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(Adnkronos) - "Siete con noi o con l'Iran?". E' la domanda perentoria che Donald Trump ha posto ad un leader dei curdi, candidati a svolgere un ruolo cruciale nella guerra avviata dall'attacco di Stati Uniti e Israele. I raid iniziati il 28 febbraio costituiscono il primo step dell'operazione. Per raggiungere tutti gli obiettivi, compreso eventualmente un reale 'regime change' a Teheran, l'azione dal cielo deve essere seguita dall'invasione di terra. E per il presidente degli Stati Uniti, che al momento non prevede l'invio di truppe americane, i curdi diventano un'opzione in cima alla lista. Pubblicamente, in una delle tante interviste delle ultime ore, Trump si dice "completamente favorevole" all'eventuale offensiva delle forze curde. "Penso che sia meraviglioso che vogliano farlo", aggiunge lasciando intendere che l'iniziativa sarebbe una scelta delle milizie. In realtà, non è proprio così. L'Amministrazione ha iniziato a 'contattare' l'opposizione interna a Teheran nel tentativo di trovare possibili alleati per fomentare una rivolta contro il regime, scrive il Washington Post che riferisce di contatti tra Trump e leader della minoranza curda in Iran e Iraq con l'offerta di "grande copertura aerea americana". Sul tavolo, anche la garanzia di ulteriore supporto per i curdi iraniani che si oppongono al regime in modo che possano prendere il controllo di aree dell'Iran occidentale. Secondo un esponente dell'Unione patriottica del Kurdistan citata dal Post, "la richiesta americana ai curdi iracheni è di aprire la strada e non ostacolare" i curdi iraniani che si mobilitano in Iraq, "fornendo supporto logistico". Gli Stati Uniti sarebbero pronti ad assicurare supporto aereo se i combattenti curdi superassero il confine dall'Iraq settentrionale. Il quadro è ancora estremamente fluido. Il New York Times cita funzionari iracheni ed esponenti di gruppi di curdi iraniani e riferisce di forze curde iraniane, filo-americane, con base in Iraq, che preparano unità armate: le formazioni potrebbero entrare in Iran. Sullo sfondo rimane il ruolo della Cia, che avrebbe già fornito armi leggere alle forze curde iraniane nell'ambito di un programma per destabilizzare l'Iran. Quando tutto sia iniziato non è chiaro, ma - concordano i media americani - ben prima di sabato scorso quando Usa e Israele hanno annunciato l'avvio di operazioni contro l'Iran e con l'obiettivo - secondo le fonti del Nyt - di destabilizzare il governo di Teheran, 'distrarre' i leader o potenzialmente creare una crisi a livello di sicurezza. Uno snodo cruciale risale al primo marzo. Secondo la ricostruzione del Washington Post, domenica scorsa "Trump è stato chiaro nel colloquio" con il leader dell'Unione patriottica del Kurdistan, Bafel Talabani. "Ci ha detto che i curdi devono scegliere da che parte stare in questa battaglia, con l'America e Israele o con l'Iran", ha aggiunto. Un colloquio confermato da un esponente del Partito democratico del Kurdistan, il cui leader Masoud Barzani è stato allo stesso modo contattato da Trump. "Non si tratta di chi ha più milizie armate attive" pronte a entrare in Iran, "ma di chi ha più sostegno dall'interno". Trump, hanno detto anche al Nyt due leader dei curdi iraniani e due ufficiali iracheni, ha parlato nei giorni scorsi con Barzani e Talabani e gli ha chiesto di consentire ai combattenti curdi iraniani con base in Iraq di spostarsi in Iran. La Casa Bianca, ufficialmente, non conferma nulla e smonta le ipotesi relative al coinvolgimento dei curdi nel conflitto. Trump "ha parlato con i leader curdi riguardo la base che abbiamo nel nord dell'Iraq", ma "è falsa" ogni "notizia che suggerisca che il presidente abbia concordato qualsiasi piano di questo genere", le parole della portavoce Karoline Leavitt. Il punto, sintetizza per il Post Victoria Taylor, a capo del programma Medio Oriente dell'Atlantic