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(Adnkronos) - Un 'super ceppo' MenB - che forse si è evoluto diventando più trasmissibile - potrebbe essere all'origine dell'epidemia di meningite scoppiata nel Regno Unito nella contea del Kent, definito per dimensione "un evento senza precedenti", anomalo soprattutto per la meningite batterica di tipo B confermata in un primo gruppo di casi confermati. Per ora è soltanto una teoria, ma la stanno prendendo in considerazione alcuni esperti citati da 'The Bmj'. "E' un'ipotesi, ma stiamo indagando" sulla possibilità che "questo ceppo abbia acquisito la capacità di diffondersi più rapidamente", spiega Emma Wall, professoressa di Malattie infettive della Queen Mary University di Londra. "Altrimenti - aggiunge - sospetto che la causa" del boom di contagi "sia da attribuire alla trasmissione iniziale a sconosciuti nella discoteca" di Canterbury da dove sarebbe partito tutto "e alle difficoltà nel tracciamento dei contatti". "La domanda più interessante" che questa epidemia solleva è proprio come abbia fatto a 'correre' tanto velocemente, riflette Wall. "Le epidemie di meningite A nel Sahel", regione semi-arida che si estende dal Senegal nell'Africa occidentale al Sudan e all'Eritrea nell'Africa orientale, "possono comprendere migliaia di casi, ma la meningite B non ha mai causato un'epidemia di queste dimensioni prima d'ora", sottolinea la specialista. In Uk focolai causati dal ceppo batterico B della meningite (MenB) si sono già verificati in passato, viene ricordato sul Bmj, ma con un numero di casi limitato o nell'arco di più anni. Questa volta è diverso e l'idea che c'entri un ceppo mutato è venuta anche a Robin May, responsabile scientifico dell'Agenzia britannica per la sicurezza sanitaria (Ukhsa). "Ciò che è particolarmente notevole e inaspettato in questo caso è l'elevato numero di contagi, tutti originati da quello che sembra essere un singolo evento", ha affermato intervenendo a 'Bbc Breakfast'. May, si legge nell'articolo del Bmj, ha suggerito due possibili spiegazioni: "Una possibilità è che dipenda dai comportamenti individuali delle persone, l'altra è che il batterio stesso si sia evoluto per essere più efficace nella trasmissione". Anche secondo Andrew Preston, professore di Patogenicità microbica all'università di Bath, "l'epidemia nel Kent è sorprendentemente diversa" e ciò fa pensare che qualcosa potrebbe essere cambiato. "Un mutamento improvviso nel quadro di una malattia infettiva può essere il segnale di un cambiamento nel microrganismo responsabile", dice a The Bmj. L'esperto evidenzia che "il Kent ha già dimostrato questo fenomeno in passato", in piena pandemia: "L'improvviso picco di casi Covid in questa regione nell'autunno del 2020 è stato dovuto all'emergere della variante Alfa" di Sars-CoV-2. "Diversi ceppi di MenB possono variare nella loro virulenza, ma attendiamo la caratterizzazione del ceppo responsabile di questa epidemia", precisa Preston. Secondo quanto comunicato dall'Ukhsa, le analisi preliminari indicano che il ceppo di meningococco B responsabile dell'ondata di contagi nel Kent è simile a quelli che "circolano nel Regno Unito da circa 5 anni", però "è necessaria un'analisi dettagliata", ha puntualizzato l'agenzia. Per Preston alcuni comportamenti riferiti nel locale collegato all'epidemia, come la condivisione di bevande e sigarette elettroniche, possono aver "favorito un'elevata trasmissione". E siccome "è difficile immaginare che quanto accaduto nella discoteca di Canterbury non avvenga in tutto il Paese tra studenti e giovani", questo caso dovrebbe offrire spunti di riflessione alle autorità sanitarie. "Attualmente le cause di questa epidemia esplosiva sono sconosciute, ma è importante comprenderle per migliorare le potenziali misure di controllo delle infezioni", esorta lo specialista. Wall rammenta che la trasmissione del meningococco B si osserva solitamente all'interno delle famiglie e tra studenti che vivono a stretto contatto, e si verifica tipicamente attraverso lo scambio di saliva (ad esempio con i baci) e la condivisione di droghe, cibo o e-cig. Si tratta tuttavia di focolai "in genere facili da contenere perché il tracciamento dei contatti è semplice", mentre