INFORMAZIONIAPER - Associazione Produttori Energia da Fonti Rinnovabili Energia, Acqua e Ambiente Ruolo: Responsabile Ufficio Stampa Area: Communication Management Claudia Abelli |
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(Adnkronos) - Le prime Zone economiche speciali italiane hanno sostenuto soprattutto gli investimenti delle imprese, ma con risultati molto diversi da territorio a territorio. E' quanto emerge da una prima valutazione complessiva realizzata dal Gruppo di ricerca Grins del Laboratorio di economia applicata (Lea) dell’Università di Bari Aldo Moro, che analizza gli effetti delle Zes nelle aree del Mezzogiorno nel periodo 2016-2022. Le Zes sono uno strumento di politica industriale pensato per attrarre investimenti e attività produttive in territori definiti, attraverso agevolazioni fiscali, semplificazioni amministrative e, in alcuni casi, vantaggi doganali. In Italia sono state introdotte nel 2017 in otto aree del Mezzogiorno: Abruzzo, Campania, Calabria, Sardegna, Sicilia Orientale, Sicilia Occidentale, Zes Ionica e Zes Adriatica. Dal 1° gennaio 2024, questo assetto è stato sostituito dalla Zes unica per il Mezzogiorno, che ha accorpato le precedenti esperienze in un unico quadro amministrativo. Tra i principali benefici previsti dalle Zes figuravano il credito d’imposta per gli investimenti in beni strumentali, la riduzione del 50% dell’imposta sul reddito delle società, procedure burocratiche semplificate e, in alcuni casi, vantaggi doganali. Il credito d’imposta ha rappresentato il cuore della misura, perché mirava direttamente a sostenere la capacità di investimento delle imprese. Per accedere ai benefici, le imprese dovevano essere localizzate nelle aree Zes e mantenere l’attività sul territorio per almeno sette anni dopo l’investimento. L’analisi utilizza dati di bilancio delle imprese manifatturiere del Mezzogiorno e metodologie controfattuali che consentono di confrontare le imprese localizzate nelle aree Zes con imprese simili non beneficiarie. Il risultato più robusto riguarda gli investimenti: in media, le imprese localizzate nelle aree Zes hanno aumentato le immobilizzazioni di circa 244 mila euro in più rispetto alle imprese non Zes. L’effetto cresce nel tempo: già nell’anno di introduzione della politica si osserva un aumento degli investimenti e, dopo due anni, il differenziale supera i 360 mila euro. Gli effetti sull’occupazione risultano invece più deboli e ritardati. Nel complesso non emerge un impatto immediato statisticamente significativo, anche se dopo due anni si osserva un lieve aumento del numero di addetti, attorno al 3%, concentrato in alcune aree. Anche la redditività mostra un effetto positivo ma più contenuto e graduale: in media il reddito netto cresce di circa 42 mila euro, con risultati più evidenti solo in alcuni territori e soprattutto nel medio periodo. Uno degli aspetti più rilevanti dello studio riguarda l’eterogeneità territoriale. Le Zes non hanno prodotto effetti uniformi: segnali positivi emergono in cinque delle otto aree analizzate - Zes Ionica, Zes Adriatica, Abruzzo, Sicilia Orientale e Sicilia Occidentale - mentre in altre realtà, come Calabria, Campania e Sardegna, gli effetti risultano nulli o, per alcune variabili, negativi. Nei casi meno efficaci pesano ritardi di avvio, specificità territoriali e, in alcuni contesti, una dinamica locale già elevata che riduce il margine di miglioramento e può aumentare il rischio di distorsioni allocative. Il messaggio che emerge è chiaro: l’efficacia di una politica territoriale non dipende solo dall’incentivo in sé, ma anche dal contesto in cui viene applicata. Struttura produttiva, accessibilità, dotazione infrastrutturale, capacità amministrativa e caratteristiche del tessuto imprenditoriale locale contano almeno quanto il beneficio fiscale. La ricerca considera anche la possibilità che i benefici si estendano oltre le sole imprese direttamente localizzate nelle aree Zes, osservando le imprese presenti negli stessi comuni. I risultati suggeriscono la presenza di possibili effetti spillover positivi su investimenti e occupazione anche a livello comunale, mostrando come le politiche territoriali possano produrre effetti che non si fermano ai confini amministrativi della misura. Alla luce della Zes unica, il punto non è stabilire semplicemente se le precedenti Zes abbiano funzionato oppure no. La questione decisiva è capire dove, quanto e attraverso quali canali abbiano funzionato. Proprio questa capacità di misurare con precisione l’impatto - su investimenti, redditività e occupazione, nelle aree beneficiarie e nei territori limitrofi - offre oggi indicazioni utili per monitorare e migliorare la nuova fase della politica. Angela Bergantino professoressa di economia applicata all’Università di Bari: “Le Zes hanno prodotto effetti differenziati tra aree. Non basta l’incentivo: contano soprattutto il contesto locale, la struttura produttiva, i tempi di attuazione e il livello di sviluppo. Per questo diventa essenziale monitorarne l’impatto a livello micro, con dati d’impresa.” Oggi più che mai il valore è entrare nel merito con analisi micro per comprendere e individuare criticità e valorizzare buone pratiche, permettendo di trasferire esperienze e conoscenze premianti a quelle aree che meno sono riuscite a sfruttare gli incentivi.
