(Adnkronos) - La Procura di Milano lavora per ricostruire "secondo per secondo" il tragitto del tram deragliato e confrontarlo con i risultati dei tabulati telefonici del tranviere per escludere quella che è un'ipotesi investigativa e cioè che l'uomo alla guida possa essere stato al telefono o si sia distratto in quei pochi metri che corrono sui binari che da piazza della Repubblica portano alla fermata saltata in viale Vittorio Veneto fino allo schianto contro il palazzo di via Lazzaretto. Nell'incidente dello scorso 27 febbraio - provocato da un malore, a dire del dipendente Atm - hanno perso la vita due passeggeri e una cinquantina di persone sono rimaste ferite. Ci potrebbe essere una "difformità temporale" in riferimento alla telefonata che il tranviere avrebbe fatto a un collega per informarlo di essersi fatto male all'alluce del piede sinistro sollevando la carrozzina di un disabile. L'infortunio si sarebbe verificato a inizio turno e comunicato almeno mezz'ora prima del mancato scambio dei binari. Quella telefonata, così come alcuni messaggi scambiati dopo il deragliamento, sono al centro dell'indagine della Procura per escludere che posso essere stata fatta poco prima di perdere il controllo del tram della linea 9. I titolari delle indagini dovranno anche procedere con gli approfondimenti sulla 'scatola nera' con la formula dell'accertamento tecnico non ripetibile. Intato ieri il tramviere, indagato per disastro ferroviario, omicidio e lesioni colpose si è avvalso della facoltà di non rispondere: "Non è ancora nelle condizioni fisiche per farlo", ha detto il legale Mirko Mazzali.
(Adnkronos) - Geberit ha presentato oggi in anteprima 'Geberit Experience Center': il nuovo spazio polifunzionale del brand a Milano che nasce - viene spiegato dal gruppo in una nota - "come luogo di incontro e confronto, dove accogliere progettisti, imprese, architetti, installatori, consumatori finali e istituzioni per un dialogo costante con il settore di riferimento e la comunità locale". La scelta dell’Italia e in particolare di Milano - viene chiarito - "s'inserisce in una precisa visione aziendale che attribuisce al nostro Paese un ruolo centrale. L’Italia rappresenta il terzo mercato per fatturato del gruppo Geberit e da sempre si distingue per cultura progettuale, capacità installativa, solidità della filiera e sensibilità al design". “L’Italia continua a rappresentare un mercato strategico per Geberit”, dichiara Giorgio Castiglioni, direttore generale di Geberit. “Nel 2025 abbiamo registrato una crescita dell’1,6%, all’interno di un percorso di sviluppo che ci ha portato da 174 milioni di euro nel 2020 a 273 milioni di fatturato netto nel 2025. Un risultato che riflette la fiducia nel nostro brand da parte degli italiani, oltre che la solidità delle relazioni costruite con partner grossisti, installatori, progettisti, imprese e architetti. Proprio per questo, l’apertura del nostro Geberit Experience Center è una dimostrazione concreta di quanto l’Italia sia, oggi e sempre di più, al centro del nostro percorso”. Situato in via Tortona 31 presso Opificio 31, Geberit Experience Center si inserisce nello storico distretto milanese del design per ribadire "la volontà di raccontare il design ad alto valore innovativo e funzionale di Geberit e di diventare attore attivo, pronto a dialogare con la città, da sempre luogo perfetto per costruire visioni, linguaggi e modelli che spesso diventano rilevanti ben oltre i confini italiani". La sfida del nuovo spazio è stata quella di tradurre in forma progettuale l’expertise e il know-how idraulico di Geberit, sintetizzate nel concept 'Mastering Water', che esprime il Dna dell’azienda e la sua capacità di gestire l’acqua lungo tutto il suo percorso all’interno degli edifici. "L’acqua, infatti - viene sottolineato nel comunicato stampa dal gruppo - svolge tre funzioni fondamentali: è indispensabile per la nutrizione, viene utilizzata per l’igiene e la pulizia e agisce come mezzo di trasporto per sostanze e materiali. Da