INFORMAZIONIIntesa Sanpaolo spa Assicurazioni, Banche e Finanza Ruolo: Relazioni con le Associazioni Area: Government & Public Affairs Management Valentina Basarri |
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(Adnkronos) - Addio definitivo al rame e fibra ottica per tutti. Con uno 'switch on' che va accelerato per consentire di cogliere tutte le opportunità della rivoluzione che passa per la connettività, dal contributo al pil alla creazione di nuova occupazione. Se n'è parlato diffusamente durante l'evento 'Fiber Switch On: l’accesso al futuro è adesso', organizzato dalla Luiss. Tre i documenti discussi, che integrano prospettive diverse, partendo dalla fotografia della situazione: a che punto siamo? L’evento è stato aperto dai saluti istituzionali di Paolo Boccardelli, Rettore della Luiss: "Adottare la fibra ultraveloce FTTH non è una scelta tecnica, ma un driver di sviluppo. È ciò che permette a cittadini, imprese e istituzioni di partecipare pienamente alla vita economica e democratica, riducendo le disuguaglianze, sostenendo la crescita e costruendo un’Italia più competitiva e inclusiva". Se sul piano dell'infrastruttura il Paese ha recuperato terreno, Alessio Butti, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri con delega alla Trasformazione Digitale, in un video messaggio si è soffermato sulla sfida dell'adozione: "Dobbiamo vincere la sfida dell’adozione. Il primo obiettivo per arrivare alla piena adozione sono le competenze; il secondo è il take-up dei servizi digitali, passando da una logica infrastrutturale a una valorizzazione delle reti come piattaforme per servizi pubblici digitali avanzati”. Il punto di partenza del documento 'Fiber for Human Value. La fibra come motore di sviluppo economico e sociale', della Luiss, è l'analisi del contesto italiano, che rivela "una realtà complessa, segnata da una evoluzione delle reti di connettività che è ancora condizionata da quella che potremmo definire la 'trappola del rame'. Per anni, infatti, "strategie conservative focalizzate sull'aggiornamento delle vecchie reti in rame hanno rallentato la transizione verso una banda ultralarga ad elevate prestazioni, in grado di sostenere la creazione della società digitale del futuro". Oggi, grazie a un cambio di passo impresso anche dal ricorso a risorse finanziarie pubbliche (come quelle stanziate per la "Strategia Italiana per la Banda Ultralarga" e il Piano "Italia a 1 Giga"), il Paese ha recuperato terreno sul fronte infrastrutturale, raggiungendo una copertura FTTH che sfiora il 71% delle famiglie, un dato superiore alla media UE secondo il DESI 2025. Qui, però, "emerge il 'paradosso della digitalizzazione'. A fronte di un'infrastruttura d'eccellenza, l'Italia registra tassi di adozione (take-up) ancora modesti: solo poco più del 25% delle linee attive sfrutta le potenzialità del Gigabit". Il passaggio obbligato da portare a termine è lo switch off del rame. Questo passaggio epocale "non è privo di criticità, perché le sfide da affrontare sono molteplici". Sul piano tecnico, ad esempio, "si pone il quesito di come garantire la migrazione dei servizi speciali e critici che ancora dipendono da vecchi protocolli". Sul piano economico, viceversa, "ciò richiede di gestire gli impatti sugli operatori che hanno basato il loro business model sull'accesso alla rete in rame". Sul piano sociale e culturale, infine, "diviene necessario vincere la resistenza al cambiamento di quella fascia di popolazione meno digitalizzata, che potrebbe percepire la migrazione tecnologica come un'imposizione o un costo aggiuntivo, anziché come un'opportunità". La sfida per l'Italia, dunque, "non è più solo posare cavi, ma 'accendere' la consapevolezza. Il futuro digitale del Paese si gioca sulla capacità di trasformare la connettività fisica in connessione sociale, colmando quel divario tra potenziale tecnologico e realtà applicativa che ancora ci separa dai leader europei". Per superare queste barriere e trasformare l'infrastruttura in un vero volano di crescita, l'analisi suggerisce un set di azioni prioritarie rivolte ai diversi attori del sistema. Per le Istituzioni e il Regolatore nazionale, è urgente una semplificazione radicale attraverso l'introduzione di uno "sportello unico digitale" per i permessi e l'armonizzazione delle linee guida locali. Parallelamente, occorre istituire un'anagrafe unica e centralizzata degli indirizzi civici, bonificata e interoperabile, per garantire una pianificazione certa. Dal punto di vista della concorrenza, le policy devono favorire modelli Wholesale-Only e l'accesso equo alle infrastrutture (Open Access), incentivando al contempo lo switch-off del rame attraverso meccanismi che ne riducano la convenienza economica rispetto alla fibra. Per i Policymaker, il procurement pubblico deve diventare una leva strategica: la spesa pubblica dovrebbe orientarsi verso servizi cloud-native nazionali, imponendo standard di connettività elevati per tutte le sedi della PA. Fondamentale è anche l'adozione di strumenti di sostegno agli investimenti, come voucher per la connettività e crediti d'imposta per le aree a fallimento di