Council, è che "i combattenti curdi iraniani sono un numero limitato e difficilmente avrebbero ampio sostegno in zone non curde" dell'Iran. "Sembra la ricetta per il caos etnico", dice. Il mosaico da comporre è a dir poco complesso. I curdi iracheni potrebbero interrogarsi sulla "forza del sostegno Usa" ed essere riluttanti ad assicurare supporto a un'offensiva che rischierebbe di innescare una rappresaglia iraniana. Inoltre, rileva il Washington Post, una decisione di armare i gruppi curdi iraniani potrebbe 'non piacere' alla Turchia di Recep Tayyip Erdogan. Poi c'è la Siria. E i curdi iracheni sono in una posizione più che difficile. "Se dovesse fallire un'offensiva di terra (dei curdi iraniani), non sappiamo quale potrebbe essere la reazione" dell'Iran contro il Kurdistan iracheno, ha detto un esponente dell'Unione patriottica del Kurdistan. E, al contempo, "non possiamo semplicemente respingere una richiesta di Trump". Teheran sa che la minaccia periferica può diventare pericolosissima e ha messo in guardia i "gruppi separatisti" affinché non si uniscano all'allargamento del conflitto. L'Iran ha effettuato raid contro gruppi curdi con base in Iraq. Il governo centrale iracheno, legato a Teheran, ha ordinato ai funzionari del Kurdistan iracheno di non consentire ai militanti curdi iraniani di superare il confine, hanno confermato al Nyt due funzionari iracheni di alto grado. I segnali non mancano. Negli ultimi mesi si sono "intensificate" operazioni nelle zone nordoccidentali dell'Iran, dove le comunità curde sono più numerose. A gennaio ci sono state notizie di scontri tra i Guardiani della Rivoluzione, i Pasdaran iraniani, e gruppi di peshmerga entrati in Iran dalla Turchia e dall'Iraq. Una serie di recenti attacchi con droni contro unità dei Pasdaran e postazioni lungo il confine avrebbero i 'tratti distintivi' dell'intelligence israeliana. Gli attacchi con droni e altri raid aerei lungo il confine tra Iran e Iraq, secondo un ex ufficiale Usa, sembrano indicare l'inizio di un lavoro per aprire "punti di accesso" che eventualmente consentirebbero a combattenti curdi con armi leggere di entrare in Iran. "Se si ha potenza aerea a sufficienza, e ben coordinata, (i curdi) dovrebbero solo camminare tra le macerie e qualsiasi contrattacco del regime verrebbe sventato ben prima che sia necessario sparare", ha detto la fonte. L'obiettivo non sarebbe "marciare su Teheran", ma 'distrarre' i militari iraniani. E preparare la spallata.
(Adnkronos) - "Noi come FenImprese Dubai come prima cosa abbiamo riunito tutti i nostri consulenti e sabato e domenica siamo rimasti aperti. Sabato quando è iniziato tutto siamo andati immediatamente in ufficio perché i cellulari hanno cominciato a squillare. La prima cosa che hanno fatto le imprese è stata contattarci. Noi gestiamo circa 200 family officer, quindi abbiamo dei gruppi whatsapp con delle famiglie residenti qui negli Emirati. La prima cosa che hanno fatto è stata scrivere a FenImprese, scrivere a Daniele Pescara Consultancy. E ribadisco, noi restiamo qui a supportare imprese e famiglie". Così, da Dubai, Daniele Pescara, presidente di Fenimprese Dubai, racconta ad Adnkronos/Labitalia, quanto l'associazione sta mettendo in campo dopo l'inizio degli attacchi iraniani di sabato scorso. E Pescara ricorda i momenti concitati di sabato scorso. "Eravamo tra l'altro ad un evento di italiani a Dubai, vai a casa, metti la cravatta, vai in ufficio, io tra sabato e domenica avrò incontrato circa 60 famiglie", sottolinea Pescara, da oltre 10 anni a Dubai. "Il nostro studio che ha il mio nome, la Daniele Pescara Consultancy, si occupa di seguire l'imprenditore e le imprese nell'apertura di società a Dubai, quindi nel campo dell'internazionalizzazione, ma lo facciamo con un ascolto verticale sulla persona che è un essere umano e la persona ha una famiglia con sé, per questo siamo diventati anche family officer