INFORMAZIONIFrancesca Andolfo |
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(Adnkronos) - Le persone che non mangiano carne potrebbero avere meno probabilità di raggiungere i 100 anni rispetto a chi la consuma. È quanto emerge da un recente studio, ma prima di mettere in discussione le diete vegetariane o plant-based, è importante capire cosa c’è davvero dietro questi risultati. La ricerca ha analizzato oltre 5.000 adulti cinesi di età pari o superiore a 80 anni, partecipanti al Chinese Longitudinal Healthy Longevity Survey, uno studio nazionale avviato nel 1998. Nel 2018, i dati hanno mostrato che chi seguiva una dieta priva di carne aveva meno probabilità di diventare centenario rispetto ai coetanei che mangiavano carne. A prima vista, la conclusione sembra andare contro decenni di studi che associano le diete prevalentemente vegetali a numerosi benefici per la salute: minor rischio di malattie cardiovascolari, diabete di tipo 2, ictus e obesità. Benefici legati soprattutto a un maggiore apporto di fibre e a un minor consumo di grassi saturi. Questo studio, però, si concentra su una fascia di popolazione molto specifica: gli over 80. Con l’avanzare dell’età, il corpo cambia profondamente. Diminuiscono il dispendio energetico, la massa muscolare, la densità ossea e spesso anche l’appetito. Tutto questo aumenta il rischio di malnutrizione e fragilità. Gran parte delle prove a favore delle diete vegetariane proviene da studi su adulti più giovani e in buona salute. In età molto avanzata, invece, alcune ricerche suggeriscono che chi non consuma alimenti di origine animale possa avere un rischio maggiore di fratture, anche per un apporto insufficiente di proteine e calcio. In questa fase della vita, l’obiettivo nutrizionale cambia: non è più solo prevenire malattie future, ma mantenere peso, forza muscolare e un adeguato apporto di nutrienti. C’è un elemento chiave: la minore probabilità di arrivare a 100 anni tra i non mangiatori di carne è stata osservata solo negli anziani sottopeso. Nessuna differenza significativa è emersa tra chi aveva un peso nella norma. Essere sottopeso in età avanzata è già di per sé associato a un rischio più elevato di mortalità. Il peso corporeo, quindi, sembra giocare un ruolo decisivo. Non a caso, questi risultati si inseriscono nel cosiddetto “paradosso dell’obesità”, secondo cui un peso leggermente più alto può essere protettivo negli anziani. Inoltre, lo studio è di tipo osservazionale: mostra associazioni, non rapporti di causa-effetto. Un altro dato interessante: la minore longevità non è stata riscontrata negli anziani che, pur evitando la carne, consumavano pesce, latticini o uova. Questi alimenti forniscono nutrienti essenziali per ossa e muscoli, come proteine di alta qualità, vitamina B12, calcio e vitamina D. Secondo i ricercatori, piccole quantità di alimenti di origine animale potrebbero aiutare a prevenire la perdita di massa muscolare e la denutrizione nella grande vecchiaia, rispetto a diete rigidamente vegetali. Il messaggio finale è chiaro: non esiste una dieta perfetta per tutte le età. Con il passare degli anni, il fabbisogno energetico diminuisce, ma quello di alcuni nutrienti aumenta. Le diete plant-based possono restare una scelta sana anche in età avanzata, ma richiedono maggiore attenzione, una buona pianificazione e, in alcuni casi, integrazioni mirate. In sintesi, ciò che funziona a 50 anni potrebbe non essere ideale a 90. E adattare l’alimentazione lungo il corso della vita non è un fallimento, ma una normale esigenza del corpo che cambia.
