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(Adnkronos) - Presidente della Fondazione per la Sostenibilità Digitale, docente universitario ed editorialista, Stefano Epifani lavora da anni sul rapporto tra tecnologia, democrazia e potere, sia in ambito accademico sia nel confronto con istituzioni e imprese, in Italia e all’estero. Il suo ultimo libro, Il teatro delle Macchine Pensanti, smonta dieci falsi miti sull’intelligenza artificiale e invita a guardare oltre la retorica dell’innovazione, riportando al centro la questione della governance, delle responsabilità e delle scelte politiche che stanno dietro gli algoritmi. In questa intervista con l'Adnkronos Epifani parte dal caso Cloudflare e dallo scontro con Agcom per allargare lo sguardo su un tema che attraversa oggi regolazione, geopolitica e democrazia: la sovranità digitale. Un concetto spesso evocato, ma raramente affrontato nella sua dimensione più profonda, che non riguarda solo infrastrutture o localizzazione dei dati, bensì la capacità degli Stati di decidere come le tecnologie incidono sui processi decisionali, sull’informazione e sul funzionamento delle istituzioni pubbliche. Dal ruolo dell’informatica pubblica alla dipendenza algoritmica, dal rapporto tra regolazione europea e modello americano fino ai limiti di una sostenibilità digitale priva di reale controllo sulle architetture tecnologiche, Epifani mette a fuoco una domanda centrale: l’Europa sta davvero costruendo una propria capacità di governo del digitale, o sta semplicemente adattandosi a decisioni prese altrove? Partiamo dal caso Cloudflare e dallo scontro con Agcom. È solo una controversia tecnica? "È molto di più. Cloudflare è solo la punta dell’iceberg di un processo di ridefinizione dei rapporti di forza globali. Non è una battaglia da qualche milione di euro di multa: è uno scontro sul principio di responsabilità di ciò che transita nella rete. E dietro Cloudflare non c’è solo un’azienda, ma un’idea americana di internet, oggi rafforzata da una precisa postura politica". In che senso? "Perché tocca il cuore della filosofia che per anni ha retto il web statunitense: l’idea che chi fornisce infrastrutture o servizi non sia responsabile di ciò che vi passa sopra. Ma quella visione è stata stiracchiata per quindici anni, mentre le piattaforme sono passate dall’essere semplici intermediari a soggetti che influenzano attivamente visibilità, priorità, comportamenti. Oggi non possiamo più far finta che infrastruttura e contenuto siano la stessa cosa, né che nessuno sia responsabile". Il rischio, però, è che norme come il Pirate Shield finiscano per dare troppe responsabilità agli operatori. "Il rischio esiste davvero, perché si tende a confondere ruoli diversi. Ci sono soggetti che gestiscono le autostrade di internet e altri che gestiscono i servizi che vi transitano sopra. Le prime non possono controllare cosa passa, sarebbe pericoloso sia dal punto di vista tecnico sia da quello democratico. Ma chi offre servizi digitali sa benissimo che tipo di contenuti e di traffico sta gestendo. Il problema, quindi, non è se qualcuno debba essere responsabile, ma stabilire con chiarezza chi lo è e fino a che punto, evitando di affidare poteri di controllo senza regole o senza garanzie". Responsabilità però non significa censura privata. "Non vuol dire che un attore privato possa decidere autonomamente cosa passa e cosa no. Altrimenti ricadiamo nello stesso problema che la normativa americana voleva evitare: concentrare un potere enorme senza controllo democratico. La responsabilità va accompagnata da regole, trasparenza e controllo pubblico". Questo ci porta al tema più ampio della sovranità digitale. Lei sostiene che venga spesso fraintesa. "Perché la riduciamo a una questione industriale: cloud nazionale, data center sul territorio, tecnologia “made in Europe”. Ma la sovranità digitale è un’altra cosa: è la capacità di decidere. Decidere dove stanno i dati che contano, chi li governa, come vengono elaborati e trasformati in decisioni. Senza questa capacità, la sovranità non è stata persa: non è mai stata esercitata". La localizzazione dei dati, quindi, non basta. "È necessaria ma non sufficiente. Possiamo anche tenere i dati in