(Adnkronos) - Pontida si compatta e si divide allo stesso tempo nel giorno dell’addio a Umberto Bossi, il fondatore della Lega scomparso giovedì scorso a 84 anni, tra cori che invocano alla “Padania libera” e contestazioni ad alcuni politici presenti, tra cui il vicepremier e leader del Carroccio, Matteo Salvini. Il clima si avverte subito fuori dall’abbazia di San Giacomo, a meno di due ore dall’inizio dei funerali, con il popolo leghista già schierato dietro le transenne: foulard, camicie verdi, bandiere della Lega lombarda con Alberto da Giussano e magliette con il volto del Senatur. I cori, quelli di sempre, “Roma ladrona, il Nord non perdona” e “Padania libera”, scandiscono come il suo popolo sia ancora profondamente fedele alla figura del fondatore. Su uno dei lati della chiesa, uno striscione con la scritta verde riassume il pensiero della base: “Grazie capo, la tua storia vivrà sempre con noi”, firmato dalla sezione di Pontida. Tra i primi esponenti istituzionali e di partito ad arrivare il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, visibilmente commosso e impegnato ad accogliere ospiti e amici per tutta la mattinata, e il capogruppo al Senato Massimiliano Romeo. Tra i presenti anche Roberto Calderoli, Gian Marco Centinaio, Maurizio Fugatti, Attilio Fontana, Massimiliano Fedriga, Felice Confalonieri, Marcello Dell’Utri, Daniela Santanchè, Roberto Castelli, Mario Monti, Maurizio Lupi, Letizia Moratti, Irene Pivetti e Antonio Angelucci. Mentre Romeo rivendica la necessità di proseguire il percorso tracciato da Bossi: “La Lega deve andare avanti sulla strada di un partito nazionale, ma la questione del Nord deve essere ripresa con più forza”. L’arrivo dell’ex governatore veneto Luca Zaia è accolto da un applauso spontaneo e da cori con il suo nome, un segnale di quanto la sua figura, ancora oggi, rappresenti per molti le battaglie originarie della Lega. Lo stesso non può dirsi per il leader del Carroccio, Matteo Salvini, arrivato con la compagna Francesca Verdini, in completo nero con camicia verde e spilla di Alberto da Giussano, accolto da una parte dei militanti con urla e slogan: “Molla la camicia verde” e “vergogna”. Segnali di una frattura mai del tutto ricomposta tra il partito delle origini e quello attuale. Ancora più esplicite le parole dell’ex ministro della Giustizia, Roberto Castelli, oggi alla guida del partito popolare del Nord, che parla apertamente di “tradimento” dell’eredità bossiana: “La Lega di Salvini non è la Lega. Quella roba lì è un altro partito”. Un giudizio accompagnato dal ricordo del fondatore come colui che “ha risvegliato una coscienza di popolo”. E le contestazioni non mancano anche per alcune figure istituzionali: il senatore a vita Mario Monti viene accolto da cori ostili e fischiato tra “vergognati”, “vai via”, e “venduto”, così come la ministra del Turismo Daniela Santanchè. Diverso il clima all’arrivo della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e del vicepremier Antonio Tajani: applausi, cori “Giorgia, Giorgia” e slogan “Secessione”, “Padania libera” accompagnano il loro ingresso. L’arrivo del feretro è uno dei momenti più sentiti: tutto il paese sembra fermarsi mentre il suono delle cornamuse, gli applausi, le urla “Viva Bossi” e il nome “Umberto” vengono scanditi dalla folla. Accanto alla bara, la moglie Manuela e i figli. Un cuscino di rose e fiori bianchi e la bandiera della Lega con il sole e le Alpi sono adagiati sul feretro. Attorno, un silenzio rotto solo dagli applausi e dai cori. La cerimonia si svolge in forma semplice, senza cerimoniale o posti riservati, se non per la famiglia e pochissime alte cariche istituzionali. Durante la funzione è il ministro Giancarlo Giorgetti a leggere un brano dal libro del profeta Ezechiele mentre il figlio di Bossi, Renzo, legge un brano dalla seconda lettera di San Paolo Apostolo ai romani. Nella sua omelia, l’abate Giordano Rota ricorda come la preghiera sia un modo “per sentire il fratello Umberto ancora vicino”. All’esterno nessun maxischermo, come