(Adnkronos) - Il 4 marzo 2026 l'Iran ha ufficialmente dichiarato chiuso lo Stretto di Hormuz. Da quel momento, uno dei passaggi marittimi più strategici del pianeta, attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale, ma anche buona parte del gas del Qatar, e forniture cruciali di zolfo ed elio, è diventato il teatro di una crisi senza precedenti dalla guerra delle petroliere degli anni Ottanta. Per capire cosa servirebbe per riaprire lo Stretto, bisogna prima capire cosa lo minaccia. La Marina dei Guardiani della Rivoluzione Islamica (Irgc) ha costruito negli anni una dottrina di guerra asimmetrica anti-accesso (A2/AD) pensata per rendere il transito nel Golfo Persico così pericoloso da scoraggiare qualsiasi navigazione commerciale, senza necessità di ingaggiare direttamente la Marina degli Stati Uniti in combattimento aperto. L'arsenale iraniano è composito e sofisticato: • Mine navali: Iran dispone di una riserva stimata tra 5.000 e 6.000 mine navali, anche se al 12 marzo secondo il Centcom, comando centrale americano, erano state effettivamente posate meno di 10 mine nella strettoia, segno che Teheran ha preferito inizialmente evitare il costo politico di un blocco totale • Droni aerei (Uav): Teheran impiega sciami di Shahed e velivoli simili, in parte prodotti con componenti di derivazione russa, capaci di volare a bassa quota in un ambiente elettromagneticamente congestionato come il Golfo, complicando la rilevazione radar • Veicoli di superficie non pilotati (Usv): Imbarcazioni kamikaze telecomandante in grado di colpire petroliere e navi da guerra • Barchini veloci: La tattica dello sciame di fast boat, collaudata da decenni, rimane una delle più difficili da neutralizzare in acque ristrette • Missili anti-nave: Batterie costiere e missili balistici anti-nave, capaci di minacciare navi a decine di miglia di distanza Tra il 28 febbraio e il 12 marzo, almeno 10 navi commerciali sono state attaccate nelle acque del Golfo Persico e dello Stretto. Centcom ha risposto distruggendo oltre 100 imbarcazioni navali iraniane e colpendo depositi e impianti di produzione di mine. Ma la minaccia non è eliminata: i droni aerei e gli Usv possono essere lanciati da coste, isole e piccole imbarcazioni difficilmente tracciabili. Il contrammiraglio in congedo Mark Montgomery, ex comandante di un carrier strike group (il gruppo navale che ha al centro una portaerei) ha delineato una tabella di marcia operativa che spiega cosa servirebbe a livello militare per garantire il libero passaggio delle navi attraverso lo stretto. Non si tratta di un'operazione semplice, né rapida. Primo: degradare fino a un "rischio militarmente gestibile" missili, mine, droni e Usv che possono minacciare le forze Usa e le navi commerciali. Centcom ha già superato i 7.000 obiettivi colpiti e le 6.500 sortite di combattimento, ma il processo non è concluso. Secondo: mantenere "un occhio che non batte ciglio per 50 miglia su ciascun lato dello Stretto e 100 miglia verso l'entroterra" - il che significa ISR (Intelligence, Surveillance, Reconnaissance) continuativo, con droni MQ-9 Reaper e aeromobili da pattugliamento marittimo. Va detto che gli Usa hanno già perso circa una dozzina di Reaper dall'inizio del conflitto. Si tratta dei droni che il Pentagono vuole “pensionare” (ai quali il Wall street journal ha dedicato un approfondimento). Terzo: mantenere "quattro-otto aeromobili persistentemente in quota" durante le operazioni di convoglio, equipaggiati con Advanced Precision Kill Weapon System (Apkws) - un razzo da 25.000 dollari particolarmente efficace contro i droni Shahed - per intercettare le minacce aeree in tempo reale. Quarto: disporre elicotteri armati pronti a colpire le fast boat che emergessero dalla costa o dalle isole. Quinto: schierare da 10 a 14 cacciatorpediniere Aegis, considerate le navi da guerra "perfette" per scortare un convoglio grazie alla loro cupola di difesa aerea integrata, che dovrebbero progressivamente cedere posizione agli alleati una volta stabilizzata la situazione. Il tallone d'Achille dell'intera operazione è la guerra alle mine. E qui emerge una storia imbarazzante per il Pentagono. Nel gennaio 2026, le ultime quattro Avenger - le navi cacciamine dedicate che la US Navy aveva nel Golfo - sono state caricate su una nave trasporto pesante e avviate verso Philadelphia per essere demolite. La loro sostituzione prevista