nell'epidemia del Kent la 'miccia' si è accesa a quanto pare in una discoteca, complicando la situazione: "Molte più persone sono state esposte e la trasmissione è stata molto più ampia, il che ha reso molto più difficile il tracciamento dei contatti e il contenimento. Sarebbe potuto accadere ovunque", ma resta "un evento senza precedenti e capire la fonte della trasmissione multipla nel locale sarà fondamentale". Perché proprio lì? E perché ora? Paul Hunter, professore di Medicina alla Norwich Medical School, chiama in causa "la concomitanza di una serie di eventi casuali: una o più persone portatrici di un sottotipo particolarmente virulento" di MenB, in altre parole dei 'super diffusori', insieme "in una discoteca molto affollata con adolescenti provenienti da tutto il Paese che potrebbero non essere stati esposti al meningococco in precedenza". Ma l'epidemia è davvero sotto controllo come hanno dichiarato a 'The Guardian' funzionari coinvolti nella gestione dell'emergenza? "In questo caso il contenimento è complesso - risponde Well su Bmj - poiché il tracciamento dei contatti è molto difficile data l'elevata quantità di persone coinvolte. I frequentatori del locale notturno non si conoscevano necessariamente tra loro né avevano i rispettivi recapiti, quindi è difficile individuare tutti quelli che ci sono stati e offrire loro la profilassi" antibiotica. Senza contare che "in condizioni di salute precarie i pazienti non sono in grado di fornire informazioni su chi conoscevano e hanno visto nel locale", e che "amici e familiari potrebbero non sapere che si trovavano lì, ad esempio, studenti che escono di nascosto da scuola". Ecco perché "la campagna di vaccinazione e l'offerta di antibiotici sono state ampliate. Il contenimento - conclude l'esperta - si determina con la cessazione di nuovi casi, ma può essere previsto in base all'efficacia del tracciamento dei contatti e alla copertura vaccinale o antibiotica di tutti i gruppi potenzialmente a rischio".
(Adnkronos) - Alis e Cir, Consiglio italiano per i rifugiati Ets, hanno siglato una convenzione di collaborazione con l’obiettivo di promuovere e realizzare iniziative congiunte volte a favorire l’inclusione socio-lavorativa di richiedenti asilo, titolari di protezione internazionale e migranti, attraverso percorsi formativi e di inserimento professionale nelle imprese associate. “L’accordo di collaborazione tra Alis e Cir - ha dichiarato il direttore generale di Alis, Marcello Di Caterina - si inserisce nel quadro del nostro impegno associativo per una crescita economica che sia al tempo stesso anche sociale e inclusiva e rappresenta un passo importante per valorizzare le competenze e le potenzialità di persone che cercano una nuova opportunità di vita e di lavoro nel nostro Paese. La collaborazione, già partita con la presenza di Cir all’interno del padiglione dedicato al sociale e al terzo settore durante l’ultima edizione di LetExpo a Verona, prevede inoltre una serie di azioni tra cui la progettazione e realizzazione di programmi di formazione professionale mirati, la promozione di tirocini e opportunità occupazionali nelle aziende aderenti ad Alis, l’organizzazione di eventi informativi e di sensibilizzazione sul tema dell’inclusione lavorativa, nonché la condivisione di buone pratiche e strumenti utili a facilitare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro. Riteniamo che l’inserimento socio-lavorativo sia una grande occasione anche per le imprese: significa arricchire i nostri contesti produttivi e contribuire alla costruzione di una società più integrata e coesa, attraverso iniziative e progetti che uniscano competitività e solidarietà”. “Questa convenzione - ha dichiarato il presidente del Consiglio italiano per i rifugiati, Roberto Zaccaria - rappresenta per noi un passo concreto verso l’inclusione socio-lavorativa di richiedenti asilo, rifugiati e migranti nel nostro Paese. Mettendo in relazione i loro bisogni e competenze con le opportunità lavorative siamo convinti rappresenti un importante valore aggiunto anche per il settore produttivo. Il lavoro è veicolo di autonomia e partecipazione attiva nella comunità, e può diventare un potente fattore di coesione quando è accompagnato da percorsi formativi adeguati e da un coinvolgimento responsabile delle imprese. La collaborazione con Alis, avviata già con la nostra partecipazione al recente evento fieristico LetExpo, consente di valorizzare le competenze dei richiedenti asilo, titolari di protezione internazionale e migranti favorendo un incontro consapevole tra persone e aziende, promuovendo percorsi di inclusione e permettendo loro di partecipare positivamente alla vita economica e pubblica”.