previsto, ma l’audio diffuso per chi resta fuori, mentre qualche curioso si affaccia da balconi e finestre per l’ultimo saluto a Bossi. Il verde è il filo conduttore della giornata: foulard al collo, cravatte, camicie, dettagli su borse e magliette, bandiere che riempiono lo spazio davanti all’abbazia raccontano di una comunità ancora fortemente legata agli ideali del partito fondato dal Senatur. Ma è nel momento finale che emergono con più forza le tensioni interne. All’uscita del feretro, accompagnato dalle note di “Va’ pensiero’ dal Nabucco intonate dal coro degli alpini — scelta simbolica, coerente con la lettura che Bossi dava dell’opera di Verdi — una parte dei militanti torna a far sentire la propria voce. “Abbiamo un sogno nel cuore: bruciare il tricolore”, intonano alcuni presenti mentre la bara lascia la chiesa al fianco dei familiari e delle istituzioni, tra cui Giorgia Meloni. A tentare di riportare la calma è ancora Giancarlo Giorgetti, che interviene al microfono con un appello: “Per cortesia”. Pochi istanti dopo, la tensione si concentra nuovamente su Matteo Salvini. “Bacio di Giuda” e “traditore” sono le accuse che gli vengono rivolte da alcuni militanti quando, all’uscita, si avvicina alla moglie del Senatur, Manuela, per darle un bacio sulla tempia. Un gesto che scatena nuove proteste nel piazzale antistante la chiesa, tra chi contesta anche la scelta di indossare la camicia verde. “L’ha rinnegata più di dieci anni fa” osserva un giovane militante, indossando fiero quel colore ormai distante dall’attuale leadership. Il feretro viene poi portato nel pratone di Pontida, luogo simbolo dove dal 1990 si svolge l’annuale raduno dei militanti della Lega: un ultimo passaggio carico di militanza, appartenenza e fratture che, anche nel giorno dell’addio, restano evidenti. (dagli inviati Federica Mochi e Marco Cherubini)
(Adnkronos) - Le aziende italiane non hanno ben chiaro quali sono i costi 'nascosti' del turnover e quali sono le motivazioni che portano le persone a cambiare lavoro. E' quanto emerge dao risultati del report di Adecco e Jobpricing, visionato in anteprima da Adnkronos/Labitalia, che analizza l’impatto economico del turnover nelle aziende. In particolare, secondo la ricerca, il 33% dei lavoratori ha cambiato lavoro nell’ultimo anno, con un aumento medio del 18,1% dello stipendio. Le aziende sottovalutano infatti il peso della retribuzione, che è invece il principale motivo di dimissioni per il 43% dei lavoratori, seguito da mancata valorizzazione della carriera (36%). E non è ininfluente il ruolo della leadership. Il rapporto con il responsabile è determinante, nelle proprie scelte, per il 39% dei lavoratori. Tuttavia, le aziende lo classificano solo al 4° posto tra le cause del turnover. Ma quali sono i costi 'nascosti' del turnover? Il turnover pesa economicamente tra il 30% e il 50% della Ral (Retribuzione annua lorda) del dipendente dimissionario, ma l’88,5% delle aziende non ne calcola sistematicamente i costi. La perdita di know-how (19%) e i costi di formazione (17,6%) sono le voci più impattanti. Nelle grandi imprese, i costi del turnover aumentano al crescere del livello di responsabilità, raggiungendo il 34% della Ral per i dirigenti, contro il 21% nelle pmi. I dati sul tasso di turnover nel 2024 mostrano che quasi un’azienda su tre (28,4%) ha registrato un tasso di turnover inferiore al 3%, ma un altro 27,7% ha superato il 10%. Il 33% dei lavoratori ha infatti cambiato lavoro nel corso dell’ultimo anno. Secondo le aziende, i lavoratori cambiano lavoro per iniziare nuove esperienze in settori differenti (59%), più che per spostarsi verso la concorrenza (41%). Al momento delle dimissioni, il 66% delle aziende è disposta a ricorrere a un rilancio economico significativo per trattenere i talenti. Sempre il 66% delle imprese non ha una strategia per fronteggiare il turnover: non sono previsti piani di back up per il personale dimissionario e non sono stati attivati processi di recruiting preventivi. Non solo: l’88,5% delle