(Adnkronos) - Federico Zampaglione non aveva programmato nulla. Soprattutto un disco. E forse proprio per questo 'Quando meno me lo aspetto', il nuovo album dei Tiromancino, in uscita il 6 febbraio prossimo è nato spontaneamente. Un disco libero, radicato nel blues e nella vita vissuta, che racconta un Federico Zampaglione disilluso ma non cinico e soprattutto capace di trasformare la musica in una medicina per affrontare il mondo. "La mia è una vita intera passata nella musica - confessa Zampaglione - e mi fa strano. Pensavo che l'album uscito nel 2021 ('Ho cambiato tante cose', ndr.) sarebbe stato l'ultimo, ma ci sono caduto di nuovo. Penso che questo sia il disco più libero che abbia fatto nella mia carriera. Sono entrato in studio con Leo Pari e con Simone Guzzino, e con l'idea di non fare un album, ma di registrare delle idee. A volte, però, ti accorgi che quando non hai scadenze e aspettative, la musica è più libera e più sincera". Quando si è reso conto che c’era un buon numero di pezzi, li ha fatti ascoltare al suo storico discografico, Mario Sala, che l'ha incoraggiato a pubblicarli. Ed è venuto fuori l'album, il cui titolo racconta il modo in cui è stato pensato. "Ci ho messo dentro più chitarra del solito, il blues e le mie passioni musicali, suonando di più: un disco con canzoni nel mio stile e influenze musicali più evidenti, legate al blues e al rock”. Quattordicesimo lavoro in studio per la band romana, il disco arriva trainato dai singoli 'Gennaio 2016', e da 'Sto da Dio', due facce complementari di un lavoro che unisce intensità cantautorale e radici blues, attraversando rock, country, elettronica, reggae e suggestioni anni Settanta. Undici brani inediti che gettano lo sguardo su una società sempre più concentrata sull'apparire. E che Zampaglione osserva con inquietudine: "Fare un disco oggi non può evitare di parlare della società, di quello che vediamo ogni giorno, di temi che vanno oltre un film horror - spiega -. Mi riferisco al caso Epstein e a tutto quello che ci sta dentro: non siamo così ingenui da non vedere, ma immaginiamo". Per Zampaglione si tratta di una società che oggi risulta "molto difficile" e che è "sbrigativa nel giudicare e nel prendere posizione". "C’è voglia di sentenziare, che fa parte di tutti, legata all'apparenza - osserva l'artista - bisogna sempre attaccare od osannare nel più breve tempo possibile. È una società difficile, in cui ci si può mettere in conflitto con sé stessi e sentirsi inadeguati. Spesso non si cerca l'essenza, ma qualcosa che ti faccia sembrare in un certo modo, e questo crea squilibri. Era inevitabile parlare anche di questo”. Da qui nasce anche ‘Scomparire nel blues’, brano manifesto del progetto: “Racchiude una sorta di isola felice - sottolinea il cantante -. Quando torno a casa con la testa piena di pensieri, suono blues e mi immergo in qualcosa che mi cura, perché la musica, al di là del tempo, è la mia medicina per tutte le problematiche che ci circondano”. Il blues è anche il filo conduttore sonoro del disco, sostenuto da un uso più deciso e consapevole delle chitarre: "Erano arrabbiate con me, dicevano: 'Ci suoni?' - scherza Zampaglione -. In precedenza usavo le chitarre come collante tra voce e strumenti, mentre dal vivo uscivano fuori ancora di più, quindi c'era uno stacco tra live e disco. In questo caso ho usato chitarre che nel pop non si usano di solito, come la Dobro, usata anche da Mark Knopfler nel disco dei Dire Straits 'Brothers in Arms', insieme a soluzioni più moderne, ma recuperando l'idea del blues più arcaico". Tra le presenze più importanti del progetto c’è ancora una volta il padre Domenico, professore di Filosofia e storico collaboratore nei testi: "Non è mai finita con lui - evidenzia - è sempre stato un elemento della band, in qualche modo. Abbiamo iniziato a scrivere insieme nel 2004 con 'Amore impossibile'. Anche qui ci sono suoi testi, come 'Gli alieni siamo noi' e 'Una vita', un viaggio notturno nella memoria”. 