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Ungheria, decine di migliaia al mega evento contro Orban alla vigilia del voto

(Adnkronos) - Decine di migliaia di giovani ungheresi, centomila secondo alcune stime, hanno affollato la Piazza degli Eroi di Budapest, e tutte le vie circostanti, per assistere al mega concerto "per smantellare il regime". Un 'concertone' di sette ore, a cui hanno ...

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Ungheria, decine di migliaia al mega evento contro Orban alla vigilia del voto

(Adnkronos) - Decine di migliaia di giovani ungheresi, centomila secondo alcune stime, hanno affollato la Piazza degli Eroi di Budapest, e tutte le vie circostanti, per assistere al mega concerto "per smantellare il regime". Un 'concertone' di sette ore, a cui hanno partecipato oltre 50 artisti e band, alla vigilia delle elezioni di domani che, per la prima volta in 16 anni, potrebbero mettere fine al governo di Viktor Orban, sfidato da Peter Magyar. "Lo sento nelle mie ossa che qualcosa cambierà, non credo che io voterei per Magyar in una situazione ideale, ma questa è la nostra unica chance", ha detto alla Bbc Fanni, una ragazza al primo voto che è stata accompagnata al concerto della madre, riferendosi a Peter Magyar, l'ex insider di Fidesz che due anni fa ha clamorosamente rotto con Orban ed ora guida Tisza, formazione di centro destra che promette una politica più europeista e anti-corruzone che i sondaggi danno in vantaggio. Non a caso, uno degli slogan scanditi dai giovani durante il concerto è stato “Ruszkik haza!”, Russi, tornate a casa', la frase simbolo della rivoluzione antisovietica del '56 ora usata contro l'ingerenza della Russia di Vladimir Putin, alleato di ferro di Orban. La grande partecipazione al concerto, che è stato anche seguito da 100mila persone in streaming, è una nuova conferma del forte sostegno che il 45enne Magyar raccoglie tra i più giovani, con un recente sondaggio che indica che il 65% degli under 30 sono per Tisza, contro appena il 14% che appoggia il premier nazionalista. Oggi sono previsti gli ultimi comizi, quello di Magyar a Debrecen, nel nord est del Paese, e quello di Orban nella piazza della capitale che ieri notte era piena dei giovani che chiedono il cambiamento. Intanto Trump ha lanciato il suo endorsement a Orban. "Il giorno delle elezioni è domenica 12 aprile 2026. Ungheria: andate a votare per Viktor Orban . E' un vero amico, un combattente e un vincente che ha il mio pieno e incondizionato sostegno nella sua lotta per la rielezione a primo ministro dell'Ungheria", ha scritto il presidente degli Stati Uniti, sottolineando che "Viktor Orban non deluderà mai il grande popolo ungherese. Sarò con lui fino alla fine!". Nel sostenerlo, Trump ha aggiunto che "Viktor Orban è un leader davvero forte e influente, con una comprovata esperienza nel raggiungimento di risultati eccezionali", ha scritto. Secondo il presidente statunitense Orban "combatte instancabilmente per il suo grande Paese e il suo popolo e li ama, proprio come io amo gli Stati Uniti". Inoltre, ha aggiunto Trump, "Viktor si sta impegnando a fondo per proteggere l'Ungheria, far crescere l'economia, creare posti di lavoro, sostenere il commercio, fermare l'immigrazione clandestina e garantire l'ordine pubblico". Il presidente americano ha poi parlato delle "relazioni tra l'Ungheria e gli Stati Uniti" che a suo avviso "hanno raggiunto nuovi livelli di cooperazione e importanti traguardi durante il mio mandato, in gran parte grazie al primo ministro Orban". Per questo, ha continuato Trump, "non vedo l'ora di continuare a lavorare a stretto contatto con lui affinché entrambi i nostri Paesi possano proseguire su questo eccellente percorso di sviluppo e cooperazione". Tutta l’Europa guarda all’Ungheria e alle elezioni di domenica, che potrebbero segnare la fine di 16 anni di governo di Vitkor Orban. I sondaggi indipendenti, danno in netto vantaggio il leader dell’opposizione Péter Magyar, ma la strada rimane in salita. Come ha spiegato a Eurofocus di Adnkronos Zsuzsanna Végh, analista politica ungherese del German Marshall Fund degli Stati Uniti e ricercatrice associata dell’European Council on Foreign Relations, gli apparati del potere sono stati