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(Adnkronos) - Carlo Cecchi, attore e regista teatrale tra i più importanti del panorama italiano degli ultimi decenni è morto alla vigilia dell'87esimo compleanno, che avrebbe compiuto il 25 gennaio. Considerato una delle figure di spicco del teatro di innovazione in Italia, Cecchi ha alternato con maestria la carriera teatrale a quella cinematografica, distinguendosi sempre per l'impegno e l'intensità delle sue interpretazioni. Nato a Firenze nel 1939, diplomato all'Accademia nazionale d'arte drammatica'Silvio D'Amico', Cecchi ha dedicato la sua vita all'arte scenica, alternando con maestria il ruolo di interprete e quello di regista, riuscendo a lasciare un'impronta indelebile sia sul palcoscenico che sul grande schermo. Definito dai critici un vero "funambolo della scena", Cecchi ha sempre saputo camminare con equilibrio tra la tradizione e la sperimentazione. La sua carriera teatrale inizia negli anni Sessanta con esperienze formative presso il Living Theatre e con Eduardo De Filippo, che gli permettono di assimilare tanto la disciplina quanto la libertà creativa, elementi che caratterizzeranno tutta la sua produzione successiva. Nel 1971 fonda a Firenze la cooperativa Granteatro, in cui dirige e interpreta autori di grande spessore come Shakespeare, Majakovskij, Brecht, Čechov e Molière. È qui che inizia a sperimentare una recitazione fortemente antinaturalistica, capace di fondere il recupero del teatro popolare - dal repertorio napoletano di Antonio Petito ed Eduardo Scarpetta fino a Eduardo De Filippo - con le ricerche d'avanguardia europee e internazionali. Tra i suoi spettacoli più memorabili figura 'Ivanov' di Anton Čechov, prodotto dal Teatro Niccolini di Firenze nel 1982 e presentato al Festival dei Due Mondi di Spoleto, in cui Cecchi ricopre il doppio ruolo di regista e primattore. Nel cast, molti attori che negli anni a venire si affermano nel teatro e nel cinema, come Remo Girone, Gianfranco Barra, Vincenzo Salemme e Anna Bonaiuto. Altro punto culminante della sua carriera è stata l'interpretazione di 'Finale di partita' di Samuel Beckett, spettacolo che ha consolidato la sua fama di interprete capace di grande intensità emotiva e profondità intellettuale. Nelle stagioni più recenti, Cecchi ha portato in scena 'La leggenda del santo bevitore' di Joseph Roth, con un'interpretazione intensa e struggente sotto la regia di Andrée Ruth Shammah, confermando il suo legame indissolubile con il teatro come luogo di sperimentazione e riflessione. Cecchi ha sempre considerato il teatro il suo campo privilegiato, ma ha saputo distinguersi anche nel cinema, scegliendo spesso ruoli in film d'autore e autori 'fuori mercat', come amava definirli. La sua interpretazione di Renato Caccioppoli in 'Morte di un matematico napoletano' (1991) di Mario Martone è rimasta tra le più intense e ricordate, e ha ottenuto riconoscimenti prestigiosi come il David di Donatello speciale e la candidatura come miglior attore protagonista. Nel corso della sua carriera cinematografica, pur meno frequente rispetto al teatro, ha collaborato con registi come Bernardo Bertolucci ('Io ballo da sola', 1996), Ferzan Özpetek ('Il bagno turco', 1997), Pupi Avati ('L'arcano incantatore', 1996), Cristina Comencini (“La fine è nota”, 1993), Tonino De Bernardi ('Appassionate', 1999), Michele Soavi ('Arrivederci amore, ciao', 2006), François Girard ('Seta', 2007), Guido Chiesa ('Io sono con te', 2010), Valeria Golino ('Miele', 2013) e Pietro Marcello ('Martin Eden', 2019). La carriera di Cecchi è stata costellata di riconoscimenti. In teatro, ha ricevuto numerosi Premi Ubu, tra cui quello come miglior attore per 'Il misantropo' di Molière (1986/87) e come miglior regia per 'Finale di partita' di Beckett (1994/95). Nel 2012 gli è stato assegnato il Premio Flaiano alla carriera, mentre nel 2007 