mercato, per evitare che la transizione crei nuove disuguaglianze territoriali. Per il mercato, la capacità di risposta alle sfide attuali richiede una collaborazione ecosistemica. Operatori, utility e mondo della formazione devono cooperare per colmare il gap di competenze, investendo in Academy tecniche e percorsi di certificazione professionale. Infine, è cruciale una maggiore trasparenza comunicativa verso la cittadinanza per costruire un consenso sociale informato attorno alle opere infrastrutturali, presentandole non come cantieri, ma come abilitatori di futuro. La crescente diffusione della connettività, accompagnata alla diversificazione dei servizi offerti, "si traduce nella necessità di reti sempre più performanti, non solo in termini di indicatori tradizionali quali capacità trasmissiva e latenza, ma anche in termini di resilienza, indispensabile per garantire la continuità di servizi critici su cui si fa un affidamento sempre maggiore". In tale scenario evolutivo, "l’espansione delle infrastrutture di telecomunicazioni ha comportato un aumento significativo dei consumi energetici, con un duplice impatto". Da un lato, "l’incremento dei costi operativi sostenuti dagli operatori di rete, di cui il consumo energetico rappresenta oggi una quota rilevante, riduce la capacità di investimento strategico in nuove tecnologie e nel miglioramento delle prestazioni e della qualità del servizio". Dall’altro lato, "la crescita dei consumi energetici determina un impatto ambientale che compromette la sostenibilità della crescita". I risultati dello studio di Michela Meo e Daniela Renga per il Politecnico di Torino mostrano che "lo spegnimento della tecnologia in rame porta a una riduzione dei consumi energetici particolarmente significativa, pari all’86%". Questo risultato "è dovuto all’effetto combinato del limitato fabbisogno energetico dei dispositivi che realizzano le reti ottiche e del ridotto numero di dispositivi necessari per servire l’utenza". La metodologia utilizzata per l’analisi ha permesso anche di studiare diversi scenari di transizione dalla attuale coesistenza di reti in rame e ottiche a reti interamente in fibra ottica. I risultati suggeriscono che "accelerare la transizione rispetto a una transizione completa in 10 anni, come previsto nel Digital Networks Act (DNA) può portare a risparmi fino a 4 TWh di energia. Una politica di supporto alla transizione verso reti interamente ottiche ha un grande potenziale in termini di sostenibilità ambientale, riduzione dei costi e quindi capacità di investimento in innovazione e qualità del servizio, e resilienza delle infrastrutture di telecomunicazioni". Michela Meo, Professoressa di Telecomunicazioni al Politecnico di Torino, ha fatto una sintesi efficace: "Ogni anno perso nel completamento della migrazione non rappresenta solo un freno all'innovazione digitale, ma si traduce in un costo energetico e ambientale diretto per il mantenimento in vita di tecnologie obsolete ed energivore. Accelerare lo switch-off del rame non è dunque solo un'opportunità tecnologica, ma un imperativo di sostenibilità". Lo studio Deloitte, intitolato 'Lo switch-on della Fibra FTTH: Impatti economici e occupazionali per l’Italia', evidenzia in particolare come il valore aggiunto degli investimenti per la realizzazione della rete in fibra ottica e della successiva disponibilità della banda ultra larga nelle aree bianche, che abilita nuove opportunità di digitalizzazione per cittadini e imprese, si traduca in "un impatto moltiplicativo significativo sull’economia: per ogni euro investito, si stima siano stati generati finora complessivamente 4,4 euro di contributo totale al PIL". Questo lascia presupporre "impatti attesi ancora maggiori nel medio-lungo termine a fronte di una crescente diffusione di utilizzo della banda ultra larga, ancora parzialmente limitata, da parte di cittadini e imprese". Questo, considerato che la banda Ultra larga nelle aree bianche italiane "è molto più di una semplice opera infrastrutturale, ma anche un intervento strategico come motore di crescita economica e un fattore chiave per la coesione sociale e territoriale". Si stima che la Banda Ultra Larga nelle aree bianche abbia generato finora oltre 16 miliardi di euro di contributo al PIL italiano e più di 250 mila nuovi posti di lavoro grazie alla sua diffusione, in aggiunta a circa 5,3 miliardi di euro di contributo al PIL e più di 90 mila occupati supportati dagli investimenti per la realizzazione dell’infrastruttura. Marco Vulpiani, Senior Partner, Head of Deloitte Economics, ha evidenziato come la fibra FTTH dimostri di essere "un motore di inclusione, produttività e sviluppo territoriale: abilita smart working, innovazione delle imprese, modernizzazione dei servizi pubblici e valorizzazione delle comunità locali, favorendo lo sviluppo di imprenditoria locale e riducendo il fenomeno dello spopolamento dei piccoli centri ed aree remote". L’adozione dell’FTTH è quindi "una priorità nazionale per ridurre il divario digitale e valorizzare tutto il territorio, sostenendo una crescita sostenibile, diffusa e resiliente dell’intero Paese".