Europa, ma se l’azienda che li gestisce è soggetta al Cloud Act americano, quei dati restano accessibili. Il problema vero è che stiamo esternalizzando le infrastrutture della conoscenza: sistemi che non solo conservano dati, ma li rielaborano e li presentano, diventando strumenti di intermediazione cognitiva". È qui che entra in gioco la dipendenza algoritmica. "Non dipendiamo solo da infrastrutture esterne, ma da modelli decisionali, metriche, criteri di rilevanza definiti altrove. Algoritmi che stabiliscono cosa vediamo, cosa conta, cosa è rilevante. Importarli senza governarli significa importare visioni del mondo senza mandato democratico. Questa è la vera perdita di sovranità". Eppure si continua a parlare di sovranità come semplice “proprietà del dato”. "Perché è più semplice. Ma è una semplificazione pericolosa. La questione non è solo dove sta il dato, ma come viene elaborato. Oggi utilizziamo dati pubblici per alimentare infrastrutture private che diventano critiche per il funzionamento della democrazia, del lavoro, dell’informazione. Senza controllo sull’architettura digitale, qualsiasi politica pubblica può saltare". Mi scusi, ma è mai esistita davvero una sovranità digitale europea? "No, non nel senso pieno del termine. Ma questo non significa che sia impossibile costruirla oggi. Significa che dobbiamo smettere di raccontarci che basti rallentare il modello americano con la regolazione. Serve un progetto". Che tipo di progetto? "La costruzione di uno stack tecnologico europeo. E questo implica collaborazione, che è la cosa che in Europa sappiamo fare peggio. Abbiamo competenze distribuite, ma non ecosistemiche. E ogni volta che un Paese cerca una scorciatoia bilaterale con gli Stati Uniti, depotenzia qualsiasi tentativo di costruzione comune". Norme o investimenti? "Entrambi. Senza infrastrutture, la normativa resta lettera morta. Senza regole, l’infrastruttura diventa caos. Se diciamo che è sensato investire il 5% del Pil in difesa militare, non capisco perché non si possa dire che è sensato investire una quota simile in infrastrutture digitali strategiche. Sono armi di difesa, solo di un altro tipo". In questi casi però serve sempre una guida, un motore, qualcuno che metta sul tavolo una proposta e consenta agli altri di seguirlo. "Non dovrebbe farlo una singola nazione, ma un settore. E in Europa quel settore è ancora il pubblico. L’informatica pubblica deve tornare a essere una competenza strategica. Le infrastrutture critiche – energia, servizi, telecomunicazioni – sono spesso pubbliche, ma il software che le governa no. È lì che va recuperato controllo". Con quale modello? "Pubblica amministrazione, università, centri di ricerca e imprese private che lavorano insieme. Partendo dai dati pubblici, costruendo architetture europee, sfruttando il riuso del software, che è già previsto dalla normativa. Non è facile, ma se non si comincia non si arriva mai". L’intelligenza artificiale può essere il terreno su cui recuperare terreno? "Solo se smettiamo di pensare che basti comprare potenza di calcolo. La partita non è sull’hardware, ma sugli algoritmi e sui modelli. Rischiamo di investire in supercomputer senza sapere cosa farne, mentre altri investono nelle logiche che governano quei sistemi". E il quantum computing? Può essere il salto generazionale? "È fondamentale investire nel quantum, ma pensare di saltare i prossimi dieci anni aspettando il quantum è una forma di benaltrismo. Questi dieci anni saranno decisivi per gli equilibri geopolitici e tecnologici. Non possiamo permetterci di rinunciare a giocare la partita adesso". Qual è il rischio più grande per l’Europa? "Continuare ad accelerare nella direzione sbagliata, chiamando innovazione una progressiva rinuncia alla capacità di decidere. La sovranità digitale non si perde con una crisi: si perde per inerzia. E oggi l’inerzia è il nostro avversario principale". (di Giorgio Rutelli)
