(Adnkronos) - Giorgia Meloni 'scende in campo' per il referendum sulla giustizia. Oggi, lunedì 9 marzo, la presidente del Consiglio ha lanciato un appello diretto ai cittadini italiani: "Ho deciso di provare a spiegare in modo più possibile chiaro alcuni punti fondamentali della riforma che gli italiani saranno chiamati a confermare o meno con il loro voto e di spiegare perché considero importante che si vada a votare e che si voti sì, cioè per confermare la riforma", ha detto Meloni in un lungo video-messaggio postato sui social. "Questa è una riforma molto importante se vogliamo modernizzare l'Italia ed è importante per tutti gli italiani e li riguarda tutti, più di quanto pensino", ha spiegato la premier, che ha poi elencato le ragioni del sì al referendum confermativo sulla separazione delle carriere in magistratura che si terrà il 22 e 23 marzo, "la giustizia è uno dei tre poteri fondamentali dello Stato, è indispensabile per far funzionare l'Italia. Se non è efficiente, efficace, meritocratica, una parte fondamentale del meccanismo che definisce il nostro benessere si inceppa e i cittadini lo pagano". "Tutti i cittadini, non solo quelli che hanno a che fare direttamente con la giustizia, perché i giudici decidono su moltissimi aspetti della nostra vita: sulla sicurezza, sull'immigrazione, sul lavoro, sulla salute, sulla libertà personale. È un potere enorme. Ma è anche l'unico caso in cui a questo potere quasi mai corrisponde un'adeguata responsabilità", ha continuato Meloni, "perché se un magistrato sbaglia, se è negligente, se ad esempio, come purtroppo è accaduto, si dimentica in carcere un imputato per quasi un anno oltre la scadenza del termine, nella maggior parte dei casi non accade assolutamente nulla. Quel magistrato fa carriera e chi subisce questa sventura può essere qualsiasi cittadino onesto, sono storture che in ottant'anni di storia repubblicana non siamo mai riusciti a correggere". "La riforma introduce la separazione delle carriere tra chi accusa e chi giudica. Perché? Perché se chi ti accusa e chi ti giudica sono due colleghi di lavoro con percorsi di vita e lavorativi che si incrociano di continuo, è possibile che chi ti giudica abbia, diciamo così, un occhio di riguardo per quello che dice chi ti accusa, noi pensiamo di sì", ha continuato Meloni, "e siccome giustamente la Costituzione dice che il giudice deve essere terzo o imparziale, noi rafforziamo quella imparzialità, rendendo le carriere separate tra giudice e pubblici ministeri per evitare commistioni. Il processo diventa più giusto, il cittadino diventa più garantito". "La riforma sostituisce" l'attuale modello del Csm "che è un modello in mano alle correnti ideologizzate e ai partiti politici, con un sorteggio, ovviamente un sorteggio tra quelli che hanno i requisiti per ricoprire quell'incarico. Significa che noi avremo domani due Csm, uno per la magistratura inquirente, uno per la magistratura giudicante, composti da persone che non hanno dovuto chiedere il voto a chi poi devono decidere se promuovere o meno, trasferire o meno e che non sono stati scelti dai partiti", ha spiegato Meloni, "con il sorteggio, quindi, i membri del Csm non dovranno dire grazie a nessuno per essere lì e potranno esercitare il loro ruolo liberamente, senza alcun tipo di condizionamento, varrà solamente il merito e la coscienza di persone che sono libere". "La terza novità importantissima dal mio punto di vista" di questa riforme è che "istituiamo l'alta corte disciplinare, cioè una corte per giudicare i magistrati che sbagliano, compito che quindi non spetterà più al Consiglio superiore della magistratura, composta anch'essa di magistrati e membri laici che vengono anche loro estratti a sorte tra persone altamente qualificate, quindi ancora una volta tra chi ha i criteri per poterlo fare, ma senza logiche di corrente o di partito, significa che finalmente, dopo ottant'anni, anche i magistrati verranno giudicati da un organismo terzo, cosa che accade già per tutti gli altri. Forse non vedremo più quei casi di giudici che sono stati palesemente negligenti senza che questo avesse alcuna conseguenza". "Si dice che la riforma non risolva i veri problemi della giustizia", ha replicato Meloni, "invece io penso che lo faccia partendo dalla radice del problema, perché con il nuovo sistema il magistrato che non si dedicherà al lavoro, come impone la legge, ma come impone anche l'etica, dovrà vedersela con un giudice disciplinare finalmente terzo e con un Csm che valuterà il merito e non l'appartenenza per decidere della sua carriera". Con la riforma "molto più difficilmente il magistrato che vuole avanzare di carriera potrà continuare a fare male il proprio dovere, lasciando in carcere per mesi e mesi persone che invece andavano rimesse in libertà o, al contrario, rimettendo in libertà persone pericolose per scelta ideologica o ritardando nell'adottare i provvedimenti con tempi che si allungano e conseguenze ingiuste per la vita di molti cittadini". "Abbiamo scritto nel programma con il quale ci siamo presentati alle elezioni che avremmo fatto una serie di riforme, compresa quella della giustizia. Abbiamo come sempre rispettato l'impegno preso con gli elettori, ora spetta agli italiani confermare o meno la riforma", ha sottolineato la premier, "per quello che ci riguarda, noi vogliamo arrivare alla fine della legislatura e farci giudicare alle elezioni politiche su tutto il lavoro che abbiamo fatto, a quel punto gli italiani che vogliono mandarci a casa possono farlo tranquillamente fra un anno, ma oggi si vota sulla giustizia, non sulla politica e se noi perdiamo questa occasione di modernizzare la giustizia, temo che non ne avremo molte altre". "Chi invita a votare no dice 'andate a votare per mandare a casa il governo', consiglio di non cadere nella trappola, usano lo scudo del governo perché non vogliono una riforma che è sacrosanta, ma il governo non si dimetterà in caso di vittoria dei no", ha concluso Meloni.