aveva ricevuto il Premio Gassman come miglior attore teatrale italiano, a coronamento di decenni di dedizione e innovazione. Anche il cinema ha omaggiato il suo talento con David di Donatello, Nastri d’Argento e candidature agli European Film Awards. Considerato un maestro della scena, Cecchi ha incarnato l'arte del teatro come esperienza totale: interprete, regista, formatore e guida per generazioni di attori, ha saputo trasformare ogni palco in un laboratorio di ricerca e ogni personaggio in una lezione di vita. Il suo percorso artistico si snoda tra formazione personale e magistero, tra sperimentazione e tradizione, rendendo Firenze non solo la città natale ma anche l'epicentro della sua maturità artistica. Dal 1980 al 1995 ha diretto il Teatro Niccolini di Firenze, recentemente riaperto come scuola per attori, lasciando un segno duraturo nella formazione di nuove generazioni di interpreti. Sul grande e piccolo schermo, Cecchi è apparso sporadicamente in televisione, con progetti di qualità come le miniserie 'Il papa buono' (2003) e 'Un passo dal cielo 6' (2021), ma la sua vocazione è rimasta sempre quella del teatro, dove ha continuato fino agli ultimi anni a mettere alla prova la propria arte con dedizione e rigore. (di Paolo Martini)
(Adnkronos) - L’Intelligenza artificiale sta ridefinendo in modo sempre più strutturale i confini dei processi della selezione del personale, introducendo nuove opportunità di efficienza e innovazione ma anche sollevando interrogativi rilevanti sul piano della trasparenza, dell’equità e della responsabilità. Se non adeguatamente governata, l’Ia rischia di rafforzare e amplificare discriminazioni già presenti, in particolare quelle di genere. Non si tratta solo di un’evoluzione tecnologica: l’Ia può essere considerata una vera e propria 'infrastruttura civile' in grado di influire sul capitale di fiducia del patto sociale. In un contesto in cui il lavoro resta la soglia decisiva della cittadinanza, l’ingresso degli algoritmi nei processi di selezione può consolidare asimmetrie esistenti o, al contrario, contribuire ad abbattere barriere storiche. E' quanto emerge dallo studio 'Intelligenza artificiale e bias di genere nel reclutamento del personale', curato dall’Università della Calabria e dal Politecnico di Bari, con il coordinamento del professore Salvatore Ammirato, e promosso dalla Fondazione Magna Grecia. I risultati sono stati presentati oggi a Roma durante il convegno 'Ia nella selezione del personale. La nuova sfida della leadership inclusiva', organizzato da Federmanager in collaborazione con la stessa Fondazione e con il Gruppo Ferrovie dello Stato Italiane, che ha visto manager hr (risorse umane), imprenditori e accademici discutere delle implicazioni etiche e operative dell’uso dell’Ia nei processi di recruitment. Il rapporto costituisce una delle tappe del progetto nazionale 'Privacy Tour', promosso da un ampio partenariato che coinvolge istituzioni, imprese e centri di ricerca. E rimanda istantanee significative dimostrando che l’Ia applicata alla selezione del personale rischia, se non ben governata, di riprodurre e amplificare i pregiudizi (bias) già presenti nei dataset e nei processi organizzativi. Spiega Salvatore Ammirato, responsabile scientifico della ricerca: “l’Intelligenza artificiale non è un decisore neutrale, ma uno strumento che riflette le scelte di chi lo progetta e lo utilizza. Non è l’Ia a decidere al posto delle persone ma sono le persone a decidere come l’Ia prende decisioni”. Da qui l’importanza di una leadership consapevole e inclusiva, capace di governare gli algoritmi affinché diventino un’opportunità di equità e non un fattore di nuove discriminazioni. Per Pierpaolo Pontrandolfo, professore presso il Politecnico di Bari e attuale presidente dell’Associazione italiana di ingegneria gestionale, “è necessario che qualunque innovazione tecnologica