'Sto da Dio' diventa, invece, una presa di distanza dal culto della visibilità: "Nasce dall'idea di dover stare sempre sotto i riflettori - dice Zampaglione - se non ti fai vedere, qualcuno può prendere il tuo posto. In parte è anche vero, ma è per dire: prendete il mio posto, io ho trovato un equilibrio e sto bene anche così. Il mondo delle aspettative distrugge, sono pericolosissime. Mi sono concesso il lusso di non avere più aspettative sulle persone o su quello che faccio: le vivo e basta". Un approccio che riflette anche la genesi spontanea del disco: "È un disco nato così, come un figlio che non ti aspetti. Non c’è stata una progettualità, è voluto nascere da solo". Lo sguardo di Zampaglione resta però aperto sulla scena contemporanea: "Non voglio fare di tutta l'erba un fascio - premette -. C'è tanto in giro. Quando ero ragazzino gli artisti italiani erano 20 o 25, poi col tempo si è allargato il panorama, ed è più facile che aumenti il numero di persone che fa male questo mestiere. Ma va detto che ci sono tante cose interessanti e artisti che fanno dischi che sentono veramente, non solo perché lo devono fare". Il nuovo disco di Kid Yugi, 'Anche gli eroi muoiono', ad esempio, "mi è piaciuto molto - ammette - perché ha cose da dire e lo fa in maniera onesta, così come Franco 126, che ho visto nascere, o gli album di Calcutta. Ci sono cose che resteranno nel tempo e cose che non resteranno". La musica, per lui, resta uno strumento di cura, come nel cinema, altro territorio che continua a frequentare: "Sono due mondi diversi - fa notare -. La musica la puoi fare anche in modo isolato, mentre nel cinema connetti più persone. Quello del regista è un lavoro molto mentale, esce fuori di me una parte più meticolosa. Sul set ricerchi un impulso fisico ma è un lavoro stratificato. Nella musica puoi scrivere anche canzoni in cinque minuti, nel cinema no: non è così rilassante". Nel frattempo, è pronto anche il suo nuovo film, 'The Nameless Ballad', thriller horror ambientato nel mondo della musica. Guardando al suo rapporto con Sanremo, Zampaglione confessa che è segnato da emozioni contrastanti: "Ogni anno, verso l’inizio dell’estate, dico: 'Quest'anno bisogna andare. Lo dico da 12 anni. Poi quando l'estate finisce vado in paranoia, perché la mia parte emotiva mi mette a disagio". A Sanremo nel 2000 con 'Strade' "arrivammo secondi, senza aspettative". Nel 2008, invece, "fu catastrofico e andò male". Le aspettative, ricorda, "erano alte e mia madre mi disse di prometterle di non tornarci più, perché ero stressato. Poi venne a mancare e io ho sempre questo freno a mano". Anche quest'anno il copione si è ripetuto: "Avrei voluto portare 'Quando meno te lo aspetti', ma emotivamente, purtroppo, subisco quel palco - spiega - è un mio limite. Vedo alcuni colleghi affrontarlo come se niente fosse ma a me viene l'ansia". La situazione è cambiata l'anno scorso, quando all'Ariston è tornato nella serata delle cover insieme a Willie Peyote e Ditonellapiaga con il brano di Franco Califano 'Un tempo piccolo': "L'ho vissuto con spirito diverso - argomenta -, ma in generale dovrei forse risolvere dei blocchi interiori. Quello è un palco difficile, tutti ti vedono e giudicano per quei 3 minuti e mezzo: se canti male o non sei al massimo sei quella cosa lì dal giorno dopo. Hai paura di non fare una cosa eccezionale e può venire fuori una performance incerta. Se tornerò? Mai dire mai". E lo stesso vale per il palcoscenico del Premio Tenco: "Se mi chiamano e mi premiano ci vado volentieri" sottolinea. Il suo rapporto con il successo e con il tempo è cambiato dopo aver rischiato la vita nel 2024 a causa di gravi complicazioni insorte dopo un intervento chirurgico di routine alla colecisti: "Quando ho visto la morte in faccia mi sono reso conto di com'è la vita: in un secondo non ci sei più. Non ho aspettative. Fortunatamente me la sto godendo così e sono contento del disco". Le collaborazioni, come quella con Franco 126, restano centrali, purché sincere: "Dipende dallo spirito: se hai cose in comune con un artista mi piacciono, se sono calcolate perdono valore artistico". E proprio Franco 126, con il quale ha collaborato per 'Sto da Dio' è al centro di un legame che va oltre la musica: "Lui è una sorta di fratellino. Siamo anche vicini di casa, ci vediamo spesso, abbiamo fatto diverse canzoni insieme". Dopo l'uscita dell'album, i Tiromancino torneranno dal vivo con il 'Quando meno me lo aspetto Tour', al via il 10 aprile prossimo dall’Auditorium Parco della Musica di Roma. Una tournée teatrale intima, arricchita da un quartetto d'archi, che alternerà i classici come 'La descrizione di un attimo', 'Per me è importante' e 'Due destini' ai nuovi brani, con grande spazio alla chitarra e all’improvvisazione. (di Federica Mochi)
