(Adnkronos) - Una campagna massiva contro l’Iran che andrà avanti per diversi giorni: è questo l’obiettivo del presidente Donald Trump, che ha lanciato un esplicito appello ai cittadini del Paese mediorientale affinché si liberino della loro leadership oppressiva. "Hanno rifiutato ogni opportunità di rinunciare alle loro ambizioni nucleari e non ne possiamo più", ha detto Trump per giustificare l’attacco. Dopo il suo discorso nella notte americana, non si prevede che il leader americano torni a parlare questo sabato, nonostante alcune indiscrezioni della stampa. Karoline Leavitt, la portavoce presidenziale, ha spiegato che il presidente ha monitorato la situazione nella residenza di Mar a Lago, Florida, insieme ai membri del suo team per la sicurezza nazionale, incluso il Segretario della Difesa Pete Hegseth. Prima dell’attacco, ha rivelato Leavitt, il Segretario di Stato Marco Rubio ha informato la "Gang of Eight", ovvero il piccolo gruppo bipartisan composto da otto membri di alto rango del Congresso, che solitamente viene informato dal potere esecutivo su questioni di intelligence delicate e classificate. “Il Presidente e il suo team per la sicurezza nazionale continueranno a monitorare attentamente la situazione”, ha scritto Leavitt. Tale discussione con la Gang, se confermata, potrebbe mettere a tacere le critiche di alcuni legislatori, soprattutto democratici, che accusano Trump di continuare ad agire senza passare prima attraverso il Congresso. Per quanto riguarda l’attacco del sabato, l’amministrazione Trump esclude che sarà una guerra lunga e parla di una missione – per lo meno nel lato americano – finalizzata principalmente ad annientare la capacità nucleare e balistica del paese. Allo stesso tempo, venerdì, Trump aveva riconosciuto il rischio di un conflitto prolungato: "Credo che si possa dire che c'è sempre un rischio. Sai, quando c'è una guerra, c'è un rischio in ogni cosa, nel bene e nel male". In un'intervista questa settimana, il vicepresidente JD Vance – che in precedenza aveva messo in guardia contro l'invio di truppe statunitensi in zone pericolose per scopi incerti – ha lasciato intendere che qualsiasi operazione in Iran non si tradurrebbe in un conflitto prolungato simile alle guerre in Iraq o in Afghanistan. Trump resta fiducioso che la sua operazione aerea possa portare con successo a un cambiamento nel governo iraniano, nonostante le grandi incertezze su cosa e chi potrebbe sostituirlo e i limitati esempi storici di come la sola potenza aerea abbia rovesciato il leader di un paese. In tutto ciò, il presidente americano non ha chiarito nel suo messaggio alla popolazione iraniana come i manifestanti e gli oppositori del governo possano rimuovere la leadership di Teheran. Al Washington Post, Trump ha semplicemente detto che la sua principale preoccupazione è la “libertà” del popolo iraniano. “Tutto ciò che voglio è la libertà per il popolo”, ha detto. Il generale americano in pensione David Petraeus, alla Cnn, esclude che ci saranno militari sul terreno in un'operazione Usa in Iran. “Certamente potremo avere qualche limitata presenza sul terreno o altri asset, ma sarebbe molto limitata e in zone sicure”, ha aggiunto Petraeus, che è stato anche direttore della Cia. Una fonte del Pentagono, consultata da Adnkronos, spiega che la decisione degli Stati Uniti e Israele di condurre l'attacco al mattino anziché durante la notte, e solo pochi giorni dopo i segnali positivi emersi nel processo diplomatico, sarebbe stata deliberatamente studiata per cogliere di sorpresa la leadership iraniana. Specie considerando che, lo scorso giugno, gli attacchi erano avvenuti nel cuore della notte. “E una decisione che ha colto di sorpresa tutti qui alla Casa Bianca”, spiega Sara Canals, corrispondente della radio spagnola Cadena Ser. “Tuttavia già ieri, quando ha parlato con noi giornalisti, si era potuta percepire una certa frustrazione nelle parole del presidente. Quasi una consapevolezza che gli iraniani non avrebbero mai rinunciato al proprio programma nucleare con le buone”. La sorpresa tattica sarebbe stata accentuata da un clima di consapevolezza che la diplomazia fosse ancora in gioco: questo venerdì, il ministro degli Esteri dell'Oman aveva dichiarato in un post sui social media che "un accordo di pace tra Stati Uniti e Iran è ora a portata di mano". Trump non ha mai esposto pubblicamente le sue ragioni a favore della guerra, nemmeno durante il suo discorso sullo stato dell'Unione di martedì. Inoltre, il fatto che fossero stati annunciati nuovi negoziati tra Washington e Teheran, questo lunedì a Vienna, e che il Segretario di Stato Marco Rubio si sarebbe recato in Israele la prossima settimana, avevano dato la sensazione che mancassero ancora dei giorni prima di un eventuale attacco. Secondo gli analisti, un fattore ha giocato un ruolo fondamentale nel convincere Trump: l’arrivo della