qui nasce l’approccio olistico di Geberit alla gestione dell’acqua: una risorsa da governare in modo controllato, efficiente e sostenibile, sempre al servizio del benessere quotidiano delle persone". “Geberit Experience Center nasce per dare forma concreta a ciò che il nostro brand rappresenta da oltre 150 anni: gestire l’acqua in modo intelligente per il benessere, il comfort e l’affidabilità quotidiana”, aggiunge Silvia del Vitto, direttrice marketing di Geberit. “Non è pensato per essere un semplice showroom, ma come uno spazio permanente, vivo e relazionale, concepito per ospitare momenti di formazione, workshop, eventi, networking e confronto con professionisti, partner, studenti e stakeholder. Vogliamo anche aprirci alla città. Il nostro obiettivo è che il centro diventi un luogo aperto, riconoscibile e in dialogo con la comunità, dove competenza tecnica, cultura dell’acqua e innovazione si trasformano in esperienza diretta”. Per tradurre questa visione, Geberit si è affidata all’esperienza di Poli.design, il centro per la formazione post-laurea a livello nazionale e internazionale parte integrante del sistema design del Politecnico di Milano, per l’envisioning progettuale e strategico e al rinomato studio di architettura Ippolito Fleitz Group, grazie a cui i concept elaborati sono stati sviluppati a livello di spazi e progetto architettonico. Lo spazio interno di quasi 800 metri quadrati si divide in due sezioni interconnesse, in un open space "dove il percorso olistico in cui l'identità di Geberit si dispiega prende vita: dall’expertise ingegneristica, fino all’esplorazione nel dettaglio delle soluzioni innovative del brand, che si inseriscono perfettamente con il carattere industriale dell'edificio". Al centro di questa esperienza immersiva c'è l'acqua, l'elemento essenziale che collega la tecnologia, lo spazio e l'identità di Geberit. Questo ambiente unico trasmette il suo Dna in modo integrato, offrendo ai visitatori un'esperienza coinvolgente e distintiva. Al centro dell’experience center si sviluppa la mastering Water Tower, una struttura simbolica che rende visibili i flussi dell’acqua e i sistemi infrastrutturali dell’edificio. Attraverso dimostrazioni dal vivo, giochi di luce dinamici e un percorso esperienziale dedicato al concetto di mastering water, i sistemi normalmente nascosti dietro la parete diventano tangibili e coinvolgenti. Un racconto integrato in cui dimensioni fisiche, meccaniche e digitali si fondono, dando forma a un’esperienza immersiva che esprime in modo distintivo il Dna di Geberit. L’area Techxpert si configura in un ambiente che richiama l’atmosfera di un’officina contemporanea, dove gli esperti Geberit presenteranno dal vivo prodotti e soluzioni su un banco da lavoro dedicato. L’esperienza fisica si arricchisce di una dimensione digitale, con contenuti olografici integrati all’interno delle tubazioni che trasformano l’infrastruttura tecnica in uno spazio espositivo immersivo e coinvolgente. C'è poi la Design meet function, un’area espositiva composta da quattro ambienti bagno reali, pensati per presentare la varietà di prodotti e soluzioni Geberit in contesti applicativi concreti. Attraverso un intelligente gioco di luci e scenografie dinamiche, gli spazi si trasformano e si moltiplicano, dando vita a nove configurazioni differenti che raccontano in modo efficace la versatilità progettuale delle soluzioni estetiche del brand. Mix & Match è un’area pensata per valorizzare la libertà di scelta tra forme, colori e materiali dei prodotti Geberit, mostrando come esigenze individuali e configurazioni progettuali differenti possano trovare risposta all’interno di un ambiente dinamico e flessibile. Uno spazio pensato per raccontare il bagno come espressione di stile, funzionalità e libertà compositiva. Water Talks è un ambiente definito da un grande schermo e uno sfondo metallico dalle tonalità argentate, dove gli esperti Geberit possono presentare le innovazioni e le conoscenze relative ai prodotti e alle soluzioni