(Adnkronos) - "L’accordo commerciale tra India e Unione europea rappresenta un momento storico, espressione di un crescente allineamento di valori, artigianato e visione economica tra le due regioni. Per i brand indiani con una mentalità internazionale, questa intesa apre non solo nuove opportunità commerciali, ma anche un dialogo culturale e creativo di grande valore". A commentare i recenti accordi commerciali tra India e Unione europea, con Adnkronos/Labitalia, è Kapil Chopra, founder & Visionary di Diviana, marchio di riferimento nell'arredamento di lusso creato nel 2009 che si è velocemente imposto nel mercato asiatico distinguendosi per il suo impegno a superare i confini dell'eleganza e dell'innovazione proponendo un connubio tra l'antica tradizione artigianale indiana e una sensibilità̀ contemporanea. Il brand, per il recente debutto europeo, ha scelto Milano dove ha inaugurato il primo Flagship Store in via Monte di Pietà 13/1, all’interno del celebre Montenapoleone District. “In Diviana, la decisione di entrare in Europa - racconta - è stata presa ben prima dell’accordo tra India e Unione europea. È nata dalla nostra convinzione che l’artigianato indiano, se abbinato alla sensibilità del design europeo contemporaneo, abbia un ruolo naturale nel panorama del lusso globale. Questo accordo rafforza tale visione e conferma la validità di una strategia di lungo periodo che avevamo già intrapreso. Abbiamo scelto Milano perché la città rappresenta un riferimento globale per design, artigianato e lusso. L’accordo non crea l’opportunità, quindi, ma ne rafforza la validità, confermando una strategia di lungo periodo che Diviana aveva già definito e che oggi si concretizza attraverso una presenza europea solida e consapevole". "Milano - spiega - rappresenta il centro strategico della nostra espansione europea: una scelta studiata, non casuale. Il nostro ingresso nel mercato europeo precede l’accordo India–Ue, e oggi questa intesa conferma che la nostra visione è pienamente coerente con i nuovi scenari del commercio internazionale. Per Diviana, l’Europa è un capitolo già aperto, e l’accordo lo rafforza. Il nostro percorso nasce dall’incontro tra radici artigiane indiane e una visione contemporanea del lusso. In Europa vogliamo raccontare questa identità attraverso prodotti sostenibili, raffinati e culturalmente significativi. Milano è il luogo in cui questa visione trova una dimensione concreta, unendo tradizione e innovazione in un dialogo continuo". Sotto la guida di Chopra e dell’Art Director Marco Corti, il marchio è cresciuto fino a diventare un simbolo di raffinatezza con prodotti esclusivi che rispondono alle esigenze di una clientela raffinata e cosmopolita. Supportata da un team dedicato di 800 professionisti esperti e maestri artigiani, Diviana ha completato con successo oltre 50 progetti solo nell'ultimo anno. “Il design - sostiene Chopra - è un linguaggio universale che spesso anticipa le decisioni politiche e crea ponti tra culture diverse. In Diviana crediamo profondamente nella collaborazione tra la manifattura artigianale indiana e il progetto europeo come valore sia strategico sia culturale. L’accordo India-Ue non fa che confermare un percorso già avviato, rafforzando ulteriormente la nostra presenza e la nostra visione globale. Il nostro punto di forza è l’artigianato indiano, capace di dialogare con la sensibilità europea e di dare vita a prodotti che superano le barriere geografiche. Quando la qualità è autentica, il valore non conosce confini”. Prima di questo accordo, dunque, i prodotti già pensavano a un pubblico europeo. "La nostra proposta d’arredo - illustra - verte su due collezioni principali la Sublime Collection e la Q Collection, entrambe firmate dal nostro Art Director, l’italiano Marco Corti. La prima è una proposta pulita, chiara, mai serpeggiante né rigidamente geometrica, morbidezza controllata, mai lasciata all'abbandono e dove la qualità sartoriale dei materiali si veste di colori semplici, dettagli curati al minimo che non accecano né giocano, ma riposano: l'esatta definizione di colui che è maestro di sé stesso. L'ambiente di Sublime è infatti un luogo lussuoso e accogliente che favorisce la calma e le voci sommesse di chi comprende l'importanza delle parole e delle relazioni. Un luogo grammaticale, dove il pensiero è chiaro e l'interiorità spiega la bellezza dell'eleganza e della raffinatezza". "La Collezione Q è una famiglia di arredi con una forte personalità internazionale, il cui concetto si basa su tre qualità: Moderno, Minimale e Sofisticatezza. Forme morbide e colori cipria caratterizzano tutti i pezzi, creando un ambiente in cui ognuno contribuisce a raccontare un'identità unica. Queste caratteristiche distintive diventano il motore della realizzazione di ogni singolo articolo, infatti la collezione è pensata per creare un linguaggio contemporaneo nell'atmosfera domestica. Ogni singolo dettaglio è stato curato nei minimi particolari, dalle forme morbide, alla scelta di texture e colori tenui. Il mondo della Collezione Q si esprime non solo attraverso i singoli pezzi della collezione, ma anche nella capacità di trasformarla in uno 'stile di vita' in ogni ambiente e in ogni contesto interno”, conclude.
