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(Adnkronos) - In palestra è davvero necessario arrivare a sollevare pesi 'top' o si possono ottenere risultati anche con carichi leggeri? Uno studio recente lima la differenza tra l'allenamento di chi sceglie pesi più soft e chi, invece, si confronta con esercizi più impegnativi. "Solleva i pesi che preferisci, questo è l'insegnamento", dice il professor Stuart Phillips, della McMaster University in Canada, autore principale dello studio pubblicato sul Journal of Physiology e citato dal Washington Post. "Persone che si allenano da decenni sono convinte che vadano sollevati pesi" per aumentare la massa muscolare e la forza. I carichi, per questi individui, devono essere notevoli e consentire solo 8-9 ripetizioni impegnative prima di arrivare al cedimento di braccia e gambe. Gli studi più recenti evidenziano che qualsiasi esercizio di sollevamento pesi "promuove forza e ipertrofia". Il doppio canale è legato a domande d'obbligo: se si usano pesi più leggeri, quante volte si dovrebbe ripetere ogni movimento? I carichi ridotti producono crescita muscolare? Nello studio sono stati coinvolti 20 uomini giovani e sani ma non abituati ad allenarsi. I soggetti sono stati destinati in maniera casuale ad esercizi con pesi notevoli o ridotti. Nel dettaglio, il braccio destro o sinistro è stato utilizzato per completare curl per i bicipiti usando un peso rilevante, mentre l'altro braccio ha eseguito lo stesso esercizio con un peso molto più leggero. Lo stesso criterio è stato utilizzato per gli esercizi destinati alle gambe. I pesi maggiori si sono rivelati impegnativi al punto da non consentire ai partecipanti di superare le 12 ripetizioni prima di raggiungere il cedimento muscolare. Con i pesi più leggeri, i soggetti coinvolti partecipanti hanno completato fino a 25 ripetizioni prima dello stop. I giovani si sono allenati per 3 volte a settimana, aumentando i carichi quando riuscivano a completare facilmente più di 12 ripetizioni pesanti o 25 leggere. Al termine delle 10 settimane previste dallo studio, i ricercatori hanno sottoposto tutti a un nuovo test. Risultato? I muscoli in 2 mesi e mezzo sono diventati tutti più forti e più grandi, con poche differenze tra gli arti: il braccio che ha sollevato pesi leggeri ha raggiunto il livello dell'altro braccio, abbinato a carichi maggiori. Questa scoperta "rafforza l'idea che il carico non sia un fattore determinante" per definire la risposta muscolare, spiega Phillips. Sul risultato incide "lo sforzo". In sostanza, si ottengono risultati se si sollevano pesi fino a stancare i muscoli. Secondo l'esperto, quindi, è opportuno "scegliere ciò che funziona" in base alle esigenze individuali. Se ci sono dolori articolari, sarà opportuno optare per pesi ridotti. Se si è in buona forma e si ha poco tempo a disposizione, si può puntare su carichi più pesanti. Non tutto, però, è così lineare. I risultati, nello studio, sono risultati differenti da soggetto a soggetto: c'è chi ha raddoppiato forza e massa e c'è chi si è fermato decisamente prima. Le differenze evidenziano il ruolo della genetica. "In una certa misura, le nostre risposte muscolari sono innate", afferma Phillips. Dopo 10 settimane con la stessa routine di sollevamento pesi, non tutti arriveranno allo stesso livello, anche estetico.
(Adnkronos) - L’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli acquisisce al patrimonio dell’ateneo la chiesa di Santa Maria delle Dame Monache di Capua. Il monastero, adiacente alla sede del Dipartimento di Economia dell’ateneo campano, è stato consegnato oggi, 19 gennaio 2026, al rettore, Gianfranco Nicoletti, alla presenza del delegato all’edilizia, Gianfranco De Matteis, del Sindaco di Capua, Adolfo Villani, del vicesindaco ed assessore alla Pubblica Istruzione, Marisa Giacobone e della responsabile del Servizio patrimonio del Comune, Raffaella Esposito. L’acquisizione, realizzata mediante donazione modale da parte del Comune di Capua, è vincolata all’onere di destinare l’immobile alle attività proprie dell’Università, per l’accrescimento culturale dei giovani nonché per importanti iniziative di elevato livello culturale e sociale di interesse della comunità locale. L’obiettivo è la valorizzazione della Chiesa, attualmente in disuso, attraverso la realizzazione di una sala di rappresentanza dell’Ateneo per lo svolgimento di eventi pubblici ma anche di attività specifiche a supporto del Dipartimento di Economia. La Chiesa conventuale, conosciuta come Santa Maria delle Dame Monache, è un gioiello di architettura medievale, ubicata ad est del Corso Gran Priorato di Malta, un tempo, al di fuori della porta urbica definita Sant’Angelo. La sua costruzione, secondo alcuni, si farebbe risalire all’871, mentre altri studiosi la posticipano al 943, quando venne distrutto il convento di Alife in seguito ad un’incursione saracena, facendo trasferire le monache in sede capuana. L’edificio attuale presenta una pianta a croce greca a cinque navate, con bracci a terminazione curva e un portico a tre campate voltate a botte, sorretto da capitelli corinzi. La facciata è scandita da tre serliane e sormontata da un elegante fastigio barocco. Importanti ampliamenti furono realizzati tra il basso medioevo e l’età moderna: il refettorio, il dormitorio, il chiostro, il coro e il campanile (intorno al 1174); la ricostruzione della tribuna e dell’altare maggiore nel 1494; e nel XVI secolo un riassetto generale del monastero benedettino ad opera di Benvenuto Tortelli, che lo trasformò in una sorta di insula delimitata da vie pubbliche.
