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Sesso, le misure contano davvero? Ecco l'effetto delle dimensioni su uomini e donne

(Adnkronos) - Nel sesso le misure non contano, si dice spesso, un po' per consolazione un po' per incoraggiamento. Ma è proprio vero? Non lo è secondo uno studio della biologa comportamentale ed evoluzionista Upama Aich della University of Western Australia, ...

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Confindustria giovani Fermo, da governo non solo controlli ma aiuti per legalità sostenibile

(Adnkronos) - Il dibattito sul futuro del sistema moda italiano si arricchisce di una voce radicata nel territorio. Gianni Gallucci, presidente di Confindustria giovani Fermo e direttore generale della storica azienda calzaturiera Gallucci, interviene, con ...

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Ambiente, progetto Grins: Italia sotto-assicurata di fronte ai nuovi rischi

(Adnkronos) - L’Italia presenta un significativo divario di copertura dei rischi. E sui nuovi rischi sociali e catastrofali, legati al cambiamento climatico, ha livelli di protezione nettamente inferiori alla media europea e Ocse. È questo il quadro che emerge dal ...

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Sesso, le misure contano davvero? Ecco l'effetto delle dimensioni su uomini e donne

(Adnkronos) - Nel sesso le misure non contano, si dice spesso, un po' per consolazione un po' per incoraggiamento. Ma è proprio vero? Non lo è secondo uno studio della biologa comportamentale ed evoluzionista Upama Aich della University of Western Australia, pubblicato sulla rivista open access 'Plos Biology'. "Le dimensioni del pene umano influenzano l'attrazione femminile e la valutazione maschile dei rivali", è la conclusione di Aich e colleghi. In parole povere - sentenzia la biologia, che è meno romantica dell'amore - un pene grande attira le donne e intimidisce gli altri uomini. In relazione alle dimensioni corporee - spiegano i ricercatori - l'organo maschile umano è più grande di quello di altri primati, un'osservazione che ha interrogato a lungo i biologi evoluzionisti. Prima dell'invenzione dell'abbigliamento, il pene sarebbe stato una caratteristica importante che avrebbe potuto influenzare potenziali partner e concorrenti. Studi precedenti hanno scoperto che le sue dimensioni possono influenzare il successo riproduttivo, influenzando la probabilità di gravidanza. Ma un pene più grande potrebbe anche aumentare l'appeal di un maschio per le femmine o ridurre la probabilità di combattimenti con altri maschi, segnalando ad esempio livelli più alti di testosterone e quindi una maggiore capacità nell'agone. Per vederci più chiaro, gli autori del nuovo lavoro hanno chiesto a oltre 600 uomini e 200 donne di valutare figure maschili generate al computer, che variavano in altezza, forma del corpo e dimensioni del pene. Le donne erano chiamate a esprimersi sull'attrattività sessuale delle immagini prodotte al Pc, gli uomini a riferire quanto le trovassero minacciose sia in termini di abilità in un eventuale combattimento sia come potenziali rivali nell'accoppiamento. I partecipanti all'indagine, condotta attraverso un sondaggio online, hanno visionato figure a grandezza naturale o immagini in scala. E' successo che "le donne hanno valutato come più attraenti figure maschili più alte, con un rapporto spalle-fianchi più elevato (indice di un corpo 'a V') e un pene più grande", riportano gli autori. "Tuttavia - precisano - oltre un certo limite, ulteriori aumenti nelle dimensioni del pene, nell'altezza e nella larghezza delle spalle hanno mostrato benefici decrescenti" sul giudizio femminile. E gli uomini? I maschi interpellati "hanno valutato figure più alte, con un corpo più a V e un pene più grande come più intimidatorie in qualità di rivali sessuali e avversari di combattimento". A differenza delle donne, però, anche di fronte a misure esagerate "hanno costantemente classificato i maschi con tratti più accentuati come una minaccia sessuale maggiore", a indicare che gli uomini "tendono a sopravvalutare l'importanza di queste caratteristiche agli occhi delle donne". "I risultati suggeriscono che sia le preferenze femminili sia la competizione con altri uomini hanno favorito l'aumento delle dimensioni del pene, dell'altezza e della larghezza delle spalle nei maschi umani", commentano gli scienziati. "Lo studio - sottolineano - fornisce la prima prova sperimentale che i maschi considerano le dimensioni del pene quando valutano la capacità di combattimento e l'attrattività di un rivale. Tuttavia, l'altezza e la forma del corpo hanno avuto una maggiore influenza sul modo in cui i maschi percepiscono i rivali, suggerendo che l'aumento delle dimensioni del pene sia stato maggiormente favorito dall'evoluzione per il suo ruolo nell'attrarre una compagna", puntualizzano i ricercatori. "Gli uomini hanno valutato i rivali con un pene più grande come più minacciosi fisicamente e sessualmente competitivi", afferma Aich. "Sebbene il pene umano svolga principalmente la funzione di trasferire lo sperma - afferma Michael D Jennions, co-autore del lavoro - il nostro risultato suggerisce che le sue dimensioni insolitamente grandi si siano evolute come 'ornamento' sessuale per attrarre le femmine, piuttosto che come semplice simbolo di 'status' per spaventare i maschi, sebbene svolga entrambe le funzioni". In conclusione, con buona pace di chi preferisce illudersi del contrario, nel sesso le misure contano.

