(Adnkronos) - "Il tributo di affetto che ha accompagnato la scomparsa di Umberto Bossi dovrebbe far riflettere su tutto quello che resta (e su tutto quello che invece svanisce) all’indomani di una grande battaglia politica. Poiché il leader storico della Lega fu controverso, abrasivo, provocatorio finché ebbe vita e leadership. E divenne poi all’indomani della malattia e di molte sconfitte un’icona. L’immagine di quello che avrebbe voluto/potuto essere più che l’onesto racconto di quel che era stato. Negli anni in cui ci è capitato di frequentarci sotto la volta di quella costruzione politico-governativa a cui era stato dato il nome di 'casa delle libertà' non abbiamo mai avuto rapporti facili. I nostri insediamenti erano agli antipodi, e così molti dei nostri argomenti. C’era in lui una sorta di timidezza recondita che rendeva meno facile il dialogo. E un gusto della controversia che a volte favoriva apertamente il litigio. Per me, lui era l’espressione di un malessere 'antipolitico' che andava curato con il cipiglio e la severità. Per lui, il mio mondo - quello 'postdemocristiano' - era il residuo di un passato che doveva essere accompagnato alla porta non senza una certa ruvidezza di modi. Parliamo di anni lontani, quelli tra il 2001 e il 2006, di cui si è finito per perdere il senso e il ricordo. A distanza di così tanto tempo appare quasi vano ricordare quegli argomenti e quelle polemiche. Tanto più che il significato (e il valore) della parabola di Bossi andrebbe ricercato risalendo ancora più indietro nel tempo. Quando egli cercò di dare voce al malessere del nord contro l’altra metà del paese e poi ancora di dare sbocco alla troppo facile rabbia del 'popolo' contro l’establishment politico che s’era illuso di sapere come governarlo. Bossi fu il 'nordista' che denunciò il progressivo venir meno dell’insediamento in quei luoghi delle forze di governo dell’epoca. E fu il leader territoriale che evocò lo spopolamento della rappresentanza affidata fin lì alle cure dei partiti storici. Nel suo procedere istintivo, non ideologico, quasi nasometrico, aveva individuato i punti deboli dell’ultima versione della prima Repubblica. Quella, appunto, dove i partiti governavano gli elettori servendoli e qualche volta 'comprandoli'. Salvo distaccarsene in nome dell’eternità dei loro insediamenti storici. Quel vuoto sbriciolò antichi e gloriosi palazzi che sembravano poter sfidare l’eternità. E quel crollo richiamò il bisogno insoddisfatto di nuovi riferimenti, da cercare il più lontano possibile. Così, nel deserto che s’era esteso in quegli anni di passaggio Bossi ebbe l’abilità e la destrezza di intravedere il vuoto riempiendolo con parole d’ordine e luoghi comuni che sembrassero i più lontani possibile da quelli che erano andati per la maggiore fino a un attimo prima. E’ paradossale che questa azione così volutamente distruttiva abbia messo capo a un partito che anni dopo, ai nostri giorni, sarebbe poi stato raccontato come il più longevo di tutti. Ed è paradossale anche che il suo leader storico ne sia finito ai margini, senza neppure la consolazione di quegli onori un po’ ipocriti che solitamente accompagnano i tramonti delle leadership. Solitario, confinato in una villetta periferica e ascoltato sempre più di rado dai suoi stessi successori. A conferma del fatto che, quando una stagione finisce, per gloriosa che possa essere stata, sarebbe bene non illudersi troppo di perpetuarla. Come si dice sempre in questi casi, sarà la storia a emettere il suo verdetto. E dunque forse è più giusto fermarsi qui. Sia per quanti hanno amato Bossi e tifato per lui. Che per quanti invece lo salutano oggi senza far finta di essere diventati tutti a un tratto troppo compiacenti". (di Marco Follini)
(Adnkronos) - "I consulenti del lavoro, così come i professionisti, svolgono una funzione essenziale nel Paese. Sono un pezzo fondamentale dell'economia della conoscenza, molto spesso addirittura si sostituiscono allo Stato e per questo vanno solo ringraziati per ciò che fanno a tutela della legalità del lavoro, per evitare forme di abusi e distorsioni". Lo dichiara Chiara Gribaudo, presidente della Commissione di Inchiesta sulle Condizioni di Lavoro Camera dei Deputati, intervenuta al congresso interregionale dei consulenti del lavoro Piemonte e Valle d'Aosta a Torino. "E' fondamentale -aggiunge- anche in questo tempo in cui l'intelligenza artificiale impatta pesantemente, riuscire a sostenere il loro lavoro. Io credo che le loro professionalità, la qualità degli ordini professionali, debbano essere valorizzate non in modo conservativo bensì multidisciplinare e avanzato; non basta cioè la neutralità fiscale ma servono, ritengo, incentivi al lavoro di qualità, al sostegno alla multidisciplinarietà e, fatemelo dire, anche un sostegno al welfare dei professionisti in modo più attuale". "In particolare mi riferisco alle donne, che rappresentano un pezzo fondamentale di questa economia della conoscenza ma che subiscono, talvolta per maternità, ma talvolta magari per il lavoro di cura, un taglio essenziale dei propri redditi. E' fondamentale quindi sostenere le donne professioniste in questo Paese", conclude.
(Adnkronos) - "L’integrazione tra la cultura aziendale e strategica di A2a e la Just transition è avvenuta incrociando tre dimensioni, quella organizzativa, quella economico - finanziaria e quella culturale, in questo modo siamo riusciti a considerare la Just transition come un passaggio del nostro piano industriale nella valutazione dei nostri investimenti”. Lo ha detto Roberto Tasca, Presidente di A2a, intervenendo oggi a Roma a ‘Stakeholder engagement. Misurare l’impatto per creare valore’, l’evento del Gruppo - realizzato in collaborazione con Assonime e con il contributo di partner strategici quali The European House Ambrosetti e Sda Bocconi School of Management di Milano - dove è stato presentato l’Engagement Value Index report. Poi entra nel dettaglio: “In merito alla dimensione organizzativa, e successivamente a quella economico - finanziaria, ci siamo dotati di una funzione interna che si occupasse strettamente di declinare per noi questi temi con una visione e una rilevanza internazionale. Lo abbiamo fatto trasformando le nostre analisi degli investimenti in processi che tengono conto di questi elementi. Just transition vuol dire, fondamentalmente, occuparsi del futuro del nostro pianeta, delle nostre comunità e dei nostri territori, quindi abbiamo poi cercato di sintetizzare nel nostro piano, che è un piano decennale, quelle che sono le indicazioni”. “Quanto alla terza dimensione - prosegue ancora Tasca - è la dimensione culturale. Abbiamo operato a livello aziendale affinché questi temi fossero compresi, conosciuti e approfonditi e soprattutto affinchè si superasse quel grado di diffidenza che un po' li governa; ovvero: anche oggi, a seguito di quelli che sono i cambiamenti politici europei e internazionali e quelli che sono anche i fattori critici geopolitici del momento, vediamo come in realtà ci sia una resistenza psicologica, anche ad affrontare queste tematiche, legata soprattutto al fatto che si ritengono molto lontane da noi, ecco perché, anche con un passaggio culturale importante, abbiamo lavorato su questo” conclude.