(Adnkronos) - L’Occidente è davanti a una sfida esistenziale. Non economica, non solo militare, ma profondamente politica, morale e civile. È questo il filo conduttore dell’intervento di Mike Pompeo all’Ispi, dove l’ex segretario di Stato e direttore della Cia ha presentato l’edizione italiana del suo libro “Mai un passo indietro. In lotta per l’America che amo” (Liberlibri), in un incontro moderato da Maurizio Molinari, che per l’edizione italiana del libro ha scritto il saggio introduttivo, e aperto dalla presidente dell’Ispi Mariangela Zappia. Uno degli elementi più interessanti è che Pompeo, l’unico che è riuscito a “sopravvivere” quattro anni durante il primo mandato Trump, senza dimettersi o essere cacciato, ed è tuttora uno degli uomini più ascoltati del presidente, non si tira indietro dal criticare l’atteggiamento “negoziale” dell’attuale amministrazione con Iran, Russia e Cina. A questo proposito, a margine dell’incontro, l’Adnkronos ha potuto rivolgere una domanda all’ex segretario di Stato, sul tema su cui ha più battuto durante l’incontro: il pericolo cinese. In questa fase di turbolenze transatlantiche, molti in Europa spingono per riavvicinarsi a Pechino. Cosa dovrebbe fare l’Italia in questo contesto? Secondo Pompeo, “né in Europa né negli Stati Uniti siamo pienamente consapevoli di questa minaccia, ma dobbiamo esserlo. E quando il rischio sarà compreso fino in fondo, il mercato e gli investitori reagiranno in modo razionale e coerente. Perché alla fine si tratta di investimenti commerciali. Sono le imprese, le banche, i fondi privati e il capitale industriale a decidere dove crescere e innovare. Il governo italiano deve creare le condizioni perché investire sia conveniente e attrattivo: un contesto normativo stabile, un sistema finanziario che sostenga l’innovazione, una forza lavoro qualificata e istituzioni in grado di formare competenze avanzate. Siamo davanti a un cambiamento di civiltà, generazionale, prima ce ne rendiamo conto e meglio è”. Nel suo intervento iniziale, Pompeo mette subito in discussione l’architettura costruita dopo la Seconda guerra mondiale. Le istituzioni multilaterali come le Nazioni Unite hanno funzionato per decenni a beneficio dell’Occidente, ma oggi “non sono più adeguate ai tempi”. Il problema non è solo istituzionale, ma politico e culturale: il mondo è cambiato, le popolazioni sono cambiate e soprattutto è cambiato il peso globale del Partito comunista cinese. Secondo Pompeo, i valori che hanno garantito prosperità e stabilità – dignità umana, diritti di proprietà, sovranità nazionale – non sono scomparsi, ma sono sotto attacco da modelli alternativi che li rifiutano apertamente. “La civiltà occidentale alla fine prevarrà”, afferma, “ma non è affatto scontato”. Pechino lavora attivamente, anche all’interno delle società occidentali, per delegittimare il ruolo storico dell’Occidente e convincerlo di non meritare più la leadership globale. Alla domanda di Mariangela Zappia sul ruolo dell’Europa, Pompeo risponde con una formula che sintetizza l’intero impianto del suo discorso: “Io sono del Kansas, penso in termini semplici: ci sono i buoni e i cattivi”. Nel campo dei “good guys” colloca Stati Uniti ed Europa, insieme a Giappone, Australia, Corea del Sud, India, Sud-Est asiatico e Paesi del Golfo (a condizione che contengano il radicalismo islamista). Dall’altra parte, i “bad guys”: Russia, Cina, Iran, Corea del Nord e Venezuela. Gli Stati Uniti, insiste, non possono reggere da soli questo confronto. Per questo l’Europa è chiamata a “fare la sua parte”, rafforzando difesa, sicurezza e autonomia strategica. Ma la cooperazione più importante non è militare né economica: è psicologica e culturale. “Dobbiamo credere in noi stessi. Se perdiamo fiducia, se accettiamo l’idea di essere destinati a diventare vassalli di Pechino, allora tutto il resto diventa irrilevante”. È sulla Cina che Pompeo costruisce il ragionamento più radicale. L’Occidente, dice, si è reso pericolosamente dipendente da Pechino, dalle terre rare ai farmaci, per convenienza economica e pigrizia politica. Non perché manchino le risorse o le tecnologie, ma perché si è scelto di esternalizzare ciò che era costoso o ambientalmente scomodo. Il vero nodo, però, è umano e culturale. “Il cervello conta più della marina e dell’esercito”. Per decenni, sostiene, la Cina ha assorbito capitale umano occidentale attraverso università e ricerca, rafforzando un sistema che oggi non ha alcuna