(Adnkronos) - In Italia piove meno ma in modo più violento. È questo il quadro delineato da un nuovo studio dell’Università di Pisa, firmato da Marco Luppichini e Monica Bini del Dipartimento di Scienze della Terra e pubblicato sulla rivista internazionale Atmospheric Research. La ricerca ha analizzato per la prima volta oltre 200 anni di dati pluviometrici provenienti da archivi storici e reti strumentali moderne per ricostruire l’evoluzione delle piogge in sei grandi aree climatiche italiane. Dai risultati emerge che le minori quantità di pioggia si registrano soprattutto in Pianura Padana e nell’Alto Adriatico, con tre grandi minimi storici attorno al 1820, 1920 e 1980. Gli eventi più estremi, cioè i picchi di maggiore intensità delle precipitazioni, emergono nella stessa area con valori massimi intorno al 1870, 1930 e 2003. Un aumento marcato dell’intensità delle precipitazioni riguarda anche le regioni liguri-tirreniche, comprese Toscana e Lazio, lungo tutto il periodo dal XIX secolo a oggi. Secondo lo studio, la causa principale di questo cambiamento è il riscaldamento globale, che sta modificando il modo in cui circolano le masse d’aria sopra l’Europa e il Mediterraneo. Le perturbazioni atlantiche arrivano meno spesso in Italia perché alcune grandi configurazioni atmosferiche, come l’anticiclone delle Azzorre, sono diventate più forti e bloccano le piogge. Allo stesso tempo, si è indebolito il sistema ciclonico del Golfo di Genova, che normalmente porta molta della pioggia nella penisola. Al quadro si aggiunge un Mediterraneo sempre più caldo che genera umidità ed energia a livello atmosferico: questo non fa aumentare la pioggia, ma rende le singole precipitazioni più intense e violente. “Questa combinazione, meno piogge ma più intense, delinea scenari futuri complessi - spiega Marco Luppichini - da un lato, il calo della precipitazione media riduce la capacità di ricarica delle falde, accentua la siccità estiva e mette sotto pressione i sistemi idrici, soprattutto nelle zone più popolate e agricole come la pianura Padana, le regioni tirreniche e l’entroterra appenninico. Dall’altro, l’aumento dell’intensità degli eventi meteorici amplifica la possibilità di frane, alluvioni improvvise e sovraccarichi delle infrastrutture urbane, con ricadute già oggi osservabili in molte aree del Nord-Ovest e del Tirreno centrale”. Nel dettaglio, negli ultimi due secoli l’andamento nelle sei grandi aree climatiche italiane è simile, anche se con intensità diverse. Nelle Alpi la quantità di pioggia è rimasta nel complesso stabile, ma sono aumentati gli episodi più intensi. La Pianura Padana e l’Alto Adriatico sono l’area dove il cambiamento è più evidente, con forti cali delle precipitazioni totali e un aumento continuo dell’intensità. L’Adriatico centro-meridionale ha visto una diminuzione delle piogge e una forte variabilità dell’intensità, che risale negli ultimi vent’anni. Le regioni liguri e tirreniche mostrano un leggero ma costante calo delle precipitazioni e un aumento regolare della loro intensità. Nell’Appennino centro-meridionale le piogge diminuiscono nettamente dal Novecento, mentre l’intensità cresce in modo irregolare. Anche il Sud e la Sicilia confermano il trend nazionale: dopo un primo aumento, le piogge totali si stabilizzano e calano negli anni Ottanta, mentre l’intensità cresce soprattutto negli ultimi decenni. “Comprendere queste dinamiche è fondamentale per progettare misure di adattamento efficaci - conclude Bini - A causa del riscaldamento globale, gli andamenti che abbiamo rilevato nelle serie storiche potrebbero accentuarsi nei prossimi decenni rendendo lo scenario futuro ancora più instabile, con meno piogge ed episodi più estremi”.