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Confindustria giovani Fermo, da governo non solo controlli ma aiuti per legalità sostenibile

(Adnkronos) - Il dibattito sul futuro del sistema moda italiano si arricchisce di una voce radicata nel territorio. Gianni Gallucci, presidente di Confindustria giovani Fermo e direttore generale della storica azienda calzaturiera Gallucci, interviene, con un'intervista all'Adnkronos/Labitalia, sulle sfide che attendono il comparto. L'azienda Gallucci, simbolo dell'eccellenza Made in Italy sin dai primi del '900, rappresenta la sintesi perfetta tra tradizione e innovazione. Quasi centenaria, a conduzione familiare e nota per il suo distintivo colore arancio, vanta diversi brevetti per invenzione industriale e una produzione realizzata al 100% in Italia. Un prestigio che ha portato le sue calzature a vestire le famiglie reali di Belgio e Svezia, star internazionali come Madonna e Jennifer Lopez, la famiglia Trump e icone dello sport mondiale del calibro di Klay Thompson, Stephen Curry e Kevin Durant. "Le recenti riflessioni di Diego Della Valle patron di Tod’s - dice - non sono una semplice difesa di categoria, ma un richiamo a una responsabilità condivisa tra imprese e istituzioni. In un momento di forte attenzione giudiziaria sul settore moda, è giusto che lo Stato controlli e vigili, ma è altrettanto necessario che tuteli il sistema produttivo e lavori concretamente per migliorare le condizioni in cui le aziende e i lavoratori operano". "Il sistema della moda italiana - fa notare - è sorretto da piccole e medie imprese artigiane, il cuore pulsante dei distretti produttivi che tutto il mondo ci invidia. Chiedere a queste realtà, spesso a gestione familiare, di sostenere da sole controlli complessi e responsabilità estese lungo tutta la filiera, senza un adeguato supporto istituzionale, significa metterle in serio pericolo. Le istituzioni devono essere presenti non solo per reprimere, ma per prevenire, accompagnare e rendere sostenibile la legalità". "La tutela del lavoro - spiega - intesa come garanzia di sicurezza, trasparenza e dignità, non è solo un dovere morale, ma un pilastro del valore stesso del Made in Italy". Tuttavia, l'imprenditore evidenzia un paradosso sistemico: "Il desiderio di mantenere standard sociali ed etici elevatissimi si scontra con una realtà di mercato globale profondamente sbilanciata. Il costo del lavoro resta tra i più alti d’Europa e la pressione fiscale continua a gravare in modo sproporzionato sulle imprese regolari. Senza un intervento strutturale che riequilibri questa asimmetria, riducendo il gap di prezzo attraverso una detassazione del lavoro, le eccellenze italiane rischiano di restare schiacciate in una morsa: da un lato l'impossibilità di abbassare i prezzi per competere con l'Asia, dall'altro l'insostenibilità dei costi fissi europei. La vera sfida della competitività oggi non si gioca solo sulla qualità del prodotto, ma sulla capacità dello Stato di rendere economicamente sostenibile l'etica produttiva". "La competitività - avverte - è oggi una condizione indispensabile per difendere il Made in Italy e i posti di lavoro italiani. Se produrre in Italia diventa insostenibile, il rischio concreto è la perdita di competenze secolari e la creazione di 'crateri' industriali, con la scomparsa improvvisa di interi distretti". "Ridurre il cuneo fiscale - auspica - semplificare le norme e abbassare il costo del lavoro non significa rinunciare ai diritti ma metterli in sicurezza nel lungo periodo e ridurre persino l’utilizzo degli ammortizzatori sociali. E’ fondamentale definire misure concrete che favoriscano la detassazione del lavoro e la difesa della competitività internazionale, senza imprese solide e messe in condizione di competere sui mercati globali, non può esistere lavoro di qualità".