(Adnkronos) - "Tra aspettative confermate e dubbi ancora aperti, l’Italia ha avviato il proprio percorso di recepimento della Direttiva 970/2023 sulla trasparenza salariale. Il 5 febbraio 2026 il Consiglio dei ministri ha approvato in via preliminare lo schema di decreto legislativo di attuazione, successivamente trasmesso alle Camere per l’acquisizione dei pareri parlamentari. Rispetto alla Direttiva, la bozza di decreto introduce alcune semplificazioni a favore delle piccole e medie imprese italiane, ma altrettanti dubbi interpretativi. La più grande semplificazione riguarda il riferimento ai contratti collettivi per la definizione delle categorie di lavoratori che svolgono lavoro uguale o di pari valore. Ai sensi della bozza di decreto, costituisce 'stesso lavoro' o 'lavoro di pari valore' quello riconducibile a mansioni identiche o comparabili, riconducibili al medesimo livello del contratto collettivo applicato". Così, con Adnkronos/Labitalia, Ornella Patané, partner di Toffoletto De Luca Tamajo, in merito allo schema di decreto legislativo per il recepimento della direttiva EU sulla trasparenza salariale. Secondo l'esperta, "si tratta di una presunzione semplice a favore della contrattazione collettiva che assicura sistemi di classificazione retributiva fondati su criteri oggettivi e neutri rispetto al genere, ai sensi della Direttiva, e che consente la prova contraria, ovvero la dimostrazione dell’esistenza di trattamenti retributivi individuali discriminatori" "Il riferimento alla contrattazione collettiva, tuttavia, non risulta sempre adeguato -continua Patanè- ai fini di una compiuta attuazione della Direttiva. In primo luogo, perché i livelli dei contratti collettivi sono generici e molto ampi e non prendono in considerazione ogni singola organizzazione aziendale. In secondo luogo, essi non prevedono livelli retributivi per la fascia più alta della popolazione aziendale, ovvero per quadri e dirigenti, ove si annida statisticamente la discriminazione retributiva di genere". "Forse proprio in considerazione di questo, la bozza di decreto consente -spiega ancora l'esperta di diritto- anche sistemi di classificazione professionale decisi dal datore di lavoro ai fini della determinazione della retribuzione, integrativi dei livelli previsti dalla contrattazione collettiva, purché anch’essi basati su criteri oggettivi e neutri sotto il profilo del genere. A differenza di quanto previsto dalla Direttiva, tali sistemi integrativi di classificazione dei lavoratori sono decisi unilateralmente dalle imprese e non condivisi con i rappresentanti dei lavoratori". Secondo Patanè "presenta, inoltre, dei problemi interpretativi la definizione di livello retributivo, introdotta dalla bozza di decreto rispetto a quanto previsto dalla Direttiva: definizione certamente importante perché su di essa si baseranno tutte le comparazioni introdotte dalla Direttiva per valutare la sussistenza di un gap retributivo di genere. Nella bozza di decreto, vanno esclusi dal livello retributivo i superminimi individuali, i premi una tantum e le indennità ad personam, qualora questi siano stati previsti a favore di alcuni dipendenti sulla base di criteri 'oggettivi individuali'". "Tale formulazione poco felice da un punto di vista lessicale prima ancora che giuridico, introduce non poche incertezze interpretative soprattutto perché pare vanificare lo scopo della Direttiva volto a comparare tutti gli elementi retributivi, fissi, variabili e in natura proprio al fine di rinvenire eventuali situazioni di discriminazione", conclude Patanè.
(Adnkronos) - "Le Comunità energetiche rinnovabili si sono staccate dai blocchi di partenza, ora devono prendere velocità e conservarla”. Così Alfonso Bonafede, ex ministro della giustizia ed ora avvocato con una specializzazione nel settore, oltre che Membro laico del Consiglio di Presidenza della Giustizia Tributaria. “Non è poco - ha aggiunto partecipando al programma di incontri promosso a Key 2026 da Sgr Efficienza Energetica - perché abbiamo ora uno zoccolo duro di norme con interpretazioni consolidate. Ci sono altre leggi che stanno per essere emanate, tutte contengono chiari segnali del ruolo che le Cer rivestiranno a parer mio sempre più centrale nel sistema energetico nazionale". "Dobbiamo superare una riduzione di fondi legata al Pnrr ma, ad esempio, i fondi perduti vanno ora a comuni fino a 50mila abitanti, prima la soglia era 5.000. Infine, c’è una molla socioeconomica da considerare: la bolletta energetica è subìta in modo passivo dai cittadini, ma quando contiene elementi legati ai risparmi energetici determinati dalla partecipazione alla Cer, scatta una partecipazione diversa. Sarà una rivoluzione culturale. Le nuove norme parano di ‘diritto’ alla condivisione di energia elettrica da fonte rinnovabile e dobbiamo prenderci ognuno sulle spalle un pezzettino di questa transizione”, afferma.