portaerei Gerald Ford davanti alle coste d’Israele questo venerdì. Con questa nave, il dispiegamento dell’‘armada americana’ era completato – sia a livello offensivo che difensivo – e rimaneva solo l’attesa dell’ordine di Trump, che non si è fatto aspettare. “L'attacco, che era già pianificato da tempo, è potuto partire solo con il dispiegamento degli ultimi assetti americani nella regione, inclusi aerei da rifornimento in volo e il gruppo portaerei della Gerald Ford, dopo settimane di preparazione” conferma Federico Borsari, esperto di difesa presso il Center for European Policy Analysis (Cepa). Secondo Jacopo Pastorelli, analista dell’Atlantic Council, l’attacco si giustificherebbe con la convinzione all'interno dell'amministrazione Trump che l'Iran non sia mai stato così debole come in questo momento. “La necessità del presidente era quella di rendere ‘credibili’ le minacce degli Stati Uniti”, spiega l’analista ad Adnkronos. Pastorelli ritiene che, strategicamente, l’operazione del sabato sia la continuazione della dimostrazione di forza e dell'indebolimento degli alleati della Cina, prima il Venezuela, ora l'Iran, che esporta circa il 90% del suo greggio in Cina. Il presidente, secondo fonti interne alla Casa Bianca, ha preso questa decisione dopo settimane di deliberazioni e lasciando sempre la porta aperta ai negoziati per raggiungere un accordo con l’Iran. La goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso, questo giovedì, sarebbe stata l’ostinazione iraniana a non rinunciare in maniera definitiva al proprio programma nucleare. Nel frattempo, prima degli attacchi, i funzionari hanno dovuto confrontarsi con una serie di opzioni imperfette, tutte ben lontane da una missione come quella ordinata da Trump a gennaio per catturare il leader venezuelano Nicolás Maduro a Caracas. Il leader americano ha permesso che la diplomazia procedesse, nonostante gli avvertimenti di alcuni alti funzionari secondo cui con l'Iran era notoriamente difficile da negoziare. Poi ha tirato una linea. Molti nell'orbita di Trump lo hanno incoraggiato a perseguire un accordo. I suoi inviati Steve Witkoff e Jared Kushner, ad esempio, dopo aver avviato tre round di colloqui indiretti con gli iraniani, avevano espresso caute speranze di successo. Ma altri sono stati meno incoraggianti. Il senatore repubblicano Lindsey Graham ha pubblicamente criticato alcune presunte concessioni offerte dagli iraniani. E il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, in una visita urgente a Washington questo mese, aveva affermato che difficilmente ci sarebbe stato un momento più opportuno per colpire l'Iran. “La percezione è che gli iraniani stessero procrastinando. Dilungando. Cercando di guadagnare tempo nei negoziati con la speranza di prendere per sfinimento Washington”, spiega Fariba Pajooh, giornalista iraniana e professoressa presso la Wayne State University di Detroit. “Conosco il pensiero del regime di Teheran. Trump ha semplicemente perso la pazienza”, spiega ad Adnkronos Pajooh. In tutto questo periodo, Trump era apparso alle persone che lo circondavano diffidente nel portare gli Stati Uniti in guerra, preferendo di gran lunga un esito diplomatico che potesse spacciare per più forte dell'accordo nucleare dell'era Obama da cui si è ritirato. Ma era impaziente di raggiungere un accordo, fissando scadenze ravvicinate che non gli hanno permesso di ottenere le concessioni che si aspettava da Teheran. L’ultima, di dieci giorni, scadeva proprio questo sabato. Questa volta, Trump ha mantenuto la parola con il suo ultimatum. (di Iacopo Luzi)
(Adnkronos) - "Siamo tutti interessati, persone e organizzazioni, da questa trasformazione, quindi nessuno si può tirare indietro. Per questo, io credo che bisogna rivendicare una gestione pubblica dell'intelligenza artificiale, credo che solo così possiamo lavorare bene e insieme, con una strategia europea, è importante dotarsi di politiche e strumenti comuni. Per noi, governare l'intelligenza artificiale nel mercato del lavoro significa una cosa molto concreta: significa dare una direzione comune e trasformarla in strategia operativa". Così Vincenzo Caridi, capo del Dipartimento per le politiche del lavoro, previdenziali, assicurative e per la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, intervenendo all'evento 'Ia e lavoro: governare la trasformazione, moltiplicare le opportunità strategie, fiducia, regole, competenze', promosso dal ministero del Lavoro e delle politiche sociali. "L'Ia in Italia -spiega ancora Caridi- può dare moltissimo, perché siamo un Paese bellissimo ma non tutto funziona come dovrebbe; abbiamo una grande crisi demografica, e questo vuol dire meno lavoratori, e l'Ia può essere utilizzata per potenziare le competenze dei lavoratori che ci sono, non per sostituirli. L'Ia quindi è una sfida, e dobbiamo lavorarci con una strategia europea", conclude.