(Adnkronos) - Ogni anno nell’Unione europea vengono prodotti circa 229 milioni di tonnellate di rifiuti urbani. Nel 2023, il 30% è stato avviato a riciclo, il 20% a trattamento biologico, il 27% a recupero energetico, mentre il 23% è finito in discarica, secondo le più recenti rilevazioni Eurostat sulla gestione dei rifiuti urbani. La gestione segue modelli diversi tra gli Stati membri, ma la quota di rifiuti che torna effettivamente a essere materia resta limitata. La Giornata mondiale del riciclo (che si celebra oggi, 18 marzo) si inserisce in questo contesto, dove la raccolta rappresenta solo una fase iniziale. Il passaggio determinante è quello che porta i materiali a rientrare nei cicli produttivi. È su questo livello che si misura l’efficacia complessiva del sistema, al di là delle percentuali di raccolta. Nel 2024, secondo Eurostat, il 12,2% dei materiali utilizzati nell’Unione europea proviene da riciclo. L’indicatore – circular material use rate – è cresciuto di 0,1 punti percentuali rispetto al 2023 e di un punto rispetto al 2015. Il valore più elevato è stato registrato nei Paesi Bassi (32,7%), seguiti da Belgio (22,7%) e Italia (21,6%), mentre Romania si ferma all’1,3% e Irlanda e Finlandia intorno al 2%. All’interno di questo quadro, l’Italia presenta livelli superiori alla media europea per quanto riguarda l’utilizzo di materiali riciclati e il riciclo complessivo dei rifiuti. Il dato sulla raccolta differenziata dei rifiuti urbani ha raggiunto il 67,7% nel 2024, mentre il tasso di riciclo calcolato secondo la metodologia europea si attesta al 52,3%, in crescita rispetto al 50,8% dell’anno precedente, secondo il Rapporto rifiuti urbani elaborato da Ispra. La distanza tra raccolta e riciclo effettivo riflette le caratteristiche della filiera. Una parte dei materiali raccolti non viene trasformata in nuove materie prime per via della qualità, della presenza di frazioni non riciclabili o dei limiti delle tecnologie disponibili. Se si amplia il perimetro oltre i rifiuti urbani, il posizionamento italiano cambia scala. Il sistema nazionale tratta complessivamente circa 160 milioni di tonnellate di rifiuti, di cui 137 milioni vengono avviati a riciclo. Il tasso complessivo raggiunge l’85,6%, a fronte di una media europea del 41,2%, come evidenziato dal Rapporto sul riciclo in Italia 2025 della Fondazione per lo sviluppo sostenibile. Il dato include rifiuti speciali e industriali e restituisce la dimensione reale del settore. La capacità di recupero si distribuisce lungo filiere consolidate. Carta e cartone rappresentano uno dei segmenti più rilevanti, con 5,6 milioni di tonnellate di materia prima seconda prodotta ogni anno. Il vetro supera i 2,4 milioni di tonnellate, mentre i metalli (ferrosi e non) costituiscono una componente strutturale della manifattura. Più contenuta la produzione legata alla plastica, che si attesta intorno a 1,1 milioni di tonnellate e presenta dinamiche meno stabili rispetto alle altre filiere. In questi comparti il riciclo è integrato nei processi produttivi e contribuisce direttamente all’approvvigionamento industriale. Una quota rilevante della produzione di materie prime seconde deriva dai rifiuti di imballaggio. Il vetro proviene per circa il 66% da questo flusso, la carta e il cartone per il 54%, mentre la plastica si colloca intorno al 50%. Il modello consortile ha accompagnato lo sviluppo di queste filiere, sostenendo la raccolta e assicurando continuità nei conferimenti agli impianti. Nel complesso, il riciclo degli imballaggi in Italia si colloca su livelli superiori agli obiettivi europei fissati al 2025 e al 2030, come indicano i più recenti dati Conai. Carta, vetro e metalli si attestano stabilmente sopra le soglie richieste, mentre la