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(Adnkronos) - Decine di migliaia di giovani ungheresi, centomila secondo alcune stime, hanno affollato la Piazza degli Eroi di Budapest, e tutte le vie circostanti, per assistere al mega concerto "per smantellare il regime". Un 'concertone' di sette ore, a cui hanno partecipato oltre 50 artisti e band, alla vigilia delle elezioni di domani che, per la prima volta in 16 anni, potrebbero mettere fine al governo di Viktor Orban, sfidato da Peter Magyar. "Lo sento nelle mie ossa che qualcosa cambierà, non credo che io voterei per Magyar in una situazione ideale, ma questa è la nostra unica chance", ha detto alla Bbc Fanni, una ragazza al primo voto che è stata accompagnata al concerto della madre, riferendosi a Peter Magyar, l'ex insider di Fidesz che due anni fa ha clamorosamente rotto con Orban ed ora guida Tisza, formazione di centro destra che promette una politica più europeista e anti-corruzone che i sondaggi danno in vantaggio. Non a caso, uno degli slogan scanditi dai giovani durante il concerto è stato “Ruszkik haza!”, Russi, tornate a casa', la frase simbolo della rivoluzione antisovietica del '56 ora usata contro l'ingerenza della Russia di Vladimir Putin, alleato di ferro di Orban. La grande partecipazione al concerto, che è stato anche seguito da 100mila persone in streaming, è una nuova conferma del forte sostegno che il 45enne Magyar raccoglie tra i più giovani, con un recente sondaggio che indica che il 65% degli under 30 sono per Tisza, contro appena il 14% che appoggia il premier nazionalista. Oggi sono previsti gli ultimi comizi, quello di Magyar a Debrecen, nel nord est del Paese, e quello di Orban nella piazza della capitale che ieri notte era piena dei giovani che chiedono il cambiamento. Intanto Trump ha lanciato il suo endorsement a Orban. "Il giorno delle elezioni è domenica 12 aprile 2026. Ungheria: andate a votare per Viktor Orban . E' un vero amico, un combattente e un vincente che ha il mio pieno e incondizionato sostegno nella sua lotta per la rielezione a primo ministro dell'Ungheria", ha scritto il presidente degli Stati Uniti, sottolineando che "Viktor Orban non deluderà mai il grande popolo ungherese. Sarò con lui fino alla fine!". Nel sostenerlo, Trump ha aggiunto che "Viktor Orban è un leader davvero forte e influente, con una comprovata esperienza nel raggiungimento di risultati eccezionali", ha scritto. Secondo il presidente statunitense Orban "combatte instancabilmente per il suo grande Paese e il suo popolo e li ama, proprio come io amo gli Stati Uniti". Inoltre, ha aggiunto Trump, "Viktor si sta impegnando a fondo per proteggere l'Ungheria, far crescere l'economia, creare posti di lavoro, sostenere il commercio, fermare l'immigrazione clandestina e garantire l'ordine pubblico". Il presidente americano ha poi parlato delle "relazioni tra l'Ungheria e gli Stati Uniti" che a suo avviso "hanno raggiunto nuovi livelli di cooperazione e importanti traguardi durante il mio mandato, in gran parte grazie al primo ministro Orban". Per questo, ha continuato Trump, "non vedo l'ora di continuare a lavorare a stretto contatto con lui affinché entrambi i nostri Paesi possano proseguire su questo eccellente percorso di sviluppo e cooperazione". Tutta l’Europa guarda all’Ungheria e alle elezioni di domenica, che potrebbero segnare la fine di 16 anni di governo di Vitkor Orban. I sondaggi indipendenti, danno in netto vantaggio il leader dell’opposizione Péter Magyar, ma la strada rimane in salita. Come ha spiegato a Eurofocus di Adnkronos Zsuzsanna Végh, analista politica ungherese del German Marshall Fund degli Stati Uniti e ricercatrice associata dell’European Council on Foreign Relations, gli apparati del potere sono stati rimodellati dagli orbaniani: una vittoria del partito rivale Tisza sarebbe solo l’inizio di una battaglia ben più lunga. Magyar sembra aver fatto tesoro dei tentativi fallimentari di sconfiggere Orbán, rileva l’esperta. L’ex politico di Fidész si è posizionato per parlare direttamente allo storico elettorato ungherese di centrodestra, si è dedicato intensamente alla campagna elettorale sul terreno e promette così bene che la maggior parte