(Adnkronos) - Il 17 gennaio si celebra il World Pizza Day e con esso un simbolo di Made in Italy, di convivialità, di gioia ma anche di visione. Negli ultimi anni l’intero settore ha conosciuto una forte crescita, che ha portato a un’evoluzione del concetto stesso di pizzeria e di pizza, oggi sempre più legato a ricerca e qualità. Ecco allora alcune proposte di 'pizze bandiera' da tutta Italia dei migliori maestri pizzaioli per questa settimana speciale. - 'La Rinforzata' di Diego Vitagliano (10 Diego Vitagliano a Napoli, Pozzuoli, Bagnoli, Roma). Il maestro degli impasti napoletano continua a sorprendere senza mai perdere la propria identità. Propone 'La Rinforzata: cavolfiore marinato e gratinato con soia, senape, colatura di alici, Fior di latte dei Monti Latteria Sorrentina, acciughe di Cetara, grattugiata di mandorle tostate, tartufo nero e Cacioricotta cilentano. - 'Valeria da nonna' di Pier Daniele Seu (Seu Pizza a Roma). Il nuovo Seu, dagli ambienti rinnovati e raffinati, porta in tavola il sapore di casa: polpette al sugo, pomodoro arrosto, fonduta di parmigiano, pecorino, battuto mediterraneo e basilico. Poi la proposta per il Tac-Thin and crunchy di Roma: 'L'assoluto di crucifere'. Le proposte assolute di Seu sono la sua cifra, qui in chiave Vegan: crema di cavolfiore giallo, broccolo romanesco arrosto, cavolfiore viola in soluzione citrica, crema di broccolo verde e senape, cavoletti di bruxelles, chips di cavolo nero e nocciole. - 'Faccio un salto ai Castelli' (Pizza & Bolle a Roma). Freschissimi di rebranding, l'insegna dedicata alla 'Romana' propone una pizza del territorio romano: crema di patate arrosto, patate saute, porchetta, riduzione al balsamico e salsa tzatziki. Immancabile l'abbinamento: Champagne De Venoge - Extra Brut. Mentre l'insegna dedicata alla 'pizza napoletana' propone un abbinamento mediterraneo: fior di latte, guanciale, teriyaki, zenzero marinato, pecorino semistagionato e pepe sichuan. Abbinamento: La Piotta Misunderstanding - Frizzante. Infine, l'insegna dedicata alla teglia da asporto propone una pizza diversa, ispirata a un grande classico della cucina newyorkese, la pizza Pastrami: Misticanza, Pastrami, Cetriolini Jumbo, Senape, Olio evo. - 'Transumanza' di Luca Cornacchia (Fermenta Pizzeria a Chieti). Rievocando l'esperienza dei pastori che spostavano i greggi di pecore con un fagotto in spalla, arriva 'Transumanza', un padellino tripla lievitazione 100% cotto al vapore ripieno di pecora alla callara sfilacciata (lunga cottura). A sigillare il fagotto e a preservare il crunch del morso, cacio cavallo podolico. - 'Funghi e crema pasticcera salata' di Alessandro Santilli (Frumentario a Roma). Alessandro Santilli con il suo format di chiusura al bancone continua a stupire con tecniche e preparazioni da chef: funghi plerotus ripassati con aglio olio e prezzemolo, crema pasticcera salata al provolone affumicato e demi-glace con senape in grani. Nono solo, in onore della settimana dedicata alla pizza, per tutti coloro che sceglieranno questa pizza presso il locale, in omaggio un assaggio della visione di Margherita, pizza signature di Alessandro. - 'Animelle, lenticchie e cipolla' (Bonci a Roma). Il re degli impasti noto in tutto il mondo, Gabriele Bonci, propone: hummus di lenticchie di Rascino, animelle e cipolla fritta al miele. - 'Pizza da 10' di Max Crunch (Ripiena a Roma). Questa è una pizza iconica per Massimiliano Ceccarelli (alias Max Crunch) che richiama quella celebre di ‘Gianni al Mattone’, ribattezzata la ‘Pizza da 10’ da Max e 'Franchino Er Criminale' durante il loro video realizzato nella pizzeria di Primavalle, e che oggi qui da ‘Ripiena’ si chiama proprio così, ‘Pizza da 10’: polpa di granchio, insalata e maionese. Per i veri amanti degli anni ’80. - 'Non è una pizza per napoletani (pizza&ananas)' (Bro a Napoli). Due fratelli, Ciro al forno e Antonio in sala, rendono la ruota di carro più contemporanea che mai con: salame piccante, fior di latte, composta di ananas piccante, fonduta di provolone del Monaco Dop, basilico e olio evo. - 'Aglio olio e peperoncino' di Roberta Esposito (Brando pizza bistrot a Gioia del Colle, in Puglia). La pizzaiola più premiata dell'anno porta tante novità in Puglia, come la versione sottile del suo impasto. Per il World Pizza Day propone una ricetta classica ma vincente: Mozzarella di Gioia del Colle Dop, Aglio, Crumble di Pane all'Aglio e Peperoncino, Pomodori Secchi, Peperoncini Peruviani Gialli e Rossi. - 'Salsiccia e friarielli' di Federico e Francesco De Maria (I