesantemente sulle forniture energetiche delle imprese europee, in particolare su quelle italiane e tedesche. E per fronteggiare la crisi servono inziative strutturali, per accelerare la transizione energetica. E' la posizione della Camera di commercio Italo-Germanica (Ahk Italien), come spiega in un'intervista ad Adnkronos/Labitalia Luca Conti, presidente steering comittee energia della Camera e ceo di EON Italia. Come sta impattando la guerra in Medio Oriente sul fronte energetico e i rapporti industriali italo-tedeschi? Dobbiamo preoccuparti più dell'aumento del costo dell'energia o del blocco dello Stretto di Hormuz? "Il conflitto in Iran sta avendo effetti pesanti sui costi e sulle forniture energetiche.Prima della guerra il petrolio costava circa 70 dollari al barile, ora siamo a oltre 100. Il gas in Europa è aumentato del 50% in due giorni. La situazione è preoccupante e danneggia la nostra competitività industriale, anche perché l’industria europea, e soprattutto Italia e Germania, hanno già affrontato lo shock dell’invasione dell’Ucraina, diversificando le forniture con tutte le difficoltà del caso. Ma questo contesto fornisce anche la possibilità di rivedere scelte strategiche, agendo sul lungo termine con misure strutturali e non solo interventi a breve termine". In che senso? Cosa servirebbe sul lungo termine? "In questi momenti vediamo quanto rischiosa sia la dipendenza da gas e petrolio, che non è solo industriale ma anche, più profondamente, geopolitica. In questa prospettiva, investire nella transizione energetica non vuol dire solo ridurre il nostro impatto ambientale, ma anche rendere più resilienti i nostri sistemi produttivi, e più economiche le nostre produzioni, con evidenti effetti sulla competitività di cui tanto parliamo in Europa. Ridurre la dipendenza da fornitori critici non è solo una scelta ambientale, ma una strategia economica e di sicurezza. Da tempo come AHK Italien presentiamo la transizione come leva di competitività, e non freno ad essa: ed è proprio nei momenti di crisi che questo si dimostra chiaramente". Cosa ci dicono i dati? "Nel 2025 le rinnovabili hanno coperto il 41,1% della domanda elettrica nazionale, su un fabbisogno totale di 311,3 TWh. La produzione fotovoltaica ha raggiunto il record storico di 44,3 TWh, con un +25,1% rispetto al 2024, superando per la prima volta l'idroelettrico come prima fonte rinnovabile in Italia. Solare ed eolico insieme hanno prodotto il 21,1% del fabbisogno nazionale, cioè oltre un quinto. Per giunta, nel 2025 sono stati installati 7.191 MW di nuova capacità rinnovabile, trainati dal fotovoltaico con 6.437 MW, con una media di circa 600 MW al mese. A fine 2025 l'Italia conta quasi 18.000 MWh di capacità di accumulo installata, con una crescita del 46,6% rispetto all'anno precedente. Esistono quindi segnali importanti, che ci dimostrano come le rinnovabili siano un asset centrale anche per l’industria: ma sulle rinnovabili scontiamo anche un grande import di tecnologia su cui bisogna lavorare per evitare nuove dipendenze, perché la transizione va fatta anche industrialmente". In questo contesto, cosa devono fare il governo italiano e tedesco e anche l'Ue? "Dal nostro punto di vista, sul piano nazionale più che misure straordinarie o sconti temporanei sulle bollette, ossia la medicina per abbassare la febbre, andrebbero elaborate misure di ampio respiro che permettano la riduzione e decarbonizzazione dei consumi, diminuendo in maniera strutturale i costi energetici per famiglie e imprese, ossia la cura strutturale del problema. Negli ultimi mesi, con l’iperammortamento, è stato fatto un passo importante, che però va reso subito operativo. Come Camera di Commercio Italo-Germanica, inoltre, da tempo sottolineiamo la necessità di 'Energy Release 2.0', che estenderebbe anche alle aziende non energivore la regola per cui lo Stato fornisce energia a prezzo scontato dietro la costruzione di nuovi impianti rinnovabili. Capiamo ad esempio l’attenzione al gas data nel DL bollette, ma non possiamo non rilevare che ciò rischia di scoraggiare una serie di investimenti sulle rinnovabili di cui abbiamo bisogno. Anche perché sempre più nostre imprese legano la loro programmazione agli obiettivi ambientali e a Transizione 5.0. In generale, dunque, serve accelerare un cambio di paradigma: più facilità nell’accesso agli incentivi (e nella stabilità degli stessi, perché i costi iniziali sono un tema dirimente quando si parla di rinnovabili), coordinare il DL bollette e la legge di bilancio 2026 (ad esempio nelle parti riferite all’efficienza energetica e ai sistemi di accumulo), mettere a terra programmi mirati di formazione e upskilling per i lavoratori. Sul piano europeo, serve rafforzare la cooperazione industriale tra Italia e Germania, dove esistono già filiere integrate e catene del valore consolidate soprattutto in ambito manifatturiero, quindi nei settori più energivori. Questo è il momento per accelerare su risposte europee comuni, politiche industriali concordate e un mercato unico dell’energia. Non si può agire solo nei momenti di crisi, ma anzi bisogna intervenire strutturalmente perché, nelle crisi, si abbiano già gli strumenti per affrontarle: in questa prospettiva, la transizione energetica è una leva di competitività e resilienza dei sistemi produttivi europei. (di Fabio Paluccio)
(Adnkronos) - “Per noi l'idrogeno è uno strumento mirato per la transizione energetica. Non si tratta di una soluzione universale ma pensata soprattutto per il trasporto pesante”. A dirlo è Stefan Stabler, director strategic marketing & communication di Alperia Group, alla quarta edizione di Key - The Energy Transition Expo, in programma fino al 6 marzo alla Fiera di Rimini. L’evento, firmato Italian Exhibition Group, rappresenta uno dei principali appuntamenti in Italia e in Europa dedicati a tecnologie e soluzioni per la transizione energetica. (VIDEO) Per Alperia, che si posiziona come abilitatore di sistema, l’idrogeno non è un’alternativa all’elettrificazione, ma un complemento utile in applicazioni selezionate: l’approccio è graduale e pragmatico, basato su progetti pilota, integrazione territoriale e realismo industriale: “Il costo dell'idrogeno è ancora molto alto. Per questo stiamo cercando di selezionare progetti che abbiano anche una forte valenza territoriale. A Bolzano Sud stiamo costruendo un impianto di produzione idroelettrico verde, insieme al trasporto locale SaSa. Stiamo inoltre collaborando alla Hydrogen Valley, che vuole creare una filiera completa di produzione e distribuzione dell'idrogeno verde. Abbiamo infine sostenuto anche la creazione di una cattedra all’università di Bolzano proprio sull'idrogeno”. “Crediamo che la transizione energetica - conclude - passi proprio tramite la valorizzazione della produzione e della distribuzione dell'idrogeno”.