dei partiti di opposizione ha ritirato i propri candidati dalla corsa elettorale per dargli la migliore possibilità contro il premier in carica. Una situazione ben diversa dalla scorsa tornata elettorale, quella del 2022, quando naufragò la coalizione di convenienza guidata da Péter Márki-Záy, lasciando Fidész con una supermaggioranza al Parlamento. “In definitiva, la situazione è diversa ora e i protagonisti sono diversi - riassume l’analista - Nel 2022, dopo diversi tentativi falliti, era diventato chiaro per l’opposizione che nel sistema costruito da Fidész è impossibile sfidare il partito più forte se si corre separatamente“. Così i partiti di opposizione si sono uniti in un matrimonio di convivenza, pur mantenendo orientamenti ideologici molto diversi, con rivalità e conflitti interni alla coalizione evidenti. “Ma non c’era un messaggio unificante chiaro al di là di ‘vota contro Orbán'”. Negli ultimi due anni, dopo aver sfiorato il 30% alle elezioni europee, Magyar è emerso come “un nuovo leader che ha messo tutto questo da parte e non si è assolutamente confrontato con la vecchia opposizione, perché nella sua percezione gli elettori erano stanchi non solo del regime di Orbán, ma anche della vecchia opposizione”. Per due anni ha percorso il Paese in lungo e in largo, costruendo un movimento dal basso, senza compromessi e senza alleanze, e creando “un partito che sembra essere forte quanto Fidész”, anche se fondato su “una base elettorale ideologicamente molto diversificata e molto basata sul voto di protesta”. A ogni modo, “è riuscito a unire una coalizione di elettori anti-regime, non una coalizione di partiti. Ed è una distinzione importante“. In caso di vittoria, cosa cambierebbe nel rapporto tra Budapest e Bruxelles? “Il punto di partenza di Péter Magyar è il rilancio dell’impegno dell’Ungheria verso l’Unione Europea“, spiega Végh, avvertendo che non si tratta in alcun modo di un convinto euro-federalista, ma un politico nazionalista, conservatore, “il cui punto di riferimento è ancora la sovranità del Paese e l’interesse della nazione”. Il cambio di passo rispetto a Orbán sarebbe comunque netto: Magyar adotterebbe un “tono più collaborativo” e “molto probabilmente si allontanerebbe dalla politica del veto, che in molti casi non era guidata dagli interessi nazionali ungheresi, ma, come vediamo sempre più chiaramente, dalla rappresentanza degli interessi russi”. È lecito aspettarsi che Magyar porti avanti battaglie in Ue sulla migrazione, sui fondi per l’Ungheria nel prossimo bilancio 2028-2034, specialmente per quanto riguarda l’agricoltura, e sui punti di frizione bilaterali con l’Ucraina riguardanti la minoranza ungherese, aggiunge l’esperta. I diritti delle minoranze sono state identificate come priorità dalla candidata ministra degli Esteri di Tisza, Anita Orbán, che ha portato l’esempio polacco e rumeno come modello su come gestire il tema. “Ma ora abbiamo anche il problema energetico, quello relativo all’oleodotto Druzhba. Questo sarà all’ordine del giorno per qualsiasi governo perché per ora l’Ungheria dipende ancora da quella fornitura. Ma vedremmo più apertura da un governo Tisza per quanto riguarda la diversificazione e l’allontanamento dalla dipendenza dalla Russia”. Sul fronte ucraino, la posizione di Magyar è sfumata: probabilmente il suo governo sarebbe più aperto a sostenere il Paese, almeno finché il farlo non impatta negativamente sull’Ungheria. “Mi aspetto più apertura verso il sostegno finanziario, ma non tanto su quello militare“, puntualizza l’analista. Quanto all’adesione di Kiev all’Ue, Magyar non è contrario in linea di principio, ma si oppone alla corsia preferenziale: “Deve essere un processo basato sul merito. Il percorso accelerato sta trasformando l’adesione dell’Ucraina in una questione geopolitica piuttosto che nel processo standard di europeizzazione”. E vuole rimettere la questione agli ungheresi tramite referendum, mossa complicata, “visto quanto questi ultimi siano stati soggetti a così tanta propaganda anti-ucraina dal governo negli ultimi quattro anni”. Al di là del rapporto con Bruxelles, Magyar ha indicato il rafforzamento della cooperazione regionale con i Paesi dell’Europa