(Adnkronos) - Avere più follower sui social equivale ad avere più voti nelle urne? In passato questa equazione può aver funzionato (caso Obama), ultimamente sembra non reggere molto, basti pensare alla parabola di Rita De Crescenzo che riesce a portare migliaia di persone a Roccaraso ma poche decine a votare per i "suoi" candidati alle ultime regionali. Sarebbe però fuorviante liquidare i numeri social come pura vanità digitale. Nel mezzo, tra hype e scetticismo, si muove oggi la comunicazione politica, sempre più modellata dagli algoritmi, dai formati video e dalla gara per conquistare la nostra attenzione. Il tema è riemerso in questi giorni alla luce delle performance online del sindaco di Roma Roberto Gualtieri, così virale da avere più di un imitatore social, che ha da poco lanciato una app per informare i cittadini su notizie, progetti e eventi, coinvolgerli con sondaggi e questionari, permettere loro di inviare proposte e idee, iscriversi a mailing list, partecipare come volontari e anche fare donazioni. La campagna elettorale per le amministrative 2027 è dunque iniziata con largo anticipo, ma cosa è cambiato in questi cinque anni? “Il lavoro sui social è cambiato profondamente”, spiega all’Adnkronos Daniele Cinà , capo della Comunicazione digitale del Campidoglio. “Se prima Facebook e Twitter erano centrali in una logica community based, oggi la dinamica è guidata dalla scoperta dei contenuti. Instagram e TikTok premiano la capacità di intercettare pubblici nuovi, non solo di parlare alla propria base”. La trasformazione gira sempre intorno a quella cosa lì, l’algoritmo. Le piattaforme non distribuiscono più i contenuti prevalentemente ai follower, ma li spingono verso audience potenzialmente molto più ampie. “Con la sezione ‘Per te’, il numero di follower è diventato in gran parte secondario”, osserva Cinà. “I contenuti possono raggiungere platee enormi. Per il sindaco di Roma questo ha significato picchi fino a 25 milioni di visualizzazioni in un mese”. Tradotto: l’unità di misura non è più la dimensione della comunità, ma la capacità del contenuto di raggiungere un pubblico sempre più ampio. “I follower e i like non sono automaticamente né elettori né voti che finiscono nelle urne”, aggiunge Domenico Giordano, capo di Arcadia, contattato dall’Adnkronos per un commento. “Ma senza follower e like diventa molto più complicato gareggiare nel mercato dell’attenzione digitale”. Il mutamento tecnologico ha imposto anche una revisione del linguaggio. “Dai post scritti si è passati soprattutto a brevi video, spesso entro i 60 o 90 secondi”, spiega Cinà. “I contenuti devono essere sintetici, verticali, narrativi. Non basta informare, bisogna coinvolgere per creare fiducia”. Una trasformazione che Giordano legge come sistemica: “Non è più pensabile governare le community senza dati, senza processare le reaction comportamentali degli utenti”. La comunicazione politica diventa sempre più audiovisiva, immediata, ma anche misurata, testata, ottimizzata. Resta però un vincolo strutturale: la credibilità. “La cifra comunicativa deve essere compatibile con il profilo istituzionale e con la reputazione del candidato”, osserva Cinà. Un punto che converge con l’analisi di Arcadia: “Audience e reputazione sono oggi variabili inseparabili. Le elezioni si possono vincere più facilmente se alla visibilità si combina una narrazione reputazionale credibile”. Insomma i numeri ci dicono fino a un certo punto. “I follower non si traducono automaticamente in consenso elettorale”, chiarisce Cinà. “Sono un indicatore di visibilità, interesse o fiducia digitale. Il voto dipende da molti altri fattori: radicamento territoriale, reputazione amministrativa, agenda politica”. Giordano amplia la prospettiva: “Nelle elezioni democratiche contemporanee, segnate da una regressione della partecipazione, senza audience e reputazione viene meno anche la mobilitazione”. La differenza è sottile ma cruciale: i social non garantiscono il consenso, ma condizionano la possibilità stessa di entrare nella competizione narrativa. Il quadro si complica ulteriormente con le scelte delle piattaforme. “La decisione di Meta di non consentire più la sponsorizzazione dei contenuti politici rappresenta una difficoltà aggiuntiva”, osserva Cinà. “Soprattutto per candidati poco conosciuti”. Una dinamica che rafforza, secondo Giordano, la logica del lungo periodo: “Chiunque pensi seriamente di competere deve dotarsi di una strategia digitale. Ma la dimensione digitale non può sbocciare a ridosso delle elezioni”. Meno advertising, più centralità dei contatti "organici". Meno spesa media, più qualità dei contenuti. “Serviranno staff molto preparati, capaci di produrre contenuti che abbiano un impatto”, dice Cinà. “Le campagne non si vincono con i social”, sintetizza Cinà. “Ma i social possono certamente aiutare a vincere”. Giordano chiude il cerchio: “Il presidio delle piattaforme non significa vincere a prescindere, ma avere qualche chance in più”. I social agiscono più come moltiplicatori di visibilità, amplificatori reputazionali e generatori di clima che come meccanismi diretti di conversione elettorale. La politica digitale contemporanea non è né pura aritmetica dei follower né semplice storytelling creativo. È un equilibrio instabile tra algoritmi, dati, linguaggio, reputazione e tempo. Nella società dell’attenzione frammentata, prima ancora del consenso, si compete per essere visti. Ma la fatica vera arriva quando poi bisogna essere anche creduti.
(Adnkronos) - Dopo un periodo di assestamento, il mercato del lavoro italiano si appresta a vivere un 2026 di profondo cambiamento. Secondo i dati della nuova Salary survey 2026 di Michael Page, leader internazionale nella ricerca e selezione specializzata, il futuro delle carriere sarà plasmato da tre vettori fondamentali: l'integrazione pervasiva dell'Intelligenza artificiale, l'urgenza della sostenibilità (Esg) e l'adeguamento alla normativa europea sulla trasparenza retributiva. Il report evidenzia come il 2026 sarà un anno di mutamento qualitativo delle competenze richieste dalle aziende che non cercano più solo specialisti, ma figure ibride capaci di governare la tecnologia con una visione di business orientata all’etica e al benessere. “Il mercato del lavoro - precisa Tomaso Mainini, amministratore delegato di Michael Page - sta vivendo una trasformazione senza precedenti. Il 2026 mette al centro una doppia evoluzione: quella delle competenze e quella delle retribuzioni. Per restare competitive nell’attrazione dei talenti, le aziende devono oggi superare il vecchio concetto di stipendio (che naturalmente rimane cruciale) per abbracciare strategie di talent retention basate su flessibilità, valori condivisi e trasparenza”. Uno dei punti centrali dell’indagine di Michael Page riguarda l’impatto della nuova direttiva Ue sulla trasparenza salariale che imporrà alle aziende di indicare le fasce retributive già negli annunci di lavoro, eliminando le zone d'ombra nelle negoziazioni. Ad oggi, la strada è ancora in salita: la survey rileva che il 66% delle aziende italiane non dispone ancora di una struttura salariale trasparente e di reporting sul pay gap. Il 32% dei dipendenti percepisce ancora un divario retributivo di genere. “Il concetto di retribuzione equa - precisa Mainini - non si limita solo al concetto di parità salariale di genere, ma vuol dire riconoscere il valore che ogni persona porta in azienda per assicurarsi che venga retribuita in modo adeguato. Le prime bozze che circolano confermano che le aziende saranno tenute a fornire ai dipendenti informazioni sui range retributivi in azienda e dovranno rendere accessibili i criteri per aumenti di stipendio, promozioni e livelli aziendali. Si getteranno le basi per la creazione di un asset strategico per attrarre e trattenere i migliori talenti attraverso la fiducia, la trasparenza e un modello organizzativo maturo”. Sono tre i settori chiave del 2026. 