INFORMAZIONIMaria Angela LentiniNovartis Oncology Cosmesi, Chimica e Farmaceutica Ruolo: HR Business Partner Oncology Region Europe Area: Human Resource Management Maria Angela Lentini |
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(Adnkronos) - Decine di migliaia di italiani si trovano improvvisamente “incastrati” tra Emirati Arabi Uniti, Oman, Bahrein e Qatar: chi era arrivato per una vacanza al sole di Dubai, chi stava solo facendo scalo verso l’Asia o l’Oceania, chi lì vive e lavora da anni. Nel giro di poche ore, quella che per molti è la capitale globale del turismo e del transito aereo si è trasformata in una città sotto attacco, con scie di intercettori nel cielo e boati nella notte. E mentre l’Iran continua a lanciare missili e droni contro gli alleati degli Stati Uniti nel Golfo, l’incognita è una sola: quanto durerà questa sospensione forzata, e quanto è vicino il punto di rottura della stabilità regionale. Secondo i dati del governo italiano, nell’area mediorientale oggi sotto pressione si trovano oltre 58 mila connazionali, tra residenti e viaggiatori. A Dubai da sola si stima una comunità di circa 20 mila italiani stabili, a cui si aggiungono centinaia di turisti e passeggeri in transito rimasti bloccati per la chiusura a singhiozzo dello spazio aereo e la cancellazione di migliaia di voli. Il cuore del problema è proprio la funzione degli Emirati e del Qatar come hub globali: chi parte da Roma o Milano per Bangkok, Bali, Sydney o Tokyo passa quasi sempre da Dubai, Abu Dhabi o Doha. In queste ore negli aeroporti, nelle lounge e perfino nelle navi da crociera ferme in porto, si incrociano storie simili. C’è chi è partito per una vacanza sul Golfo e si ritrova in cabina a seguire le breaking news, in attesa di capire se e quando potrà essere imbarcato su un volo di rientro. C’è chi doveva sbarcare a Doha per prendere un volo serale per l’Italia e si è visto chiudere davanti, nel giro di pochi minuti, sia lo scalo qatariota che quello di partenza. E ci sono i residenti, dalla classe media degli expat alle professionalità più qualificate, che oscillano tra la volontà di rimanere al proprio posto di lavoro e la tentazione di mandare in anticipo famiglia e figli in Europa. La Farnesina ha attivato una task force dedicata, con l’Unità di crisi che invita a registrarsi, a mantenere i contatti con ambasciate e consolati e soprattutto a restare negli alloggi o negli hotel seguendo le indicazioni delle autorità locali. Il messaggio politico, per ora, è doppio: da un lato rassicurare – “non corrono gravi pericoli” – dall’altro preparare il terreno a un possibile rientro scaglionato, senza evocare ancora apertamente ponti aerei o evacuazioni straordinarie. Per comprendere il contesto in cui si muovono gli italiani sul posto occorre guardare al quadro più ampio del Golfo. Dopo il massiccio attacco congiunto Stati Uniti–Israele contro infrastrutture militari iraniane, Teheran ha risposto con una pioggia di missili balistici, missili da crociera e droni contro una serie di obiettivi nella regione. Non era mai accaduto nella storia che tutti i Paesi della regione fossero colpiti nello stesso momento. Nel mirino non ci sono formalmente le monarchie del Golfo, ma le basi americane, gli asset israeliani e le infrastrutture che supportano l’apparato militare occidentale. Il problema, però, è che queste strutture convivono con aeroporti civili, quartieri residenziali, hub energetici e finanziari che sostengono economie profondamente globalizzate. Gli Emirati Arabi Uniti, e in particolare Dubai e Abu Dhabi, dispongono di uno degli scudi aerei più sofisticati al mondo, con sistemi stratificati come Thaad, Patriot, batterie a corto raggio e difese dedicate ai droni. I numeri diffusi nelle ultime ore parlano di un tasso di intercettazione molto elevato, superiore al 90 per cento per missili e droni diretti contro il territorio emiratino. Ma la guerra moderna ha un effetto collaterale sottovalutato: anche quando lo scudo funziona, i detriti ricadono a terra. È così che si spiegano gli incendi sull'isola artificiale di Palm Jumeirah, i danni alle strutture aeroportuali e agli hotel di lusso come il 7 stelle Burj Al Arab, le