certificati. Poi da 3 anni a questa parte abbiamo anche aperto l'hub in collaborazione con FenImprese, abbiamo aperto FenImprese Dubai, a cui abbiamo esteso tutti i nostri servizi e da quest'anno, grazie al presidente Mancuso che mi ha nominato coordinatore per tutte le sedi estere, siamo anche il punto di riferimento di FenImprese internazionale. Quindi noi oggi abbiamo un incarico 'deontologico' nei confronti di chi decide di rimanere, perché siamo veramente un punto di riferimento per la comunità. Anche solo venire qui, bere un caffè, mostrare che ci siamo, che siamo operativi. Domenica, lunedì, martedì, siamo sempre aperti a pieno regime", conclude aggiungendo di sentirsi "tranquillo perché conosco le istituzioni qui, quindi so come agiscono sempre in maniera molto cautelativa, molto posata, quindi da questo punto di vista posso dirti che la sicurezza è estrema". Ma qual'è la situazione ora? "la situazione a Dubai è grave sì -sottolinea il consulente italiano- ma non drammatica. Quello che salta subito all'occhio sono le strade semideserte in una realtà dove ultimamente non si poteva più girare in macchina. Quindi non stiamo vivendo un periodo di normalità. Noi come rappresentanti delle istituzioni e di imprese e famiglie ci dobbiamo dimostrare forti. Sarebbe potuto andare molto peggio, però non è una situazione di normalità. Si sta rispondendo bene a un periodo di crisi, ecco". Pescara sottolinea che "c'è stato l'invito a rimanere a casa fino ad oggi, da domani dovrebbe riaprire l'aeroporto, la Farnesina ha già organizzato i primi rimpatri, l'operatività degli uffici privati dovrebbe tornare a pieno regime mentre quelli pubblici non hanno mai chiuso", sottolinea. Ma secondo Pescara ci sarebbe già qualcuno pronto ad approfittare della situazione di incertezza. "L'investitore istituzionale, che può essere un grande Fondo o un grosso imprenditore, non è preoccupato -spiega- di quanto sta avvenendo perchè ha un approccio non emotivo al mercato. E in un periodo in cui l'attività immobiliare e finanziaria qui a Dubai era satura, c'era chi aspettava questo momento. Tutti ci immaginavamo un'altra 2008, ma non ci immaginavamo una guerra. Quindi l'investitore istituzionale è pronto a speculare in un mercato dove si è venduto la qualunque a chiunque. Sono 'squali' che stanno aspettando che il mercato crolli, perché anche se Trump ha definito che sarà un intervento lampo, si pensa che prima di 5-6 mesi le tensioni con l'Iran non finiranno", conclude. (di Fabio Paluccio)
(Adnkronos) - Innovazione ed eccellenza tecnologica per la transizione energetica sono state premiate a Key 2026 con il Premio Innovation Lorenzo Cagnoni, consegnato alle sette aziende espositrici che si sono distinte per i progetti più all’avanguardia e alle sette start-up dell’Innovation District più innovative, in ciascuno dei sette settori merceologici della manifestazione (solare, eolico, idrogeno, efficienza energetica, energy storage, e-mobility e Sustainable City). Hanno consegnato la targa agli espositori: il presidente di Italian Exhibition Group Maurizio Ermeti, la Global Exhibition Director della divisione Green & Technology di Ieg Alessandra Astolfi, la project manager di Key Giorgia Caprioli e il segretario generale di Motus-E Francesco Naso. Sono state premiate le aziende: IGreen System, Meteodyn, Clivet, Crrc Zhuzhou Institute, Alperia Green Future, Dragone Energy ed Enea. A consegnare la targa alle start-up sono stati Maurizio Ermeti, Alessandra Astolfi, Giorgia Caprioli, Francesca Zadro, Global Start-up Program dell’Agenzia Ice, Fabrizio Tollari, Head of Energy and Climate Unit di Art-Er, Nicoletta Amodio, Executive Adviser ricerca e innovazione di Confindustria e direttrice della Fondazione Mai, e Gabriele Ferrieri, presidente di Angi (Associazione Nazionale Giovani Innovatori). Sono state premiate Taleta, Northernlight, I-Tes, CO2CO, AI-Cure, Powandgo, Enercade.