1) Finance: il valore delle competenze ibride. Oggi il finance è il cuore pulsante della strategia aziendale: è la funzione che guida la trasformazione, anticipa i rischi, costruisce valore, protegge il futuro. Mentre private equity, Ia e nuove normative accelerano la trasformazione, le aziende devono farsi trovare pronte, e i professionisti devono aggiornare le proprie competenze per cogliere le opportunità che arriveranno. Il 2026 non sarà un anno di transizione, sarà un anno di svolta. La domanda si sposta su profili ibridi: Controller esperti in analisi di dataset complessi, contabili con forti skill digitali e cfo capaci di agire come partner strategici del business. 2) Green energy e construction. Il settore è in espansione con la crescente domanda di energia; l’Italia rimane un territorio ricco di opportunità di lavoro e carriera per gli specialisti del fotovoltaico e dell’eolico. Non mancano, inoltre, interessanti occasioni in ambito constuction, soprattutto per profili in ambito produzione di cantiere, come direttori e capi cantiere, ma anche all’interno dell’ufficio tecnico, in particolare nel reparto gare. 3) Sales: il focus sulla customer experience. Si registra un picco di richieste nel settore dei del retail e dell’hospitality. La spinta nasce dalla necessità di gestire canali di vendita digitali e di rafforzare la fidelizzazione del cliente in contesti altamente competitivi. Attivo anche il settore servizi B2B, in particolare con profili in ambito Ict. Inoltre, molto richieste sono le figure dedicate all'export, soprattutto nei settori industriali. “Il mercato del 2026 - conclude Tomaso Mainini - premierà le organizzazioni capaci di investire in cultura aziendale e tecnologia. Per i professionisti, la chiave del successo risiederà nella capacità di aggiornare costantemente le proprie skill tecniche affiancandole a solide competenze relazionali”. Per analizzare trend di mercato e stipendi l'11 e il 12 febbraio Michael Page organizza una serie di live session per approfondire dove si concentrano le maggiori opportunità di lavoro e quali sono i livelli retributivi per ciascun professionista, anche alla luce delle novità della trasparenza salariale.
(Adnkronos) - Smog in calo nelle città in Italia. Nel 2025 scendono a 13 i capoluoghi di provincia che hanno superato i limiti giornalieri di Pm10 (50 microgrammi per metro cubo per un massimo di 35 giorni all'anno), contro i 25 del 2024, i 18 del 2023 e i 29 del 2022. Si tratta di uno dei dati più positivi degli ultimi anni, ma che non deve far abbassare la guardia. Se si guarda al 2030, anno in cui entreranno in vigore dei nuovi e più stringenti limiti europei sulla qualità dell'aria (20 µg/m3 per il Pm10, 20 µg/m3 per l’NO2, 10 µg/m3 per il Pm2.5), l'Italia resta ancora lontana dai parametri richiesti: applicandoli ad oggi, sarebbe oltre i limiti il 53% delle città per il Pm10, il 73% per il Pm2.5 e il 38% per l'NO2. Sono i dati del nuovo rapporto 'Mal'Aria di città 2026' di Legambiente che fa il punto sullo stato della qualità dell'aria nei capoluoghi di provincia italiani. Stando al report, nel 2025 sono 13 i capoluoghi di provincia che hanno superato il limite giornaliero di Pm10, fissato dalla normativa europea a 50 microgrammi per metro cubo e consentito per un massimo di 35 giorni all'anno. La maglia nera quest'anno va a Palermo, con la centralina di Belgio che ha registrato 89 giorni oltre il limite, seguita da Milano (centralina Marche) con 66 sforamenti, Napoli (Ospedale Pellegrini) con 64 e Ragusa (Campo di Atletica) con 61. Sotto le sessanta giornate si collocano Frosinone con 55 sforamenti, Lodi e Monza con 48, Cremona e Verona con 44, Modena con 40, Torino con 39, Rovigo con 37 e Venezia con 36 giorni di superamento. Nel resto dei capoluoghi monitorati non si registrano sforamenti oltre i limiti di legge e, come già avvenuto negli