vetrate infrante, e anche le prime vittime civili. Doha vive una situazione simile, seppur con numeri più contenuti. Il Qatar ha intercettato la maggior parte dei vettori diretti verso la base di Al Udeid, ma ha comunque registrato feriti per le schegge dei missili abbattuti e un clima di tensione che ha portato alla sospensione temporanea dei voli e allo spostamento delle lezioni scolastiche online. L’immagine di “porto sicuro” del Golfo, costruita per decenni su stabilità, neutralità diplomatica e potenza economica, è incrinata da un dato nuovo: la guerra può arrivare, anche solo per poche ore, sopra le teste di milioni di residenti e di visitatori internazionali. Nella crisi in corso l’Arabia Saudita è il grande attore che, per ora, cerca di restare un passo indietro rispetto al fronte diretto. Il regno ha già sperimentato sulla propria pelle quanto possano essere vulnerabili le sue infrastrutture: dall’attacco agli impianti di Abqaiq e Khurais nel 2019, attribuito alla combinazione di droni e missili di matrice iraniana, Riad ha investito massicciamente in sistemi di difesa aerea stratificati e in un coordinamento sempre più stretto con Washington. Anche in questi giorni lo spazio aereo saudita è parte integrante del quadro di rischio. Alcuni vettori iraniani hanno sorvolato o lambito l’area di responsabilità saudita, e il timore, a Riad, è duplice: da un lato la possibilità di errori di calcolo o di traiettorie che si trasformino in impatti sul territorio; dall’altro il ruolo dei proxy filo-iraniani nello Yemen, gli Houthi, che già in passato hanno colpito aeroporti, oleodotti e impianti petroliferi sauditi con droni e missili. Pur non essendo il bersaglio principale dell’ondata attuale, l’Arabia Saudita ospita infrastrutture energetiche e militari che restano tra gli obiettivi più sensibili di qualunque strategia di pressione iraniana. Per gli italiani e per gli altri stranieri che vivono o transitano nel regno, questo si traduce in una situazione di vigilanza alta ma non ancora in un blocco sistematico: i cieli sauditi restano una possibile valvola di sfogo per le riprotezioni, ma il margine di manovra dipende direttamente da quanto l’Arabia Saudita riuscirà a restare ai margini – e non al centro – della prossima fase del confronto. Al centro di questo scenario c’è una domanda chiave: quanto a lungo l’Iran può continuare a colpire? La risposta che emerge dalle analisi di think tank e media dell’area è che Teheran conserva una capacità significativa di attacchi a ondate, ma non illimitata. Prima dell’attuale crisi, le stime di intelligence parlavano di un arsenale di migliaia di missili balistici e di una produzione industriale in crescita, con l’obiettivo dichiarato di poter lanciare in futuro ondate massicce da migliaia di vettori. Gli attacchi degli ultimi giorni hanno già consumato una quota rilevante di questi stock, ma l’Iran non si affida solo alle scorte. Negli ultimi anni ha investito molto nel rafforzare il proprio complesso militare-industriale, nelle cosiddette “città dei missili” sotterranee e nella capacità di produrre droni kamikaze in serie. Dai messaggi dei Pasdaran emerge un elemento di fondo: Teheran sembra voler dimostrare che può proseguire questa campagna il tempo sufficiente a logorare le difese dei suoi avversari, più che annientare obiettivi specifici. Ma forse il vero moltiplicatore di potenza iraniano non è interno, bensì esterno: la rete di gruppi armati alleati che compongono l’“Asse della Resistenza”. Dallo Yemen delle milizie Houthi all’Iraq delle forze di mobilitazione popolare, fino a Hezbollah in Libano, Teheran ha costruito una cintura di proxy in grado di colpire basi americane, infrastrutture energetiche, rotte marittime e obiettivi israeliani su più fronti. In questo momento non tutti sono mobilitati al massimo livello, ma la possibilità che gli attacchi si estendano e si intensifichino tramite questi attori è uno degli scenari che più preoccupano le monarchie del Golfo. La logica di fondo è asimmetrica: un drone o un missile iraniano costa relativamente poco, un intercettore lanciato dai sistemi di difesa del Golfo o dagli Stati Uniti costa molto di più. È una guerra di