intenzione di cooperare. “Non esiste una vera azienda privata cinese: quando parli con un’impresa, parli con il Partito”. Pompeo respinge l’idea di una neutralità possibile: non si tratta di scegliere tra Stati Uniti e Cina, ma tra “decenza e brutalità”. La gestione della pandemia da parte di Pechino viene citata come prova lampante: la fuga del virus dal laboratorio di Wuhan (che l’ex segretario di Stato dà per assodata) poteva anche essere accidentale, ma la scelta di non contenerlo e di permetterne la diffusione globale è stata deliberata, con decine di milioni di morti e conseguenze devastanti per intere generazioni. “Xi Jinping non ha perso un’ora di sonno davanti a tutto questo. Ciò vi dà la misura di quanto il suo sia un regime pronto a cooperare”. Ancora più netto è stato quando ha parlato del coinvolgimento diretto della Corea del Nord nel conflitto in Ucraina. Migliaia di soldati di Kim Jong-Un che combattono in Europa, “impensabile fino a pochi anni fa”. Ma il punto centrale, per Pompeo, non è Pyongyang: Kim non agirebbe come leader autonomo, bensì “sotto il pieno controllo di Pechino”. Ogni incontro tra inviati americani e nordcoreani, ha raccontato, era preceduto e seguito da viaggi del “caro leader” in Cina, prima per ricevere istruzioni e poi rendere conto. L’invio di truppe non sarebbe quindi una decisione sovrana né frutto dell’accordo di difesa con la Russia, ma il risultato di una scelta strategica cinese. “La Corea del Nord non è un Paese indipendente nel senso pieno del termine”, ha affermato Pompeo, “è uno strumento nelle mani del Partito comunista cinese”. Un elemento che rafforza, nella sua lettura, l’idea che la guerra in Ucraina non sia un conflitto regionale, ma un fronte avanzato di una sfida globale in cui Russia e Cina operano in modo coordinato contro l’Occidente. Cosa serve per far finire la guerra in Ucraina? Il problema, secondo Pompeo, è che Vladimir Putin non paga ancora un prezzo abbastanza alto. Anzi, continuare a combattere gli conviene. L’Europa deve capire che l’obiettivo del Cremlino non è solo Kyiv, ma un progetto strategico che include Paesi baltici, Moldavia e Georgia. Pompeo ha parlato con Putin per circa dieci ore (“nessuno me le ridarà indietro”, scherza), e ha capito una cosa: quei territori li considera, e li considererà sempre, parte integrante della Russia. La deterrenza occidentale ha funzionato finora solo parzialmente. Per cambiare il calcolo del Cremlino, sostiene Pompeo, è necessario colpire in modo più deciso infrastrutture militari, energetiche e industriali russe (non civili) aumentando il costo della guerra. “Non credo che se colpiamo le infrastrutture chiave del regime ci sarà una rappresaglia nucleare. Certo, ora che non sono al governo potrebbero accusarmi di ‘farla facile’. Ma credo il contrario: che oggi stiamo già pagando un costo altissimo e non possiamo permetterci di non agire”. Sul capitolo iraniano, sollecitato da Maurizio Molinari, Pompeo descrive le proteste degli ultimi mesi come radicalmente diverse dal passato: non solo per estensione geografica, ma per composizione sociale e profondità economica. Commercianti, studenti, anziani: una ribellione trasversale alimentata dal collasso delle condizioni di vita. La risposta del regime è stata, secondo Pompeo, di una brutalità senza precedenti: decine di migliaia di morti in poche decine di ore, inclusi feriti uccisi negli ospedali. “Quando il mondo non reagisce con la stessa forza mostrata in altre tragedie, io mi preoccupo”, afferma. A suo giudizio, Teheran e i suoi proxy regionali – Hezbollah, Hamas, milizie in Iraq e Yemen – si trovano oggi nel momento di massima debolezza dalla fine della Guerra fredda. “Niente tornerà come prima del 7 ottobre”, sostiene. Il risultato finale a Teheran non sarà una democrazia sul modello occidentale, ma esiste una concreta possibilità di abbattere un regime che dal 1979 rappresenta, a suo dire, “il più grande sponsor statale del terrorismo”. Da qui la bocciatura dei negoziati con Teheran: “Pensare di fare un accordo con questo regime è semplicemente ingenuo. Mentono. Non rinunceranno mai volontariamente ai missili balistici o al programma nucleare finché restano al potere. Un accordo è possibile solo dopo un cambio di regime, che può avvenire domani o tra un anno, ma avverrà”. Pompeo rivendica il significato storico degli Accordi di Abramo: il primo riconoscimento, dopo decenni, del diritto all’esistenza di Israele da parte di Paesi