del brand, trasformando lo spazio in un punto focale per il dialogo e la condivisione. Il Water Bar caratterizzato da una palette di tonalità blu e bianche, si configura come uno spazio accogliente dedicato all’incontro e allo scambio. Il soffitto e le pareti richiamano il movimento dell’acqua, contribuendo a creare un’atmosfera immersiva e rilassata che favorisce il dialogo e la condivisione. Oltre a queste aree, ci sarà uno spazio dedicato al product testing che consentirà ai visitatori di sperimentare direttamente soluzioni e tecnologie Geberit. Un’esperienza concreta che permette di comprenderne performance, qualità e funzionalità. Lo spazio è stato realizzato con la collaborazione e il contributo di Marazzi Group, simbolo del Made in Italy nel settore delle piastrelle di ceramica, Zucchetti Rubinetteria, brand conosciuto ed apprezzato in tutto il mondo, punto di riferimento del settore rubinetteria e BTicino, leader nel settore delle infrastrutture digitali ed elettriche degli edifici. Geberit Experience Center aprirà le porte ai visitatori a partire dal 20 aprile, durante la settimana del FuoriSalone 2026, in cui l’azienda ospiterà l’installazione 'Flow. Form. Function', realizzata in collaborazione con lo studio di architettura Atelier Oï: un percorso immersivo che unisce arte, design e il know-how tecnologico dell’azienda, dando forma a uno spazio in cui il flusso dell’acqua consente una perfetta armonia tra forma e funzionalità.
(Adnkronos) - Una confezione di biscotti, una vaschetta in atmosfera modificata, una bottiglia di latte, un sacchetto per l’ortofrutta. Lo scaffale di un supermercato è pieno di prodotti, ma a cambiare in modo radicale non sono solo i contenuti: è l’imballaggio che li accompagna, protegge, racconta e li rende vendibili. Ed è proprio sull’imballaggio che l’Unione Europea ha deciso di intervenire, spingendo l’intera filiera a ripensarne materiali, funzioni, cicli di vita e destinazione finale. Il nuovo Regolamento sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio (PPWR: Packaging and Packaging Waste Regulation) cambia le regole per chi progetta, produce e commercializza packaging in Europa. Non basta più gestire bene il rifiuto, occorre dimostrare che l’imballaggio è stato pensato per essere ridotto, riciclato, riutilizzato secondo criteri definiti a livello europeo. Per chi mette prodotti sugli scaffali significa intervenire a monte, nella progettazione e nei capitolati, e a valle, nei sistemi informativi e nelle verifiche di conformità. È un passaggio che obbliga a saldare sostenibilità ambientale, tenuta economica e affidabilità tecnica. Chiara Faenza, responsabile sostenibilità di Coop Italia, lo spiega a Prometeo 360 | Adnkronos definendolo “un passaggio molto importante verso un modello più circolare nella gestione degli imballaggi”, ma chiarisce subito che la sfida non è teorica. “È un regolamento molto complesso”, osserva, inserito in “uno scenario geopolitico ed economico altrettanto complesso”. È una questione tecnica, industriale, economica, per molti aspetti ancora aperta. Sommario Per Coop il regolamento non rappresenta una rottura culturale, bensì l’estensione di un percorso già intrapreso. “Da un punto di vista di principio, è assolutamente un’evoluzione di un percorso già avviato”, spiega Faenza. La sostenibilità, nella visione cooperativa, precede l’obbligo normativo e non nasce come risposta difensiva alla regolazione europea. È un elemento identitario che nel tempo ha ampliato il proprio perimetro, passando dalla gestione dei rifiuti alla progettazione degli imballaggi. La responsabile sostenibilità di Coop Italia richiama alcune tappe che anticipano le attuali prescrizioni comunitarie. “Nel 1997 abbiamo implementato una campagna sui rifiuti e sul corretto conferimento degli imballaggi dopo l’uso”. Dieci anni dopo, nel 2007, Coop ha introdotto sui prodotti a marchio un pittogramma per indicare materiale e filiera di raccolta. “È diventata norma in Italia nel 2020”. L’indicazione oggi prevista