rimodellati dagli orbaniani: una vittoria del partito rivale Tisza sarebbe solo l’inizio di una battaglia ben più lunga. Magyar sembra aver fatto tesoro dei tentativi fallimentari di sconfiggere Orbán, rileva l’esperta. L’ex politico di Fidész si è posizionato per parlare direttamente allo storico elettorato ungherese di centrodestra, si è dedicato intensamente alla campagna elettorale sul terreno e promette così bene che la maggior parte dei partiti di opposizione ha ritirato i propri candidati dalla corsa elettorale per dargli la migliore possibilità contro il premier in carica. Una situazione ben diversa dalla scorsa tornata elettorale, quella del 2022, quando naufragò la coalizione di convenienza guidata da Péter Márki-Záy, lasciando Fidész con una supermaggioranza al Parlamento. “In definitiva, la situazione è diversa ora e i protagonisti sono diversi - riassume l’analista - Nel 2022, dopo diversi tentativi falliti, era diventato chiaro per l’opposizione che nel sistema costruito da Fidész è impossibile sfidare il partito più forte se si corre separatamente“. Così i partiti di opposizione si sono uniti in un matrimonio di convivenza, pur mantenendo orientamenti ideologici molto diversi, con rivalità e conflitti interni alla coalizione evidenti. “Ma non c’era un messaggio unificante chiaro al di là di ‘vota contro Orbán'”. Negli ultimi due anni, dopo aver sfiorato il 30% alle elezioni europee, Magyar è emerso come “un nuovo leader che ha messo tutto questo da parte e non si è assolutamente confrontato con la vecchia opposizione, perché nella sua percezione gli elettori erano stanchi non solo del regime di Orbán, ma anche della vecchia opposizione”. Per due anni ha percorso il Paese in lungo e in largo, costruendo un movimento dal basso, senza compromessi e senza alleanze, e creando “un partito che sembra essere forte quanto Fidész”, anche se fondato su “una base elettorale ideologicamente molto diversificata e molto basata sul voto di protesta”. A ogni modo, “è riuscito a unire una coalizione di elettori anti-regime, non una coalizione di partiti. Ed è una distinzione importante“. In caso di vittoria, cosa cambierebbe nel rapporto tra Budapest e Bruxelles? “Il punto di partenza di Péter Magyar è il rilancio dell’impegno dell’Ungheria verso l’Unione Europea“, spiega Végh, avvertendo che non si tratta in alcun modo di un convinto euro-federalista, ma un politico nazionalista, conservatore, “il cui punto di riferimento è ancora la sovranità del Paese e l’interesse della nazione”. Il cambio di passo rispetto a Orbán sarebbe comunque netto: Magyar adotterebbe un “tono più collaborativo” e “molto probabilmente si allontanerebbe dalla politica del veto, che in molti casi non era guidata dagli interessi nazionali ungheresi, ma, come vediamo sempre più chiaramente, dalla rappresentanza degli interessi russi”. È lecito aspettarsi che Magyar porti avanti battaglie in Ue sulla migrazione, sui fondi per l’Ungheria nel prossimo bilancio 2028-2034, specialmente per quanto riguarda l’agricoltura, e sui punti di frizione bilaterali con l’Ucraina riguardanti la minoranza ungherese, aggiunge l’esperta. I diritti delle minoranze sono state identificate come priorità dalla candidata ministra degli Esteri di Tisza, Anita Orbán, che ha portato l’esempio polacco e rumeno come modello su come gestire il tema. “Ma ora abbiamo anche il problema energetico, quello relativo all’oleodotto Druzhba. Questo sarà all’ordine del giorno per qualsiasi governo perché per ora l’Ungheria dipende ancora da quella fornitura. Ma vedremmo più apertura da un governo Tisza per quanto riguarda la diversificazione e l’allontanamento dalla dipendenza dalla Russia”. Sul fronte ucraino, la posizione di Magyar è sfumata: probabilmente il suo governo sarebbe più aperto a sostenere il Paese, almeno finché il farlo non impatta negativamente sull’Ungheria. “Mi aspetto più apertura verso il sostegno finanziario, ma non tanto su quello militare“, puntualizza l’analista. Quanto all’adesione di Kiev all’Ue, Magyar non è contrario in linea di principio, ma si oppone alla corsia preferenziale: “Deve essere un processo basato sul merito. Il percorso accelerato sta trasformando l’adesione dell’Ucraina in una questione geopolitica