(Adnkronos) - Sembra in salita la strada per il super caccia franco-tedesco da 100 miliardi. E a rendere incerto il cammino del programma Fcas (Future Combat Air System) e le ambizioni del presidente Emmanuel Macron è proprio una variabile ‘interna’: la Dassault Aviation. Annunciato in pompa magna nel 2017 dall’inquilino dell’Eliseo e dall’allora cancelliera Angela Merkel, e sposato due anni dopo anche dalla Spagna, il progetto punta a sostituire tutti gli attuali aerei da combattimento - i jet francesi Rafale e gli Eurofighter di Germania e Spagna – con caccia di sesta generazione; non semplici aerei, dunque, ma un intero sistema di velivoli, sia mezzi con equipaggio che droni senza pilota, per il combattimento e la ricognizione. I tre partner sono in quote paritetiche al 33% ciascuno e, secondo gli accordi, Dassault sarebbe stato alla guida del jet e la divisione difesa di Airbus, con sede in Germania, alla guida del resto. Ma nonostante i grandi annunci, il programma non ha mai ‘spiccato il volo’, scontando una serie di stop and go legati alle controversie nella pianificazione e nella progettualità sorte tra il costruttore francese e il gruppo Airbus, che rappresenta gli interessi tedeschi e spagnoli. La Dassault Aviation, controllata dalla famiglia Dassault, ha sempre avuto una ‘vena indipendente’, supportata da un'influenza fortissima nel panorama industriale della difesa francese, dal momento che è il principale fornitore della flotta di aerei da combattimento di produzione nazionale sin dagli anni '50. Negli anni ’80 – ricorda il Financial Times in una lunga analisi sul dossier – l’appaltatore aveva abbandonato un primo progetto di difesa transnazionale, l'Eurofighter Typhoon (poi costruito da Regno Unito, Italia, Germania e Spagna) perché voleva una posizione di leadership nella progettazione e la maggior parte della produzione. E oggi la storia si ripete: l’azienda è determinata a mantenere il controllo sulla parte relativa ai caccia del Future Combat Air System, nonostante la ferma opposizione di Airbus, costringendo Macron a ripetuti colloqui con il cancelliere Friedrich Merz per cercare di salvare il progetto dal fallimento. Una situazione, questa, che ha riportato l'attenzione sul complicato rapporto tra l’appaltatore e il governo francese. Da un lato, infatti, la République è il principale cliente di Dassault: gli acquisti dell’esercito costituiscono la maggior parte delle sue entrate, tutte le esportazioni vanno autorizzate, i presidenti sono i principali promotori all’estero (basti pensare al contratto da 100 velivoli Rafale che Macron sta cercando di concludere con l’India); dall’altra parte, però, l’azienda fondata da Marcel Bloch (poi Dassault) vanta una produzione interamente nazionale, che è poi il fattore che gli garantisce una reale possibilità di indipendenza da qualsiasi partner e una salda influenza sullo Stato francese. L’ad Eric Trappier lo ha detto chiaramente: “Siamo ben disposti a collaborare con dei partner, compresi i tedeschi, ma non ne abbiamo bisogno”. Marwan Lahoud, ex dirigente di Airbus e veterano del settore, ha spiegato al Ft: “Tutti pensano che sia il governo a prendere tutte le decisioni, ma la realtà è più complessa: c'è un do ut des. Tutto dipende da ciò che la Francia si aspetta da un'azienda che opera nel settore della difesa: si aspetta che obbedisca o che produca i migliori sistemi d'arma possibili?”. Un altro dirigente del settore, sempre interpellato dalla testata britannica, è stato più tranchant: “I ministri vanno e vengono, i presidenti vanno e vengono, ma Dassault rimane”. Ma questo braccio di ferro rischia di creare uno stallo insuperabile che non solo metterebbe in difficoltà Macron, strenuo sostenitore della cooperazione europea in materia di difesa e della riduzione della dipendenza dalle armi statunitensi, ma che rischierebbe anche di portare i tedeschi ad avvicinarsi ad un progetto parallelo: quello italiano. Nell’ultimo periodo è circolata a più riprese l’ipotesi che la Germania possa affacciarsi alla porta del ‘Global Combat Air Programme’ (Gcap), il programma concorrente su un super caccia di ultima generazione guidato da Italia, Regno Unito e Giappone. Programma che, intanto, va avanti per la sua strada: “Abbiamo la nostra road map, la stiamo seguendo puntuali e andiamo avanti come se nulla fosse. È ovvio che se ci dovessero essere conferme di difficoltà dai nostri partner o conferme di richieste di entrare, queste verranno analizzate”, ha detto l’Ad di Leonardo (partner strategico del progetto), Roberto Cingolani, a margine di un evento alla Luiss. “Stiamo aspettando di capire cosa succede, ma una volta tanto che i problemi non sono i nostri andiamo avanti e siamo tranquilli. Io credo che ci potrebbero essere delle opportunità, ma vediamo. Se poi ci saranno cambiamenti altrove, possibilità di avere altri partner o alleanze noi li guarderemo, ma il progetto c'è”. Per ora, comunque, si tratta solo di rumors: in una recentissima intervista a ‘Il Sole 24 Ore’, il presidente francese ha affermato che il progetto è vivo e vegeto. “Non ho mai ricevuto alcuna comunicazione da parte tedesca che dicesse il contrario. Anzi, le aeronautiche militari di Germania e Francia hanno spiegato ai rispettivi ministri di considerarlo un buon progetto”. Ma, certo, se diventasse realtà, uno scenario del genere potrebbe incrinare i rapporti industriali tra i Parigi e Berlino: “Se il partner tedesco rimetterà in discussione l’aereo in comune saremo obbligati a fare altrettanto con il carro armato in comune”, ha minacciato Macron, come riportato da 'Le Monde'. E un ministro tedesco, citato dal quotidiano francese, avrebbe replicato: “La Francia ha molto più bisogno di nuovi carri armati rispetto alla Germania che può sviluppare e costruire una nuova generazione di carri armati senza la Francia”
(Adnkronos) - Il mercato Ict italiano si trova di fronte a una sfida cruciale: mentre l'adozione dell'intelligenza artificiale nelle imprese con almeno 10 addetti è cresciuta dal 5% all'8,2% nel 2024 e del 16,4% nel 2025, persiste un preoccupante gap di competenze digitali che rischia di compromettere la competitività del Paese. Un divario che emerge con forza anche ai livelli istituzionali, dove la comprensione delle tecnologie emergenti risulta spesso carente rispetto alle sfide che il sistema Italia deve affrontare. In questo contesto si inserisce la nuova strategia di Assinter Italia, l'associazione che rappresenta le società Ict in-house regionali e nazionali, guidata dal neo-presidente Pier Paolo Greco. "C'è ancora poca cultura sulle tecnologie digitali e sull'intelligenza artificiale in particolare che crea preoccupazioni, non solo nel cittadino ma anche nelle istituzioni", afferma Greco, sottolineando come la carenza di competenze rappresenti un ostacolo significativo per lo sviluppo digitale del Paese. Le società in-house regionali, spesso sottovalutate nel dibattito pubblico, gestiscono in realtà servizi digitali fondamentali per la vita quotidiana dei cittadini. Dal Fascicolo sanitario elettronico ai servizi di e-government, dalla cybersecurity alla gestione dei data center regionali, queste strutture rappresentano un patrimonio di competenze e infrastrutture che conta complessivamente 8000 dipendenti e genera un fatturato aggregato di circa 2 miliardi di euro. "Le regioni - spiega il neo presidente - hanno un enorme impatto sulla gestione digitale nella vita di tutti i giorni. Quando un cittadino riceve servizi sanitari digitali, documenti online o informazioni turistiche dalla sua regione, normalmente c'è una società in-house che li gestisce". Il mercato Ict italiano, previsto in crescita del 4,5% nel 2025 per un valore complessivo di 44,3 miliardi di euro, vede nel cloud computing (+16,2%) e nella cybersecurity (+7,2%) i settori trainanti. Proprio su questi fronti Assinter sta sviluppando progetti innovativi come il Cloud federato, un sistema di interscambio tra le varie strutture regionali che permette una maggiore protezione dei dati attraverso la distribuzione delle risorse. "Stiamo lavorando per mettere insieme una potenza di calcolo distribuita invece di avere singoli data center maggiormente vulnerabili", illustra il presidente. La nuova visione di Greco si basa su quello che lui stesso definisce il 'modello Barbarians', ispirato alla celebre squadra di rugby dove ogni giocatore contribuisce attivamente al successo collettivo. Questo approccio prevede cinque direttrici strategiche: advocacy presso le istituzioni, alliance tra i soci, networking con il settore privato, training attraverso l'academy associativa e innovation per facilitare i rapporti tra pubblico e privato. Un aspetto cruciale della strategia riguarda il posizionamento europeo. Greco, recentemente confermato nel ruolo di vicepresidente di Euritas, l'associazione europea delle società Ict pubbliche, punta a rafforzare il collegamento tra Bruxelles, Roma e le regioni. "Siamo - sottolinea - l'unica struttura in tutta Europa che è riuscita ad avere una rappresentanza unitaria all'interno di Euritas. Questo ci permette di portare le istanze territoriali direttamente alla Commissione Europea". La sfida della cybersecurity emerge come priorità assoluta. Assinter sta promuovendo lo sviluppo di un progetto per federare i noc (network operations center) delle varie società regionali, creando un sistema di monitoraggio distribuito più resiliente. 'Oggi queste strutture operano molto sulla difesa cyber e questo diventa sempre più importante', evidenzia Greco, ricordando come la sicurezza informatica non sia più solo una questione tecnica ma un elemento fondamentale per la sovranità digitale del Paese. L'associazione conta tra i suoi membri la quasi totalità delle società regionali in-house ed alcuni grandi player nazionali che operano con il modello in-house providing quali Aci informatica e InfoCamere. Questa eterogeneità rappresenta una ricchezza in termini di competenze e capacità di intervento su tutto il territorio nazionale. Inoltre, Assinter ha costituito una community a cui hanno aderito 30 partner tecnologici, creando quello che Greco definisce 'una interlocuzione costruttiva' con i grandi vendor internazionali. Guardando al futuro, l'obiettivo è ambizioso: portare Assinter a diventare sempre più uno stakeholder imprescindibile per qualsiasi decisione governativa in materia di digitalizzazione. La strada per colmare il digital divide italiano passa necessariamente attraverso un rafforzamento delle competenze e delle infrastrutture pubbliche. Con l'arrivo delle Giga Factory europee per l'intelligenza artificiale, investimenti previsti nell'ordine dei 5 miliardi di euro, e la crescente importanza del quantum computing, il ruolo delle società in-house regionali diventa ancora più strategico. 'L'ingresso del sistema quantistico sostituirà quello che abbiamo conosciuto come sistema di vita fino ad oggi', avverte Greco, sottolineando l'urgenza di prepararsi a questa rivoluzione tecnologica. La nuova governance di Assinter punta quindi a valorizzare un patrimonio di competenze pubbliche troppo spesso sottovalutato, creando sinergie tra territori e favorendo l'innovazione attraverso la collaborazione tra pubblico e privato. Una sfida che richiede non solo investimenti tecnologici ma soprattutto un cambio di paradigma culturale, partendo proprio dalla formazione e dalla sensibilizzazione di cittadini e istituzioni sui temi del digitale.
(Adnkronos) - “Una regolazione ben disegnata può diventare un fattore abilitante per la competitività, favorendo una transizione ordinata e inclusiva dell’intero sistema economico”. Così Barbara Terenghi, direttrice Sostenibilità di Edison, spiega all’Adnkronos come la normativa europea può agevolare il sistema imprenditoriale italiano sostenendone gli sforzi soprattutto in ambito Esg. “Le imprese oggi si muovono in un contesto caratterizzato da una profonda trasformazione economica, ambientale e sociale, in cui la sostenibilità non è più un tema accessorio ma un fattore strutturale di evoluzione dei modelli di produzione e consumo e, in ultima istanza, di competitività – premette -. La principale sfida è integrare gli obiettivi ambientali, sociali e di governance all’interno delle strategie industriali e finanziarie, rendendoli coerenti con le esigenze di crescita, innovazione e creazione di valore nel lungo periodo. La transizione verso modelli produttivi più sostenibili richiede investimenti significativi, un’evoluzione delle competenze e una capacità di lettura sistemica dei rischi e delle opportunità, a partire da quelli legati al cambiamento climatico, alla sicurezza degli approvvigionamenti e alla tutela delle persone lungo la catena del valore”. In