(Adnkronos) - Giurarsi amore eterno davanti a un piatto stellato? Perché no. Per festeggiare San Valentino al top, e incantare la 'dolce metà', la scelta migliore è sicuramente quella di concedersi una cena in uno dei migliori ristoranti. Ma quanto si arriva a spendere e cosa aspettarsi dalle cucine più blasonate? Ecco qualche esempio, su e giù per lo Stivale, per farsi un'idea e, soprattutto, per capire se il cuore val bene una cena. Volendo puntare ai massimi livelli, ci sono gli chef tristellati, spesso considerati inarrivabili, anche perché eternamente pieni, soprattutto per le serate speciali come questa. L’Ansitz Heufler di Norbert Niederkofler, a Rasun-Anterselva (Bz), offre un’esperienza pensata per celebrare l’amore in tutte le sue forme: un menu speciale accompagna gli ospiti in un percorso di gusto da vivere con lentezza, tra intimità e calore, dove ogni dettaglio è pensato per rendere questo giorno davvero unico. Nel menù, a 95 euro, Verza al forno ripiena, Risotto con blu di bufala e tartufo nero, e poi doppio secondo con Trota al caviale e zabaione salato e Vitello al pepe nero e barbabietole. Per assaporare la cucina dello chef Massimiliano Alajmo (3 stelle a Le Calandre di Rubano, Padova), si può optare per un altro dei suoi locali, Le Cementine di Roncade (Treviso), per un menù completo di San Valentino a 100 euro. Inutile, invece, lanciarsi nell'intero weekend da sogno proposto (con prezzo anch'esso da sogno) a Villa Crespi, con lo chef Antonino Cannavacciuolo, dove, oltre alla cena tristellata, è previsto anche un massaggio di coppia e un welcome bouquet in camera con Champagne e cioccolatini: è già sold-out. Intramontabile la proposta di Heinz Beck, sempre presente quando si tratta di occasioni speciali da trascorre nella sua Pergola al Rome Cavalieri, A Waldorf Astoria Hotel di Roma. Nel menù: fegato grasso d'anatra con carciofi e gel di amaretto, ricciola con sedano marinato ai profumi di rosa turca, melograno e cioccolato ossidato, astice su estratto di liquirizia, cuore di spinaci e fagioli borlotti, solo per citare i primi tre dei sette piatti in degustazione per 750 euro in due. Passando alle due stelle Michelin, l'offerta si allarga e spuntano idee interessanti al Sud. Nel suo ristorante La Madia di Licata (Ag), lo chef Pino Cuttaia non anticipa nulla, ma promette per la sera del 14 febbraio un menu esclusivo, creato appositamente "in occasione della celebrazione dell’amore" (la spesa per una menu degustazione mediamente va dai 150 ai 190 euro a persona). Il George Restaurant, primo due stelle Michelin 2026 di Napoli, presso il Grand Hotel Parker's, l'albergo più antico della città, ha in serbo un menù di quattro portate, più amuse bouche e dessert, firmato dallo chef Domenico Candela, a 167 euro a persona. Una serata speciale attende gli innamorati anche al Moma di Roma, una stella Michelin, che per San Valentino propone una serata all’insegna della seduzione giocosa. Lo chef Andrea Pasqualucci ha costruito un menu che si veste di rosso: tra giochi cromatici, note iodate, accenti floreali, carni opulente ammansite da bacche e frutti rossi e materie prime che si trasformano e travestono, il percorso si snoda in una rappresentazione allegorica di un amore che vive di equilibrio tra leggerezza e profondità, dall'Ostrica alla brace, margarita e aneto in apertura fino allo Yogurt di pecora e lamponi che chiude il percorso (costo 200 euro). Per la notte più romantica dell’anno, il Ristorante Serrae Villa Fiesole, 1 stella Michelin, invita gli innamorati a vivere un’esperienza sensoriale unica nella cornice dell'FH55 Hotel Villa Fiesole, sospesa tra alta cucina, panorama mozzafiato e