erano tre Littoral Combat Ship (Lcs) di classe Independence convertite per il ruolo anti-mine: USS Tulsa, USS Santa Barbara e USS Canberra. Ma al momento della crisi, le prime due si trovavano già in Malesia. Il sistema sostitutivo - che include un elicottero con rilevamento laser, un battello autonomo con sonar e un modulo di dragaggio - ha accumulato oltre un decennio di ritardi per problemi di affidabilità. In parole semplici: al momento più critico, gli Usa si sono trovati senza cacciamine operative nella regione. Una stima del Washington Institute del 2012 calcolava che per bonificare lo Stretto da una campagna massiccia di deposito di mine potrebbero servire fino a 16 navi dedicate. L'America oggi ne ha a disposizione nella regione, nel migliore dei casi, una. Trump ha invocato una "Hormuz Coalition" e ha esplicitamente chiesto a Gran Bretagna, Francia, Giappone, Corea del Sud e Cina di inviare navi nella regione. La risposta degli alleati è stata, al momento, tutt'altro che entusiasta. La Germania ha rifiutato nettamente: "Questa non è la nostra guerra, non l'abbiamo cominciata noi", ha dichiarato il ministro della Difesa Boris Pistorius. Il Lussemburgo ha parlato esplicitamente di "ricatto". La Gran Bretagna si è detta disponibile a lavorare "con gli alleati su un piano collettivo", ma il premier Starmer ha chiarito: "Non sarà una missione Nato, non è mai stato previsto che lo fosse". Il Giappone e l'Australia si sono per ora defilati. La Nato come istituzione ha confermato che singoli alleati stanno discutendo bilateralmente con Washington, ma senza impegni collettivi. Un'apertura è venuta dall'Unione Europea, dove la responsabile della politica estera Kaja Kallas ha suggerito di ampliare il mandato dell'operazione Eunavfor Aspides (già attiva dal 2024 nel Mar Rosso contro gli Houthi) per estenderla allo Stretto. Ma il mandato attuale di Aspides consente solo la navigazione passiva nell'area, senza un ruolo attivo di scorta. Cambiarlo richiederebbe unanimità tra i 27 stati membri, percorso lento e politicamente complesso. La Francia ha nel frattempo raddoppiato la presenza di Rafale in Giordania e negli Emirati (da 10 a 24 velivoli) e questi caccia hanno già intercettato decine di droni iraniani. Ma inviare navi anti-mine è un'altra cosa. Quali paesi dispongono di capacità anti-mine da poter mettere a disposizione? La Royal Navy britannica ha fatto negli anni scorsi una scelta rischiosa: ha ceduto la maggior parte delle sue cacciamine con equipaggio a favore di sistemi autonomi ancora in fase di sviluppo avanzato. La Marine Nationale francese mantiene alcuni cacciamine di classe Éridan. Italia, Belgio, Paesi Bassi dispongono di alcune unità della Standing Nato Mine Countermeasures Group. Giappone e Corea del Sud hanno flotte anti-mine più consistenti, eredità delle loro tradizioni navali. La questione è politica: nessuno vuole essere trascinato in un conflitto che non ha formalmente sostenuto. In questo quadro si inserisce un elemento di ulteriore complessità: la presenza cinese. A inizio marzo, la Marina cinese ha partecipato alle esercitazioni "Maritime Security Belt 2026" nello Stretto insieme a unità navali iraniane e russe. Secondo analisti della difesa, le agenzie di intelligence di Pechino e i centri di ricerca dell'Esercito Popolare di Liberazione funzionano come "occhi e orecchie" in tempo reale, monitorando i movimenti della Quinta Flotta americana. In parallelo, una nave cinese con dichiarate funzioni di comunicazione satellitare ha fatto la propria apparizione nella regione, sollevando sospetti da parte degli analisti occidentali circa un possibile ruolo di raccolta intelligence sulle operazioni della coalizione guidata dagli Usa. Pechino ha interesse sia economico che strategico a seguire da vicino l'evoluzione della crisi: la Cina dipende massicciamente dal petrolio del Golfo e, allo stesso tempo, non desidera un'escalation che destabilizzi i suoi investimenti nella regione. Il segnale più concreto di questa ambiguità è che navi commerciali nel Golfo hanno iniziato a modificare i loro dati Ais, cioè la trasmissione automatica che identifica posizione e nazionalità delle imbarcazioni, dichiarandosi "cinesi" o aggiungendo la scritta "China&Crew" per evitare di essere colpite dalle forze iraniane. Almeno otto navi hanno usato questo espediente secondo i dati di MarineTraffic e Afp. È il segnale più plastico