INFORMAZIONISofia Carandini |
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(Adnkronos) - Nelle ultime 48 ore la crisi tra Stati Uniti e Iran ha cambiato passo. Non solo per come sono andati i negoziati indiretti a Ginevra, ma per tre segnali convergenti: la riunione ad alto livello alla Casa Bianca (con Donald Trump), l’accelerazione del dispositivo militare americano nella regione e la dimostrazione di forza iraniana nello Stretto di Hormuz. Il risultato è che l’ipotesi di uno strike “a breve” non è più solo retorica, ma una delle opzioni operative sul tavolo. Le informazioni più solide, al momento, descrivono una Casa Bianca che valuta opzioni militari mentre mantiene aperta la pista diplomatica. Da un lato, l’amministrazione attende un “proposta scritta” iraniana dopo i colloqui di Ginevra e parla di progressi limitati e “gaps” ancora ampi. Dall’altro, ha chiesto che il dispositivo militare sia pienamente schierato entro una finestra temporale ravvicinata, aumentando la credibilità della minaccia. Ci sono almeno quattro fattori che spingono verso un punto di rottura. Linee rosse incompatibili: Washington insiste su obiettivi molto ambiziosi, tra cui la cancellazione del programma nucleare iraniano e lo stop ai missili balistici. Teheran, pubblicamente e sostanzialmente, rivendica il diritto all’arricchimento e considera il programma missilistico parte integrante della deterrenza nazionale. Quando le linee rosse non si intersecano, la diplomazia tende a trasformarsi in un “gioco a tempo”: o una parte cede, o la crisi scala. La pressione militare come leva negoziale: Il rafforzamento del dispositivo Usa non è solo una misura difensiva. È un modo per rendere credibile l’alternativa: “deal o attacco”. Nella pratica, però, ogni ulteriore asset schierato aumenta anche il rischio di incidente e di escalation non pianificata (errori di calcolo, incidenti navali, attacchi di proxy che costringono a rispondere). Hormuz come segnale di deterrenza iraniano: Le esercitazioni e le chiusure temporanee di aree dello Stretto da parte dell’Iran hanno una funzione politica: ricordare che gli ayatollah possono alzare il costo sistemico della crisi. Anche senza “chiudere” Hormuz, Teheran può aumentare rischio percepito, premi assicurativi, e nervosismo sui mercati. Il fattore Israele e la dimensione regionale: Netanyahu spinge su obiettivi più ambiziosi (missili, infrastrutture, rete di proxy). Una convergenza totale con Washington non è scontata, ma l’allineamento strategico resta un moltiplicatore di pressione su Teheran e un acceleratore di opzioni militari. Strike limitato su infrastrutture nucleari: È l’opzione “chirurgica” in teoria: colpire siti e capacità, evitare un conflitto prolungato, ridurre l’esposizione politica interna. I problemi non mancano: come abbiamo visto nella ‘guerra dei 12 giorni’ dello scorso giugno, non è semplice colpire le centrali (tra tutte, quelle di Natanz, Fordow e Isfahan), costruite sottoterra o sotto le montagne, e tuttora non è chiaro quanti danni abbiano fatto le famigerate bombe ‘bunker buster’ che solo gli Stati Uniti hanno a disposizione. Ci sono ‘ridondanze’, cioè sistemi duplicati, siti secondari, procedure per il ripristino rapido. E poi attività e materiali sono distribuiti su più siti: l’estate scorsa le foto satellitari mostravano i mezzi che trasportavano materiale, forse uranio arricchito, dai siti principali ad altri luoghi di stoccaggio. Campagna aerea più ampia, anche su difese e missili: È l’opzione “coercitiva”: degradare difesa aerea, missili, droni, command-and-control, per ridurre la capacità di ritorsione e aumentare la pressione sul regime. È anche quella che più facilmente può impiegare settimane e non giorni, e che alza drasticamente il rischio di risposta su basi Usa e alleati nel Golfo. Decapitazione e destabilizzazione del regime: È lo scenario più rischioso e, storicamente, quello con la più alta probabilità di effetti non intenzionali: frammentazione del comando, escalation incontrollata, collasso di sicurezza interna, spinta a chiudere Hormuz o colpire infrastrutture energetiche regionali. È anche quello che può trasformare una crisi in un conflitto regionale a pieno spettro. La dottrina iraniana, letta dagli