(Adnkronos) - “Dal 15 aprile al 15 maggio sono aperte le iscrizioni al Premio giovani comunicatori, che quest’anno raggiunge la nona edizione. Questo premio nasce per dare l’opportunità ai giovani di confrontarsi in maniera meritocratica, oggettiva, sulla base di brief che importanti aziende danno sulle varie verticali del mondo della comunicazione”. Queste la parole di Pierangelo Fabiano, segretario generale di International Corporate Communication Hub, durante la presentazione della nona edizione del Premio giovani comunicatori Icch, a Roma. Il contest annuale è dedicato a studenti universitari e giovani professionisti tra i 18 e i 35 anni, che desiderano mettersi alla prova e confrontarsi con sfide reali nel campo della comunicazione e del Public Affairs. Al centro dell’iniziativa ci sono infatti i brief aziendali, che spaziano dal public affairs alle media relations, sui quali i partecipanti sono chiamati a sviluppare proposte progettuali. “I ragazzi risponderanno a questi brief con dei progetti il più possibile rispondenti, offrendo una visione creativa e nuovi spunti alle aziende”, ha aggiunto Fabiano, evidenziando il valore del confronto diretto con il sistema produttivo. Il processo di selezione entrerà nel vivo a metà giugno: “Al termine del 15 giugno, quando saranno ricevuti tutti i progetti, il comitato composto dai principali manager della comunicazione si riunirà per decretare i vincitori”, ha spiegato. Per ciascuna categoria – studenti e giovani professionisti – sarà individuato un vincitore. Previsti anche riconoscimenti concreti per favorire l’ingresso nel mondo del lavoro. “Lo studente vincitore potrà ottenere una borsa di studio a copertura totale di un master oppure uno stage curriculare in azienda”, ha sottolineato Fabiano. “Per il giovane professionista è prevista una fee di 1.000 euro e l’opportunità di presentare il proprio progetto direttamente ai manager dell’azienda di riferimento”. L’obiettivo del premio, ha concluso, è duplice: “Dare ai giovani la possibilità di mettere in evidenza il proprio talento nel mondo della comunicazione e del public affairs e, allo stesso tempo, offrire alle aziende uno strumento per individuare nuovi profili qualificati”.
(Adnkronos) - La Federazione Italiana per l’uso Razionale dell’Energia (Fire) ha redatto un documento di proposte per l’uso dell’energia evidenziando come "il tema è drammaticamente al centro del dibattito, per la seconda volta in un lustro, e mostra nuovamente il peso delle mancate scelte (di una parte delle imprese, degli enti e dei cittadini) e di una governance poco attenta all’efficienza energetica e altalenante sulle fonti rinnovabili". Secondo Fire, "le soluzioni emergenziali adottate negli ultimi anni risultano poco efficaci e caratterizzate da un uso inefficiente delle risorse economiche"; poiché "le scelte vengono assunte con urgenza, la disponibilità dell’offerta di fronte alla domanda improvvisa mostra limiti di disponibilità e porta a costi più alti e, in una fase di crisi, ci si confronta con una contrazione delle risorse economiche e questo rende più difficile investire sull’uso dell’energia". Il documento individua tre obiettivi centrali: ridurre i consumi nel breve periodo con interventi immediatamente attuabili; rafforzare strutturalmente il sistema energetico migliorando l’efficienza negli usi finali; aumentare la resilienza e la competitività del Paese nel medio periodo. L’efficienza energetica viene indicata come "la leva più costo-efficace", in quanto consente di "ridurre la domanda e, conseguentemente, la necessità di investimenti in capacità di generazione, infrastrutture e approvvigionamenti". Alcune proposte di Fire contenute nel documento riguardano il rafforzamento della governance e la stabilità normativa: estendere l’obbligo di nomina dell’energy manager nel settore industriale a partire da 1.000 tep (dagli attuali 10.000 tep), allineandolo al settore civile e includendo i settori dell’agricoltura e della pesca; accelerare il recepimento delle direttive Eed ed Epbd, in ritardo rispetto alle scadenze europee (il rinvio si traduce in incertezza per le imprese e in costi crescenti di adeguamento; la direttiva Eed introduce, tra l’altro, l’obbligo dei sistemi di gestione dell’energia per le imprese oltre una certa soglia, uno strumento che, a regime, produce benefici strutturali in termini di competitività). E ancora: garantire continuità e prevedibilità agli schemi incentivanti esistenti, assicurando interventi tempestivi dei ministeri competenti in caso di problematiche e blocchi applicativi, come già accaduto con Transizione 5.0 e il Conto Termico; rilanciare il Fondo Nazionale per l’Efficienza Energetica (Fnee), istituito nel 2017 e mai pienamente operativo, con una revisione che ne semplifichi l’accesso e valorizzi la componente di garanzia rotativa. Altre proposte riguardano: strumenti finanziari per la mobilitazione degli investimenti; misure di riduzione immediata dei consumi; evoluzione del sistema energetico e dei mercati; ottimizzazione delle risorse energetiche e controllo dei data center. "Senza politiche stabili e coordinate - avverte Fire - le crisi energetiche continueranno a ripetersi, con costi crescenti per il Paese".