inventari e di bilanci, in cui l’obiettivo non è necessariamente vincere una battaglia decisiva, ma consumare nel tempo le riserve e la capacità di resistenza dell’avversario. Le dichiarazioni pubbliche puntano a una linea di equilibrio complessa. Da un lato, Emirati e Qatar ribadiscono di non essere parte belligerante, insistono sul fatto che il loro territorio viene usato come piattaforma militare dagli alleati ma che le loro società restano aperte, ordinate, funzionanti. La parola d’ordine, sui media locali, è evitare il panico: mostrare immagini di intercettazioni efficaci, evidenziare la rapidità con cui gli incendi vengono domati, rassicurare sulla continuità dei servizi di base. Dall’altro lato, cresce l’irritazione per essere diventati, di fatto, il campo di battaglia altrui. Le prese di posizione di figure di spicco emiratine – che ricordano all’Iran che “la vostra guerra non è con i vicini” – esprimono l’insofferenza per una situazione in cui la scelta strategica di ospitare basi americane si traduce oggi nel pagare il prezzo politico, economico e psicologico degli attacchi di rappresaglia. Negli articoli di analisi pubblicati da media regionali emerge un leitmotiv: se le ondate iraniane dovessero continuare con la stessa intensità per un’intera settimana, la pressione interna e internazionale sui governi del Golfo per passare da spettatori colpiti ad attori militari veri e propri aumenterebbe sensibilmente. Lo stesso scenario è stato disegnato da Kobi Michael, esperto israeliano dell’Inss, in un’intervista all’Adnkronos . In altre parole, più l’Iran insisterà, più la possibilità che Emirati e Arabia Saudita partecipino a operazioni dirette contro obiettivi iraniani, o quantomeno diano mano più libera agli Stati Uniti, smetterà di essere un tabù. È questo il punto in cui una crisi “gestibile” può trasformarsi in un conflitto regionale aperto. Guardando alle prossime 72 ore, lo scenario che si delinea nelle analisi dei media del Golfo e medio-orientali è fatto di biforcazioni molto nette. Una prima traiettoria è quella della de escalation controllata: l’Iran potrebbe considerare soddisfatta la propria esigenza di dimostrazione di forza e ridurre la frequenza degli attacchi, lasciando spazio a una mediazione diplomatica guidata da attori come Oman, Qatar e Turchia. In questo caso assisteremmo a una riapertura graduale e “a finestre” degli spazi aerei, con una lenta ripresa dei voli commerciali e, per gli italiani, a rientri scaglionati nell’arco di alcuni giorni, a partire da studenti, gruppi organizzati e categorie considerate più fragili. Un secondo scenario è quello dello stallo a bassa intensità: attacchi intermittenti, calibrati per mantenere la pressione ma senza superare la soglia oltre la quale gli Stati del Golfo si sentirebbero costretti a intervenire apertamente. Qui la parola chiave sarebbe incertezza: aeroporti che aprono e chiudono a seconda delle finestre di rischio, compagnie aeree che riprogrammano in corsa, viaggiatori costretti a prolungare la permanenza in hotel o presso amici e parenti. Per gli italiani vorrebbe dire permanenze forzate anche di una settimana o più, affidandosi a riprotezioni creative via scali alternativi come Mascate, Il Cairo, Riad o persino scali più lontani. Per chi arriva dall’Asia, visto che sono chiusi sia lo spazio aereo a nord (Russia) che al sud (Iran e Golfo) al momento l’unico “corridoio” percorribile è quello che passa dagli “stan” (Pakistan, Uzbekistan, Turkmenistan), sorvola l’Azerbaigian, e poi usa la Turchia come punto di scalo, con Istanbul al centro di un grande puzzle di voli riprotetti. Il terzo scenario, il più temuto, è quello dell’escalation regionale. In questa ipotesi, la combinazione tra persistenza degli attacchi iraniani, mobilitazione piena dei proxy e pressione interna porterebbe almeno alcuni Stati del Golfo ad accettare un ruolo più diretto in azioni contro l’Iran. A quel punto lo spazio aereo civile di gran parte della regione potrebbe essere chiuso o estremamente limitato per un periodo più lungo, e l’Italia – insieme ad altri Paesi europei – potrebbe trovarsi costretta a organizzare voli speciali, anche militari, con finestre temporali