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(Adnkronos) - Per la terza volta da quando è tornato alla Casa Bianca, Donald Trump tenta la strada di un accordo sul nucleare con l'Iran. I colloqui in programma venerdì - dove non è ancora dato sapere con certezza, forse a Istanbul o, come chiesto da Teheran, forse in Oman - mettono però alla prova soprattutto la Guida Suprema, Ali Khamenei, chiamata a decidere se aprire a un compromesso o rischiare una nuova escalation militare con gli Stati Uniti. Che intanto, nelle scorse ore, hanno abbattuto in segno di avvertimento un drone di Teheran nel Mar Arabico, giudicato troppo vicino alla portaerei Abraham Lincoln. Washington sostiene che l'iniziativa diplomatica sia sincera. Ma il contesto è carico di diffidenza: Trump ha già abbandonato una volta il tavolo dei negoziati per passare all'uso della forza, e molti funzionari Usa - come evidenzia un articolo di Axios - dubitano che Khamenei sia disposto anche solo ad avvicinarsi alle condizioni poste dalla Casa Bianca. Trump arriva all'appuntamento di Istanbul con un forte vantaggio negoziale. Gli Stati Uniti hanno rafforzato in modo significativo la loro presenza militare nel Golfo, creando una minaccia credibile di intervento armato. Allo stesso tempo, il regime iraniano appare debole, fiaccato dalle proteste di massa represse nel sangue. L'ultimo ciclo di colloqui sul nucleare si è concluso con la guerra. A giugno - ricorda Axios - Trump ha prima dato un via libera tacito agli attacchi israeliani e poi ha ordinato raid diretti contro le infrastrutture nucleari iraniane. Un secondo tentativo diplomatico era stato avviato lo scorso autunno, quando Washington aveva cercato di sfruttare il timore iraniano di un ritorno delle sanzioni ('snapback') per convincere Teheran a rinunciare all'uranio arricchito ad alti livelli. Anche quel canale si è arenato, complicato dalla profonda sfiducia generata dall'operazione militare di giugno. Funzionari Usa insistono sul fatto che l'invio di Steve Witkoff e Jared Kushner a Istanbul, per incontrare il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, non sia una copertura per un nuovo attacco a sorpresa. Tuttavia gli Stati Uniti hanno concentrato nella regione una quantità significativa di mezzi militari, pronti all'uso nel caso Trump decidesse di ricorrere nuovamente alla forza. Tre settimane fa il presidente era arrivato a un passo dall'autorizzare nuovi raid, in risposta all'uccisione di migliaia di manifestanti, ma poi si era fermato. Un alto funzionario Usa ha spiegato che Trump "non vuole davvero arrivare a un'azione militare". Se a giugno il presidente riteneva che le attività nucleari iraniane rappresentassero una minaccia "legittima e imminente", "ora non la percepisce allo stesso modo". Tre consiglieri di Trump hanno dichiarato ad Axios che in questa fase un'operazione militare non sarebbe la scelta giusta. Secondo uno di loro, questo scetticismo è condiviso da buona parte dell'entourage del presidente. Un altro ha avvertito che un attacco rischierebbe di compromettere l'intera agenda della Casa Bianca in Medio Oriente e oltre. Dal canto suo, in vista dei colloqui di Istanbul, l'Iran sarebbe disposto a quella che viene considerata una concessione importante: fermare o sospendere il suo controverso programma nucleare. Ad affermarlo sono stati due funzionari iraniani citati dal New York Times che sottolinea come la Repubblica Islamica preferirebbe comunque la proposta avanzata dagli Stati Uniti lo scorso anno, prima dell'escalation, riguardo alla creazione di un consorzio regionale per la produzione di energia nucleare. Nel frattempo però Ali Shamkhani, consigliere politico della Guida Suprema dell'Iran, ha messo in chiaro che l'Iran non ha intenzione di trasferire all'estero le scorte di uranio arricchito. "Non c'è motivo di spostare il materiale fuori dall'Iran", ha detto Shamkhani in un'intervista alla tv libanese Al Mayadeen rilanciata dai media iraniani. Il programma nucleare iraniano è "pacifico", ha ripetuto Shamkhani, che è anche nel Consiglio supremo di Difesa nazionale. "L'arricchimento (dell'uranio) al 60% può essere ridotto al 20%, ma devono offrire qualcosa in cambio", ha aggiunto, insistendo per "negoziati limitati agli Stati Uniti e al dossier nucleare". Trattative, ha ribadito, da tenere "lontano dal clima di minacce e da