centrale come seconda priorità di politica estera. L’ambizione è riportare l’Ungheria al centro del Gruppo di Visegrád (V4), di cui fa parte insieme a Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia, e che sotto Orbán si era progressivamente trasformato da piattaforma di cooperazione a fronte comune anti-Ue. Con la Polonia di Donald Tusk, spiega Végh, i margini di collaborazione sono ampi. Con il premier ceco Andrej Babiš ci si potrebbe aspettare “una cooperazione pragmatica”. Diverso il caso di Robert Fico in Slovacchia, dove la controversia sui decreti di espulsione che colpiscono la minoranza ungherese ha già creato attriti. Uno degli aspetti più visibili della campagna elettorale in corso è stato l’endorsement esterno a favore di Orbán — quello di JD Vance in visita a Budapest — mentre Magyar si è deliberatamente tenuto lontano da qualsiasi appoggio internazionale, anche per difendersi dalle accuse di essere un fantoccio di interessi stranieri. “L’esatto contrario di ciò che Orbán ha fatto nella sua strategia di campagna, sebbene sia lui a posizionarsi come sovranista e difensore dell’interesse nazionale: un paradosso interessante”, osserva Végh. L’opposizione vede l’ironia della posizione del leader di Fidész, ma non gli elettori pro-governo, aggiuge. Tuttavia, l’esperta non si aspetta che il sostegno di Washington influenzi la campagna elettorale, visto quanto è polarizzante l’amministrazione Usa. Lo stesso Vance non ha una forte presa sul pubblico ungherese, e il fatto che sia andato a fare campagna a fianco del premier “non influenza più la scelta degli elettori a questo punto. È troppo tardi“. L’esperta ravvisa nella visita del vicepresidente un messaggio più simbolico rivolto alle istituzioni Ue, che ha criticato apertamente accusandole di ingerenza straniera, e agli attori sovranisti affini in Ue, per assicurarli del sostegno del movimento Maga. L’influenza russa, invece, “è molto più sottile e a lungo termine”, prosegue l’analista, ricordando che gli “stretti legami” tra il governo ungherese e il Cremlino spiegano perché Mosca sarebbe molto interessata a mantenere Orbán al potere: “W stato un asset molto importante per la Russia nell’Ue”. La Russia opera “dietro le quinte, attraverso la costruzione di narrazioni. Abbiamo prove che testate filogovernative abbiano di fatto ripreso propaganda di fabbricazione russa e l’abbiano adattata al pubblico di lettori ungheresi”. E ci sono anche indicazioni di cooperazione sul fronte elettorale, con segnalazioni di funzionari del Gru, l’intelligence militare russa, “coinvolti come consiglieri del governo ungherese”. Anche se non è chiaro quanto tutto questo sia realmente necessario, dato il sistema politico costruito da Orbán, aggiunge l’esperta. Il recente episodio degli zaini pieni di esplosivi trovati in prossimità di un gasdotto in Serbia è “ampiamente visto come un’operazione false flag andata storta”, afferma Végh. “Le autorità serbe non hanno fornito una narrativa che avrebbe in alcun modo aiutato. Il governo serbo ha apertamente affermato che non c’era alcun collegamento con l’Ucraina. Se era davvero un’operazione false flag, non è stata un’operazione di successo: ha interferito solo con il weekend di Pasqua”. Che l’opinione pubblica abbia sospettato subito della versione del governo dice molto sul lavoro svolto da giornalisti e analisti indipendenti, in un Paese dove Fidesz “controlla i media pubblici — che a questo punto non dovremmo considerare come media di servizio pubblico, ma come un canale di propaganda — e la quota preponderante dei media privati“. Gli organi di informazione indipendenti sopravvivono, ma “operano sotto una pressione crescente” da parte delle autorità: attacchi a pagine social, siti web, webshop, ossia le principali fonti di introiti per le piccole attività. Il risultato, tuttavia, è visibile: “Quando accade qualcosa, il governo non ha automaticamente il dominio narrativo. È molto più difficile ingannare le persone che sono state rese consapevoli della possibilità di uno scenario come quello”. L’ipotesi di un mancato riconoscimento della sconfitta da parte del premier è nell’aria. Végh delinea una serie di scenari possibili, a partire dalla