a livello europeo trova quindi un precedente concreto nelle scelte aziendali di oltre un decennio fa. Questa continuità non attenua però le difficoltà applicative. Il punto critico, secondo Faenza, è l’incompletezza del quadro tecnico: “nei fatti è ancora mancante di parti applicative: atti di esecuzione, atti delegati, linee guida con indicazioni del come fare”. Il regolamento è formalmente in vigore e prevede un’applicazione progressiva fino alla piena obbligatorietà dal 12 agosto 2026, ma una parte rilevante dei requisiti dipende ancora da atti delegati e linee guida tecniche. In assenza di tali specificazioni, la messa a terra degli obblighi resta parziale. Le imprese sono chiamate a investire e riprogettare con un quadro che, su diversi articoli, non è ancora stabilizzato. Per un retailer con migliaia di referenze, l’assenza di indicazioni definitive non è un dettaglio burocratico. Significa dover ripensare all’ecodesign con focus in ottica di compliance e rivedere capitolati, sistemi di controllo e contratti con i fornitori senza avere ancora tutti i parametri tecnici stabiliti. L’effetto è una pressione gestionale che si somma alle normali dinamiche di mercato, in un contesto già segnato da volatilità dei prezzi delle materie prime e da tensioni lungo le catene di approvvigionamento. L’imballaggio tra funzione e impatto Nel dibattito pubblico il packaging viene spesso ridotto alla sua componente materiale. Faenza invita a spostare l’attenzione sulle funzioni che l’imballaggio svolge. “Non può e non deve essere letto a prescindere dal prodotto”, ricorda, perché la sua funzione primaria è “proteggere ai fini in primis della sicurezza del prodotto, garantire condizioni igienico-sanitarie adeguate e la sua funzione di trasporto”. La dimensione ambientale va letta insieme a quella tecnica. Per la grande distribuzione alimentare questo equilibrio è particolarmente delicato. Ridurre peso o componenti di un imballaggio può apparire immediato, ma ogni modifica incide su resistenza, conservabilità, barriera all’umidità o all’ossigeno, gestione del freddo. Se la semplificazione comporta maggiori rotture o un incremento dello spreco alimentare, il bilancio ambientale complessivo può peggiorare. “Bisogna effettuare delle analisi di life cycle assessment per avere un approccio realistico e concreto”, osserva Faenza, sottolineando la necessità di valutare l’intero ciclo di vita. Il regolamento rafforza la centralità dell’eco-design, imponendo requisiti di riciclabilità e di minimizzazione. Tuttavia, cambiare un imballaggio significa rimettere mano a equilibri industriali già ottimizzati. Ogni scelta deve conciliarsi con linee di confezionamento esistenti, con standard di sicurezza alimentare, con normative sul contatto alimentare e con esigenze di comunicazione verso il consumatore. L’imballaggio non è solo involucro: è supporto informativo, elemento di marketing, strumento di tracciabilità. Anche sul fronte delle emissioni, Faenza invita a evitare semplificazioni. “Non è l’imballaggio la fonte primaria delle emissioni? No, sicuramente no”. Ciò non significa che il packaging sia irrilevante, ma che l’impatto va contestualizzato nella catena del valore complessiva. Ridurre l’uso di risorse contribuisce a una diminuzione delle emissioni, ma il peso relativo del packaging a livello di emissioni varia a seconda della categoria merceologica. L’analisi deve essere caso per caso, non ideologica. Riciclato, mercato e costi Tra gli articoli più rilevanti del PPWR vi è quello relativo al contenuto minimo di materiale riciclato negli imballaggi in plastica. Coop aveva già avviato un percorso in questa direzione nel 2018, aderendo alla Pledging Camaign iniziativa europea per incrementare l’uso di plastica riciclata nelle proprie referenze. “A consuntivo a fine 2024 abbiamo utilizzato circa 25.000 tonnellate di plastica riciclata al posto della vergine”, precisa Faenza. L’esperienza maturata negli ultimi anni rappresenta un vantaggio competitivo, ma non elimina le