strumenti di coercizione" ed "evitando "richieste illogiche e irragionevoli". Sugli attesi negoziati, secondo Shamkhani saranno "preceduti da trattative indirette" e "se ci sarà accordo e rapidamente, si potrà passare a negoziati diretti". Sempre secondo quanto scrive il New York Times, che cita due fonti iraniane e un funzionario americano, il capo della diplomazia iraniana, Abbas Araghchi, e l'inviato di Donald Trump, Steve Witkoff, comunicherebbero via sms. A poco più di 48 ore dal 'traguardo' di istanbul, e al di là della reciproca diffidenza, è arrivato intanto il primo potenziale ostacolo alla trattativa. L'esercito Usa ha infatti abbattuto un drone iraniano che si stava avvicinando alla portaerei Abraham Lincoln nel Mar Arabico. Il drone iraniano Shahed-139 - ha spiegato una fonte a Reuters - stava volando verso la portaerei ed è stato abbattuto da un caccia statunitense F-35. A confermare ma anche a rassicurare poco dopo la diffusione della notizia, ci ha pensato la Casa Bianca. "Il Comando Centrale degli Stati Uniti - ha spiegato a Fox News la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt - ha agito in modo appropriato quando ha intercettato un drone iraniano", ma i colloqui previsti con l'Iran - ha assicurato - proseguiranno come previsto. Interpellato al termine della giornata dalla stampa nello Studio Ovale, il presidente Trump ha rilanciato le rassicurazioni già anticipate dalla portavoce: "Stiamo negoziando. Hanno avuto l'opportunità di fare qualcosa tempo fa, non ha funzionato e c'è stata la nostra operazione 'Midnight hammer'. Ora - ha ribadito - stiamo negoziando".
(Adnkronos) - Finché il recupero delle eccedenze alimentari sarà trattato come un’attività relegata al mondo del 'caritatevole' e non come un lavoro sociale professionale, non ci sarà mai una vera economia circolare. In occasione della 'Giornata Nazionale contro lo spreco alimentare', Diego Ciarloni, presidente di Foodbusters Odv, presenta una ricerca basata su dati Waste watcher e Ipsos e lancia un atto d’accusa durissimo verso le istituzioni: "il contrasto allo spreco in Italia è ostaggio di un’inerzia sistemica che preferisce scaricare i costi sul volontariato gratuito piuttosto che riconoscere il valore professionale e ambientale del recupero", sottolinea. In Italia lo spreco alimentare resta un problema strutturale, nonostante i segnali di miglioramento registrati nell’ultimo anno. Secondo i dati dell’osservatorio Waste watcher international, nel 2025 ogni cittadino ha sprecato in media 555,8 grammi di cibo a settimana, in calo rispetto ai 683 grammi del 2024 (-18,6%), ma ancora al di sopra della media europea e lontano dall’obiettivo di dimezzamento fissato dall’Agenda Onu al 2030. Le differenze territoriali restano marcate. Il Centro Italia registra il dato più basso (490,6 grammi settimanali), seguito dal Nord (515,2 grammi), mentre Sud e Isole rimangono l’area più critica con 628,6 grammi pro capite. Tra i nuclei familiari, le famiglie con figli mostrano i comportamenti più virtuosi (461,3 grammi settimanali), confermando una maggiore attenzione alla pianificazione degli acquisti. Il dato domestico rappresenta però solo una parte del fenomeno. Nella ristorazione collettiva e scolastica, quasi il 30% del cibo preparato non viene consumato: il 17% resta nei piatti e il 13% è cibo integro che finisce nei rifiuti invece di essere recuperato. A monte, la Grande distribuzione e la ristorazione commerciale continuano a generare eccedenze significative, spesso gestite come un problema di smaltimento più che come una risorsa. Lo spreco ha un impatto economico e ambientale rilevante. A livello globale, circa un terzo del cibo prodotto viene perso o sprecato, contribuendo a circa il 10% delle emissioni climalteranti. In Italia, nel solo 2025, gli eventi meteorologici estremi hanno causato quasi 12 miliardi di euro di perdite agricole, rendendo ancora più critico lo spreco di risorse alimentari, idriche ed energetiche già prodotte. Lo spreco è il 'co-carburante' ad esempio del Ciclone Harry. Il presidente sottolinea la corresponsabilità ambientale: “buttare cibo non è un peccato veniale, è un crimine climatico. La gestione sconsiderata del cibo genera il 10% delle emissioni globali di CO2. Questo inquinamento è il ‘carburante’ che scalda i mari e carica fenomeni devastanti come il Ciclone Harry. I due