contestazione legale di singoli collegi, con riconteggi e possibile ripetizione del voto in caso di irregolarità, ossia la via meno destabilizzante, seppur in grado di ritardare i risultati definitivi. Ma ci sono scenari più estremi: se Fidész non accettasse il risultato e non trasferisse il potere in linea con la propria Costituzione, potrebbe decidere di rimanere al potere illegittimamente. Le conseguenze sarebbero pesanti. In primo luogo, “l’Ue non può permettere a un leader che non è legittimamente in carica di rappresentare il proprio Paese”, evidenzia l’esperta. Sul piano economico, “i mercati ne risentirebbero, il rating dell’Ungheria crollerebbe, il fiorino collasserebbe”. Dato che l’Ungheria “non è un Paese con molte risorse che può fare da sé, non sarebbe praticabile per un governo rimanere al potere contro la volontà popolare”. L’analista non esclude il rischio di proteste in piazza, caso in cui sarebbe nell’interesse di Tisza mantenere le manifestazioni non violente, con “provocatori infiltrati dal regime tra i manifestanti per causare violenza“. Lo scenario rimane improbabile, aggiunge. Anche perché ci sono altri modi di ostacolare un possibile governo Magyar. Il vero nodo, in caso di vittoria di Tisza, è cosa succederebbe il giorno dopo. Il parallelo è la Polonia di Donald Tusk, dove il governo riformista sta facendo i conti con istituzioni colonizzate dal partito uscente. Se Magyar vincesse una maggioranza semplice e non costituzionale “si troverebbe di fronte a una serie di attori di veto incorporati nel sistema: la presidenza, la Corte Costituzionale, il pubblico ministero, la Banca Nazionale, la Corte dei Conti”. La soglia critica è di 133 seggi su 199, i due terzi necessari per la maggioranza costituzionale. Al di sotto di quella soglia, Magyar potrebbe dare seguito alla sua promessa di sbloccare i fondi Ue congelati e avviare alcune riforme”, ma probabilmente non sarebbe in grado di invertire l’erosione democratica del sistema”, avverte l’esperta. Il banco di prova più immediato sarebbe l’approvazione del bilancio, che deve avvenire entro marzo 2027. “Il consiglio fiscale che deve dare il via libera è composto da tre membri: il presidente nominato dal partito di governo, il governatore della Banca Nazionale, ex ministro delle finanze di Fidész, e il presidente della Corte dei Conti, anch’esso un fedelissimo di Fidész». Se il bilancio non venisse approvato, il presidente della Repubblica avrebbe il diritto di sciogliere il Parlamento e indire nuove elezioni. “Quindi il primo anno sarà davvero cruciale“, conclude Végh. “Se invece c’è la maggioranza costituzionale, allora tecnicamente Magyar può fare quello che vuole”. E se Orbán vincesse ancora? Nessun cambio di traiettoria, in caso di un quinto mandato: “Questo governo si è sempre radicalizzato dopo ogni singola elezione, anche in politica estera“, sottolinea Végh. Difficile anche un semplice rimpasto: “Con le rivelazioni sugli stretti legami con la Russia, che è il punto dolente particolare, una rimozione del ministro degli Esteri sarebbe l’ammissione di evidenti comportamenti scorretti. Non credo che il governo Orbán possa farlo. Non sono nemmeno sicuro che la Russia permetterebbe al governo ungherese di farlo. Il che mostrerebbe che ci sono dipendenze piuttosto significative e solleverebbe di nuovo domande sulla sovranità”. La prospettiva europea sarebbe quella di un isolamento crescente, prosegue, spiegando di non vedere come possa continuare la collaborazione con i partner europei se Péter Szijjártó ricomparisse davanti al Consiglio europeo dopo le sue ammissioni sulla collaborazione attiva con il Cremlino. “È molto difficile cooperare con un governo che non nega nemmeno di aver fatto trapelare informazioni dalle riunioni del Consiglio a una terza parte che i partecipanti considerano un nemico e una minaccia”. Non si esclude, dunque, il ricorso all’articolo 7 dei Trattati per privare Budapest del diritto di veto, opzione che finora Bruxelles si è ben guardata dal considerare per non fornire munizioni alla campagna anti-Ue di Orbán. In questo ambito, l’esperta crede che la Commissione europea, in linea di massima, “abbia navigato bene” il periodo elettorale. “Non è intervenuta in alcun modo nella campagna. Ed è l’approccio giusto: non dovrebbe”. Nemmeno quando il governo ungherese ha colto l’Ue in contropiede rifiutandosi di appoggiare all’ultimo momento il pacchetto da 90 miliardi di euro per l’Ucraina. “Non riesco davvero a biasimare l’Ue per aver rinviato il confronto e aver cercato di aspettare. Allo stesso tempo, questo mette l’Ucraina in una posizione molto vulnerabile, e trovarsi in quella posizione ha ovviamente contribuito anche all’escalation dei rapporti tra Ungheria e Ucraina che il governo ungherese ha potuto sfruttare“.