piuttosto che nel processo standard di europeizzazione”. E vuole rimettere la questione agli ungheresi tramite referendum, mossa complicata, “visto quanto questi ultimi siano stati soggetti a così tanta propaganda anti-ucraina dal governo negli ultimi quattro anni”. Al di là del rapporto con Bruxelles, Magyar ha indicato il rafforzamento della cooperazione regionale con i Paesi dell’Europa centrale come seconda priorità di politica estera. L’ambizione è riportare l’Ungheria al centro del Gruppo di Visegrád (V4), di cui fa parte insieme a Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia, e che sotto Orbán si era progressivamente trasformato da piattaforma di cooperazione a fronte comune anti-Ue. Con la Polonia di Donald Tusk, spiega Végh, i margini di collaborazione sono ampi. Con il premier ceco Andrej Babiš ci si potrebbe aspettare “una cooperazione pragmatica”. Diverso il caso di Robert Fico in Slovacchia, dove la controversia sui decreti di espulsione che colpiscono la minoranza ungherese ha già creato attriti. Uno degli aspetti più visibili della campagna elettorale in corso è stato l’endorsement esterno a favore di Orbán — quello di JD Vance in visita a Budapest — mentre Magyar si è deliberatamente tenuto lontano da qualsiasi appoggio internazionale, anche per difendersi dalle accuse di essere un fantoccio di interessi stranieri. “L’esatto contrario di ciò che Orbán ha fatto nella sua strategia di campagna, sebbene sia lui a posizionarsi come sovranista e difensore dell’interesse nazionale: un paradosso interessante”, osserva Végh. L’opposizione vede l’ironia della posizione del leader di Fidész, ma non gli elettori pro-governo, aggiuge. Tuttavia, l’esperta non si aspetta che il sostegno di Washington influenzi la campagna elettorale, visto quanto è polarizzante l’amministrazione Usa. Lo stesso Vance non ha una forte presa sul pubblico ungherese, e il fatto che sia andato a fare campagna a fianco del premier “non influenza più la scelta degli elettori a questo punto. È troppo tardi“. L’esperta ravvisa nella visita del vicepresidente un messaggio più simbolico rivolto alle istituzioni Ue, che ha criticato apertamente accusandole di ingerenza straniera, e agli attori sovranisti affini in Ue, per assicurarli del sostegno del movimento Maga. L’influenza russa, invece, “è molto più sottile e a lungo termine”, prosegue l’analista, ricordando che gli “stretti legami” tra il governo ungherese e il Cremlino spiegano perché Mosca sarebbe molto interessata a mantenere Orbán al potere: “W stato un asset molto importante per la Russia nell’Ue”. La Russia opera “dietro le quinte, attraverso la costruzione di narrazioni. Abbiamo prove che testate filogovernative abbiano di fatto ripreso propaganda di fabbricazione russa e l’abbiano adattata al pubblico di lettori ungheresi”. E ci sono anche indicazioni di cooperazione sul fronte elettorale, con segnalazioni di funzionari del Gru, l’intelligence militare russa, “coinvolti come consiglieri del governo ungherese”. Anche se non è chiaro quanto tutto questo sia realmente necessario, dato il sistema politico costruito da Orbán, aggiunge l’esperta. Il recente episodio degli zaini pieni di esplosivi trovati in prossimità di un gasdotto in Serbia è “ampiamente visto come un’operazione false flag andata storta”, afferma Végh. “Le autorità serbe non hanno fornito una narrativa che avrebbe in alcun modo aiutato. Il governo serbo ha apertamente affermato che non c’era alcun collegamento con l’Ucraina. Se era davvero un’operazione false flag, non è stata un’operazione di successo: ha interferito solo con il weekend di Pasqua”. Che l’opinione pubblica abbia sospettato subito della versione del governo dice molto sul lavoro svolto da giornalisti e analisti indipendenti, in un Paese dove Fidesz “controlla i media pubblici — che a questo punto non dovremmo considerare come media di servizio pubblico, ma come un canale di propaganda — e la quota preponderante dei media privati“. Gli organi di informazione indipendenti sopravvivono, ma “operano sotto una pressione crescente” da parte delle autorità: attacchi a pagine social, siti web, webshop, ossia le principali fonti di introiti per le piccole attività. Il risultato, tuttavia, è visibile: “Quando accade qualcosa, il governo non ha automaticamente il dominio narrativo. È molto più difficile ingannare le persone che sono state rese consapevoli della possibilità di uno scenario come quello”. L’ipotesi di un mancato riconoscimento della sconfitta da parte del premier è nell’aria. Végh delinea una serie di scenari possibili, a partire dalla contestazione legale di singoli collegi, con riconteggi e possibile ripetizione del voto in caso di irregolarità, ossia la via meno destabilizzante, seppur in grado di ritardare i risultati definitivi. Ma ci sono scenari più estremi: se Fidész non accettasse il risultato e non trasferisse il potere in linea con la propria Costituzione, potrebbe decidere di rimanere al potere illegittimamente. Le conseguenze sarebbero pesanti. In primo luogo, “l’Ue non può permettere a un leader che non è legittimamente in carica di rappresentare il proprio Paese”, evidenzia l’esperta. Sul piano economico, “i mercati ne risentirebbero, il rating dell’Ungheria crollerebbe, il fiorino collasserebbe”. Dato che l’Ungheria “non è un Paese con molte risorse che può fare da sé, non sarebbe praticabile per un governo rimanere al potere contro la volontà popolare”. L’analista non esclude il rischio di proteste in piazza, caso in cui sarebbe nell’interesse di Tisza mantenere le manifestazioni non violente, con “provocatori infiltrati dal regime tra i manifestanti per causare violenza“. Lo scenario rimane improbabile, aggiunge. Anche perché ci sono altri modi di ostacolare un possibile governo Magyar. Il vero nodo, in caso di vittoria di Tisza, è cosa succederebbe il giorno dopo. Il parallelo è la Polonia di Donald Tusk, dove il governo riformista sta facendo i conti con istituzioni colonizzate dal partito uscente. Se Magyar vincesse una maggioranza semplice e non costituzionale “si troverebbe di fronte a una serie di attori di veto incorporati nel sistema: la presidenza, la Corte Costituzionale, il pubblico ministero, la Banca Nazionale, la Corte dei Conti”. La soglia critica è di 133 seggi su 199, i due terzi necessari per la maggioranza costituzionale. Al di sotto di quella soglia, Magyar potrebbe dare seguito alla sua promessa di sbloccare i fondi Ue congelati e avviare alcune riforme”, ma probabilmente non sarebbe in grado di invertire l’erosione democratica del sistema”, avverte l’esperta. Il banco di prova più immediato sarebbe l’approvazione del bilancio, che deve avvenire entro marzo 2027. “Il consiglio fiscale che deve dare il via libera è composto da tre membri: il presidente nominato dal partito di governo, il governatore della Banca Nazionale, ex ministro delle finanze di Fidész, e il presidente della Corte dei Conti, anch’esso un fedelissimo di Fidész». Se il bilancio non venisse approvato, il presidente della Repubblica avrebbe il diritto di sciogliere il Parlamento e indire nuove elezioni. “Quindi il primo anno sarà davvero cruciale“, conclude Végh. “Se invece c’è la maggioranza costituzionale, allora tecnicamente Magyar può fare quello che vuole”. E se Orbán vincesse ancora? Nessun cambio di traiettoria, in caso di un quinto mandato: “Questo governo si è sempre radicalizzato dopo ogni singola elezione, anche in politica estera“, sottolinea Végh. Difficile anche un semplice rimpasto: “Con le rivelazioni sugli stretti legami con la Russia, che è il punto dolente particolare, una rimozione del ministro degli Esteri sarebbe l’ammissione di evidenti comportamenti scorretti. Non credo che il governo Orbán possa farlo. Non sono nemmeno sicuro che la Russia permetterebbe al governo ungherese di farlo. Il che mostrerebbe che ci sono dipendenze piuttosto significative e solleverebbe di nuovo domande sulla sovranità”. La prospettiva europea sarebbe quella di un isolamento crescente, prosegue, spiegando di non vedere come possa continuare la collaborazione con i partner europei se Péter Szijjártó ricomparisse davanti al Consiglio europeo dopo le sue ammissioni sulla collaborazione attiva con il Cremlino. “È molto difficile cooperare con un governo che non nega nemmeno di aver fatto trapelare informazioni dalle riunioni del Consiglio a una terza parte che i partecipanti considerano un nemico e una minaccia”. Non si esclude, dunque, il ricorso all’articolo 