arabi. L’assenza dell’Arabia Saudita resta però il grande tassello mancante. Secondo l’ex segretario di Stato, Riad ha bisogno di due condizioni per compiere il passo: la certezza del sostegno americano in caso di tensioni interne e un indebolimento decisivo dell’Iran. Finché Teheran continuerà a minacciare la regione con missili e ambizioni nucleari, per i sauditi sarà difficile esporsi. Nel frattempo, osserva, le relazioni operative tra Israele e i Paesi del Golfo sono già molto più profonde di quanto appaia formalmente. Sul futuro della Nato, rassicura: l’Alleanza non è in pericolo, ma deve evolversi. Nata per contenere l’Urss, oggi deve affrontare minacce ibride, cyber e di influenza sistemica cinese. Russia e Cina, torna a ripetere, non sono dossier separati. Ampio spazio anche al Sud globale, dall’America Latina all’Africa, dove Pechino ha approfittato di anni di distrazione occidentale per costruire infrastrutture, porti e leve di condizionamento politico. Un modello basato, dice senza mezze misure, su corruzione, dumping e dipendenza. Il punto finale è la fiducia. Non si misura nelle dichiarazioni politiche, ma nei comportamenti reali: dove vogliono andare a vivere i giovani? In quale valuta si custodisce la ricchezza? “Non in renminbi”, osserva, “ma in dollari, euro e oro”. È questo, per Pompeo, il segno di una superiorità civile che l’Occidente rischia di perdere solo se smette di crederci. Davanti alla contestazione di una signora nel pubblico, che lo ha accusato di offrire una retorica vuota e gli ha chiesto su che basi valoriali possiamo definirci oggi ‘i buoni’, Pompeo ha risposto: ‘in Cina non avrebbe potuto farla questa domanda”. “Se pensiamo di non essere diversi”, conclude, “siamo destinati a diventare come loro. Io resto “long” sulla civiltà occidentale, scommetto che ce la faremo. Ma chi non la pensa così, può convertire tutti i suoi beni in renminbi. E buona fortuna”. (di Giorgio Rutelli)
(Adnkronos) - Un comparto in crescita, strategico per l’economia nazionale e con un forte radicamento territoriale nel Lazio. È in questo contesto che, da domani al 9 febbraio, Fiera Roma organizza la 18ª edizione di 'Roma International Estetica', uno degli appuntamenti di riferimento per il mondo della bellezza professionale, del benessere e delle medical aesthetics, capace di mettere in relazione imprese, operatori, ricerca e formazione. Secondo l’ultimo Rapporto annuale di Cosmetica Italia, l’industria cosmetica italiana ha chiuso il 2024 con un valore di produzione pari a 16,5 miliardi di euro, in crescita del 9,1%, con un’incidenza sul Pil nazionale prossima al 2%. Un risultato trainato soprattutto dall’export, che rappresenta ormai quasi il 48% della produzione complessiva e ha superato i 7,9 miliardi di euro (+12%), portando la bilancia commerciale a 4,7 miliardi di euro. Solida anche la domanda interna, con i consumi che hanno raggiunto i 13,4 miliardi di euro (+6,9%). Nel complesso, il sistema economico della cosmetica, che include produzione, filiera a monte e distribuzione, genera un fatturato pari a 41,2 miliardi di euro e un valore aggiunto di 30,8 miliardi, equivalente al 2,6% del valore aggiunto manifatturiero nazionale. Rilevante anche l’impatto occupazionale: l’intera filiera cosmetica in Italia coinvolge circa 440.000 addetti, confermandosi come uno dei comparti più dinamici in termini di occupazione. In questo scenario, il Lazio riveste un ruolo di primo piano, posizionandosi al secondo posto in Italia per quota di fatturato del settore, con il 7,6% del totale nazionale, e al sesto posto per numero di imprese cosmetiche, con una quota del 5,5%. A livello locale, i dati della Camera di Commercio di Roma indicano circa 12.000 operatori della bellezza attivi sul territorio di Roma e provincia, di cui il 60% acconciatori e il 40% estetiste, a conferma del peso economico e occupazionale del comparto nella Capitale. È proprio da questa base che nasce e si sviluppa 'Roma International Estetica', evento B2B che intreccia esposizione commerciale, innovazione tecnologica, formazione certificata e divulgazione scientifica. L’edizione 2026 pone al centro l’evoluzione dell’estetica professionale verso un approccio sempre più scientifico, medical-oriented e consapevole, con un’ampia presenza di tecnologie avanzate per la cura di viso e corpo, presentate attraverso dimostrazioni e trattamenti dal vivo. Cuore culturale della manifestazione è il programma formativo articolato