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(Adnkronos) - I primi sono stati i fondi e alcuni grandi investitori. Poi, dopo un anno di silenzio, si sono uniti alcuni amministratori delegati delle aziende tecnologiche della Silicon Valley, con in prima linea OpenAI e Anthropic. “L’Ice è andata oltre”, ha scritto il Ceo di OpenAI Sam Altman in un messaggio a tutti i suoi dipendenti, criticando per la prima volta le politiche di Donald Trump. Prima di lui Dario Amodei di Anthropic, il principale avversario di OpenAI, aveva definito “un orrore quello che stiamo vedendo nelle strade del Minnesota". Anche il Ceo di Apple Tim Cook, che qualche giorno fa è stato alla prima del documentario su Melania alla Casa Bianca, si sarebbe lamentato in una chat interna: “Sono distrutto da quello che è successo a Minneapolis”. A spingere un gruppo sempre più grande di dipendenti della Silicon Valley a esprimere un parere contrario alle azioni della Casa Bianca non è stata l’economia o le scelte, in alcuni casi discutibili, di politica estera come quella di minacciare la Groenlandia. I Ceo si sono opposti al presidente dopo l’uccisione di due cittadini americani innocenti da parte degli agenti federali: dall’inizio di gennaio hanno iniziato una campagna di arresti di immigrati senza documenti a Minneapolis: in questo momento ci sarebbero circa 2.000 agenti (tra quelli dell’Ice e quelli del Border Patrol) in una città con una popolazione simile a quella di Genova, che tocca i 500.000 abitanti. Il primo a parlare era stato Jamie Dimon, Ceo di JPMorgan Chase, una delle banche più grandi al mondo. In quel caso Dimon aveva criticato Trump sempre sull’immigrazione: “Non mi piace quello che vedo, con cinque uomini adulti che picchiano delle donne minute”, ha detto Dimon. “Penso quindi che dovremmo darci una calmata con tutta questa rabbia interna sull'immigrazione”, ha concluso. Ma se provassimo a riavvolgere il filo del tempo e tornassimo al 20 gennaio del 2025, capiremmo come in un anno il rapporto tra Trump e la Silicon Valley si sia deteriorato. Quel giorno, nel corso della cerimonia di insediamento del presidente, c’erano tutti: Elon Musk, Jeff Bezos, Sundar Pichai, Mark Zuckerberg e Tim Cook circondavano Trump. Non solo: quasi tutti hanno pagato un milione di dollari per finanziare la cerimonia, in un grande cambiamento rispetto al passato, quando la Silicon Valley era più vicina ai democratici progressisti più che al movimento Maga. Da quel giorno, sembra sia avvenuto un cambiamento profondo. Prima Trump ha rotto con Elon Musk, che nel 2024 ha finanziato la sua campagna elettorale con 45 milioni di dollari e poi ha ricoperto per alcuni mesi un ruolo all’interno dell’amministrazione con il compito di tagliare gli sprechi. Ma dopo una serie di polemiche, e una profonda lite sulla legge di bilancio sostenuta da Trump, il Ceo di Tesla si è allontanato dalla politica, pur continuando a sostenere candidati di estrema destra all’estero e vicini al movimento Maga negli Stati Uniti. Secondo quanto scrive il New York Times citando la chat interna a OpenAI, Altman si sarebbe sfogato in questo modo: “Amare il proprio paese significa anche avere il dovere, da americani, di opporsi agli eccessi”. E ancora: “C'è una grande differenza tra espellere criminali violenti e quello che sta succedendo ora, e dobbiamo saper distinguere bene le due cose”. In realtà da qualche giorno circola una petizione (ICEout.tech) che in questo momento ha raccolto centinaia di firme tra i dipendenti delle più importanti aziende tech californiane: chiedono a Trump di fermare le operazioni di polizia nelle città americane. Anche un gruppo di dipendenti di Google appartenenti all’Alphabet Workers Union, che rappresenta circa 1.400 