analisti, non punta a una risposta simmetrica. Punta a moltiplicare i fronti. - Teheran può compiere una risposta diretta, con missili e droni su basi e asset regionali. Tra gli obiettivi non c’è solo Israele, come negli anni scorsi, ma l’architettura militare americana nella regione, incluse basi, radar, logistica, e asset navali. Questo è uno dei motivi per cui gli Stati del Golfo temono la spirale. - Poi ci sono i proxy e il cosiddetto “asse della resistenza”, che è stato molto indebolito da Israele ma che può contare su soggetti attivi in Iraq, Libano, Siria, Yemen. Ciascuno di questi ha a disposizione armi e distribuzione territoriale in grado di destabilizzare tutta l’area. - Hormuz, lo stretto da cui passa il 20-25% del greggio mondiale, che non deve neanche essere bloccato: bastano episodi di disturbo e attacchi mirati per alterare traffico e prezzi globali dell’energia. - Cyber e infrastrutture critiche: energia, finanza, logistica. Attacchi difficili da attribuire e dunque da “contenere”. Qui entra la variabile che, in Europa, spesso viene raccontata poco: la vulnerabilità infrastrutturale delle monarchie del Golfo, di cui ha parlato la professoressa Farian Sabahi nella sua lezione alla John Cabot University. Uno strike americano e una risposta iraniana non colpirebbero solo “obiettivi militari”. Possono mettere sotto pressione sistemi civili essenziali. Qatar ed Emirati, per struttura urbana, dipendono in modo critico da: elettricità continua, climatizzazione, e soprattutto desalinizzazione. Un attacco significativo alle centrali elettriche o alle reti di distribuzione non impatta solo i condizionatori o gli ascensori dei grattacieli: impatta la produzione e distribuzione di acqua potabile. È un moltiplicatore politico enorme, ed è uno dei motivi per cui molti attori del Golfo spingono, dietro le quinte, per evitare un salto di soglia. Alcuni analisti sostengono che le tensioni dell’ultimo anno abbiano creato una sorta di abitudine del mercato a “scontare” crisi geopolitiche, come gli attacchi degli Houthi ai mercantili, senza grandi shock di prezzo: domanda moderata, produzione Usa alta, reazioni finora contenute anche a eventi gravi. Ma questa ipotesi ha un limite chiaro: Hormuz e l’Iran non sono “una crisi qualunque”. Se l’escalation tocca davvero flussi, commercio e assicurazioni in modo prolungato, questa capacità di assorbire le tensioni può rompersi. Per la Casa Bianca, questo punto è politicamente sensibile: un’impennata dei prezzi alla pompa è uno dei pochi meccanismi con effetto immediato sull’opinione pubblica, soprattutto nell’anno delle elezioni di metà mandato. L’appello del premier polacco Donald Tusk a lasciare l’Iran “immediatamente” è un segnale da trattare con cautela, ma è un indicatore che alcune capitali europee valutano un peggioramento rapido delle condizioni di sicurezza e una possibile restrizione delle vie di uscita. In genere, questi messaggi arrivano quando le intelligence percepiscono un aumento della probabilità di escalation nel brevissimo periodo. In parallelo, esiste una finestra diplomatica dichiarata: l’attesa della proposta iraniana e il rinvio a ulteriori tavoli negoziali. Ma proprio questa finestra è la più instabile: è il momento in cui, se la proposta viene giudicata insufficiente, l’opzione militare diventa più vendibile politicamente. Come ha spiegato Mike Pompeo nel suo intervento all’Ispi, Donald Trump sta negoziando con l’Iran anche per mostrare la buona fede della sua amministrazione, e poter dire “noi ci abbiamo provato” in caso di attacco. Una proposta anche parziale ma “negoziabile” può invece creare spazio per un congelamento temporaneo e un compromesso tecnico, anche senza un accordo finale. De-escalation tattica: proposta iraniana, prosecuzione dei colloqui e mantenimento della pressione militare senza attacco, almeno nel breve termine. Attacco limitato e risposta contenuta: attacco su obiettivi selezionati, ritorsioni calibrate via proxy e/o cyber, tensione alta ma non guerra regionale piena. Escalation regionale: attacco più ampio o percepito come tentativo di arrivare a un “regime change”, risposta multi-dominio dell’Iran, stretto di Hormuz usato come leva e rischio di coinvolgimento diretto di più Paesi.
