INFORMAZIONIMediaGroup srl Centri Media e Concessionarie Ruolo: Ufficio Stampa Area: (responsabile) Communication Management Francesca Abbati Marescotti |
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(Adnkronos) - Se vuole evitare un attacco che sarebbe "peggiore" di quello del giugno scorso contro i suoi siti nucleari, l'Iran torni al tavolo per negoziare un accordo perché ormai "il tempo sta per scadere". A lanciare l'ultimatum è Donald Trump, che dagli Usa minaccia Teheran di scagliare la sua "imponente armada" contro il Paese. Un monito che ha scatenato l'ira degli ayatollah, pronti a rispondere a una eventuale offensiva degli Stati Uniti "come mai prima". L'ultimatum del presidente americano, come ormai consuetudine, è arrivato via social. E' su Truth infatti che Trump ha spiegato che "si spera che l'Iran si sieda rapidamente al tavolo delle trattative e negozi un accordo equo e giusto - senza armi nucleari - che sia vantaggioso per tutte le parti. Il tempo sta per scadere, è davvero essenziale!". "Come ho già detto una volta all'Iran - ha intimato il leader americano - concludete un accordo! Non l'hanno fatto, e c'è stata l'"Operazione Midnight Hammer" a giugno, che ha provocato "una grave distruzione dell'Iran". "Il prossimo attacco sarà molto peggiore! Non fate in modo che ciò accada di nuovo", ha avvertito ancora, parlando poi della sua "imponente Armada" che "sta facendo rotta verso l'Iran. Si muove rapidamente, con grande potenza, entusiasmo e determinazione. È una flotta più grande di quella inviata in Venezuela, guidata dalla grande portaerei Abraham Lincoln. Come nel caso del Venezuela, è pronta e in grado di compiere rapidamente la sua missione, con rapidità e violenza, se necessario", l'avvertimento del tycoon, lasciando intendere che le possibilità di un'operazione militare Usa contro la Repubblica islamica siano a questo punto in aumento. Alla minaccia di Trump sono quindi seguite le parole del suo segretario di Stato, secondo cui l'Iran in questo momento sarebbe "più debole che mai". Questa la convinzione espressa da Marco Rubio davanti alla commissione Esteri del Senato"Quel regime - ha detto - è probabilmente più debole di quanto sia mai stato e il nucleo del problema che affrontano, diversamente dalle proteste viste in passato sugli stessi temi, è che non hanno il modo di rispondere alle richieste dei manifestanti", che protestano perché "l'economia è al collasso". "Nessuno sa" chi prenderebbe il potere nel Paese qualora la Guida Suprema, l'ayatollah Ali Khamenei, fosse rimosso, ha poi sostenuto. Il capo della diplomazia americana ha poi ammesso che uno scenario del genere sarebbe "molto più complesso" della situazione in Venezuela e richiederebbe una riflessione "molta attenta". Come prevedibile, l'ultimatum di Trump ha intanto scatenato la durissima reazione dell'Iran. A rispondere fermamente su X è stato il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, che nello stesso post ha prima ribadito la volontà all'accordo e poi minacciato ritorsioni nel caso di attacco alla Repubblica islamica. "Abbiamo sempre accolto con favore un accordo nucleare vantaggioso, giusto ed equo, su un piano di parità e libero da coercizioni, minacce e intimidazioni, che garantisca i diritti dell'Iran alla tecnologia nucleare pacifica e assicuri l'assenza di armi nucleari", ha scritto, per poi tuttavia sottolineare che "le nostre coraggiose forze armate sono pronte, con il dito sul grilletto, a rispondere immediatamente e con forza a qualsiasi aggressione contro la nostra amata terra, il nostro cielo e il nostro mare". "Le preziose lezioni apprese dalla guerra dei 12 giorni - ha quindi aggiunto - ci hanno reso in grado di rispondere in modo ancora più forte, rapido e profondo". L'Iran, ha poi concluso Araghchi, "non ha mai cercato di acquisire" armi nucleari né queste fanno parte della sua dottrina difensiva. A rispondere al tycoon anche un post dell'ambasciata iraniana all'Onu: "L'ultima volta che gli Stati Uniti si sono lanciati in guerre in Afghanistan e Iraq, hanno sperperato oltre 7.000 miliardi di dollari e perso più di 7.000 vite americane. L'Iran - si legge - è pronto al dialogo basato sul rispetto e sugli interessi reciproci, ma se costretto, si difenderà e risponderà come mai prima". "Un 'attacco limitato' è un'illusione. Qualsiasi azione militare da parte degli Stati Uniti - di qualsiasi origine e a qualsiasi livello - sarà considerata l'inizio di una guerra e la sua risposta sarà immediata, totale e senza precedenti, colpendo il cuore di Tel Aviv e tutti coloro che sostengono l'aggressore", l'ultimo avvertimento su X lanciato dal consigliere della Guida Suprema Khamenei, Ali Shamkhani.