7 dei Trattati per privare Budapest del diritto di veto, opzione che finora Bruxelles si è ben guardata dal considerare per non fornire munizioni alla campagna anti-Ue di Orbán. In questo ambito, l’esperta crede che la Commissione europea, in linea di massima, “abbia navigato bene” il periodo elettorale. “Non è intervenuta in alcun modo nella campagna. Ed è l’approccio giusto: non dovrebbe”. Nemmeno quando il governo ungherese ha colto l’Ue in contropiede rifiutandosi di appoggiare all’ultimo momento il pacchetto da 90 miliardi di euro per l’Ucraina. “Non riesco davvero a biasimare l’Ue per aver rinviato il confronto e aver cercato di aspettare. Allo stesso tempo, questo mette l’Ucraina in una posizione molto vulnerabile, e trovarsi in quella posizione ha ovviamente contribuito anche all’escalation dei rapporti tra Ungheria e Ucraina che il governo ungherese ha potuto sfruttare“.

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Sandrini Metalli, grande attenzione ai giovani e capacità di trattenere le competenze

(Adnkronos) - “Il 2025 è stato un anno complesso: volatilità delle materie prime, dinamiche energetiche instabili e domanda non uniforme. In questo contesto, la crescita del 6,8% è il risultato di un modello fondato su diversificazione, specializzazione tecnica e investimenti continui. I fattori vincenti sono stati un portafoglio ampio, la presenza su grandi opere e infrastrutture, e una struttura industriale rafforzata da investimenti significativi in automazione e digitalizzazione. Tra gli elementi critici, sicuramente la gestione delle forniture e delle oscillazioni dei prezzi. Per il 2026 ci rende fiduciosi la solidità del nostro modello: produzione 100% Made in Italy; organizzazione più efficiente; posizionamento sempre più orientato a qualità e valore aggiunto; attenzione al servizio e al cliente. Tutti fattori che ci hanno sempre permesso di garantire un adeguato livello di presenza sul mercato”. Così, in un’intervista all’Adnkronos/Labitalia Nazzareno Damioli, amministratore delegato Sandrini Metalli spa. “L’investimento in automazione e digitalizzazione - spiega - sta rendendo l’azienda più integrata e più orientata al dato. I processi sono più tracciabili, le linee più efficienti, le funzioni più connesse tra loro. Concretamente cambia il lavoro quotidiano: meno attività ripetitive, più controllo di processo, maggiore responsabilità tecnica. Oggi sono indispensabili competenze industriali solide affiancate a capacità di lettura dei dati, visione di processo e problem solving. La tecnologia non sostituisce le persone: ne alza il livello professionale. La crescita dell’organico è stata coerente con l’espansione industriale. Non abbiamo semplicemente assunto di più: abbiamo strutturato meglio l’organizzazione. Attraiamo persone perché investiamo, perché offriamo prospettive concrete e perché valorizziamo competenze tecniche e manageriali. Lavoriamo su formazione continua e chiarezza degli obiettivi, ma abbiamo anche iniziato a sviluppare sistemi di valutazione più strutturati. Il clima interno si costruisce con coerenza e responsabilità condivisa: le persone restano quando vedono stabilità, crescita e riconoscimento del proprio contributo". “La transizione tecnologica - avverte - è un percorso, non un evento. Abbiamo introdotto automazione e digitalizzazione in modo progressivo, accompagnandole con formazione tecnica e momenti di confronto interno. Spieghiamo sempre il senso delle scelte, perché il cambiamento va compreso prima che applicato. Stiamo inoltre rafforzando strumenti di valutazione e percorsi di crescita chiari, così che ogni persona sappia dove si colloca e come può evolvere. La trasparenza è il primo antidoto al disorientamento. Gli investimenti hanno migliorato in modo concreto le condizioni di lavoro. Le nuove automazioni, ad esempio, stanno via via riducendo le attività manuali più gravose. L’ammodernamento degli impianti, invece, aumenta precisione e sicurezza operativa, mentre la digitalizzazione riduce urgenze e disorganizzazione, rendendo l’ambiente di lavoro più ordinato e controllato. Per noi innovazione significa anche questo: rendere l’azienda più efficiente e allo stesso tempo più sicura e più sostenibile per le persone”.