criticità. Il regolamento fissa obiettivi al 2030 che richiederanno un’estensione significativa dell’impiego di riciclato. “I materiali non sono tutti uguali, i tipi degli imballaggi non sono tutti uguali e l’utilizzo di materia prima riciclata può presentare diversi livelli di complessità”, ricorda la responsabile sostenibilità, evidenziando che non tutte le applicazioni consentono la stessa flessibilità tecnica. A questo si aggiunge una criticità industriale che incide direttamente sulla fattibilità degli obiettivi. “Oggi c’è tutta la questione del fatto che il mercato del riciclo della plastica è in crisi”, afferma Faenza. La disponibilità di materia prima riciclata di qualità adeguata, a costi competitivi, non è uniforme. Impianti che chiudono, differenze di prezzo rispetto alla plastica vergine importata rendono certamente più complesso pianificare su larga scala. La richiesta normativa di maggior contenuto riciclato si confronta con una filiera che in alcuni segmenti riduce capacità produttiva e fatica a competere sui costi con la plastica vergine. Il rischio non è solo economico: è la possibilità che gli obiettivi vengano perseguiti in un contesto di scarsità strutturale. Il rischio è una frizione strutturale tra ambizione ambientale e capacità industriale. Per la grande distribuzione -ma comunque per l’intera catena del valore- che opera con volumi elevati e margini contenuti, un incremento significativo dei costi del packaging si riflette lungo tutta la filiera. L’equilibrio tra ambizione ambientale e sostenibilità economica diventa quindi centrale. “Bisogna stare estremamente attenti poi ai costi”, osserva Faenza, richiamando la necessità di mantenere la competitività senza arretrare sugli impegni ambientali. Coop condivide gli obiettivi di economia circolare, tuttavia è fondamentale evitare che la distanza tra norma e operatività si allarghi. Tempistiche molto sfidanti, requisiti ancora da definire nel dettaglio e una filiera sotto pressione economica richiedono un coordinamento stretto tra istituzioni e imprese. Senza questo allineamento, il rischio è che la compliance formale prevalga per le aziende sulla qualità effettiva della transizione. Filiera e responsabilità operative Il PPWR rafforza la responsabilità condivisa lungo la catena del valore. Per un operatore della grande distribuzione questo significa intensificare il dialogo con produttori e fornitori di imballaggi. “Richiederà una sempre maggiore condivisione di dati, informazioni, certificazioni, allineamento complessivo e una maggiore sinergia fin dalla progettazione”, spiega Faenza. La Gdo svolge un ruolo di cerniera naturale tra industria e consumatore. Può tradurre i requisiti normativi in capitolati tecnici, orientare le scelte dei fornitori, anticipare soluzioni dove possibile. “Possiamo avere una funzione da booster, quindi fungere da acceleratore verso la messa a terra di questa normativa lungo l’intera catena del valore”, afferma. Il dialogo con i fornitori, secondo Coop, non nasce con il regolamento. “Il dialogo è sempre esistito”, ricorda Faenza, citando l’introduzione del contenuto di riciclato nei capitolati già dal 2018. Oggi però diventa certamente più strutturato e più legato alla compliance. Ogni requisito deve essere documentato, verificato, integrato nei processi di acquisto. Le trasformazioni più visibili per i cittadini riguarderanno probabilmente etichettatura e comunicazione. L’armonizzazione europea delle informazioni sul conferimento dei materiali modificherà grafiche e indicazioni sui prodotti. Meno evidente, ma altrettanto rilevante, sarà la riorganizzazione interna necessaria per garantire tracciabilità e conformità su scala ampia. “L’obiettivo è continuare a lavorare in maniera sinergica, ricercando sempre il miglior punto di equilibrio per la sostenibilità ambientale, ma anche per la sostenibilità economica dell’intera catena del valore”, conclude Faenza, delineando una traiettoria che non punta a strappi, ma a un’evoluzione strutturale e condivisa.