(Adnkronos) - In viaggio o a casa? Uova di cioccolato o colomba? Tradizione o novità? Queste e tante altre le opzioni per gli italiani per la prossima Pasqua, che quest'anno tra tensioni geopolitiche, boom delle bollette, carburanti in risalita e prezzi dei beni di consumo 'esplosivi' si preannuncia diversa da quelle degli ultimi anni. No allo spreco Secondo un’indagine condotta da Too good to go, azienda impegnata nella lotta allo spreco alimentare, sugli utenti della sua community , oltre 8 intervistati su 10 (86%) dichiarano di celebrare la ricorrenza acquistando uova di cioccolato e dolci tipici, per sé e/o per gli altri. Eppure, per un intervistato su tre, sono proprio i prodotti pasquali tradizionali a finire più facilmente tra gli sprechi. Non mancano però segnali incoraggianti: complice forse anche il contesto del caro vita, cresce l’attenzione verso un consumo più consapevole. Quasi un intervistato su due (45%) afferma infatti che quest’anno sprecherà meno rispetto al passato. La tradizione resta forte: le tavole pasquali continuano a riempirsi di prodotti simbolici, con una spesa generalmente contenuta ma diffusa. Circa 1 intervistato su 3 (34%) spende meno di 20 euro per dolci e uova, mentre quasi 2 su 3 (64%) restano sotto i 30 euro. Natura e cultura Per gli italiani che hanno scelto di passare una Pasqua in viaggio spicca la voglia di immersione in contesti naturali, un orientamento che prefigura una forte domanda per il turismo di prossimità e all'aria aperta per tutta la stagione. E' quanto sottolinea Trainline, la piattaforma leader in Europa per la prenotazione di treni e pullman, che ha esaminato i dati di viaggio relativi al periodo di Pasqua (1-5 aprile 2026). Secondo Trainline le festività pasquali, con la domenica che quest'anno cade il 5 aprile, rappresentano il primo, fondamentale banco di prova per il settore turistico italiano. Questo periodo agisce come un indicatore chiave in grado di anticipare le dinamiche e le preferenze dei viaggiatori in vista della stagione primaverile ed estiva. L'analisi, confrontando i flussi con quelli delle settimane precedenti di marzo, rivela un'eccezionale concentrazione della domanda a ridosso della festività e delinea traiettorie di crescita consolidate, posizionando il treno come motore del segmento turistico leisure. L'analisi dei dati di prenotazione indica appunto una netta preferenza per destinazioni che offrono un'immersione in contesti naturali, un orientamento che prefigura una forte domanda per il turismo di prossimità e all'aria aperta per tutta la stagione. Le località lacustri guidano questa dinamica: Peschiera del Garda segna una performance record con un picco di domanda del +195%. L'interesse per l'area dei laghi è confermato dai dati di Varenna-Esino-Perledo (+91%) e della città di Como (+81%). L'esame dei flussi di viaggio conferma una duplice dinamica che definisce la mobilità nazionale: i viaggi culturali e i flussi interregionali. Da un lato, si registra una solida domanda verso i poli culturali del Paese, con Pisa che mostra un aumento di interesse dell'+88%. Dall'altro, emerge con forza il ruolo del treno come strumento di connessione territoriale, specialmente lungo l'asse Nord-Sud. La crescita esponenziale di Foggia (+193%), Lecce (+146%) e Lamezia Terme (+81%) non rappresenta solo il fenomeno dei ricongiungimenti familiari, ma funge da indicatore per i flussi turistici estivi. Boom dei prezzi I prezzi di hotel e ristoranti per la prossima Pasqua hanno subito forti rialzi nelle principali città d’arte sia rispetto al 2025, sia rispetto al weekend precedente. Per quanto