aziende non dispone di una valutazione sistematica dei costi generati dal turnover. Su una scala da 1 a 10, ecco i costi più impattanti secondo le aziende: perdita di know-how e inefficienze (7,7); costi di formazione per una nuova risorsa (7,2); mancata esecuzione di attività (6,6). Secondo l'analisi le aziende italiane stimano il costo di una vacancy al 26% della Ral del dipendente uscente, con un impatto economico che varia sensibilmente in base al ruolo (da una media di 33.383 euro per un dirigente a 8.074 euro per operai non specializzati); In valore assoluto si tratta di circa 15.000 euro in media per vacancy. Ma secondo le analisi di mercato il costo del turnover si colloca tra il 30% e il 50% della Ral del dipendente dimissionario. Dall’analisi di Adecco emerge quindi come i costi legati alla perdita di know-how del dipendente dimissionario e alle relative inefficienze rappresentino circa il 19% del costo totale del turnover, risultando dunque i più impattanti, seguiti dai costi legati alla formazione delle nuove risorse (17,6%) e a quelli dovuti alla mancata esecuzione delle attività (16,2%). Le aziende tendono a sottostimare il costo reale del turnover anche a causa della mancanza di calcoli sistematici. Ciò, unito alla scarsità di piani di backup e recruiting preventivo, denota un approccio poco strategico al tema. Mentre le pmi registrano un costo del turnover in rapporto alla Ral sostanzialmente costante e omogeneo – con una lieve incidenza maggiore solo per i ruoli meno specializzati – le grandi aziende mostrano un andamento lineare crescente. La ricerca Adecco evidenzia, infatti, una correlazione positiva: nelle grandi organizzazioni, all’aumentare del livello di responsabilità, cresce proporzionalmente il costo di sostituzione rispetto alla Ral. Emerge così un paradosso di diseconomia di scala. Ribaltando il principio generale secondo cui la dimensione industriale genera efficienza e abbattimento dei costi, le grandi imprese italiane subiscono l’onere del turnover molto più delle pmi.
(Adnkronos) - Gruppo Cap conquista il Top Utility Award Assoluto, il riconoscimento più prestigioso assegnato alle utility italiane. Il premio è stato conferito oggi a Milano nell’ambito della presentazione del XIV Rapporto Althesys “Cambiare per crescere”, ospitata a Palazzo Turati. Il premio viene attribuito all’azienda che ha registrato le migliori performance complessive tra le 100 maggiori utility italiane, sulla base di un ampio insieme di parametri che includono sostenibilità, efficienza operativa, solidità economico-finanziaria, innovazione e capacità di generare valore per il territorio. Assegnato da Althesys, il premio Top Utility è considerato il principale riconoscimento nazionale per il settore dei servizi pubblici locali. Oltre alla vittoria del premio principale, Gruppo Cap è stata inserita nella cinquina finale di altre due categorie strategiche, il Top Utility Award Esg e il Top Utility Award Territorio & Comunità. Un traguardo che certifica la solidità del modello industriale di CAP, valorizzando da un lato l’impegno verso comunità e stakeholder, dall’altro la qualità del percorso di rendicontazione di sostenibilità, rafforzato dalla scelta di adottare volontariamente i criteri Esrs previsti dalla direttiva europea Csrd anche nell’attuale contesto di evoluzione normativa. "Ricevere il premio Assoluto nell’edizione dedicata al tema “Cambiare per crescere” ci riempie di orgoglio ed è il riconoscimento del lavoro di tutte le persone di Gruppo CAP - afferma Yuri Santagostino, presidente esecutivo dell’azienda -. In un settore complesso come il nostro, innovazione tecnologica ed equilibrio finanziario devono procedere di pari passo con la cura del territorio e l’attenzione ai criteri Esg. Essere finalisti in tre categorie e ottenere il riconoscimento più prestigioso di questa XIV edizione dimostra che il nostro approccio integrato, basato su investimenti sostenibili e ascolto delle comunità, è la strada giusta per generare valore reale per il Paese".