(Adnkronos) - "Le due organizzazioni di riferimento del mondo fieristico in Italia sono Aefi, storicamente legata alle aree fieristiche e che recentemente ha allargato anche agli organizzazione, e It-Ex, nata nel febbraio 2024. Per razionalizzare lo sforzo produttivo, le relazioni che abbiamo, sia con il pubblico che con le stesse aziende e aree fieristiche, abbiamo firmato un accordo di collaborazione che ci porterà a coordinare una nuova normativa, che è stata già in parte presentata. C'è un 'libro bianco' molto interessante che è stato prodotto da Aefi che mette in evidenza quelle che sono le caratteristiche e soprattutto le strategie da seguire per il settore fieristico. Quindi inizia una nuova stagione per rafforzare il ruolo della manifattura italiana, della creatività e dell'unicità italiana nel mondo. E il sistema fieristico è il veicolo più raggiungibile per farlo anche a costi sostenibili in assoluto". Così, in un'intervista ad Adnkronos/Labitalia, Raffaello Napoleone, presidente di IT-EX, l'associazione che rappresenta le fiere italiane a valenza internazionale, commenta l'intesa siglata ieri tra le due associazioni rappresentative del sistema fieristico nazionale, Aefi (Associazione esposizioni e fiere italiane) e It-Ex (Italian association of international exhibitions) a Palazzo Piacentini a Roma, alla presenza del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, per rafforzare e strutturare in modo stabile il coordinamento delle rispettive attività.
(Adnkronos) - Il riciclo in Europa ha assunto una dimensione industriale piena: impianti operativi, investimenti stabili, flussi di materiali in crescita. Dai rifiuti, attraverso selezione e trattamento, escono materiali che possono rientrare nei cicli produttivi come input, se rispettano requisiti tecnici e normativi tali da consentire l’uscita dallo status di rifiuto. Sono le materie prime seconde. La filiera continua a funzionare e gli obiettivi restano formalmente alla portata, ma il passaggio decisivo non avviene negli impianti, avviene sul mercato. Le materie prime seconde aumentano, mentre la domanda industriale che dovrebbe assorbirle resta discontinua e sensibile alle oscillazioni di prezzo e di contesto. È uno squilibrio economico e competitivo che, quando si manifesta, risale la filiera, comprime i margini del riciclo, mette sotto stress la selezione e finisce per riflettersi anche sulle raccolte. La plastica è oggi il punto più esposto, ma il segnale riguarda l’intero sistema europeo. Le differenze tra materiali sono il fattore che determina se la materia prima seconda riesce a comportarsi come un vero prodotto industriale oppure resta un flusso esposto a continue instabilità. Le analisi dell’Agenzia Europea dell’Ambiente descrivono un mercato europeo che procede a velocità diverse. Alluminio, carta e vetro rappresentano le filiere più solide, grazie a standard consolidati, qualità prevedibile e una domanda industriale che non dipende solo dalla convenienza del momento. In questi casi il confronto con le materie prime vergini resta sostenibile anche nelle fasi meno favorevoli del ciclo economico. Il quadro cambia quando si guarda ad altri materiali. Plastica, legno e rifiuti organici continuano a muoversi in mercati più fragili, di dimensioni ridotte rispetto a quelli delle materie prime vergini e fortemente esposti a variabili esterne. La volatilità dei prezzi, le incertezze legate alla qualifica di cessazione della qualifica di rifiuto (il cosiddetto ‘End of Waste’, ovvero il passaggio che consente a un materiale recuperato di essere commercializzato come prodotto) e la mancanza di standard tecnici pienamente armonizzati rendono questi flussi meno appetibili per l’industria. I numeri aiutano a inquadrare il problema: gli indicatori di Eurostat collocano il tasso medio di utilizzo di materie prime seconde nell’Unione Europea intorno al 22%. Poco più di un quinto dei materiali reimmessi nell’economia proviene quindi da fonti secondarie, mentre la maggior parte continua ad arrivare da estrazione o importazioni. Anche nei Paesi con sistemi di raccolta e riciclo avanzati, la dipendenza dalle risorse primarie resta elevata. L’Italia, spesso indicata come riferimento per le performance di riciclo, continua a coprire dall’estero una quota rilevante del proprio fabbisogno complessivo di materie prime, prossima alla metà del totale. La Commissione europea