INFORMAZIONIRuggero RabagliaBarillaRuggero Rabaglia |
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(Adnkronos) - La musica, il conto alla rovescia per Capodanno, poi il fumo, le fiamme e il panico. La notte che doveva essere una festa si trasforma in una tragedia, lasciando una scia di morti e dolore. Quanto accaduto a Crans-Montana sembra ricalcare, in modo inquietante, la storia raccontata dalla serie Netflix 'La notte che non passerà' (titolo originale Todo Dia a Mesma Noite). Uscita a inizio 2023, la miniserie brasiliana in cinque episodi racconta la drammatica vicenda dell’incendio avvenuto nel 2013 nella discoteca Kiss, a Santa Maria, in Brasile, dove un rogo durante una festa universitaria provocò la morte di 242 persone e il ferimento di oltre 600. Prodotta da Netflix e basata sul libro della giornalista Daniela Arbex, la serie ricostruisce le dinamiche dell’accaduto, le responsabilità legali e soprattutto l’impatto umano e sociale sulla vita delle vittime, dei sopravvissuti e dei loro familiari. Negli ultimi giorni, a causa della terribile strage di Crans-Montana, 'La notte che non passerà' è tornata nelle classifiche dei titoli più visti sulla piattaforma italiana. Il motivo è semplice: il drammatico parallelismo con ciò che è accaduto nel locale svizzero ha richiamato l’attenzione del pubblico sulla miniserie, che sembra quasi una premonizione narrativa di eventi simili. La notte di Capodanno a Crans-Montana almeno 40 persone sono morte e oltre 100 sono rimaste ferite nell’incendio scoppiato all’interno del locale 'Le Constellation' durante i festeggiamenti per l’arrivo del 2026: tra le vittime anche sei ragazzi italiani. Le autorità hanno ammesso che negli ultimi cinque anni non erano stati effettuati controlli sistematici nel locale, sollevando interrogativi sulla sicurezza delle strutture pubbliche e sulla prevenzione negli spazi di aggregazione notturna. Il motivo per cui 'La notte che non passerà' è tornata virale non è solo la somiglianza dei fatti: la serie esplora temi universali come la sicurezza nei luoghi pubblici, l’errore umano, la gestione delle emergenze e soprattutto il dolore dei familiari delle vittime, proprio come accade ora nei racconti dei sopravvissuti e nei cordogli per le vittime di Crans-Montana. Centinaia di spettatori stanno riscoprendo la miniserie come strumento di riflessione su quanto può accadere quando norme di sicurezza vengono trascurate e quando la tragedia colpisce improvvisamente e senza preavviso.
(Adnkronos) - "Il grave disastro avvenuto a Crans-Montana ha scosso l’opinione pubblica internazionale, coinvolgendo persone di almeno dieci nazionalità diverse e riportando al centro dell’attenzione il tema della sicurezza in contesti ad alta complessità. L’evento si è verificato in un territorio specifico, la Svizzera, regolato da un proprio quadro normativo, che dovrà essere analizzato con attenzione e senza semplificazioni. Gli aspetti logistici e tecnici – dalla struttura del luogo ai materiali utilizzati, dai sistemi antincendio alle procedure di emergenza – saranno oggetto delle valutazioni delle autorità competenti incaricate dell’indagine. Si tratta di elementi fondamentali per ricostruire la dinamica dei fatti e accertare eventuali responsabilità. Aifos è vicina a tutti quelli che sono stati coinvolti e impattati. Dal punto di vista di Aifos, associazione italiana formatori ed operatori della sicurezza sul lavoro, è però indispensabile affiancare all’analisi tecnica una riflessione approfondita sui comportamenti umani che possono aver inciso sull’evoluzione dell’evento. Il cosiddetto fattore umano rappresenta spesso l’elemento determinante nei grandi incidenti, sia in ambito lavorativo sia nei contesti aperti al pubblico". Così, con Adnkronos/Labitalia, Paolo Carminati, presidente AiFos, commenta