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Ambiente, progetto Grins: Italia sotto-assicurata di fronte ai nuovi rischi

(Adnkronos) - L’Italia presenta un significativo divario di copertura dei rischi. E sui nuovi rischi sociali e catastrofali, legati al cambiamento climatico, ha livelli di protezione nettamente inferiori alla media europea e Ocse. È questo il quadro che emerge dal workshop 'Insurance, Climate, Health, Financial Stability', dove la Fondazione Grins - Growing Resilient, INclusive and Sustainable, con le Università di Napoli Federico II e Università Ca’ Foscari Venezia, Ania e Eief, ha presentato studi e approfondimenti sul tema. Sul fronte dei rischi sociali di lungo periodo, come la non autosufficienza, la copertura assicurativa privata è marginale ma soprattutto emerge che meno di 4 italiani su 10 conoscono strumenti assicurativi dedicati e la protezione resta affidata quasi interamente alla famiglia e alla spesa pubblica, che copre solo una parte dei costi effettivi. Per i rischi climatici e naturali, il quadro è ancora più critico, solo una quota minima delle famiglie è assicurata contro alluvioni, terremoti e frane e tra le imprese, solo il 7% risulta coperto contro le calamità naturali, ma quello che più colpisce è che oltre l’80% delle microimprese non dispone di alcuna protezione. E le microimprese sono oltre il 99% delle imprese italiane. L’Italia è uno tra i Paesi più esposti d’Europa a eventi estremi e con una popolazione in rapido invecchiamento, la sottoassicurazione è evidente, con conseguente aumento di costi economici e sociali e della dipendenza da interventi pubblici emergenziali. Nel workshop 'Insurance, Climate, Health, Financial Stability', che ha riunito economisti, studiosi e rappresentanti delle istituzioni, Grins ha presentato nuove evidenze empiriche per comprendere perché la copertura resti così bassa e individuare possibili indicazioni di policy per rafforzare la resilienza del Paese. Al centro dei lavori, tre studi. Il punto di partenza poggia sul modello storicamente centrato sui rischi 'tradizionali' che deve essere innovato in quanto sempre meno adeguato a una società caratterizzata da invecchiamento demografico, cambiamento climatico e maggiore esposizione a shock sistemici. Il primo studio Grins analizza la disponibilità degli individui a pagare per l’assicurazione contro la non autosufficienza (Long-Term Care), utilizzando un esperimento su un campione rappresentativo della popolazione italiana. I risultati hanno scattato la seguente fotografia: la consapevolezza dei costi e dei rischi della non autosufficienza è molto limitata; fornire informazioni corrette su probabilità e costi aumenta la disponibilità a contribuire di circa il 15%, pari a circa 3 euro mensili in più; l’effetto è particolarmente forte tra i soggetti inizialmente meno informati, come donne e individui senza coperture assicurative; su scala nazionale, ne emerge un potenziale di raccolta pari a circa un terzo della spesa pubblica attuale per la long-term care, segnalando ampi margini per un ruolo complementare dell’assicurazione privata. Il secondo lavoro Grins esamina la propensione dei cittadini a sostenere finanziariamente politiche di prevenzione contro i rischi idrogeologici, sempre più frequenti. L’analisi evidenzia che oltre metà degli individui è favorevole, in linea di principio, a contribuire a un fondo pubblico per la prevenzione. La