sia principalmente finalizzata a migliorare il benessere delle persone e della società. A tal fine occorre grande responsabilità e consapevolezza da parte di chi la usa. Questo è particolarmente vero per l’Ia perché, da un lato è un’innovazione radicale e pervasiva, quindi estremamente impattante, dall’altro è connotata da una grande semplicità di utilizzo, che aumenta il rischio di un uso improprio”. Un dato particolarmente significativo dello studio riguarda il livello di consapevolezza sull’uso dell’Intelligenza artificiale: solo il 13% dei partecipanti al sondaggio infatti, dichiara di utilizzare concretamente strumenti di Ia nei processi di selezione, dimostrando la scarsa percezione della presenza di algoritmi già oggi integrati nei software Hr. Non stupisce allora che la ricerca evidenzi ancora un altro aspetto interessante da tenere in considerazione nelle decisioni future e che viene chiamato 'bias blind spot': ovvero la tendenza, da parte dei selezionatori, a riconoscere l’esistenza di pregiudizi nei processi di valutazione, senza però individuarli nelle proprie scelte. Se da un lato si ammette dunque l’esistenza di discriminazioni di genere, dall’altro risulta più difficile riconoscere come elementi quali l’aspetto fisico, tono di voce o rigidità biografiche continuino a influenzare, anche in modo indiretto, le decisioni di selezione. Lo studio propone infine un percorso metodologico volto allo sviluppo di tecnologie più sicure, trasparenti e inclusive, in linea con il quadro normativo italiano ed europeo. “E' quantomai necessario - dichiara Nino Foti, presidente della Fondazione Magna Grecia - immaginare percorsi di governance e trasparenza, puntando a modelli che consentano ai professionisti di comprendere le motivazioni dietro ogni decisione automatizzata, mantenendo però sempre una supervisione umana. L’innovazione per essere davvero tale, deve essere adottabile perché verificabile, e verificabile perché governata. Non si tratta di nutrire una fiducia acritica nella presunta neutralità della tecnologia, ma di contribuire alla costruzione di criteri minimi di trasparenza e pratiche di controllo che permettano a imprese e istituzioni di usare questi strumenti senza scaricare i rischi sulle persone. In questo equilibrio tra tecnologia e responsabilità si gioca il futuro del lavoro”. “L’Intelligenza artificiale - spiega dice Valter Quercioli, presidente di Federmanager - rappresenta un’opportunità concreta per migliorare la qualità dei processi di selezione e rendere le organizzazioni più evolute. Perché questo potenziale si realizzi pienamente, è fondamentale che i manager guidino l’innovazione, integrando responsabilmente queste tecnologie nei processi decisionali con competenze e visione. Attraverso il lavoro della Commissione Intelligenza artificiale e del Gruppo Federmanager Minerva, Federmanager è impegnata a rafforzare la cultura manageriale e ad accompagnare le organizzazioni verso un utilizzo dell’Ia capace di generare valore, inclusione e sviluppo per il lavoro e per il sistema produttivo”. “Per il Gruppo Ferrovie dello Stato Italiane l’Intelligenza artificiale rappresenta una leva strategica di trasformazione, che può contribuire a rendere i processi di selezione più efficaci solo se accompagnata da una solida governance, da competenze adeguate e da una forte responsabilità organizzativa. In FS siamo impegnati a promuovere modelli di utilizzo dell’IA fondati su trasparenza, supervisione umana e inclusione, affinché l’innovazione tecnologica diventi uno strumento di equità e valorizzazione dei talenti”, aggiunge Valeria Rizzo, group learning & integration office del Gruppo Ferrovie dello Stato Italiane. Il convegno si è concluso con un richiamo all’importanza della formazione continua e dell’adozione di politiche inclusive. Contrastare i bias di genere non è solo un imperativo etico, ma una strategia vincente per la crescita delle imprese: le aziende inclusive registrano migliori performance finanziarie e maggiore capacità di innovazione. La sfida futura, in linea con l’AI act europeo, è garantire che l’Intelligenza artificiale diventi una leva di equità, supportando la leadership umana senza mai sostituirla integralmente nelle decisioni che riguardano dignità e talento delle persone.
