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(Adnkronos) - Alla Casa Bianca si respira un’atmosfera abbastanza rilassata, dopo il turbinio di emozioni e sensazioni contrastanti che hanno caratterizzato i giorni e le ore antecedenti all’annuncio di Donald Trump del cessate il fuoco temporaneo di due settimane in Iran. Un portavoce dell’amministrazione, all'Adnkronos, conferma che le sensazioni sono positive e ripete le parole del vicepresidente JD Vance prima d’imbarcarsi in aereo con direzione Islamabad, in quelli che saranno i negoziati di più alto livello fra i due Paesi fin dal 1979. “Se tenteranno di prenderci in giro, scopriranno che il team negoziale non è poi così ricettivo”, ha detto Vance. Il portavoce, senza giri di parole, sottolinea che gli iraniani devono evitare di “fare i furbi”, come durante i negoziati dei mesi scorsi in Svizzera e Oman, quando avevano tentato – a detta dell’inviato Steve Witkoff – di occultare dei numeri in una bozza preliminare d’accordo. Nel “draft” presentato a Ginevra, secondo Witkoff, si chiedeva di poter arricchire più uranio all’interno di un reattore nucleare civile chiamato Trr (Reattore di ricerca di Teheran), utilizzato teoricamente per produrre radioisotopi a scopo medico e agricolo. Un luogo dove l’uranio, secondo la bozza presentata, sarebbe stato arricchito al 20%, quando il massimo consentito dall’accordo siglato dall’amministrazione Obama nel 2015 era del 3,67% d’arricchimento. "Partendo dal 20% ci vorranno forse tre o quattro settimane per arrivare al 90% di qualità per creare armi, il 60%, di cui avevano 460 chilogrammi, è a solo una settimana o 10 giorni di distanza dalla qualità necessaria per realizzare armi", aveva spiegato Witkoff in una chiamata a cui aveva partecipato anche l'Adnkronos. In quel momento, l’inviato aveva capito che il 20% avrebbe fatto risparmiare a Teheran un sacco di tempo nella corsa al raggiungimento di un'arma atomica. Tornando ai negoziati di Islamabad, che potrebbero durare anche due o tre giorni – a seconda di come andranno – la delegazione guidata da Vance parte con delle direttive precise e chiare del presidente, che possono essere riassunte in due punti: no al programma nucleare militare iraniano, sì alla riapertura totale per tutte le navi, senza pedaggi, dello Stretto di Hormuz. Secondo il Washington Post, l'amministrazione Trump intende richiedere anche il rilascio degli americani detenuti dal regime degli ayatollah, tuttavia c’è preoccupazione che tale richiesta possa mettere in pericolo delle trattative già di per sé complicate. In tutto questo, il cessate il fuoco di due settimane potrebbe addirittura essere prorogato se la Casa Bianca riterrà che siano stati compiuti progressi sufficienti in Pakistan. Di fatto, l'attuale stop alle ostilità potrebbe servire da trampolino di lancio per le trattative, fornendo ulteriore tempo per raggiungere un accordo di pace definitivo con la Repubblica Islamica. Allo stesso tempo, e lo hanno chiarito perfettamente sia il Pentagono che il presidente Trump, le forze americane rimangono in posizione nel Golfo Persico e saranno pronte ad attaccare di nuovo, se i negoziati naufragassero o se Teheran non dimostrasse di voler trattare in buona fede. Al New York Post, il presidente ha ribadito che, qualora non venga raggiunto un accordo di pace, gli Stati Uniti riprenderanno la loro azione militare con intensità ancora maggiore, affermando: "È in corso un reset". "Stiamo caricando sulle navi le migliori munizioni, le migliori armi mai realizzate, persino migliori di quelle che abbiamo impiegato in precedenza, con le quali li abbiamo fatti a pezzi", ha dichiarato il presidente, aggiungendo che gli Stati Uniti le “utilizzeranno in modo molto efficace”, qualora non si giungesse a un’intesa. Trump ha assicurato che "le prossime 24 ore" riveleranno se le trattative avranno successo: “Lo scopriremo presto”. Nel frattempo, gli analisti rimangono cauti riguardo a una svolta definitiva, a causa di diversi "scenari da incubo". "Dipende