(Adnkronos) - Le donne sono le più virtuose nella lotta allo spreco alimentare. La prevenzione dello spreco alimentare non dipende solo da buone intenzioni, ma anche da fattori sociali, culturali e digitali. E' quanto emerge dalla ricerca condotta dall'Università di Scienze gastronomiche di Pollenzo su un campione di 390 cittadini italiani, presentata a Milano durante l'evento finale di 'Scrap the food waste' il progetto di cui è capofila l'Unione nazionale consumatori è stato realizzato da AWorld e l'Università stessa. A guidare il progetto Will media che nell'arco dei 20 mesi ha curato la progettazione e il coinvolgimento dei partner a ogni livello decisionale, oltre che lo sviluppo di una campagna di sensibilizzazione sulle principali piattaforme di incontro della community 18-35 anni (Instagram e Youtube). Nel corso dell’incontro dal titolo 'Il cibo che non vediamo-numeri, storie e scelte dietro allo spreco alimentare' i quattro partner del progetto (finanziato dall’European and digital executive agency- Hadea, nell’ambito del programma di finanziamento per la prevenzione dello spreco alimentare Smp food) hanno raccontato le iniziative di questi mesi di collaborazione, volti a migliorare il livello di consapevolezza dei consumatori sul tema dello spreco alimentare. La mattinata è stata un momento di confronto e di condivisione già dalla scelta della location, il Refettorio Ambrosiano che rappresenta un modello virtuoso di economia circolare applicata al cibo. Nato nel 2015 dall'idea dello chef Massimo Bottura e di Davide Rampello con Caritas Ambrosiana, questo spazio recupera ogni giorno eccedenze alimentari e le trasforma in pasti di qualità, dimostrando che lo spreco può diventare risorsa e la solidarietà può unirsi alla bellezza. Con oltre 220.000 pasti distribuiti in dieci anni, il Refettorio incarna perfettamente i valori del progetto 'Scrap the food waste'. Spazio anche a diversi momenti di interazione con il pubblico grazie ai laboratori pratici affidati alla cuoca Irene Bernacchi che lavora su eccedenze e imperfezioni per la produzione di gelato da frutta scartata e collabora con Recup (Associazione nata a Milano e attiva anche a Roma che combatte lo spreco alimentare recuperando frutta e verdura invenduta nei mercati rionali). Ma i veri protagonisti sono stati i risultati del progetto, presentati dai rappresentanti dei quattro partner con il team di Will Media a fare da padroni di casa. Come gestiscono gli sprechi gli italiani? E’ questa la domanda che guida la ricerca dell’Università di Scienze gastronomiche di Pollenzo: lo studio è basato sull'elaborazione di un Indice di prevenzione dello spreco alimentare (Fwpi), che ha permesso di individuare i profili dei consumatori con i comportamenti più efficaci nella riduzione dello spreco domestico. I dati mostrano che le donne, chi vive in aree rurali e chi segue un'alimentazione flexitariana o vegetariana adottano comportamenti più virtuosi nella gestione del cibo. Un dato significativo riguarda il ruolo del digitale: chi utilizza in modo consapevole social media e applicazioni dedicate dimostra livelli più bassi di spreco alimentare. La Generazione Z, in particolare, si distingue per l'impegno attivo nella ricerca di informazioni sul cibo, mentre l'interesse per le tematiche alimentari tende a diminuire con l'aumentare dell'età. La ricerca evidenzia inoltre un legame chiaro tra sensibilità verso la sostenibilità -economia circolare, filiere corte, motivazioni etiche ed ambientali- e comportamenti anti-spreco. "Il progetto Stfw ha dimostrato come strumenti digitali e informazioni corrette possono rendere le persone più consapevoli e aiutarle a gestire meglio il cibo ogni giorno. Investire sempre di più in educazione alimentare e competenze digitali è fondamentale per sostenere le famiglie nella riduzione dello spreco domestico", commenta Luisa Torri, prorettrice Università Pollenzo. Il cuore operativo del progetto 'Scrap food waste' è stata la community digitale su AWorld, che da marzo a dicembre 2025 ha coinvolto 612 persone in un percorso educativo strutturato. I risultati sono significativi: 2.607 ore di formazione completate, con una media di oltre 4 ore per partecipante; 68.811 contenuti educativi letti attraverso 16 percorsi formativi; 296.536 quiz completati per testare le conoscenze acquisite; 475 partecipanti (77,6% della community) hanno calcolato la propria carbon footprint, con un valore medio di 7,3 tonnellate di CO₂ per persona – significativamente superiore all'obiettivo di 2 tonnellate previsto dall'accordo di Parigi. I contenuti più letti dalla community rivelano cosa cercano davvero le persone: informazioni pratiche su come leggere le date di scadenza, conservare correttamente il cibo, riutilizzare gli avanzi in modo creativo. La retention è stata ottenuta senza premi materiali, basandosi esclusivamente sulla qualità dei contenuti e sulla motivazione intrinseca dei partecipanti. La mattinata si è conclusa con un pranzo preparato dai volontari del Refettorio utilizzando eccedenze e scarti alimentari, un'esperienza concreta di come il cibo invisibile possa trasformarsi in valore.