dipendenti in Nord America, ha pubblicato una dichiarazione di solidarietà con le comunità di immigrati e con “i lavoratori che si oppongono al terrore dell’ICE in tutto il paese”. Il rischio, sostengono alcune fonti interne al sindacato, è che il gruppo faccia una ritorsione come era successo quando c’erano state proteste contro il contratto del colosso da 1,2 miliardi di dollari con l’esercito e il governo israeliano. Diversi impiegati coinvolti erano stati licenziati. Ma dove nasce il patto tra la Casa Bianca e le Big Tech? Dopo un primo mandato molto difficile, Trump aveva contro praticamente tutte le Big Tech e aveva guadagnato solo la fiducia dell’investitore tech di destra Peter Thiel, il ritorno a Washigton è stato molto diverso. Tutto è iniziato nel 2025, quando l’amministrazione Trump ha scelto di puntare con forza sull’innovazione tecnologica, in particolare sull’intelligenza artificiale. Sono arrivate promesse di deregolamentazione, incentivi fiscali per le aziende che investono nel settore e accesso privilegiato ai contratti pubblici in ambito tecnologico e militare. Ma anche un accordo sottointeso che collaborando avrebbero evitato possibili cause con l’antitrust e avrebbero ricevuto protezione dalle autorità dell’Unione europea. Le principali aziende della Silicon Valley hanno risposto positivamente: hanno partecipato a tavoli di lavoro con agenzie federali, sostenuto la strategia di rafforzamento della leadership tecnologica americana e beneficiato di un contesto normativo favorevole. OpenAI, ad esempio, ha raccolto almeno 40 miliardi di dollari in un solo anno e ora tratta per un nuovo finanziamento da 100 miliardi, con una valutazione vicina agli 830 miliardi. Anthropic ha ottenuto 19 miliardi e sta cercando altri 25, puntando a una valutazione di 350 miliardi. A rendere ancora più attrattivo il contesto americano, rispetto a quello europeo, è stata la scelta di non introdurre regolamentazioni stringenti. Mentre l’Unione Europea ha approvato l’AI Act, con regole dettagliate su trasparenza, responsabilità e limiti d’uso, gli Stati Uniti hanno adottato un approccio più flessibile, con meno vincoli legali e maggiore autonomia per le aziende. Questo ha favorito la concentrazione di investimenti e progetti negli Stati Uniti, mentre molte realtà europee fanno i conti con nuovi obblighi normativi e margini operativi più ristretti. Negli ultimi mesi, però, le tensioni su altri fronti, in particolare sull’immigrazione e sui diritti civili, hanno messo in dubbio questo equilibrio. Già lo scorso ottobre, quando la Casa Bianca aveva minacciato di inviare la Guardia Nazionale a San Francisco, la Silicon Valley aveva fatto capire al presidente che non sarebbe stata un'idea apprezzata: Trump quella volta aveva obbedito. E ora le aziende che finora hanno guadagnato grazie alle politiche favorevoli prendono pubblicamente le distanze, segno che l’intesa con la Casa Bianca non è più garantita. E Trump deve fare attenzione, soprattutto nell’anno delle elezioni di Midterm. (di Angelo Paura)
(Adnkronos) - Pur in un quadro macroeconomico ancora caratterizzato da incertezza, “che diventa di fatto un dazio occulto che pesa sulle nostre imprese”, la filiera legno-arredo chiude il 2025 con un fatturato alla produzione pari a 52,2 miliardi di euro, registrando una crescita dell’1,3% rispetto al 2024. Questa la fotografia scattata dai preconsuntivi 2025 elaborati dal Centro Studi di FederlegnoArredo e presentati in occasione della conferenza stampa di lancio del Salone del Mobile.Milano di aprile, che si conferma appuntamento chiave per l’intera filiera. A contribuire a un risultato parzialmente inaspettato, spicca l’andamento del mercato interno che, riuscendo a compensare il progressivo