miliardi di euro di danni subiti dal Sud Italia nel gennaio 2026 sono il conto che l’ambiente ci presenta per la nostra inefficienza. In un’Italia in ‘bancarotta idrica’, sprecare cibo significa gettare acqua dolce ed energia che non abbiamo più". “Il sistema si è rotto, perché, in fondo, sta bene così com’è a chi lo gestisce", spiega Ciarloni. "Oggi il cibo buono -continua- finisce per valere meno dell'immondizia. La gestione dei rifiuti, infatti, è un sistema industriale finanziato e strutturato; il salvataggio del cibo, invece, è delegato al sacrificio permanente di volontari che usano i propri mezzi e i propri garage come magazzini. Finché il recupero sarà trattato come un ‘favore marginale’ e non come un lavoro sociale professionale, non ci sarà mai una vera economia circolare". Foodbusters Odv è la prova di questo paradosso. Nonostante esista dal 2017 grazie a una rete concreta di virtuosi – sposi, ristoratori e aziende che scelgono di non sprecare - l’associazione non dispone ancora di una sede stabile. “Abbiamo sperimentato 16 mesi di burocrazia solo per ottenere l'uso limitato (1,5 ore a settimana circa) di un auditorium, uno spazio inadatto per gestire eccedenze alimentari", denuncia Ciarloni. “Senza una sede reale è impossibile coinvolgere i giovani o attivare il Servizio Civile. È l’ipocrisia di un Paese che celebra la sostenibilità a parole, ma ne nega le infrastrutture minime nei fatti", aggiunge ancora. Solo da qualche anno, dopo un percorso burocratico sfibrante, l’associazione ha ottenuto un furgone elettrico in comodato d’uso dal Comune di Falconara Marittima (An), ma l’operatività resta affidata “all'eroismo” dei singoli. "Le app antispreco non recuperano cibo: lo vendono. Trasformano l'eccedenza in profitto residuo per l’esercente, mescolando spesso prodotti avanzati con altri preparati ad hoc. Il messaggio è devastante: il cibo resta merce, mai bene comune da redistribuire gratuitamente a chi ne ha bisogno", spiega Ciarloni. Le mense scolastiche sono uno dei casi esemplari nello spreco alimentare: si butta il 30% del cibo. Un attacco frontale viene rivolto al sistema educativo: “Veniamo invitati nelle scuole a parlare di ambiente, - prosegue Ciarloni - ma nelle mense scolastiche si butta ancora il 30% del cibo preparato (il 17% dai piatti e il 13% di cibo intatto). Non esiste alcun caso in cui, dopo i nostri incontri, le istituzioni abbiano attivato un recupero strutturale. Parlare di ambiente ai giovani senza dare l’esempio pratico nelle proprie mense è pura retorica che offende le nuove generazioni". Ma ecco le proposte di Foodbusters Odv per il 2026 per uscire dalla marginalità. Professionalizzazione del recupero: il recupero deve diventare un servizio professionale remunerato, finanziato da una quota fissa del gettito Tari. Sedi operative obbligatorie per chi si occupa di recupero: obbligo per i Comuni di fornire spazi stabili e idonei alle Odv per garantire vita associativa e servizio civile. E ancora obbligo di cessione gratuita per la gdo sul modello francese. Trasformare la donazione in obbligo, eliminando il greenwashing del rifiuto e le frodi alimentari. Ma chi sono i 'Foodbusters'? Gli acchiappacibo sono una comunità operativa di recupero cibo di qualità. Questo progetto nasce nel 2016 ad Ancona dall’idea di Diego Ciarloni, supportato dalla moglie Simona Paolella i quali, ognuno con la propria esperienza (rispettivamente nella comunicazione, nella psicoterapia), hanno deciso di dichiarare guerra allo spreco di cibo durante gli eventi: dai matrimoni ai meeting aziendali, dai compleanni alle feste di laurea, agli addii al celibato, ecc. Indossati i panni dei 'Foodbusters', gli operatori acchiappacibo, una volta recuperate le eccedenze alimentari, hanno il compito di trasportarle, seguendo tutte le regole igenico sanitarie, nel giro di poche ore ad enti caritatevoli, case famiglia, ecc., ad uso e consumo dei meno fortunati. Ogni evento avrà traccia on line in tempo reale, dal recupero degli alimenti fino alla consegna del cibo all’ente “sociale” più vicino o indicato. Oggi i Foodbusters sono attivi in tutta Italia e hanno operato centinaia di interventi oltre che nelle Marche, anche in Sicilia, Umbria, Emilia Romagna e Abruzzo.