ristrette e priorità per categorie particolari di cittadini. Per ora, però, non siamo ancora a questo punto. Le città del Golfo non sono in uno stato di guerra totale: la vita continua, seppur con la nuova abitudine di alzare gli occhi al cielo quando si sente un boato. Per gli italiani che si trovano a Dubai, Abu Dhabi o Doha la sfida è gestire una crisi fatta di attese, informazioni frammentarie, decisioni da prendere in condizioni di incertezza. È una crisi che mette alla prova non solo le difese antimissile e le diplomazie, ma anche la fiducia in quei luoghi che, fino a ieri, erano le capitali indiscusse della sicurezza e della prevedibilità nel cuore di un Medio Oriente instabile. (di Giorgio Rutelli)
(Adnkronos) - "Mentre in commissione Giustizia alla Camera emendamenti di carattere corporativo e lesivi della concorrenza vogliono cancellare, dalla legge delega di riforma della professione di commercialista, la giusta tutela delle attività svolte dai professionisti associativi ai sensi della Legge 4/2013, ed i vertici dei commercialisti interpretano sentenze di Cassazione e della Corte Costituzionale pro domo sua e non in modo oggettivo ed ovviamente ignorando la vera sentenza, questa si storica, della Corte Costituzionale n. 418/96 che ha ben definito il concetto di libertà di esercizio del lavoro autonomo professionale, i tributaristi dell’Istituto nazionale tributaristi (Int) hanno partecipato alla consultazione promossa dalla Commissione Ue sulla trasferibilità delle competenze per tutelare la concorrenza e il diritto al lavoro professionale". E' quanto si legge in una nota dell'Istituto nazionale tributaristi. "Si chiude infatti oggi, 27 febbraio 2026, la consultazione pubblica -continua la nota- sulla trasferibilità delle competenze al fine di agevolare la mobilità dei lavoratori nell'Ue, grazie alla trasparenza delle competenze e alla digitalizzazione, consultazione promossa dalla Commissione Europea nel dicembre scorso e segnalata sul sito del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit) definendola un’iniziativa strategica per rendere più trasparente il riconoscimento delle competenze anche nelle professioni non regolamentate, in ordini o collegi ai sensi della Legge 4/2013". L'Istituto nazionale tributaristi (Int) ha partecipato, prima rispondendo all'apposito questionario, poi con un intervento specifico sulle professioni ex lege 4/2013. L'Int è intervenuto con il suo presidente, Riccardo Alemanno, che ha così esposto: "In merito alla trasferibilità delle competenze e all’agevolazione della mobilità dei lavoratori nell'UE grazie alla trasparenza delle competenze e alla digitalizzazione evidenziamo, al di là di una necessaria omogeneità delle regole e dei modelli adottati nei vari Paesi Ue, che in ambito Ue esistono professioni regolamentate e professioni non regolamentate, anche nell’ambito di uno stesso settore, e che, come già indicato dalla Corte dei Conti europea, l'eccesso di regolamentazione costituisce un evidente ostacolo allo stabilimento di un professionista all'interno dei Paesi Ue". "Occorrono pertanto -ha continuato- nuovi strumenti per attestare le certificazioni e per individuare le competenze, ciò al fine di modernizzare i sistemi organizzativi e di riconoscimento esistenti nei Paesi UE, che spesso producono effetti negativi sulla possibilità di stabilimento. in Italia la legge 4/2013 (professioni non organizzate in ordini o collegi) ha introdotto l'utilizzo in ambito professionale di due tipologie di attestazioni delle competenze, si tratta dell'attestato di qualità e di qualificazione professionale dei servizi prestati rilasciato dall'Associazione professionale di appartenenza e/o della certificazione ai sensi delle norme Uni (Ente italiano di normazione), a titolo esemplificativo la norma Uni 11511/2020 che definisce i requisiti relativi all'attività professionale del tributarista esercente attività professionale ai sensi della legge 4/2013", ha spiegato. "Tali certificazioni, rilasciate entrambe previa autorizzazione pubblica dei Ministeri competenti, devono essere adottate ai fini del riconoscimento delle competenze professionali all'interno dei Paesi Ue. Questa tipologia di certificazione, se adottata in modo uniforme dai Paesi Ue, garantire un più rapido ed efficace controllo, chiaro e trasparente, delle qualifiche e delle competenze che renderebbe più agevole lo stabilimento, nei vari Stati dell’Unione, dei professionisti", ha concluso.