(Adnkronos) - Riciclare per raggiungere l’autonomia nell’approvvigionamento di terre rare e materiali critici. Livio De Santoli, prorettore dell’Università La Sapienza di Roma spiega all’Adnkronos la chiave (oltre all’urgenza) per ridurre la dipendenza da filiere esterne che sono decisive per le tecnologie della transizione ma che si trovano nelle mani di Paesi terzi rispetto all’Italia e all’Europa. Su tutti, la Cina: Pechino detiene infatti un quasi monopolio nell’esportazione di queste materie prime, e può limitarne l’accesso secondo convenienza. Ma con il ritorno della politica di potenza a livello globale e l’indebolimento al multilateralismo, la priorità per l’Unione europea e per l’Italia è diventata cercare l’autonomia nelle filiere più strategiche, anche attraverso l’economia circolare. “Con il gas e il petrolio eravamo totalmente dipendenti, perché noi non li avevamo”, spiega De Santoli, ma ora “non è detto che dobbiamo continuare a comprare i materiali critici”. Anzi, “l’indipendenza passa dall’affrancamento” dall’obbligo di comprare altrove, e il “riutilizzo in qualche modo all’infinito” dei materiali che sono già nella propria disponibilità gioca un ruolo fondamentale verso l’autonomia. In questo modo, infatti, è possibile immaginare di “creare una filiera europea delle terre rare e dei materiali critici“, sottolinea ancora il prorettore. E “l’Italia, grazie alla sua esperienza nel riciclo, può diventare un hub del riuso di componenti strategici. È un’occasione unica per un’industria autonoma e competitiva”. “Su alcuni settori sicuramente più alcuni che altri possiamo diventare delle oasi autonome in cui far sviluppare componenti e servizi che possono addirittura essere esportati in Europa: è quello il nuovo corso ed è quella l’indicazione che dobbiamo dare per il futuro”, spiega. Resta un altro grande nodo strutturale: il costo dell’energia, che continua a rappresentare un freno per la competitività delle imprese europee ed italiane. Anche in questo caso, per De Santoli si deve puntare a una “vera filiera europea dell’energia”, nella quale il Bel Paese può giocare un ruolo di primo piano. “Enel, Eni e persino la cinese Byd stanno valutando l’Italia come base produttiva per le gigafactory per le batterie”, ricorda l’esperto. Certo, l’Italia attualmente, sottolinea De Santoli, ha “i costi più alti d’Europa, che a loro volta sono i più alti del mondo”. E allora come fare? “L’unica via, anche con l’attuale mercato dell’energia, è sviluppare massicciamente le rinnovabili. Cosa che, anche senza riforme di mercato, riduce l’impatto del gas sul prezzo finale”. Il problema, continua, “non è il costo del solare o dell’eolico, ma la lentezza con cui li integriamo nel sistema. Se raggiungiamo il 60% di penetrazione elettrica al 2030, i benefici saranno immediati per famiglie e imprese”. Per il prorettore, i due “grandi fronti” su cui dobbiamo agire sono l’eolico offshore e l’idrogeno. “Siamo ancora indietro, ma dobbiamo arrivare a 2,1 GW entro il 2030. Le nostre coste profonde richiedono piattaforme galleggianti, una tecnologia che possiamo sviluppare in Italia. Anche la Danimarca sta investendo qui: perché non farlo noi per primi”? Infine, parlare di energia oggi porta per forza di cose al tema dei data center, che assorbono circa il 3% dei consumi globali e raddoppieranno entro dieci anni. Un problema anche perché, spiega l’esperto, “concentrano energia laddove le rinnovabili, invece, sono distribuite”. Di conseguenza, conclude De Santoli, “dobbiamo ripensare il modello: la rete va resa più flessibile, con accumuli diffusi e logiche di prossimità energetica. L’intelligenza artificiale può aiutarci a ottimizzare il sistema, ma serve pianificazione: i data center dovranno essere costruiti dove esiste un mix energetico sostenibile, o dotati di fonti rinnovabili proprie”.