in larga misura dal fattore Libano e da come Israele intenderà posizionarsi. In questo contesto, Trump è chiamato a giocare un ruolo strategico di equilibrio tra due potenze regionali che sono arcinemiche, Israele e Iran. Da un lato, Israele ha tutto l’interesse a proseguire le operazioni contro Hezbollah nel sud del Libano: i colpi inferti stanno producendo risultati significativi e potrebbero contribuire a mettere in sicurezza le comunità israeliane del nord, che restano tuttora sotto la minaccia dei razzi del gruppo sciita”, afferma Alissa Pavia, direttrice associata dei Programmi per il Medio Oriente del think tank Atlantic Council. Mentre Iran e Pakistan sostengono che il cessate il fuoco includa anche il Libano, Israele continua a colpire Hezbollah, con il premier Benjamin Netanyahu che ha dichiarato esplicitamente che non vi sia "alcun cessate il fuoco in Libano". E questo ha indotto il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ad avvertire che i colloqui potrebbero diventare "privi di significato". Secondo Elizabeth Threlkeld, direttrice del Programma per l'Asia meridionale presso lo Stimson Center, il Pakistan ha dei limiti al proprio potere negoziale. “Nonostante il suo ruolo di ‘mediatore indispensabile’, il Pakistan non possiede il potere di imporre concessioni qualora entrambe le parti si rifiutino di cedere su questioni fondamentali, quali la riapertura dello Stretto di Hormuz o l'arricchimento nucleare”. La fiducia fra i due paesi, secondo gli esperti, è fragile: Trump ha già accusato Teheran di aver svolto un "pessimo lavoro" nel mantenere le promesse relative allo Stretto di Hormuz, gettando dubbi sulla sostenibilità a lungo termine di qualsiasi accordo raggiunto a Islamabad. “Dall’altro lato, Trump ha un forte incentivo a raggiungere un accordo con Teheran. I mercati globali sono troppo fragili per sostenere a lungo una chiusura dello Stretto di Hormuz, e vi sono segnali che indicano una possibile disponibilità iraniana a negoziare almeno una riduzione parziale delle proprie scorte nucleari. Anche una concessione limitata potrebbe essere facilmente presentata da Trump come un successo politico”, sottolinea Pavia. Secondo l'analista, tuttavia, Teheran difficilmente accetterà di sedersi al tavolo negoziale sul dossier nucleare mentre Israele continua a colpire Hezbollah. Una simile mossa verrebbe percepita come una resa unilaterale, con implicazioni potenzialmente esistenziali per il regime iraniano. La speranza, come ha espresso più volte il presidente, è che gli attuali leader iraniani sono meno radicali di quelli precedenti – quasi tutti uccisi durante la guerra, dice Trump – e si sono mostrati più ragionevoli e aperti ad accettare le richieste americane. Il presidente l’ha definito “il terzo regime”, precisando che le dichiarazioni dure e bellicose in pubblico non sarebbero poi le posizioni mantenute da Teheran in privato. Al New York Post, Trump ha poi espresso dubbi in merito ai messaggi diffusi dall'Iran: “Ci stiamo confrontando con persone di cui non sappiamo se dicano o meno la verità. Di persona, ci dicono che si stanno sbarazzando di tutte le armi nucleari, che è tutto sparito. E poi si rivolgono alla stampa dicendo: ‘No, vorremmo procedere con l'arricchimento’. Quindi, lo scopriremo”, ha concluso Trump. (di Iacopo Luzi)
(Adnkronos) - “Il 2025 è stato un anno complesso: volatilità delle materie prime, dinamiche energetiche instabili e domanda non uniforme. In questo contesto, la crescita del 6,8% è il risultato di un modello fondato su diversificazione, specializzazione tecnica e investimenti continui. I fattori vincenti sono stati un portafoglio ampio, la presenza su grandi opere e infrastrutture, e una struttura industriale rafforzata da investimenti significativi in automazione e digitalizzazione. Tra gli elementi critici, sicuramente la gestione delle forniture e delle oscillazioni dei prezzi. Per il 2026 ci rende fiduciosi la solidità del nostro modello: produzione 100% Made in Italy; organizzazione