ultimi anni, nessuna città supera i valori annuali previsti dalla normativa vigente per Pm10, Pm2.5 e biossido di azoto. La fotografia - rivela l'analisi di Legambiente - cambia radicalmente quando si guarda ai nuovi limiti che entreranno in vigore dal 1° gennaio 2030 con la revisione della Direttiva europea sulla qualità dell'aria: il 53% dei capoluoghi italiani (55 città su 103) non rispetta già ora il limite previsto per il Pm10 di 20 microgrammi per metro cubo al 2030. Le situazioni più distanti dall'obiettivo si registrano a Cremona, dove serve una riduzione del 35%, seguita da Lodi con il 32%, Cagliari e Verona con il 31%, Torino e Napoli con il 30%. La situazione è ancora più critica per il Pm2.5, dove 68 città su 93, pari al 73%, hanno una media annuale superiore a 10 microgrammi per metro cubo. I casi più problematici sono Monza, che ha una media annuale attuale di 25 microgrammi per metro cubo e dovrebbe ridurre le concentrazioni del 60%, Cremona con il 55%, Rovigo con il 53%, Milano e Pavia con il 50%, Vicenza sempre con il 50%. Per quanto riguarda il biossido di azoto, 40 città su 105, pari al 38%, non rispettano il nuovo valore di 20 microgrammi per metro cubo, con le situazioni più distanti dall'obiettivo registrate a Napoli dove serve una riduzione del 47%, Torino e Palermo con il 39%, Milano con il 38%, Como e Catania con il 33%. "I miglioramenti registrati nel 2025 sono tra i più positivi degli ultimi anni, ma restano fragili e non sostenuti da scelte coerenti - dichiara Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente - È irragionevole che, proprio mentre iniziano a emergere segnali concreti, il governo scelga di tagliare le risorse invece di consolidare questi progressi. La scelta di ridurre drasticamente già dal 2026 - e per tutto il prossimo triennio - le risorse destinate al Fondo per il miglioramento della qualità dell'aria nel bacino padano non va nella giusta direzione. Serve invece un cambio di passo: investire con continuità nel trasporto pubblico e nella mobilità sostenibile, accelerare la riqualificazione energetica degli edifici e il superamento delle fonti più inquinanti nel riscaldamento domestico e dal comparto industriale, intervenire in modo strutturale su agricoltura e allevamenti intensivi". Il dato più preoccupante è la lentezza con cui molte città stanno riducendo le concentrazioni di inquinanti anno dopo anno. Questa edizione di Mal'Aria ha analizzato i dati di Pm10 degli ultimi quindici anni (2011-2025), calcolando attraverso una media mobile quinquennale la tendenza in ogni città e stimando i valori che potrebbero essere raggiunti entro il 2030. Delle 89 città analizzate, 49 nel 2025 registrano valori di Pm10 superiori al nuovo limite europeo di 20 microgrammi per metro cubo. Di queste, 33 rischiano concretamente di non raggiungere l'obiettivo mantenendo l'attuale ritmo di riduzione: Cremona potrebbe scendere solo a 27 µg/mc, Lodi a 25, Verona a 27, Cagliari a 26. Situazione critica anche per Napoli, Modena, Milano, Pavia, Torino, Vicenza, Palermo e Ragusa (oggi a 28 µg/mc) che potrebbero rimanere tra i 23 e i 27 µg/mc. Potrebbero invece centrare l'obiettivo città come Bari, Benevento, Bergamo, Bologna, Caserta, Como, Firenze, Foggia, Latina, Lucca, Ravenna, Roma, Salerno, Sondrio, Trento e Vercelli, oggi sopra la soglia dei 20 µg/mc ma sulla traiettoria giusta. La fotografia di Legambiente relativa al Lazio vede Roma ancora nella top ten delle peggiori città per concentrazione di NO2, settima come lo scorso anno, con una media annua di 28 µg/mc (microgrammi per metro cubo di aria) e Frosinone, con 55 giorni oltre i limiti, quinta peggior città italiana per giornate di superamento degli attuali valori massimi consentiti di Pm10 (nel report dello scorso anno era il peggior capoluogo in assoluto). Roma, Frosinone e Latina, poi, sono tra i tanti capoluoghi italiani dove si superano i nuovi limiti europei che scatteranno dal 2030.