(Adnkronos) - Nel 2025 i dirigenti privati hanno superato per la prima volta i 134mila e le donne arrivano oltre il 23%. Questi due record raggiunti dai dirigenti privati in Italia secondo le proiezioni di Manageritalia sui suoi dati 2025 e quelli Inps 2024, ultimi disponibili. Questo grazie al fatto che nel 2025 i dirigenti privati del terziario sono aumentati del 3,2% e tutti quelli privati del 2%. Le donne dirigenti, che erano il 21,9% nel 2023, il 22,7 nel 2024, hanno raggiunto il 23% nell’ultimo anno. Il continuo aumento dei dirigenti privati (+ 12,4% dal 2008 per tutti dirigenti privati e +53% per i soli dirigenti privati del terziario) è incoraggiante, ma ancora insufficiente a garantire un tasso di managerialità vicino a quello dei maggiori competitor. Infatti, in Italia abbiamo meno di un dirigente (0,9) ogni cento dipendenti nel privato, rispetto ai 2-3 di Germania, Francia e Spagna. E il gap sta tutto nel basso tasso di managerializzazione delle pmi. Da noi solo il 30% delle imprese familiari ha manager esterni, contro l’80% nei più avanzati e competitivi paesi europei. Un gap anche culturale su questo aspetto oggi determinante per competere e crescere. Secondo Marco Ballarè, presidente Manageritalia, "i dati che emergono dalle nostre elaborazioni confermano una tendenza positiva per la dirigenza privata italiana, anche per quanto riguarda le donne. Nonostante questi progressi, resta evidente un gap strutturale che rallenta la competitività del nostro Paese: il nodo cruciale è la scarsa managerializzazione delle nostre Pmi. Si tratta di un gap non solo organizzativo, ma culturale, che oggi più che mai dobbiamo colmare per crescere, innovare e competere". "Per crescere, far aumentare innovazione, produttività e retribuzioni bisogna puntare su settori e business ad alto valore aggiunto e per farlo serve più managerialità. Il nostro impegno come Manageritalia è continuare a sostenere questo percorso, promuovendo competenze, cultura manageriale e inclusione, come leve decisive per lo sviluppo dell’Italia. Fattori determinanti anche per dare spazio e futuro ai giovani e alle loro competenze", conclude Ballarè.
(Adnkronos) - “I sistemi di trattamento dell'acqua possono risolvere tutti i problemi legati all'eventuale inquinamento. I sistemi di trattamento al punto d'uso, cioè quelli installati al rubinetto, vengono utilizzati principalmente per migliorare le caratteristiche organolettiche dell'acqua. Tuttavia, grazie all'adozione di particolari elementi filtranti, come i carboni attivi, membrane o microfiltri, possono anche rimuovere eventuali sostanze indesiderabili. L'importante, in questi casi, è la manutenzione periodica che deve essere effettuata e affidarsi per l'acquisto e la manutenzione ad aziende qualificate e a personale adeguatamente formato”. Sono le parole di Giorgio Temporelli, esperto in normativa e tecnologie per il trattamento delle acque, al talk organizzato oggi a Milano da Culligan, ‘L’acqua del futuro è smart’. “Va sfatato il mito che l'acqua calcarea, cioè l'acqua dura, faccia venire i calcoli renali, che è il pensiero più diffuso. I calcoli renali sono formati essenzialmente da ossalato di calcio, che è prodotto dal metabolismo della persona, piuttosto che ingerito attraverso cibi e vegetali, mentre il calcare presente nell'acqua è carbonato di calcio e non c'entra nulla. Calcio e magnesio fanno bene alla salute umana - spiega l’esperto Temporelli - Diverso è , invece, l’impatto del calcare sulla tecnologia. Sappiamo, infatti, che gli impianti soffrono per la presenza di calcare. Questa problematica l può essere ridotta con l’adozione di opportune tecnologie, come gli addolcitori”. “I Pfas sono considerati inquinanti eterni e da almeno dieci anni se ne parla in modo approfondito. Sono sostanze molto pericolose poiché estremamente persistenti nell'ambiente, grazie alla loro composizione, il legame fluoro-carbonio, che le rende praticamente indistruttibili. Essi permangono nell'ambiente e sono presenti ovunque, anche nelle fonti di alimentazione come cibi e acqua - illustra - Un dato che desta particolare preoccupazione. La nuova normativa li attenziona infatti con tre parametri. I Pfas si possono rimuovere efficientemente - e questo è stato visto dai gestori di acquedotto - con i carboni attivi o, per quelli con la catena ultra corta, con tecnologie più spinte, come l'osmosi inversa”. “Similmente ai Pfas, anche le microplastiche sono considerate inquinanti eterni e si accumulano nell'ambiente - sottolinea Temporelli - La loro presenza nell'acqua è accertata e ci sono molti studi che attestano che l'ingestione di microparticelle di plastica si aggira nell'ordine delle decine di migliaia all'anno. Per rimuoverle dall’acqua servono sistemi di microfiltrazione o ultrafiltrazione, dato che si tratta di particelle solide con dimensioni micrometriche”, conclude.