diffusione di informazioni sugli impatti umani ed economici delle catastrofi naturali aumenta di circa 9 punti percentuali la probabilità di adesione. La disponibilità a pagare cresce in media di circa 25-30 euro all’anno per individuo. Tuttavia, la percezione del rischio di 'free riding' e della mancata partecipazione altrui può ridurre il sostegno. Nel complesso, una campagna informativa strutturata potrebbe generare fino a 250-270 milioni di euro aggiuntivi l’anno per la prevenzione, mostrando come informazione e fiducia collettiva siano determinanti cruciali. Il terzo contributo Grins analizza la copertura assicurativa delle imprese italiane contro i rischi catastrofali naturali, combinando dati Ania, informazioni geografiche sui rischi fisici e dati di bilancio. I risultati indicano una copertura particolarmente bassa tra micro e piccole imprese, che sono anche le più vulnerabili; esiste un forte disallineamento tra rischio fisico effettivo e decisione di assicurarsi in quanto l’esposizione a rischi sismici o idraulici aumenta la probabilità di copertura, ma in misura molto limitata. Fattori dimensionali, settoriali e territoriali contano più del rischio oggettivo. L’analisi conferma l’esistenza di un persistente 'protection gap', che rende le imprese italiane esposte a shock potenzialmente sistemici. La legge appena entrata in vigore di obbligo catastrofale per le aziende italiane introdotta nella legge di bilancio 2024 dovrebbe aiutare a ridurre il gap. Dallo studio emerge prepotentemente l’esposizione delle piccole imprese su cui va posto un ombrello protettivo, perché costituiscono la componente largamente prevalente del tessuto imprenditoriale italiano e rappresentano l’ossatura portante di molte realtà più grandi. Nel loro insieme, i lavori presentati mostrano che la sottoassicurazione in Italia non dipende solo da vincoli di reddito o di offerta, ma anche da scarsa consapevolezza dei rischi; aspettative di intervento pubblico ex post, non considerando la potenziale crescita del debito pubblico o l’eventuale richiesta sotto forma di accise o eventuali prelievi per i casi più estremi; problemi di coordinamento e fiducia; limitata cultura assicurativa in tutta la sua interezza. Le evidenze Grins suggeriscono la necessità di rafforzare politiche di informazione e prevenzione; sviluppare schemi assicurativi pubblico-privati ma soprattutto offrono spunti per nuove azioni. “Il workshop conferma il valore della ricerca economica applicata nel supportare scelte di policy basate su evidenze. Il progetto Pnrr Grins ha contribuito al dibattito su come rafforzare la resilienza economica, sociale e finanziaria dell’Italia di fronte ai nuovi rischi offrendo evidenze e spunti di riflessione per nuove policy”, afferma Tullio Jappelli, Università di Napoli Federico II e coordinatore del gruppo di ricerca Grins dedicato alla resilienza delle famiglie. Per Monica Billio, Università Ca’ Foscari Venezia e coordinatrice del gruppo di ricerca Grins sui temi di finanza sostenibile, "il contributo informativo e di analisi del progetto Grins favorisce la riflessione su come promuovere meccanismi innovativi di gestione dei nuovi rischi, valutando non solo incentivi mirati ma strumenti mutualistici e soprattutto sottolineando la necessità di integrare assicurazione, prevenzione e adattamento climatico in una strategia coerente e comune”.

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