(Adnkronos) - La strage di capodanno a Crans-Montana riporta in primo piano il tema della sicurezza nei locali pubblici. Con una evidente contraddizione: le norme, soprattutto guardando al profilo antincendio, ci sono, in Svizzera e in Italia, ma possono essere disattese o non rispettate fino in fondo. Le domande che si pongono, quando ancora la cronaca è scandita da aggiornamenti continui su vittime e feriti, sono diverse. Si poteva e si doveva evitare quello che è successo al bar 'Le Constellation'? Poteva succedere anche altrove? Quanti altri locali conosciamo in cui ci sono rischi potenziali che vengono sottovalutati? Quello che a posteriori sembra evidente, ma che spetterà alla magistratura accertare, è che le norme di sicurezza del locale non fossero adeguate per il numero di persone presenti e che la presunta dinamica dell'incendio sia legata alle caratteristiche strutturali, arredamento e uscite di sicurezza, dell'edificio. Sono elementi che evidenzia, parlando all'Adnkronos, un tecnico con una lunga esperienza nel settore antincendio, Toni Smorgon, direttore operation della Signorotto Fire Service. Che idea si è fatto di quello che è successo a Crans Montana? "Va detto, innanzitutto, che servono indagini serie e accurate. C'è però un elemento che sembra subito evidente: un locale del genere non può avere una sola uscita di sicurezza, servono vie di fuga libere che devono portare in uno spazio aperto. Dalle immagini che abbiamo visto e dalle ricostruzioni che sono state fatte finora, emerge che quella non è una struttura adeguata a ospitare in sicurezza fino a 400 persone". Stiamo parlando da ore di un fenomeno, il flashover, che ha moltiplicato i danni dell'incendio. Di cosa stiamo parlando? "Partiamo da una nozione base. Il triangolo del fuoco, senza il quale non ci può essere un incendio, è fatto da tre fattori: il combustibile, il comburente e l'innesco. Nel caso specifico, con le cause ancora da accertare in via definitiva ma con sufficienti indicazioni rispetto a quello che è emerso, l'incendio è stato innescato dalle scintille prodotte dalle bottiglie con le fontane luminose e si è propagato al soffitto innescando rapidamente il flashover: tutto il materiale combustibile si è incendiato rapidamente con la pressione del fumo caldo e l'ossigeno entrato nell'ambiente ha fatto il resto, alimentando il fuoco e rendendo quel locale una fornace. Da non sottovalutare, ancora prima del fuoco, l'effetto letale del fumo. La causa primaria dei morti in un locale chiuso è il fumo, che uccide prima del fuoco. Per questo entrano in gioco i sistemi di aerazione, e anche in questo caso la struttura potrebbe essere stata carente". L'altro aspetto che sembra rilevante è quello degli arredi, dei materiali che hanno preso fuoco nel locale. "Anche da questo punto di vista, è bene partire da una premessa tecnica. L'elemento da considerare è la 'resistenza al fuoco' (REI): è data dalla stabilità (R), ovvero l'attitudine a conservare la resistenza meccanica sotto l’azione del fuoco; dalla tenuta (E), ovvero l'attitudine a non lasciar passare fiamme, vapori o gas caldi; dall'isolamento termico (I), ovvero l'attitudine a ridurre la trasmissione del calore. Per migliorare la resistenza al fuoco, si interviene sui materiali con vernici ignifughe, con una resistenza accertata di 30, 60 o 120 minuti. Visto quello che è successo nel locale a Crans Montana, è presumibile che i materiali che hanno preso fuoco non siano stati trattati adeguatamente". Cosa prevede la legge in Italia, come si ottengono le certificazioni antincendio per i locali aperti al pubblico? "Si parte con una 'valutazione del rischio incendio', che può essere identificato come elevato, medio o basso. In base a questa valutazione, si fanno delle prescrizioni di intervento che riguardano gli interventi necessari a prevenire il rischio: dai materiali ignifughi alle uscite di emergenza, dagli estintori ai sistemi antincendio. Poi, fatti e verificati i lavori, si ottiene il 'certificato di prevenzione incendi' (CPI), rilasciato dai Vigili del Fuoco, che attesta la conformità di attività a rischio incendio alle norme antincendio". Qual è a suo giudizio la situazione, in Italia, rispetto alla sicurezza antincendio dei locali pubblici? "Le leggi ci sono, e sono fatte bene. I controlli si fanno ma devono essere sempre più serrati e resta fondamentale la professionalità e la competenza di chi interviene, prima con le prescrizioni e le certificazioni e poi con i controlli". (Di Fabio Insenga)