(Adnkronos) - Gli italiani stanno migliorando sul fronte dello spreco alimentare (-10,3% rispetto ad un anno fa), arrivando a 554 grammi di cibo gettato a testa ogni settimana, ‘solo’ 79,14 grammi al giorno. Ma la somma delle perdite e degli sprechi alimentari vale oltre 13 miliardi e mezzo (dati elaborati dall’Università di Bologna - Distal / Waste Watcher sulle fonti di riferimento), 7 miliardi e 363 milioni solo nelle case degli italiani. Sono i dati contenuti nel 'Caso Italia 2026', il nuovo Rapporto dell’Osservatorio Waste Watcher International diffuso in vista della 13esima Giornata nazionale di Prevenzione dello spreco alimentare, 5 febbraio 2026, indetta dalla campagna pubblica di sensibilizzazione Spreco Zero. Waste Watcher ha monitorato il comportamento degli italiani nel mese di gennaio 2026, attraverso l’indagine condotta con metodo Cawi, promossa da Spreco Zero con l’Università di Bologna - Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agroalimentari e Last Minute Market su monitoraggio Ipsos - Doxa (campione di 2000 casi rappresentativi della popolazione generale). Più nel dettaglio, stando al report, l’Italia, in linea con la rilevazione dello scorso settembre relativa all’estate 2025, segna un miglioramento deciso rispetto ai dati di un anno fa: sprechiamo infatti 554 grammi di cibo pro capite ogni settimana, ovvero 63,9 grammi in meno rispetto al dato del febbraio 2025 (617,9 g). La performance più brillante è firmata dai Boomers che fissano lo spreco settimanale pro capite medio a 352 grammi, superando, in anticipo di quattro anni, l’esame dell’Agenda 2030, quando a tutti gli italiani sarà chiesto di gettare mediamente non più di 369,7 grammi a testa ogni settimana per centrare l’obiettivo 12.3 sullo spreco alimentare. Più indietro restano le famiglie della Generazione Z, posizionate a quota 799 grammi di spreco settimanale medio pro capite, le famiglie Millennials, con 750 grammi settimanali pro capite, e quelle della Generazione X, con 478 grammi settimanali pro capite. Emerge in chiave quasi plebiscitaria la cura per la preparazione dei pasti, un tratto distintivo mediterraneo e italiano: una abitudine di vita cui si dedica ogni giorno l’88% degli italiani. Solo il 4% degli italiani dichiara di non cucinare perché non ama farlo. E per la prima volta risulta praticamente unanime la consapevolezza intorno al tema 'spreco': il 94% degli italiani certifica la sua attenzione alla questione e, di questa moltitudine di cittadini, il 63% getta qualcosa meno di 1 volta a settimana, solo il 14% spreca quasi quotidianamente. Già da questi dati si delinea un divario generazionale piuttosto marcato: il 29% della Generazione Z spreca almeno una volta a settimana, contro appena il 6% dei Boomers. Spiega il direttore scientifico dell’Osservatorio Waste Watcher International Andrea Segrè, fondatore della Giornata nazionale di Prevenzione dello spreco alimentare: "I dati del Rapporto Waste Watcher 2026 ci dicono con chiarezza che la sfida dello spreco alimentare non si vince contrapponendo le generazioni, ma mettendole in relazione. I Boomers oggi sono la locomotiva della prevenzione: hanno interiorizzato nel tempo competenze di cura, di gestione del cibo e di riuso che li portano già vicino agli obiettivi dell’Agenda Onu 2030. La Generazione Z, invece, è più fragile sul piano organizzativo ma possiede un capitale decisivo: la padronanza degli strumenti digitali e la disponibilità al cambiamento. È qui che nasce l’intelligenza intergenerazionale: quando l’esperienza incontra la tecnologia, quando il sapere pratico dei più anziani viene tradotto in nuovi linguaggi dai più giovani. Solo favorendo questo scambio - nelle famiglie, nelle scuole, nelle comunità e anche nei luoghi del cibo fuori casa - possiamo davvero dimezzare lo spreco alimentare entro i prossimi quattro anni, come chiede la Campagna Spreco Zero. Lo spreco non è solo una questione di consapevolezza, ma di competenze condivise: e il futuro passa dalla capacità di farle circolare tra le generazioni". Tornando ai dati, si spreca meno al Nord (516 grammi settimanali, -7%), di più al Sud (591,2 grammi settimanali, +7%) e poco di più al Centro (570,8 grammi settimanali, +3%); più virtuose le famiglie con figli (-10%) e i Comuni fino a 30mila abitanti (-8%). In cima ai cibi più sprecati svettano la frutta fresca (22,2 g a settimana), la verdura fresca (20,6 g) e il pane fresco (19,6 g), seguono l’insalata (18,8 g) e cipolle/aglio/tuberi (17,2 g).