intimità senza tempo. Lo chef Antonello Sardi firma un menù di San Valentino che celebra l’amore attraverso materie prime d’eccellenza, tecnica raffinata e un racconto gastronomico elegante e seducente (279 euro inclusi i vini). A Milano, ci si può regalare una cena da Cracco in Galleria (1 stella Michelin), dove il menu degustazione tradizionale parte dai 350 euro. Ma per San Valentino Carlo Cracco ha pensato di stupire con una serie di edizioni speciali di cioccolatini, fra baci, tavolette, combo, e persino un kit dolce e uno salato, con packaging nei colori dell'amore. E se l'amore si vuole festeggiarlo con dolcezza, in arrivo quattro creazioni firmate dal maestro pasticcere Vincenzo Faiella, di San Marzano sul Sarno (Sa) - semifreddo al rocher, cheesecake ai frutti di bosco, al cappuccino e mousse al tris di cioccolati - disponibili sia in monoporzione sia in formato torta, pensata per trasformare il regalo in un momento di condivisione.
(Adnkronos) - Gruppo Cap, gestore del servizio idrico integrato della Città metropolitana di Milano, sta intervenendo in diversi Comuni del territorio regolando la pressione dell’acqua in rete. L’obiettivo è quello di gestire meglio la risorsa, ridurre gli sprechi e offrire un servizio più affidabile e sostenibile. Una pressione più equilibrata riduce lo stress sulle tubature e aiuta a limitare rotture e perdite: meno acqua dispersa significa anche meno energia necessaria per pompare e distribuire l’acqua e quindi meno emissioni. Quello delle perdite idriche rimane un tema centrale in tutto il Paese. Secondo gli ultimi dati Istat, in Italia la dispersione media dell’acqua immessa nelle reti di distribuzione si attesta intorno al 42%. Un dato che fotografa la fragilità di una parte significativa delle infrastrutture nazionali e conferma quanto sia necessario intervenire con piani strutturali di efficientamento. In questo contesto – nonostante nel territorio gestito da CAP la dispersione causata da perdite si attesta al 19% - la regolazione della pressione rappresenta una delle leve più efficaci e immediate per ridurre le sollecitazioni sulla rete e contenere le dispersioni, contribuendo concretamente al miglioramento degli indicatori di qualità tecnica misurati da Arera, l’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente. Il Servizio Idrico Integrato svolge oggi un ruolo chiave nella transizione ecologica. Investire in tecnologie di monitoraggio, digitalizzazione delle reti, efficientamento energetico e ammodernamento delle condotte significa non solo ridurre le perdite, ma anche contenere i consumi energetici e le emissioni associate all’intero ciclo dell’acqua. Gli interventi di regolazione della pressione introdotti da Gruppo Cap sono progettati con parametri tecnici precisi e non compromettono il corretto funzionamento delle utenze. In conformità con quanto previsto dall’art. 12 del Regolamento del Servizio Idrico Integrato, Gruppo Cap garantisce ai contatori degli utenti una pressione minima pari a 2 bar (20 metri di colonna d’acqua) quando non è in corso alcun consumo d’acqua, nel pieno rispetto degli standard tecnici e regolatori vigenti. Tutte queste attività puntano a rendere le reti più moderne e resilienti e a migliorare la qualità del servizio, anche secondo gli indicatori misurati da ARERA, con benefici concreti per i cittadini e per il territorio nel medio e lungo periodo. In un’epoca in cui sostenibilità e uso responsabile delle risorse sono temi centrali nel dibattito pubblico, anche un intervento tecnico come la regolazione della pressione dell’acqua diventa un tassello importante di una strategia più ampia: meno sprechi, più efficienza, più futuro.