riguarda gli alberghi, il pernottamento in camera doppia per due persone, nel weekend di Pasqua, con colazione compresa, costa mediamente il +55% rispetto al weekend precedente e il +10% rispetto al 2025. E' quanto rileva l’Onf, Osservatorio Nazionale Federconsumatori. Anche i menu dei ristoranti segnano aumenti rispetto ad altri periodi: un pasto completo, per 2 persone, costa mediamente il 4% in più rispetto al weekend precedente e il 5% in più rispetto a Pasqua 2025. Rincari che renderanno difficile e in molti casi proibitiva la scelta di partire: secondo le nostre stime solo 1 famiglia su 7 (pari a circa 3,8 milioni di famiglie) sceglierà di trascorrere le festività pasquali lontano da casa (di questi oltre il 96% resterà in Italia). Molti, visti i costi elevati degli hotel, approfitteranno dell’ospitalità di amici e parenti, oppure sceglieranno soluzioni low cost in b&b, agriturismi o appartamenti in affitto. Anche il numero di famiglie che mangerà fuori casa sarà limitato: per Pasqua o Pasquetta solo 1 famiglia su 4 farà tale scelta, preferendo soprattutto agriturismi e ristoranti dalla cucina tradizionale. Per risparmiare, in molti opteranno per il consueto pic nic o barbecue all’aperto, o, se il tempo non lo permette, si riuniranno a casa di amici. Attenzione alla qualità Ma sarà anche una pasqua all’insegna della qualità sulla tavola degli italiani. Nonostante una congiuntura caratterizzata da disponibilità limitate e rincari stagionali su alcuni prodotti simbolo, l’Osservatorio Prezzi del Car (Centro Agroalimentare Roma) registra segnali di fiducia per i consumi in vista del weekend festivo. Il mercato resta caratterizzato da aumenti consistenti dei prezzi, in particolare dei prodotti provenienti dal Sud Italia, con acquisti più orientati verso le verdure tipiche della stagione primaverile. Queste offrono infatti un ottimo rapporto qualità-prezzo grazie alla provenienza da aree produttive locali e alla loro natura di prodotti a filiera corta. Un esempio è rappresentato dai prodotti solitamente più gettonati in vista della festività come le fave, attualmente nel pieno della stagione produttiva, che si attestano su quotazioni intorno a 2,20 euro/kg. Anche il mercato degli agretti mostra segnali di flessione, in particolare nel Lazio, dove i prezzi si collocano intorno a 2,50 euro/kg, mentre il carciofo romanesco laziale resta una scelta particolarmente conveniente, grazie a una qualità eccellente e a prezzi stabili compresi tra 0,80 e 1,20 euro/kg. I dolci preferiti Con l’avvicinarsi della Pasqua, l’Osservatorio shopping DoveConviene, l’app che semplifica lo shopping facendo risparmiare tempo e denaro, ha analizzato le intenzioni e i comportamenti d’acquisto degli italiani, mettendo in luce tendenze, preferenze e dinamiche che caratterizzeranno il mercato dei dolci pasquali nel 2026: secondo l’indagine quasi 3 italiani su 4 (75%) acquisteranno dolci pasquali, a conferma di una tradizione ancora fortemente radicata nelle abitudini di consumo. Le uova di cioccolato industriali restano il prodotto più diffuso, soprattutto quelle con personaggi, scelte da oltre la metà degli intervistati (54%). Accanto a queste, risulta alto l’interesse verso la colomba artigianale (32%), seguita dalle colombe industriali (25%), dalle uova artigianali (34%) e dai dolci tipici locali (17%), che mantengono un’importante nicchia di mercato. Ma c’è un dolce che più di ogni altro simboleggia la Pasqua: la colomba. Ma, al di là delle ricette e delle interpretazioni più o meno innnovative, esiste un vero e proprio rito, che non tutti conoscono: quello della degustazione. Parola di Dario Loison, alla guida della pasticceria veneta che porta il nome della famiglia che da tre generazioni la gestisce con la stessa passione. "Perché la colomba non si 'consuma' soltanto: si ascolta, si annusa, si legge nella sua trama e nel suo equilibrio. E soprattutto si condivide", spiega. "Nella degustazione si manifesta un aspetto che va oltre la tecnica: la colomba è un dolce che nasce per essere messo al centro. La sua forma stessa suggerisce un gesto collettivo, e l’esperienza si compie nella convivialità: si taglia, si passa, si commenta, si confrontano impressioni