richiama da tempo questo nodo nei documenti su economia circolare e sicurezza degli approvvigionamenti. La circolarità, in questa prospettiva, non è solo una questione ambientale, ma una leva industriale e strategica. Se il mercato delle materie prime seconde non diventa competitivo e prevedibile, la dipendenza dalle vergini resta strutturale e la circolarità rischia di fermarsi a monte della catena del valore. Nel settore della plastica lo scarto tra capacità di riciclo e capacità di assorbimento industriale è diventato evidente. La filiera europea ha investito, ha aumentato la produzione di polimeri riciclati, ha migliorato selezione e trattamento. Il mercato della trasformazione, però, non sta integrando le materie prime seconde in modo coerente con questi volumi. Ne deriva una crisi che si manifesta in sequenza: produzione in calo, impianti che riducono i turni o sospendono le attività, margini sempre più compressi. Il problema non è la disponibilità di rifiuti da riciclare, ma l’assenza di sbocchi stabili per i materiali già riciclati. Quando il riciclato non entra nei cicli produttivi, la pressione risale rapidamente a monte, mettendo in difficoltà l’equilibrio economico dell’intera filiera e aprendo tensioni che possono riflettersi anche sulle raccolte differenziate. Il contesto globale amplifica queste difficoltà. I rapporti di PlasticsEurope segnalano da anni una forte sovracapacità mondiale di polimeri, in particolare per le plastiche commodity utilizzate negli imballaggi. La pressione sui prezzi delle materie prime vergini rende il confronto sempre più complesso per chi produce riciclato in Europa, dove i costi energetici, ambientali e di conformità normativa sono più elevati. A questo si aggiungono le importazioni di materiali riciclati extra Ue e, soprattutto, di prodotti finiti e semilavorati realizzati con plastiche vergini o riciclate, proposti a condizioni economiche più vantaggiose rispetto agli equivalenti europei. In questo scenario, le materie prime seconde prodotte dal riciclo degli imballaggi in plastica faticano a competere sia con le vergini sia con il riciclato proveniente da Paesi terzi. La contrazione della domanda a valle si traduce in un accumulo di stock e in una crescente difficoltà a monetizzare gli investimenti effettuati lungo la filiera. Alla base delle criticità del mercato delle materie prime seconde c’è una domanda industriale che resta intermittente. In molti settori, l’utilizzo di materiali riciclati non è ancora pienamente integrato nei capitolati tecnici e continua a dipendere da condizioni di prezzo favorevoli. Quando queste vengono meno, la domanda si ritrae rapidamente. Il fenomeno è evidente anche nei materiali considerati più consolidati. Nel caso del PET riciclato, pur in presenza di obblighi di contenuto minimo in alcune applicazioni, i valori di cessione del rifiuto selezionato hanno registrato contrazioni significative, avvicinandosi ai livelli più bassi degli ultimi cinque anni. Un segnale che mette sotto pressione non solo la produzione di R-PET, ma l’intera catena che lo alimenta. Le difficoltà sono ancora più marcate per le poliolefine miste riciclate. La domanda interna, già strutturalmente debole, risente del rallentamento dei settori utilizzatori, in particolare dell’automotive. Anche laddove la cessione a riciclo viene sostenuta da contributi economici, trovare sbocchi resta complesso. In questi casi, il dibattito si sposta verso utilizzi alternativi al riciclo meccanico tradizionale. Studi dell’European Commission Joint Research Centre analizzano da tempo possibili applicazioni industriali per le frazioni più problematiche, dall’impiego come agenti riducenti in siderurgia all’utilizzo come materia di ingresso per processi di riciclo chimico (in cui il materiale viene scomposto e riutilizzato come base per nuove produzioni), fino al ruolo di additivi in conglomerati bituminosi o in specifiche formulazioni polimeriche. Opzioni tecnicamente praticabili, ma che richiedono investimenti, regole chiare e una domanda industriale disposta a impegnarsi nel medio periodo. In assenza di meccanismi in grado di garantire un assorbimento stabile delle materie prime seconde, il mercato resta esposto a oscillazioni ricorrenti. Quando queste si sommano a fasi di forte pressione competitiva internazionale, gli effetti si concentrano nei segmenti più fragili della filiera europea del riciclo.