(Adnkronos) - L’Italia si colloca tra i primi tre Paesi europei per numero di brevetti green ed è terza anche per quota di imprese con brevetti sul totale delle imprese (16,5 ogni 1.000 imprese), dopo Germania (21,6) e Austria (18,9). Un dato importante che sottostima la dinamicità del sistema produttivo in cui sono in crescita costante gli investimenti in sostenibilità, con 578.450 imprese che tra il 2019 e il 2024 hanno realizzato eco-investimenti (38,7% del totale). Un’innovazione diffusa non sempre tradotta in titoli di proprietà intellettuale, anche per una cultura industriale ancora poco orientata alla valorizzazione sistematica dei risultati di ricerca e sviluppo. Questa la fotografia scattata dallo studio Competitivi perché sostenibili, realizzato congiuntamente da Fondazione Symbola e Unioncamere, in collaborazione con Dintec e il Centro Studi Guglielmo Tagliacarne. Stando al report, il nostro Paese detiene brevetti importanti in comparti chiave: la mobilità sostenibile, dove i brevetti italiani pesano per il 31% sul totale dei brevetti che riguardano la mitigazione dei cambiamenti climatici; l’efficienza energetica nell’edilizia, in cui superiamo la media Ue; la gestione dei rifiuti e delle acque reflue, settore in cui siamo per tradizione tra i Paesi più dinamici; le tecnologie Ict per la mitigazione climatica, con un incremento record del +270% negli ultimi dieci anni. Le regioni del Nord - Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte - trainano questa dinamica, forti della loro tradizione manifatturiera e della capacità di trasformare ricerca e know how industriale in soluzioni concrete. Le imprese risultano essere le principali protagoniste, titolari dell’81,9% delle domande pubblicate, seguono le persone fisiche (12,9%), mentre gli enti si attestano al 5,2%. “L’Italia sa innovare e competere nei settori ambientali - dichiara il presidente di Fondazione Symbola, Ermete Realacci - ma ha bisogno di un salto di scala: è necessario investire di più in ricerca, supportare la capacità di brevettare, rafforzare il trasferimento tecnologico e replicare il modello vincente dell’economia circolare nei comparti dell’efficienza, dell’elettrificazione e delle rinnovabili. Solo così il Paese potrà ambire ad essere leader dell’innovazione verde europea. Il report ‘Competitivi perché sostenibili’ di Fondazione Symbola e Unioncamere evidenzia anche il nesso tra innovazione verde e competitività. Infatti le imprese italiane che depositano brevetti in tecnologie verdi si distinguono per una competitività significativamente superiore rispetto a quelle che brevettano in altri ambiti”. “L’Italia ha compiuto grandi passi avanti nella brevettazione green (+44,4% tra 2012 e 2022) ma resta ancora una distanza significativa dalla Germania e dalla Francia - sottolinea il segretario generale di Unioncamere, Giuseppe Tripoli - Dietro ad ogni brevetto c’è un investimento in ricerca e innovazione di imprese, Università e Centri di ricerca, ma l’investimento non basta se non si tutela la proprietà intellettuale con i brevetti. E sempre di più anche il sistema del credito e della finanza ne valorizza il possesso come asset del capitale delle imprese per la concessione dei prestiti”. Analizzando la distribuzione settoriale delle domande italiane di brevetto europeo in ambito green, il manifatturiero si conferma il motore principale dell’innovazione (59,0%), seguono i settori legati alla ricerca scientifica (18,8%), telecomunicazioni e informatica (6,6%), commercio all’ingrosso (3,5%) e costruzioni (3,5%). A livello di ambiti tecnologici si rileva la forte presenza di soluzioni legate alla digitalizzazione dei processi produttivi e alla gestione efficiente delle risorse energetiche e ambientali (12,0%). A distanza seguono le tecnologie di misurazione e collaudo delle variabili elettriche e magnetiche (7,3%). Il terzo ambito in ordine di rilevanza è rappresentato dalle tecnologie per il trattamento delle acque reflue, delle acque fognarie e dei fanghi (6,5%). Seguono le tecnologie relative a biciclette e veicoli di micromobilità, riguardanti telai, sistemi di sterzo, sospensioni e vari dispositivi che rendono questi mezzi sempre più efficienti e competitivi. Quinto ambito quello energetico, include soluzioni per reti di distribuzione in corrente alternata o continua, sistemi di gestione e ricarica delle batterie, alimentazione da più fonti e perfino tecnologie per la trasmissione wireless dell’energia. Lo studio evidenzia anche il nesso tra innovazione verde e competitività: le imprese italiane che depositano brevetti in tecnologie verdi si distinguono per una competitività significativamente superiore rispetto a quelle che brevettano in altri ambiti (non green). Generano un fatturato per impresa molto più elevato (382 milioni di euro per impresa contro 41 milioni delle non green) e registrano una maggiore produttività (144mila euro di valore aggiunto per addetto contro 92mila). Dal punto di vista dell’export, oltre la metà (57,8%) esporta, generando oltre 63 miliardi di euro, con una forte diversificazione dei mercati di riferimento. Inoltre, il capitale umano è più qualificato, con una quota più alta di laureati (29,7%, di cui il 16,7% in discipline Stemplus). Infine, queste imprese attraggono più capitale estero: il 41,9% ha partecipazioni straniere, contro il 31,7% delle non green.