di quanto la protezione (reale o percepita) dell'ombrello cinese sia diventata una risorsa in questo conflitto. Lo stesso Segretario al Tesoro Usa Scott Bessent ha ammesso che Washington è "a posto" con il fatto che alcune navi iraniane, indiane e cinesi transitino: una concessione che rivela quanto il blocco totale sia politicamente insostenibile anche per l'amministrazione americana. Nel lungo periodo, la crisi di Hormuz accelera processi già in corso. Arabia Saudita ed Emirati Arabi hanno già capacità di svincolarsi, in modo parziale, dallo Stretto: l'oleodotto East-West Pipeline saudita (capacità: circa 5 milioni di barili/giorno) collega i campi petroliferi orientali al terminal di Yanbu sul Mar Rosso, permettendo di bypassare Hormuz; l'oleodotto Adco degli Emirati collega i campi di Abu Dhabi al terminal di Fujairah nel Golfo dell'Oman, fuori dallo Stretto. Ma queste infrastrutture non bastano a coprire i volumi normalmente transitanti per Hormuz. Giappone e Corea del Sud, tra i maggiori importatori di Gnl e petrolio della regione, stanno già attivando riserve strategiche di emergenza: Tokyo ha avviato il più grande rilascio di riserve strategiche della sua storia, pari a 80 milioni di barili. Seul ha rimosso il tetto all'80% sulla capacità delle centrali a carbone per compensare la perdita di Gnl. Lo Stretto di Hormuz è largo poco più di 33 chilometri nel punto più stretto, con corsie di navigazione di circa 3 km per direzione. In questo imbuto, dove ogni metro conta, l'Iran non ha bisogno di vincere una guerra navale: deve solo rendere il rischio insostenibile. Finora ci è riuscito abbastanza bene. Riaprire lo Stretto in sicurezza richiede una combinazione che oggi non è ancora sul campo: sufficiente capacità anti-mine (che gli Usa non hanno e gli alleati per ora non vogliono inviare), copertura aerea persistente, scorta di cacciatorpediniere Aegis e una volontà politica collettiva che per ora resta frammentata.
(Adnkronos) - Cala il sipario sulla 29.ma edizione della Bmt - Borsa Mediterranea del Turismo, che si chiude oggi a Napoli consolidando la leadership di evento fieristico di riferimento per il comparto turistico nel Centro-Sud Italia. Con un flusso di circa 15.000 visitatori registrato nei tre giorni di fiera, la manifestazione si attesta come appuntamento imprescindibile per l’incontro tra domanda e offerta professionale. "Il successo della 29.ma edizione della Bmt – afferma Angioletto De Negri, ideatore della Bmt e patron di Progecta – è la conferma che la nostra fiera è un cuore pulsante della politica turistica nazionale. Abbiamo registrato numeri straordinari, con circa 15.000 presenze e una crescita esponenziale dell'internazionalizzazione dell’evento, con la presenza di ben 17 Paesi strategici per i flussi turistici su scala globale. Abbiamo avvertito una vicinanza concreta e autorevole da parte delle Istituzioni, che desidero ringraziare sentitamente". "La presenza del ministro Daniela Santanchè ha ribadito la centralità del comparto per l'economia del Paese e il ruolo guida che Napoli, la Campania e il Mezzogiorno devono ricoprire in questa importante sfida. Altrettanto fondamentale è stato il dialogo costante con il territorio: la presenza costante dell’assessore regionale al Turismo Vincenzo Maraio, la visione strategica del sindaco di Napoli Gaetano Manfredi e l’impegno quotidiano dell’assessore al Turismo del Comune di Napoli Teresa Armato dimostrano che quando Napoli e la Campania fanno sistema, rappresentano un modello di accoglienza e business imbattibile. Abbiamo trasformato – conclude De Negri - 16.000 mq in un hub dove la domanda internazionale ha potuto incontrare l’eccellenza italiana. Con 487 espositori e una filiera dei trasporti e dei tour operator pienamente rappresentata, la BMT si conferma il termometro reale dello stato di salute del turismo: un settore che è un volano imprescindibile per l’economia italiana e che da Napoli guarda al futuro con rinnovata ambizione”. L’edizione 2026 ha occupato una superficie espositiva di 16.000 mq, trasformando i padiglioni della Mostra d'Oltremare nel cuore pulsante del business turistico. La fiera ha visto la partecipazione di: 487 espositori accreditati; 72 tra Regioni ed Enti locali, a testimonianza di una sinergia territoriale sempre più forte per la promozione del brand Italia; 17 Paesi esteri, con delegazioni provenienti da mercati strategici