ridimensionamento di alcuni incentivi fiscali legati alla riqualificazione del patrimonio immobiliare, con una maggior spinta del non residenziale, cresce dell’1,8%, raggiungendo i 32,9 miliardi di euro. Stabili le esportazioni (+0,4%) che si attestano a 19,3 miliardi di euro (37% del totale) pur mostrando segnali di debolezza in alcuni mercati strategici come Francia e Stati Uniti. Di contro qualche segnale di miglioramento e ripresa arriva dalla Germania. “Dati che - commenta il presidente di FederlegnoArredo, Claudio Feltrin - certificano come la nostra filiera e tutto il sistema industriale che esprimiamo, pur alle prese con un contesto articolato, complesso e incerto, abbia saputo mettere in campo strategie e azioni di adattamento e sviluppo che si sono tradotte in una sostanziale tenuta. Non possiamo certo dire che ci troviamo di fronte a una ripresa strutturale e che possiamo sentirci al riparo dalle turbolenze che anche il 2026 ci sta già riservando, ma voglio intravederci dei segnali incoraggianti su cui, anche come Federazione, abbiamo il dovere di concentrarci, a supporto delle nostre aziende”. Il macrosistema arredamento raggiunge nel 2025 un fatturato alla produzione di 27,7 miliardi di euro, in sostanziale stabilità (+0,6%) sul 2024. La crescita della produzione destinata al mercato interno (13,5 miliardi, +2,1%) compensa la lieve flessione delle esportazioni(14,2 miliardi, -0,8%), che continuano a rappresentare oltre la metà del valore complessivo.
(Adnkronos) - “Da una decina d’anni l’olio di palma è stato oggetto di un vero e proprio attacco mediatico che ne ha determinato la demonizzazione sotto diversi aspetti. In Italia, in particolare, si è fatto leva su quello che è stato ritenuto l’elemento più sensibile per il pubblico: la salute. L’olio di palma è stato dipinto come un grasso sostanzialmente nocivo per chi lo consuma. Negli ultimi anni, le evidenze scientifiche si sono ulteriormente consolidate, portando a risultati inconfutabili che smontano completamente quelle che erano argomentazioni pretestuose utilizzate per demonizzare l’olio di palma”. Lo spiega Giorgio Donegani, tecnologo alimentare ed esperto di nutrizione, al seminario organizzato dall’Unione Italiana per l’Olio di palma sostenibile (Uiops) e dell'Associazione italiana dell'industria olearia (Assitol), nell’ambito del Sigep, il Salone internazionale dedicato a gelato, pastry&chocolate, coffee, bakery e pizza, a Rimini. Un incontro organizzato per presentare il Position Paper "Olio di palma sostenibile: nutrizione e sicurezza alimentare", recentemente adottato dal Comitato Tecnico Scientifico Uiops. L’esperto sottolinea come “la sostituzione dell’olio di palma con altri grassi, per motivi nutrizionali o salutistici, non comporta alcun beneficio. Anzi, ricerche molto recenti dimostrano che questo boicottaggio non è servito nemmeno a ridurre l’assunzione di grassi saturi nella popolazione italiana - sottolinea - nonostante la quasi scomparsa dell’olio di palma da molti prodotti, infatti, l’assunzione complessiva di grassi saturi è addirittura aumentata”, afferma. Davanti agli allarmismi, come quello che per Donegani ha interessato l’olio di palma, “il consumatore dovrebbe esercitare il pensiero critico e ricordare che esistono fonti autorevoli e accreditate a cui fare riferimento - suggerisce - il ministero della Salute, l’Istituto Superiore di Sanità, la Società Italiana di Nutrizione Umana, il Crea (il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l'analisi dell'economia agraria) che ha elaborato le Linee guida per una sana alimentazione della popolazione italiana. I documenti seri esistono - conclude - sono basati su evidenze scientifiche e non su suggestioni: basta consultarli e fidarsi di quelli”.