(Adnkronos) - in collaborazione con The Glenrothes Premiumizzazione e identità visiva potente e fuori dagli schemi. Ecco quali sono le novità nel bicchiere per il whisky, distillato con tre secoli di storia che però da venti anni vive una grandiosa età dell’oro e si dimostra capace di scrollarsi la polvere di dosso. Un esempio su tutti è quello di The Glenrothes, che presenta una nuova identità e un nuovo packaging per celebrare l’eccellenza dello Speyside scozzese. The Glenrothes è una storica distilleria scozzese fondata nella cittadina di Rothes nel 1879, una storia lunga e gloriosa ben nota agli appassionati del 'Re dei Distillati', lo Scotch Whisky, eppure la strada scelta è quella di un restyling profondo dell’immagine e di un packaging completamente riprogettato. Il restyling, curato dall’agenzia di branding e design londinese Lewis Moberly, ridefinisce l’identità visiva di The Glenrothes, costruendo una gamma coerente e immediatamente riconoscibile. La bottiglia tondeggiante iconica della distilleria è stata reinterpretata con un profilo più alto ed elegante e un collo più slanciato. Le etichette presentano le note di degustazione scritte a mano da Laura Rampling, Master Whisky Maker di Glenrothes Il packaging secondario - un cilindro a doppio strato che si apre rivelando la bottiglia - è ispirato ai legni di maturazione e ai colori della Tenuta di The Glenrothes: dal verde lichene del 15 anni alle tonalità più profonde e autorevoli del 18 e 25 anni. Il progetto nasce con un obiettivo chiaro: zero plastica, zero metallo, zero pelle. Interamente a base di carta e cartone, con uso minimo di lamina, il packaging è 100% riciclabile e in linea con l’approccio sostenibile del gruppo. La nuova gamma non punta infatti a volumi da prodotto mass market, ma a rendere l’immagine coerente con le dinamiche qualitative dell’industria del whisky. "The Glenrothes è un Single Malt dedicato a chi sa scegliere e riconoscere la qualità, un prodotto dal carattere accessibile ma dalla complessità raffinata. Eleganza, genuinità del colore, equilibrio dei legni e profondità aromatica definiscono un brand che, pur rimanendo fedele alla propria storia, entra oggi in una nuova era, spiega una nota dell'azienda. La nuova identità visiva è poi inoltre l’occasione per alzare ulteriormente l’asticella della qualità in casa Glenrothes. Scompaiono i classici imbottigliamenti con 10 e 12 anni di età e si parte direttamente dal 15 anni- una prima assoluta per la distilleria di Rothes, per poi ascendere verso l’olimpo dei Single Malt, con invecchiamenti importanti di 18 anni e 25 anni. The 15 rappresenta quindi la nuova espressione stabile della distilleria e matura per 15 anni in botti di rovere europeo ex sherry, selezionate personalmente da Laura Rampling. Il suo profilo aromatico combina frutta matura, spezie e un’eleganza commovente, con un colore 100% naturale, tratto distintivo dell’intero portafoglio The Glenrothes. Riconosciuta come “tesoro nascosto dello Speyside”, The Glenrothes si distingue per l’uso di acqua di sorgente dal contenuto minerale eccezionalmente basso e per un processo di distillazione lento, condotto in alambicchi particolarmente alti. Il risultato è un distillato di base fragrante, fruttato e di grande finezza. La distilleria è una delle poche a mantenere in vita un laboratorio interno di artigiani bottai, che restaurano e preparano migliaia di botti ogni anno. Una scelta artigianale che, unita alla filiera dei legni controllata direttamente dalla casa madre Edrington, dall’albero alla botte, garantisce una qualità costante e una personalità inconfondibile.
(Adnkronos) - Il Consorzio Erp Italia, uno dei principali Sistemi Collettivi senza scopo di lucro attivi in Italia per la gestione dei Raee (Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche) e dei rifiuti di pile e accumulatori, ha realizzato l’indagine Swoa – Survey Waste & Opportunities Awareness – con l’obiettivo di misurare il livello di conoscenza, percezione e comportamento degli italiani rispetto al riciclo dei rifiuti elettronici. La fotografia emersa dalla ricerca, condotta su un campione rappresentativo di oltre 1.200 cittadini tra i 20 e i 60 anni, restituisce un quadro chiaro: il tema dei Raee è ancora poco conosciuto, nonostante la crescente attenzione verso la sostenibilità. Il 73% degli italiani si considera preparato, ma più della metà (56%) non sa cosa significhi l’acronimo Raee, e solo il 44% lo collega correttamente ai rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche. Anche i comportamenti dichiarati raccontano di un’Italia a due velocità: il 41% afferma di riciclare correttamente i Raee, ma tra questi una parte significativa li conferisce in modo scorretto – il 25% nell’indifferenziato e il 22% tramite operatori non ufficiali. Il 36% conserva dispositivi elettronici a casa perché non sa dove portarli. Un dato che evidenzia come la volontà di fare bene ci sia, ma sia spesso frenata dalla mancanza di informazioni pratiche o dalla difficoltà di accesso ai punti di raccolta.Accanto a questi ostacoli culturali e logistici, l’indagine evidenzia una domanda latente di servizi più vicini ai cittadini. Tra le proposte più condivise spiccano l’introduzione di contenitori condominiali dedicati (65%), la raccolta porta a porta anche per i Raee (60%) e più campagne informative sui canali tradizionali e digitali (55%).