plastica presenta risultati più contenuti. A fronte di volumi raccolti elevati, il riciclo effettivo resta inferiore, con una quota significativa destinata ad altre forme di gestione, tra cui il recupero energetico. Il ruolo industriale del riciclo emerge anche nel confronto europeo sull’utilizzo circolare dei materiali: nel 2024 l’Italia raggiunge il 21,6%, quasi il doppio della media Ue, secondo le elaborazioni Eurostat. Il quadro europeo è definito da una combinazione di obiettivi normativi e condizioni di mercato. La normativa comunitaria fissa target progressivi per il riciclo dei rifiuti urbani (55% entro il 2025 e 60% entro il 2030) e per gli imballaggi, con soglie rispettivamente del 65% e del 70%. Il raggiungimento di questi obiettivi varia tra gli Stati membri, in funzione della struttura dei sistemi di gestione, della disponibilità di impianti e della capacità di assorbire i materiali recuperati all’interno dell’assetto produttivo. Le differenze tra Paesi riflettono modelli economici distinti. Nei Paesi Bassi, dove il tasso di utilizzo circolare supera il 30%, la circolarità è sostenuta da una forte integrazione tra logistica, industria e recupero dei materiali, in particolare nei settori delle costruzioni e dei minerali. Un’impostazione simile, seppur con intensità diverse, si osserva in Belgio e in Italia, dove la presenza di filiere consolidate consente un maggiore assorbimento di materie prime seconde all’interno della manifattura. All’estremo opposto si collocano Romania, Irlanda e Finlandia, con livelli di circolarità compresi tra l’1% e il 2%, secondo i dati Eurostat. In questi casi incidono fattori diversi: la minore dotazione impiantistica, una più debole integrazione tra gestione dei rifiuti e industria, oppure – come nel caso della Finlandia – la forte incidenza di biomasse e materiali energetici, che riduce il peso delle materie riciclate sull’insieme dei flussi materiali. Tra questi poli si collocano economie come Germania, Francia e Spagna, con livelli intermedi ma dinamiche differenti. La Germania mantiene una struttura di riciclo avanzata, ma l’elevato consumo complessivo di materiali ne riduce l’incidenza relativa. La Francia presenta una buona capacità di trattamento, ma una minore integrazione industriale delle materie seconde. La Spagna, invece, ha registrato progressi più recenti, legati allo sviluppo delle infrastrutture e delle politiche ambientali. Il riciclo si sviluppa in presenza di una domanda industriale strutturata. Nei Paesi con una base manifatturiera più ampia, i materiali recuperati trovano più facilmente uno sbocco. In altri contesti, il sistema resta più esposto alle oscillazioni dei prezzi delle materie prime e dell’energia, con effetti sulla continuità delle filiere. Questo elemento contribuisce a spiegare perché, a parità di raccolta o capacità di trattamento, i livelli di circolarità possano divergere in modo significativo. Nel 2024 gli scambi intra-Ue di materiali riciclabili hanno raggiunto circa 84 milioni di tonnellate, per un valore di circa 50 miliardi di euro. Il dato evidenzia il peso economico del settore e il grado di integrazione tra i mercati europei. Allo stesso tempo, le dinamiche di import ed export mostrano un’organizzazione ancora in evoluzione, con flussi che si adattano alla domanda e alle condizioni economiche, e che continuano in parte a orientarsi verso Paesi extra-Ue. In questo contesto si inserisce il percorso normativo avviato dalla Commissione europea con il Circular Economy Act, destinato a rafforzare il mercato delle materie seconde attraverso l’armonizzazione delle regole e l’incremento della domanda di materiali riciclati. Il processo, avviato nel 2025, prevede una proposta legislativa entro il 2026 e un successivo iter di approvazione. La qualità dei materiali, la presenza di standard condivisi e la stabilità della domanda restano fattori determinanti. La definizione dei criteri per la cessazione della qualifica di rifiuto – End of Waste – rappresenta uno degli strumenti principali per consentire ai materiali recuperati di essere reimmessi sul mercato come prodotti, riducendo le incertezze regolatorie e favorendo la circolazione delle materie seconde tra gli Stati membri.