(Adnkronos) - “L’economia circolare non è solo gestire i rifiuti per farli far diventare una risorsa, cosa pure importante. È un modo di pensare e di operare, una cultura che riguarda l’intero ciclo di vita dei prodotti. È qualche cosa di rivoluzionario”. A dirlo è Livio De Santoli, prorettore per la Sostenibilità all’Università Sapienza di Roma, che all’Adnkronos sottolinea la necessità di fare un cambio di mentalità, da parte sia delle persone che dei decisori. Per De Santoli, occorre infatti passare da un approccio consumistico e lineare (rifiuti come scarti) a una visione circolare (rifiuti come risorse) che integri ambiente, società ed economia, superando il greenwashing e assumendosi la responsabilità personale e collettiva per la crisi climatica. E occorre farlo applicando questo nuova “tipologia di vita”, a “tutto”. Intanto, lungo lo Stivale si stanno avendo “dei buoni risultati nel campo della gestione dei rifiuti — vedo che ormai le percentuali nelle città stiano veramente arrivando a dei valori elevati”, evidenzia il prorettore. L’economia circolare è in effetti un settore dove “l’Italia è sempre stata all’avanguardia” e dove “avrà sicuramente un grande ruolo”, sottolinea il prorettore. Per dare qualche cifra, secondo i dati Conai l’Italia nel 2024 ha riciclato il 76,7% di imballaggi immessi sul mercato, pari a 10,7 milioni di tonnellate. Nel dettaglio, sono state riciclate oltre 435.500 tonnellate di acciaio, 62.400 tonnellate di alluminio, 4.605 milioni di tonnellate di carta e cartone, 2.314 milioni di tonnellate di legno, 1.131 milioni di tonnellate di plastica convenzionale e 47.500 tonnellate di bioplastica compostabile – per un totale di 1.179 milioni di tonnellate – e quasi 2.103 milioni di tonnellate di vetro. Da segnalare il risultato del settore della plastica, che ha superato nel 2024 l’obiettivo del 50% di riciclo fissato dall’Unione Europea per il 2025. Sommando i dati relativi al recupero energetico a quelli relativi al riciclo, la quantità totale di imballaggi a fine vita recuperati supera i 12 milioni di tonnellate : l’86,4% degli imballaggi immessi sul mercato. Questi risultati non arrivano per caso. “L’Italia ha già una tradizione industriale e artigianale che favorisce l’efficienza, e questo può diventare un vantaggio competitivo”, osserva De Santoli. Il Paese è stato “pioniere anche sul fronte dell’efficienza energetica”: già dagli anni Settanta esistevano politiche avanzate, e oggi, sottolinea il prorettore, registriamo “una delle intensità energetiche più basse d’Europa, dimostrando che è possibile crescere consumando meno energia”. E a proposito di Europa: nell’ultimo anno, in nome della competitività, Bruxelles ha avviato un’opera di semplificazione che, partendo da una necessità su cui tutti concordano – recuperare terreno rispetto ai competitor, in primis Stati Uniti e Cina – rischia secondo alcuni di distruggere lo sforzo verso un mondo più verde, oltre al ruolo di leader globale della transizione energetica ed ecologica che l’Unione si è costruita negli ultimi anni. De Santoli è tra chi la pensa così: “Mi auguro che si trovi un equilibrio, perché non si può cancellare un lavoro di cinque anni”. “Siamo vicini al traguardo 2030 e dobbiamo continuare fino al 2050. Alcuni Paesi sono sulla buona strada, l’Italia un po’ meno, ma non ha alternative: seguire la transizione energetica e digitale è l’unico modo per garantire sviluppo industriale, riduzione dei costi e nuova occupazione”.