(Adnkronos) - Meno di 1 italiano su 5 possiede un’auto green (il 17%), ma un italiano su due (il 51%) sta valutando di comprarne una. Tuttavia, gli italiani sembrano propensi a cambiare trend: già 1 su 4 ha provato un’auto elettrica (26%) e il full hybrid è la soluzione più indicata quando si valuta l’acquisto di una nuova vettura (27%). Le principali barriere all’acquisto delle auto elettriche sono il costo elevato (62%) seguito dai tempi di ricarica lunghi (50%). Sono i risultati dell’indagine realizzata da YouGov per Repower, con l’obiettivo di valutare il mercato delle auto elettriche in Italia insieme a conoscenze e abitudini dei cittadini, presentati nel X White Paper, 'La transizione nell’era post ideologica', pubblicato dal gruppo attivo nel settore energetico e della mobilità sostenibile. (VIDEO) Questa edizione del documento rafforza la dimensione di piattaforma di contenuti fruibili in maniera non lineare, andando ad approfondire solo i temi a cui si è più interessati. Ogni capitolo è infatti abbinato, a seconda del tema approfondito, a una puntata di 'Rumors d’Ambiente - Alla ricerca della sostenibilità', il podcast di Repower di cui in primavera è attesa la sesta stagione. Ogni capitolo ospita inoltre una serie di interviste ad esperti per approfondire le molteplici tematiche della mobilità sostenibile: da Francesco Zirpoli, direttore del Center for Automotive and Mobility Innovation all’Università Ca’ Foscari Venezia a Fabio Orecchini direttore del Center for Automotive Research and Evolution all’Università Guglielmo Marconi di Roma, da Vito Di Noto, docente al Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università degli Studi di Padova, all’architetto e urbanista di fama mondiale Carlo Ratti. “Nel 2025 il mercato delle auto elettriche è tornato a crescere - commenta Fabio Bocchiola, Ceo di Repower Italia nell’introduzione al White Paper - sostenuto da politiche di incentivazione e da una rete di ricarica sempre più capillare. È uno scenario incoraggiante, che restituisce l’immagine di una tecnologia che sta progressivamente uscendo da una fase pionieristica per entrare in una stagione di maturità. Per questo abbiamo deciso di dedicare il tema del White Paper a questo cambio di approccio, che ci conduce in un’era ‘post ideologica’ in cui l’elettrico rappresenta una soluzione che non va scelta solo per una questione di valori o responsabilità, ma perché ha senso come tecnologia matura”. Dall'indagine emerge, poi, che il 50% degli italiani possiede un’auto a benzina, il 35% diesel, il 10% Gpl. L’auto elettrica è poco diffusa: solo il 2% la possiede, come le soluzioni ibride (full hybrid 6%, mild hybrid 5%, gas naturale compresso 3%, plug-in hybrid 2%). Tuttavia, gli italiani sembrano propensi a cambiare trend: già 1 su 4 ha provato un’auto elettrica (26%) e il full hybrid è la soluzione più indicata quando si valuta l’acquisto di una nuova vettura (27%), mentre il 18% considera l’acquisto di un veicolo elettrico. Le principali barriere all’acquisto delle auto elettriche sono - rileva lo studio - il costo elevato (62%), i tempi di ricarica lunghi (50%), la scarsa disponibilità di colonnine di ricarica (47%), l’inadeguatezza per i viaggi lunghi (45%) e l’autonomia limitata (44%). Il livello di conoscenza sul mercato delle auto elettriche è scarso: meno di 1 italiano su 5 si reputa bene informato (17%) e il mezzo di informazione principale è il passaparola (39%). Solo 2 italiani su 10 pensano che ci siano abbastanza colonnine di ricarica per auto elettriche. Ci sono, poi, alcune opinioni contrastanti sulle auto elettriche: 2 italiani su 3 ritendono importante possedere un’auto e sono convinti che le auto elettriche si diffonderanno se miglioreranno le infrastrutture; 1 su 3 crede che il prezzo salirà e che le auto elettriche inquinino più di quelle a benzina, mentre 1 su 2 pensa che necessitino di una manutenzione costosa e complicata.