e ricordi. In un tempo in cui tutto corre, la colomba conserva una funzione rara: riunire. Raccontarla attraverso la grammatica del gusto significa restituire dignità a un piacere semplice: non 'mangiare un dolce', ma prendersi un momento. È qui che il grande classico si fa contemporaneo: nella capacità di essere familiare e, allo stesso tempo, sorprendente quando lo si ascolta davvero", afferma. Ecco allora svelato il metodo per una perfetta degustazione. L’assaggio efficace parte prima della bocca. "Un metodo semplice, replicabile da chiunque, aiuta a 'leggere' la colomba come si farebbe con un pane ricco o un dolce da forno importante, spiega Loison.
(Adnkronos) - La rendicontazione non finanziaria in Italia non è più solo un adempimento normativo, ma un asset strategico per comunicare valore. È quanto emerge dall’edizione 2026 del Premio Bilancio di Sostenibilità, l’iniziativa promossa da Corriere della Sera Buone Notizie in collaborazione con NeXt - Nuova Economia per Tutti Aps Ets in qualità di partner tecnico-scientifico. Il Premio indaga sullo stato dell’arte della trasparenza aziendale sui temi ambientali, sociali e di governance, premiando le imprese che si sono distinte nel realizzare e quindi condividere tutte le informazioni relative ai processi di sostenibilità sui tre pilastri della classificazione Esg. L’edizione di quest’anno ha registrato una partecipazione di 252 imprese suddivise in: 118 grandi aziende; 77 medie; 57 piccole. Il premio non valuta il livello assoluto di sostenibilità ma la capacità delle aziende di raccontare in modo trasparente e integrato il proprio impegno verso un’economia più attenta all’ambiente e alle persone. Dall’analisi sui quattro anni del Premio (2023-2026) si evince un netto miglioramento della qualità dei bilanci, e in particolare: convergenza dei pilastri - si osserva un livellamento verso l’alto delle performance, il pilastro della Governance (G) è quello cresciuto maggiormente nel quadriennio (+66,87%), mentre il pilastro Sociale (S) rimane quello con il punteggio medio più elevato nel 2026, superando quello ambientale; standardizzazione - il 77% delle aziende utilizza il 'Bilancio di Sostenibilità' come strumento principale, seguito dalla Relazione d’Impatto (7%); dagli Sdgs agli standard tecnici - si rileva una flessione nel collegamento esplicito agli Sdgs dell’Agenda 2030 (-43,69% nell'ultimo anno), segnale di uno spostamento dell’attenzione verso gli standard tecnici e regolatori europei (Esrs). "Il Bilancio di sostenibilità riporta quelle che sono le peculiarità della nostra azienda che non si vedono nei numeri - dichiara Davide Morelli, responsabile controllo di gestione di At Toptaglio Srl, azienda del settore edile - ci dà una distintività rispetto a chi vuole fare solo l’attività e non metterci quel qualcosa in più che invece noi cerchiamo di avere per crescere". "Noi rendicontiamo con un report integrato, non è una questione di compliance ma è una leva strategica dell’azienda, ci serve da revisione critica per l’operato di tutti i comparti - commenta Laura Gori, Founder e Ceo di Way2global, Pmi che si occupa di traduzioni - Le piccole aziende che sono l’ossatura del sistema paese devono diventare anche l’ossatura della rivoluzione sostenibile". La metodologia di valutazione ha analizzato 30 temi Esg basandosi su criteri di misurazione, materialità, politiche di miglioramento e rischi raggruppando le aziende per numero di addetti e dimensione. Significativo è l’aumento della partecipazione delle piccole aziende (+17 realtà rispetto all’anno precedente), a testimonianza di una crescente maturità organizzativa anche nelle realtà di minori dimensioni. "In un contesto normativo in continua evoluzione, in cui assistiamo anche a parziali cambi di rotta rispetto alla reportistica di sostenibilità - dichiara Luca Raffaele, direttore generale di NeXt Economia - il Premio continua a valorizzare lo sforzo delle aziende nel raccontare con chiarezza il proprio impatto. E’ importante supportarle, dar loro voce attraverso queste iniziative e alleanze di sistema che permettano la crescita in sostenibilità non solo delle singole realtà virtuose ma di filiere e distretti produttivi".