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Indagine Beach Litter: oltre 50mila mozziconi di sigaretta raccolti in 12 anni

(Adnkronos) - Sos mozziconi di sigaretta sulle spiagge italiane. A lanciarlo Legambiente con i nuovi dati dell’indagine Beach Litter diffusa oggi in vista della giornata nazionale del mare (11 aprile) e del weekend di mobilitazione del 10-12 aprile 'Spiagge e Fondali Puliti 2026'. In 12 anni di monitoraggi, dal 2014 al 2026, sono 50.053 i mozziconi di sigaretta raccolti e catalogati da Legambiente in 653 transetti: una media di 77 ogni 100 metri lineari di spiaggia. Dati che valgono ai mozziconi il secondo posto in classifica tra i materiali più trovati sui lidi, dopo i frammenti in plastica che si piazzano al primo posto (61.785 quelli raccolti). I mozziconi di sigaretta costituiscono, inoltre, l’87% dei 57.099 'rifiuti di fumo' (che includono anche accendini, pacchetti di sigarette o scatole per tabacco o sigarette in carta) trovati in questi anni nel corso dei monitoraggi. A questa fotografia scattata dall’indagine Beach Litter di Legambiente si aggiunge anche quella relativa agli scarti di ogni tipologia raccolti e monitorati in questi in 12 anni nei 653 transetti e che ammontano a 512.934 rifiuti di cui l’80% è plastica. Ovvero una media di 785 rifiuti ogni 100 metri lineari. Per questo Legambiente richiama tutti all’azione e ad un maggior senso di responsabilità collettiva con la 36esima edizione di 'Spiagge e Fondali Puliti', nelle giornate del 10, 11 e 12 aprile, che ha come partner principale Sammontana, supporter Traghettilines, e partner tecnico Erion Care. Obiettivo della campagna è quello di denunciare l'incuria e l'abbandono delle coste, accendere i riflettori sulla raccolta differenziata e la gestione sostenibile dei rifiuti, promuovere la tutela dell'ecosistema marino. Saranno oltre 80 le iniziative in programma in 16 regioni della Penisola organizzate da circoli e regionali di Legambiente e che vedranno in azione volontari e cittadini di tutte le età impegnati a ripulire dai rifiuti abbandonati lidi, coste, fondali ma anche foci dei fiumi e torrenti. “Il problema della dispersione dei rifiuti in mare e in spiaggia - commenta Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente - resta un’emergenza in Italia e nel resto del mondo da affrontare al più presto. Per contrastare il marine e il beach litter è fondamentale ridurre l’usa e getta, prevedere più campagne di informazione e sensibilizzazione, ma anche più controlli e sanzioni effettive per chi getta i mozziconi di sigaretta a terra, in spiaggia o a mare. È inoltre fondamentale garantire la piena applicazione della direttiva Europa Sup 2019/904 sulla plastica monouso che prevede anche il principio della Responsabilità Estesa del Produttore (Epr) di tabacco, che obbliga i produttori a coprire i costi di gestione dei rifiuti, tra cui pulizia, trasporto e trattamento dei mozziconi abbandonati. Al ministero dell’Ambiente chiediamo di definire al più presto, tramite accordi di programma o altri strumenti attuativi, l’avvio dell’Epr come chiesto dalla direttiva e che ad oggi in Italia si basa solo su base volontaria”.

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