nelle tre aree 'RIEHello', 'RIEOlos' e 'RIEAcademy', che affrontano temi legati a salute, prevenzione, benessere psicofisico, sicurezza e responsabilità professionale, con il contributo di medici, ricercatori e formatori di alto profilo. Accanto all’offerta espositiva e formativa, Roma International Estetica rinnova anche il suo impegno sul fronte della prevenzione, offrendo al pubblico screening gratuiti su prenotazione: dall’esame baropodometrico alle consulenze chinesiologiche, nutrizionali e fisioterapiche, fino agli approfondimenti multidisciplinari su pavimento pelvico e lipedema. Le prenotazioni sono disponibili via mail all’indirizzo screening@romainternationalestetica.it. Con il concept 'Identità Futura', Roma International Estetica 2026 si propone come osservatorio privilegiato su un settore in forte trasformazione, capace di coniugare crescita economica, occupazione, innovazione e benessere, rafforzando il ruolo di Roma e del Lazio come hub strategico della bellezza professionale in Italia.
(Adnkronos) - In una posizione strategica, direttamente all'uscita di Brunico Est, è stata inaugurata oggi, giovedì 29 gennaio, la prima stazione di rifornimento combinata di idrogeno ed energia elettrica in Italia. L'impianto, realizzato da Alperia, rifornisce sia veicoli a idrogeno che elettrici con energia da fonti rinnovabili. La stazione di rifornimento di idrogeno, progettata e costruita da Alperia e Iit Hydrogen, con quest’ultima che ne avrà in carico anche la gestione, è pensata per garantire un rifornimento giornaliero di 800 chilogrammi, quantitativo che all’occorrenza può essere ampliato. L’impianto dispone di due distributori da 350 bar per autobus e autocarri e di un altro distributore da 700 bar per auto, minibus e furgoni. L'idrogeno verde proviene dall'impianto di produzione di Bolzano e viene trasportato tramite rimorchio. Completano l’infrastruttura, due colonnine di ricarica elettrica con una potenza di 400 kilowatt ciascuna, che consentono di ricaricare in brevissimo tempo sia le auto che i mezzi pesanti. “La mobilità sostenibile è una priorità per l'Alto Adige e progetti come questo dimostrano concretamente come sia possibile renderla realtà", osserva l'assessore provinciale alla mobilità Daniel Alfreider. La località di Brunico è stata scelta appositamente poiché la zona era priva di infrastrutture adeguate per i trasporti alternativi e Brunico è anche un importante snodo economico con un'alta densità di traffico. “Con questo impianto creiamo un'infrastruttura che non è solo ecologica, ma sostiene anche il trasporto pubblico, l'economia locale e il traffico pesante nel loro percorso verso un futuro a basse emissioni”, affermato la presidente di Alperia, Flora Kröss. I costi per la realizzazione della stazione di rifornimento green ammontano a 12,6 milioni di euro, finanziati in parte dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza Pnrr. Questo investimento infrastrutturale fa parte di un piano più ampio per promuovere l'idrogeno come fonte di energia a basse emissioni, il che contribuisce a sviluppare soluzioni concrete per la decarbonizzazione dei trasporti e a ridurre l'impatto ambientale del settore della mobilità. “L'attenzione all'idrogeno non è casuale. In Alto Adige, una zona di transito fortemente turistica, i trasporti sono responsabili di una parte significativa delle emissioni di CO2 - spiega il direttore generale di Alperia, Luis Amor - Per questo motivo sosteniamo attivamente il Piano Clima Alto Adige e la creazione di una filiera completa per l'idrogeno verde. Alperia fornisce un contributo fondamentale in tal senso, sia per quanto riguarda l'approvvigionamento di idrogeno per il trasporto pesante, sia per l'elettrificazione del settore dei trasporti". La nuova stazione di rifornimento di Brunico andrà ad affiancarsi a quella già esistente a Bolzano Sud, entrambe gestite da Iit Hydrogen."Con Brunico consolidiamo un percorso decennale iniziato a Bolzano Sud, portando l’idrogeno nella mobilità reale, oggi potenziata dalla sinergia tra i due impianti. Per questa nuova stazione, realizzata chiavi in mano, abbiamo integrato diverse tecnologie in un’unica infrastruttura all’avanguardia, efficiente e sicura. Insieme agli altri quattro progetti Pnrr in corso, questa esperienza ci posiziona come riferimento nazionale nell'intera filiera dell'idrogeno verde, dalla progettazione alla gestione operativa", ha dichiarato Claudio Vitalini, Ceo di Iit Hydrogen.