Vesuviani a Napoli). I fratelli Federico e Francesco, pizzaioli 'da zero generazioni', difendono il territorio con un grande classico campano: ruota di carro con friarielli alla napoletana, salsiccia di suino umbro, provola e pecorino bagnolese. - 'La Capovolta' di Valerio Iessi e Daniele Ferrara (I Borboni a Pontecagnano Faiano, Salerno). La ricerca sugli impasti continua e vede nel 2026 una nuova proposta reale nel menu: 'I Capovolti'. I padellini vengono cotti 'al contrario' e girati prima di essere serviti. Una dedica al felice errore delle sorelle Tatin. Una delle tre proposte è Partenope al Fumo: scarola saltata con olive nere e capperi, trito di noci e provola di Agerola. - 'La Cosentina con rape e salsiccia' di Pasqualino De Giuseppe (De Giuseppe Pizzeria a Cosenza). Dopo il restyling la scelta stilistica di portare in tavola solo la pizza cosentina (bassa e ampia, un mix tra una ruota di carro e una pizza romana). Qui: rape, fior di latte, salsiccia di fegato, olio evo e basilico. Tutto esclusivamente calabrese. - 'La nostra Sud' dei cugini Sorce (Sitari - Sorce family ad Agrigento). Una proposta che parla di territorio, quella dei giovani ragazzi siciliani Giorgio, Filippo, Alberto e Giorgio: 'La nostra Sud' con fior di latte, bresaola di tonno, datterino giallo semi secco, cipolla marinata, scorza di limone, basilico, pepe, olio. -'Bottega', la pizza di Luca Mastracci (Mercato Centrale a Roma). In occasione della Giornata mondiale della pizza, sabato 17 gennaio alle ore 11, Luca Mastracci (Bottega della pizza) guiderà una masterclass presso lo Spazio Fare del Mercato Centrale Roma così composta: parte teorica dedicata alle farine e alle nozioni essenziali sugli impasti; spiegazione e dimostrazione dell’impasto diretto; sessione pratica, in cui ciascun partecipante realizzerà il proprio impasto per la pizza tonda napoletana, imparando anche i trucchi per una corretta stesura; esperienza della cottura nel forno a legna, con possibilità di assistere e partecipare; assaggio della pizza di Luca e possibilità di portare a casa l'impasto realizzato.
(Adnkronos) - Aumentare il numero di alberi in città, ma soprattutto distribuirli in modo diffuso, evitando grandi concentrazioni isolate, produce benefici concreti e misurabili. Lo sottolinea Renato Bruni, direttore scientifico dell’Orto Botanico dell’Università di Parma, intervenendo in occasione della piantumazione del 100.000° albero di KilometroVerdeParma. «Avere tanti piccoli boschi o molti interventi sparsi sul territorio aiuta a diversi livelli», spiega, «a partire dalla riduzione delle temperature locali». Dal punto di vista scientifico, evidenzia Bruni, «l’ombra di un albero è più fresca di quella di una tettoia», grazie ai processi di traspirazione delle piante, che contribuiscono anche a migliorare la permeabilità del suolo e la gestione delle piogge. Ma i benefici non sono solo numerici: «C’è un aspetto fondamentale di vicinanza tra esseri umani e alberi. Le città sono cresciute, la natura si è allontanata dalla vita quotidiana, e riportarla dentro gli spazi urbani significa migliorare il nostro rapporto con le piante, imparando a conoscerle semplicemente osservandole». «La città non può essere stravolta dal punto di vista urbanistico, ma può essere ripensata con intelligenza». È questo l’approccio indicato da Bruni. La chiave è individuare e valorizzare «gli spazi che consentono la convivenza tra le esigenze umane e quelle della città». Rotatorie, parchi, aree dismesse, ritagli lasciati dagli interventi urbanistici diventano così opportunità preziose. «Intervenire su questi spazi residuali piantando alberi è la strategia giusta», afferma. In questo percorso, l’arboreto che sorgerà in viale Du Tillot rappresenta uno degli sviluppi più significativi: «È un progetto importante, vicino alla città e inserito in un contesto infrastrutturale complesso, che dimostra come sia possibile portare la natura anche in luoghi inaspettati». L’obiettivo, conclude Bruni, è proseguire su questa strada «lavorando con le istituzioni e con i privati», per continuare a intervenire ovunque esistano spazi disponibili, trasformandoli in presìdi verdi capaci di migliorare ambiente, clima e qualità della vita urbana.