questo contesto, “il quadro normativo europeo in materia di sostenibilità rappresenta un elemento importante per accompagnare il sistema imprenditoriale nel percorso di transizione”. “Iniziative come il pacchetto Omnibus I – continua Terenghi – vanno nella direzione di snellire l’architettura regolatoria, introducendo elementi di semplificazione e maggiore proporzionalità negli obblighi di rendicontazione, senza rinunciare all’obiettivo di garantire trasparenza e affidabilità delle informazioni”. Nello specifico, “la riduzione del perimetro di applicazione della Csrd esclude le imprese medio-piccole e concentra gli obblighi sulle aziende di grandi dimensioni, evitando un’eccessiva estensione degli obblighi a soggetti con minori capacità organizzative. Va però tenuto conto dell’effetto indiretto sulle imprese obbligate, che devono rendicontare sugli impatti lungo la catena del valore pur avendo un numero crescente di fornitori non più soggetti a obblighi analoghi. Omnibus I introduce alcune tutele procedurali, come la possibilità di spiegare le difficoltà nel reperire i dati ma non risolve del tutto la tensione tra obblighi di rendicontazione estesi e disponibilità effettiva delle informazioni a monte della filiera”. In generale, “per le imprese italiane, un contesto normativo più chiaro e armonizzato a livello europeo può tradursi in una migliore comparabilità dei dati, in una maggiore credibilità nei confronti dei mercati finanziari e degli investitori e in una riduzione della complessità della rendicontazione stessa. Questo consente di concentrare risorse e competenze sulla realizzazione concreta delle strategie di sostenibilità, piuttosto che sulla gestione frammentata degli adempimenti”. Per quanto riguarda Edison, “la nostra rendicontazione, dallo scorso anno è allineata alla direttiva Csrd. Per Edison non è solo un adempimento, ma uno strumento di dialogo e di responsabilità, che consente di misurare i risultati, individuare aree di miglioramento e rendere conto in modo chiaro degli impatti generati. In questo approccio integrato risiede la nostra convinzione che la transizione energetica e lo sviluppo sostenibile rappresentino non solo una responsabilità, ma anche una grande opportunità di impegno e creazione di valore e ne diamo conto nel Sustainability Statement documentando non solo i risultati passati ma anche i programmi futuri e le risorse che l’azienda intende dedicare per la loro realizzazione”. L’impegno di Edison per la sostenibilità si fonda in particolare su tre macro ambiti, spiega Terenghi: “Produzione rinnovabile (l’obiettivo è raddoppiare la capacità installata) e flessibile, sicurezza degli approvvigionamenti gas e sviluppo dei gas verdi, servizi a valore aggiunto e soluzioni per la transizione energetica dei clienti (B2B, B2C, B2G)”. Qualche dato. “A partire dal 2006, l’azienda ha già ridotto le proprie emissioni dirette di CO2 di oltre il 75%, passando da un livello prossimo a 25 Mt CO2eq nel 2006 a circa 6 Mt CO2eq nel 2024. Nel 2025 abbiamo completato nuovi impianti eolici e fotovoltaici per 200 MW, quest’anno avvieremo cantieri per altri 500 MW, che si aggiungono ai 250 MW già in costruzione – aggiunge – Inoltre, negli ultimi anni abbiamo realizzato 1,5 GW di capacità termoelettrica altamente efficiente e flessibile, grazie a due nuovi impianti – in Veneto e Campania – che sono tra i più avanzati al mondo in termini di prestazioni e sostenibilità per questo tipo di centrali. Nel 2024 la società ha proseguito lo sviluppo di nuova capacità per la produzione di Biometano e Biogas con 8 impianti in gestione, costruzione e autorizzazione in Italia e Spagna”. Inoltre, “attraverso Edison Next e Edison Energia, promuoviamo il percorso di famiglie, imprese e pubbliche amministrazioni verso la decarbonizzazione e l’elettrificazione. Un esempio di investimento per le famiglie: dal 2021 la società ha lanciato un modello innovativo di condivisione dell’energia in ambito condominiale con l’obiettivo di promuovere l’autoproduzione e l’utilizzo di energia da fonti rinnovabili. Così i condomini possono aderire a gruppi di auto consumo collettivo (Auc) realizzato con l’installazione sul tetto del condominio di un impianto fotovoltaico”, conclude Terenghi.