come Usa, Emirati Arabi, Qatar, Giappone, Brasile, Germania e Regno Unito; 35 organizzazioni e destinazioni internazionali che hanno scelto Napoli per presentare le proprie offerte al mercato italiano. La grande novità di quest'anno è stata la Bmt Innovation Arena. In un mercato sempre più digitale, la fiera ha dedicato uno spazio esclusivo all’applicazione dell’Intelligenza Artificiale nel settore turistico. Grazie alle partnership con Zucchetti, per il comparto ricettivo, e con Accenture, per gli operatori del travel, la Bmt ha offerto corsi di formazione gratuita per governare la rivoluzione dei dati e dei sistemi generativi che, sono andati quotidianamente sold out. La Bmt si conferma una vera e propria officina di scambi commerciali grazie alla partecipazione dei principali player della filiera, con 390 sellers e 72 tour Operator (tra Incoming e Outgoing) che hanno incontrato i buyer internazionali. Inoltre, anche il settore è stato rappresentato da 21 operatori, tra compagnie aeree e società di gestione aeroportuale, oltre a 15 compagnie di crociera e di navigazione - su tutte MSC, Costa e NCL - sottolineando l'importanza della connettività per lo sviluppo del turismo. Con la chiusura di questa edizione, l’attenzione si sposta già verso il traguardo del prossimo anno: la trentesima edizione, che sarà Bmt Evolution. Un anniversario storico che promette di alzare ulteriormente l'asticella sui temi dell'innovazione e dell'internazionalizzazione, senza però perdere di vista l’evoluzione di un comparto che, come quello turistico, vede nella Bmt un punto di riferimento identitario e commerciale.
(Adnkronos) - Anche quest’anno Gemmo partecipa a Key - The Energy Transition Expo, la manifestazione di riferimento in Italia e nel bacino del Mediterraneo dedicata a tecnologie, soluzioni e servizi per la transizione energetica (Rimini, 4-6 marzo). La partecipazione a Key rappresenta per Gemmo un’importante occasione di confronto con partner e stakeholder del settore, nonché un momento strategico per presentare le proprie competenze e le soluzioni sviluppate a supporto della transizione energetica e dell’innovazione delle infrastrutture. Fondata nel 1919 ad Arcugnano (Vicenza), Gemmo è attiva in Italia nella realizzazione e gestione di impianti tecnologici complessi per infrastrutture strategiche pubbliche e private. Fornisce servizi di facility management, realizza interventi di efficientamento energetico e di gestione dell’energia. A Key-The Energy Transition Expo, Gemmo porta il proprio know-how nella realizzazione e gestione di impianti per sanità e ospedali, per le infrastrutture - come aeroporti, porti, strade, tunnel e stazioni ferroviarie - per il patrimonio artistico e culturale, per gli edifici direzionali e commerciali, per la mobilità e il fotovoltaico. L’azienda vicentina, inoltre, è protagonista della realizzazione degli interventi previsti nell’ambito del Pnrr. “Rispetto al panorama industriale italiano Gemmo rappresenta l'unica azienda che incarna un abilitatore tecnologico a 360 gradi: l’azienda realizza infrastrutture tecnologiche e le gestisce dal punto di vista manutentivo ed energetico. Questo ci permette di abbracciare tutte le dinamiche nella gestione di infrastrutture e di edifici e grazie alle certificazioni ottenute e al know how in questi settori, rappresentiamo un unicum all'interno del panorama italiano”, spiega Alessio Zanetti, direttore generale di Gemmo Spa. “Siamo un’ azienda italiana che ormai da oltre cento anni svolge il proprio business nell'ambito delle costruzioni tecnologiche, delle manutenzioni e della gestione energia. Copriamo interamente l'infrastruttura energetica e le costruzioni strategiche italiane, come ad esempio la costruzione, la manutenzione e la gestione energetica di infrastrutture stradali - spiega - Uno dei progetti che stiamo portando avanti è il monitoraggio a livello della sicurezza dei ponti con sensoristica IoT per conto di Anas”. Inoltre Gemmo è impegnata in “diverse realizzazioni nell'ambito ospedaliero, anche Pnrr. In questo momento ci stiamo concentrando su tantissime realizzazioni, cercando di traguardare al meglio tutti i risultati richiesti dall'Europa, per quello che riguarda l’ospedaliero, il mondo scolastico, quello museale. Ambiti in cui Gemmo è da sempre presente. Speriamo di dare il nostro contributo alla crescita e alla sostenibilità di tutto il Paese".