(Adnkronos) - Ecologia integrale, cooperazione tra Europa e Stati Uniti, innovazione tecnologica al servizio dell’ambiente, responsabilità dei media globali e sostenibilità dei grandi eventi: sono questi i temi che saranno al centro del XVII Forum Internazionale dell’Informazione per la Salvaguardia della Natura, promosso da Greenaccord Ets e in programma a Treviso dal 18 al 21 marzo 2026 con il titolo 'Building Future Together - Un’umanità nuova con sete di futuro'. Per quattro giorni Treviso diventerà una redazione globale diffusa, accogliendo oltre 100 giornalisti provenienti da più di 40 Paesi insieme a rappresentanti istituzionali, amministratori pubblici, imprese innovative, accademici ed esponenti del mondo della cultura. Il Forum si svolgerà tra Ca’ dei Carraresi e la Camera di Commercio di Treviso e Belluno e si articolerà in una sessione inaugurale e sei sessioni tematiche dedicate ai nodi cruciali della transizione ecologica e alla costruzione di una visione condivisa di ecologia integrale, capace di tenere insieme ambiente, economia, dimensione sociale e responsabilità culturale. L’edizione 2026 assume una valenza strategica per la costruzione di un ponte strutturato tra il Triveneto e lo Stato del Colorado. Territori accomunati da identità montana, forte vocazione sportiva e turistica, sistemi produttivi dinamici e crescente attenzione alle politiche ambientali, Veneto e Colorado saranno protagonisti di un confronto concreto su mobilità sostenibile, pianificazione territoriale, tecnologie pulite, economia montana e governance della sostenibilità. Tra i relatori internazionali sono attesi rappresentanti istituzionali e imprenditoriali del Colorado, insieme a protagonisti dell’innovazione tecnologica statunitense, a testimonianza di un dialogo che guarda alle Montagne Rocciose e alle Dolomiti come territori laboratorio di cooperazione transatlantica. Un focus centrale sarà dedicato alla sostenibilità dei grandi eventi internazionali, con un approfondimento specifico sul modello dei Giochi Olimpici Invernali Milano-Cortina 2026. Nella sessione inaugurale interverrà Gloria Zavatta, Sustainability & Impact Director di Milano Cortina 2026, per illustrare il rapporto di sostenibilità dei Giochi e le strategie adottate per ridurre l’impatto ambientale e garantire un’eredità positiva per i territori ospitanti. Il Forum offrirà inoltre uno sguardo globale grazie alla presenza di Jinfeng Zhou, segretario generale della China Biodiversity Conservation and Green Development Foundation, che porterà l’esperienza cinese nel campo della tutela della biodiversità e della cooperazione ambientale internazionale. Il confronto tra modelli europei, nordamericani e asiatici contribuirà a rafforzare il carattere autenticamente globale dell’iniziativa. Grande attenzione sarà dedicata anche al ruolo delle piattaforme digitali e dell’industria culturale nella costruzione del dibattito ambientale. Interverranno Andy Thompson, dirigente internazionale attualmente International Technologist di Meta con una lectio magistralis sull’impatto delle notizie ambientali sulle piattaforme social, e Hanna Grahn, Head Sustainability and Climate Action di Spotify, che affronterà il tema della musica e dei contenuti culturali come strumenti di consapevolezza e responsabilità collettiva. Il programma affronterà inoltre il rapporto tra natura e bellezza, economia del benessere, rigenerazione urbana, bioarchitettura, agricoltura sostenibile, filiere del cibo, tecnologia digitale, ecologia della mente e dell’anima. Una sessione conclusiva sarà dedicata al ruolo dei media e dei giornalisti della rete Greenaccord, con la consegna del Greenaccord International Media Award a una realtà nordamericana impegnata nella narrazione delle sfide climatiche. "In un tempo segnato da conflitti, crisi climatiche e incertezze geopolitiche - dichiara Alfonso Cauteruccio, presidente di Greenaccord - abbiamo bisogno di ricostruire un orizzonte comune. L’ecologia integrale non è uno slogan, ma una visione che tiene insieme ambiente, giustizia sociale, economia e spiritualità. Con questo Forum vogliamo offrire ai giornalisti e alle istituzioni uno spazio di dialogo autentico tra Europa e America, ma anche tra Occidente e Asia, tra tecnologia e cultura. Solo costruendo ponti e assumendoci una responsabilità condivisa possiamo generare un futuro credibile per le nuove generazioni". "In un mondo lacerato dalla violenza e dalla prepotenza, avvertiamo il bisogno di tornare a frequentare la gentilezza e la convivialità delle differenze. Il nuovo Forum internazionale di Greenaccord - sottolinea il segretario generale dell'organizzazione, Giuseppe Milano - non nasce con la sola ambizione di raccontare la complessità contemporanea, tra innovazioni straordinarie e relazioni internazionali virtuose, ma anche e soprattutto di provare a costruire insieme una diversa visione di società, più giusta e inclusiva, in cui la giustizia sociale e ambientale siano saldate nella pace e nella prosperità intergenerazionale e crossterritoriale".