più efficiente; posizionamento sempre più orientato a qualità e valore aggiunto; attenzione al servizio e al cliente. Tutti fattori che ci hanno sempre permesso di garantire un adeguato livello di presenza sul mercato”. Così, in un’intervista all’Adnkronos/Labitalia Nazzareno Damioli, amministratore delegato Sandrini Metalli spa. “L’investimento in automazione e digitalizzazione - spiega - sta rendendo l’azienda più integrata e più orientata al dato. I processi sono più tracciabili, le linee più efficienti, le funzioni più connesse tra loro. Concretamente cambia il lavoro quotidiano: meno attività ripetitive, più controllo di processo, maggiore responsabilità tecnica. Oggi sono indispensabili competenze industriali solide affiancate a capacità di lettura dei dati, visione di processo e problem solving. La tecnologia non sostituisce le persone: ne alza il livello professionale. La crescita dell’organico è stata coerente con l’espansione industriale. Non abbiamo semplicemente assunto di più: abbiamo strutturato meglio l’organizzazione. Attraiamo persone perché investiamo, perché offriamo prospettive concrete e perché valorizziamo competenze tecniche e manageriali. Lavoriamo su formazione continua e chiarezza degli obiettivi, ma abbiamo anche iniziato a sviluppare sistemi di valutazione più strutturati. Il clima interno si costruisce con coerenza e responsabilità condivisa: le persone restano quando vedono stabilità, crescita e riconoscimento del proprio contributo". “La transizione tecnologica - avverte - è un percorso, non un evento. Abbiamo introdotto automazione e digitalizzazione in modo progressivo, accompagnandole con formazione tecnica e momenti di confronto interno. Spieghiamo sempre il senso delle scelte, perché il cambiamento va compreso prima che applicato. Stiamo inoltre rafforzando strumenti di valutazione e percorsi di crescita chiari, così che ogni persona sappia dove si colloca e come può evolvere. La trasparenza è il primo antidoto al disorientamento. Gli investimenti hanno migliorato in modo concreto le condizioni di lavoro. Le nuove automazioni, ad esempio, stanno via via riducendo le attività manuali più gravose. L’ammodernamento degli impianti, invece, aumenta precisione e sicurezza operativa, mentre la digitalizzazione riduce urgenze e disorganizzazione, rendendo l’ambiente di lavoro più ordinato e controllato. Per noi innovazione significa anche questo: rendere l’azienda più efficiente e allo stesso tempo più sicura e più sostenibile per le persone”.
(Adnkronos) - Un percorso formativo avanzato sui temi Esg, economia circolare e sostenibilità, con un approccio multidisciplinare e orientato all’applicazione concreta nelle imprese: è questa la proposta di Safte - Scuola di Alta Formazione per la Transizione Ecologica, promossa da Italian Exhibition Group (Ecomondo) insieme all’Università di Bologna, con il patrocinio del ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica e della Regione Emilia-Romagna. L’iniziativa si avvale inoltre della collaborazione di partner quali Conai, Comieco e Ricrea, oltre al supporto di media partner tra cui Adnkronos, Rinnovabili, SolareB2B e altre testate specializzate. Prenderà il via il prossimo 17 aprile 2026 la quinta edizione della Scuola, rivolta a professionisti, imprese e pubbliche amministrazioni impegnati nei processi di sostenibilità. Il programma, in calendario fino al 10 luglio 2026, è progettato per fornire competenze avanzate e strumenti operativi per affrontare le sfide della transizione ecologica, integrando aspetti ambientali, economici e normativi e promuovendo una visione sistemica basata sui criteri Esg. Attraverso il contributo di docenti universitari, esperti e rappresentanti di istituzioni e imprese, Safte punta a formare figure professionali in grado di guidare l’innovazione e integrare la sostenibilità nelle strategie aziendali. Il percorso prevede inoltre momenti di confronto diretto con aziende e istituzioni, favorendo la condivisione di esperienze concrete.