quanto avvenuto a Crans-Montana in Svizzera in occasione dei festeggiamenti per il Capodanno e dopo le accuse rilanciate dall'ambasciatore Gian Lorenzo Cornado. "Nei grandi disastri -continua Carminati- il fattore umano non è un dettaglio, è spesso la causa principale. Impianti, materiali e procedure contano, ma sono le decisioni delle persone, prima e durante l’emergenza, a fare la differenza tra sicurezza e tragedia. Senza una vera cultura della prevenzione, nessun sistema è sufficiente", dichiara il presidente di Aifos. Secondo Carminati "comportamenti, decisioni e livelli di consapevolezza riguardano sia il gestore dell’attività e i suoi collaboratori, sia gli ospiti presenti. La sicurezza non dipende esclusivamente da certificazioni o sistemi di protezione, ma dalla capacità delle persone di riconoscere i rischi e di agire correttamente, soprattutto in situazioni di emergenza. È su questi aspetti che Aifos concentra da sempre il proprio impegno, promuovendo la formazione e la diffusione di una cultura della sicurezza che vada oltre il semplice adempimento normativo e coinvolga non solo il lavoro, ma anche i comportamenti sociali e quotidiani", sottolinea. "Dobbiamo avere il coraggio di chiederci cosa sarebbe successo se un evento simile fosse avvenuto in Italia", prosegue il presidente Aifos. "Nel nostro ordinamento il datore di lavoro, incluso il gestore di un’attività aperta al pubblico, ha responsabilità precise e non delegabili in materia di salute e sicurezza, oggi rafforzate anche dall’obbligo di formazione specifica per il datore di lavoro stesso. La sicurezza non si improvvisa e non si scarica sugli altri". Un principio chiaro per Aifos secondo cui solo integrando norme, tecnologia e fattore umano è possibile prevenire tragedie come quella di Crans-Montana e rafforzare una cultura della sicurezza realmente efficace e condivisa.
(Adnkronos) - «Rendere il territorio più sano, più pulito e più biodiverso»: con questo obiettivo, cinque anni fa, è nato il Consorzio Forestale KilometroVerdeParma, che oggi celebra un traguardo storico con la messa a dimora del 100.000° albero. A sottolinearne il valore è Maria Paola Chiesi, presidente del Consorzio Forestale KilometroVerdeParma che definisce il risultato tutt’altro che scontato. «Ci siamo dati un obiettivo quantitativo perché è importante avere dei traguardi. Centomila alberi in cinque anni sembravano una sfida ambiziosa, e invece ce l’abbiamo fatta», afferma. Un successo reso possibile, spiega Chiesi, «grazie alla collaborazione delle istituzioni, dei privati, delle aziende, dei cittadini e delle associazioni», che rende questo risultato «il simbolo di una comunità che si prende cura di se stessa e del proprio territorio». La posa del Ginkgo biloba in viale Du Tillot segna anche l’avvio di un nuovo progetto: la nascita dell’arboreto urbano di Parma, concepito come museo a cielo aperto dedicato alla cura del territorio e alle generazioni future. È un Ginkgo biloba, pianta antichissima e straordinariamente resistente, a rappresentare il significato profondo del 100.000° albero piantato dal progetto KilometroVerdeParma. «La scelta non è casuale -spiega Maria Paola Chies-. Il ginkgo ci lega alla storia del pianeta: cresce lentamente, diventa imponente, ed è il simbolo di un amore per il territorio che richiede tempo ma si costruisce in modo solido». Chiesi ha aggiunto che l’albero messo a dimora in viale Du Tillot è anche il primo tassello dell’arboreto urbano, destinato a diventare «una grande biblioteca di alberi, con centinaia di specie diverse». Un progetto che guarda lontano e che nasce dalla partecipazione condivisa di cittadini, bambini, istituzioni e partner. «Prendersi cura oggi del territorio significa costruire benessere, qualità della vita e futuro per le generazioni che verranno», conclude.