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Linda Campisi
CMP Consulting sas Consulenza Ruolo: Partner, Consulente Risorse Umane e Sviluppo Organizzativo Area: Altro Linda Campisi |
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(Adnkronos) - Nelle ultime 48 ore la crisi tra Stati Uniti e Iran ha cambiato passo. Non solo per come sono andati i negoziati indiretti a Ginevra, ma per tre segnali convergenti: la riunione ad alto livello alla Casa Bianca (con Donald Trump), l’accelerazione del dispositivo militare americano nella regione e la dimostrazione di forza iraniana nello Stretto di Hormuz. Il risultato è che l’ipotesi di uno strike “a breve” non è più solo retorica, ma una delle opzioni operative sul tavolo. Le informazioni più solide, al momento, descrivono una Casa Bianca che valuta opzioni militari mentre mantiene aperta la pista diplomatica. Da un lato, l’amministrazione attende un “proposta scritta” iraniana dopo i colloqui di Ginevra e parla di progressi limitati e “gaps” ancora ampi. Dall’altro, ha chiesto che il dispositivo militare sia pienamente schierato entro una finestra temporale ravvicinata, aumentando la credibilità della minaccia. Ci sono almeno quattro fattori che spingono verso un punto di rottura. Linee rosse incompatibili: Washington insiste su obiettivi molto ambiziosi, tra cui la cancellazione del programma nucleare iraniano e lo stop ai missili balistici. Teheran, pubblicamente e sostanzialmente, rivendica il diritto all’arricchimento e considera il programma missilistico parte integrante della deterrenza nazionale. Quando le linee rosse non si intersecano, la diplomazia tende a trasformarsi in un “gioco a tempo”: o una parte cede, o la crisi scala. La pressione militare come leva negoziale: Il rafforzamento del dispositivo Usa non è solo una misura difensiva. È un modo per rendere credibile l’alternativa: “deal o attacco”. Nella pratica, però, ogni ulteriore asset schierato aumenta anche il rischio di incidente e di escalation non pianificata (errori di calcolo, incidenti navali, attacchi di proxy che costringono a rispondere). Hormuz come segnale di deterrenza iraniano: Le esercitazioni e le chiusure temporanee di aree dello Stretto da parte dell’Iran hanno una funzione politica: ricordare che gli ayatollah possono alzare il costo sistemico della crisi. Anche senza “chiudere” Hormuz, Teheran può aumentare rischio percepito, premi assicurativi, e nervosismo sui mercati. Il fattore Israele e la dimensione regionale: Netanyahu spinge su obiettivi più ambiziosi (missili, infrastrutture, rete di proxy). Una convergenza totale con Washington non è scontata, ma l’allineamento strategico resta un moltiplicatore di pressione su Teheran e un acceleratore di opzioni militari. Strike limitato su infrastrutture nucleari: È l’opzione “chirurgica” in teoria: colpire siti e capacità, evitare un conflitto prolungato, ridurre l’esposizione politica interna. I problemi non mancano: come abbiamo visto nella ‘guerra dei 12 giorni’ dello scorso giugno, non è semplice colpire le centrali (tra tutte, quelle di Natanz, Fordow e Isfahan), costruite sottoterra o sotto le montagne, e tuttora non è chiaro quanti danni abbiano fatto le famigerate bombe ‘bunker buster’ che solo gli Stati Uniti hanno a disposizione. Ci sono ‘ridondanze’, cioè sistemi duplicati, siti secondari, procedure per il ripristino rapido. E poi attività e materiali sono distribuiti su più siti: l’estate scorsa le foto satellitari mostravano i mezzi che trasportavano materiale, forse uranio arricchito, dai siti principali ad altri luoghi di stoccaggio. Campagna aerea più ampia, anche su difese e missili: È l’opzione “coercitiva”: degradare difesa aerea, missili, droni, command-and-control, per ridurre la capacità di ritorsione e aumentare la pressione sul regime. È anche quella che più facilmente può impiegare settimane e non giorni, e che alza drasticamente il rischio di risposta su basi Usa e alleati nel Golfo. Decapitazione e destabilizzazione del regime: È lo scenario più rischioso e, storicamente, quello con la più alta probabilità di effetti non intenzionali: frammentazione del comando, escalation incontrollata, collasso di sicurezza interna, spinta a chiudere Hormuz o colpire infrastrutture energetiche regionali. È anche quello che può trasformare una crisi in un conflitto regionale a pieno spettro. La dottrina iraniana, letta dagli analisti, non punta a una risposta simmetrica. Punta a moltiplicare i fronti. - Teheran può compiere una risposta diretta, con missili e droni su basi e asset regionali. Tra gli obiettivi non c’è solo Israele, come negli anni scorsi, ma l’architettura militare americana nella regione, incluse basi, radar, logistica, e asset navali. Questo è uno dei motivi per cui gli Stati del Golfo temono la spirale. - Poi ci sono i proxy e il cosiddetto “asse della resistenza”, che è stato molto indebolito da Israele ma che può contare su soggetti attivi in Iraq, Libano, Siria, Yemen. Ciascuno di questi ha a disposizione armi e distribuzione territoriale in grado di destabilizzare tutta l’area. - Hormuz, lo stretto da cui passa il 20-25% del greggio mondiale, che non deve neanche essere bloccato: bastano episodi di disturbo e attacchi mirati per alterare traffico e prezzi globali dell’energia. - Cyber e infrastrutture critiche: energia, finanza, logistica. Attacchi difficili da attribuire e dunque da “contenere”. Qui entra la variabile che, in Europa, spesso viene raccontata poco: la vulnerabilità infrastrutturale delle monarchie del Golfo, di cui ha parlato la professoressa Farian Sabahi nella sua lezione alla John Cabot University. Uno strike americano e una risposta iraniana non colpirebbero solo “obiettivi militari”. Possono mettere sotto pressione sistemi civili essenziali. Qatar ed Emirati, per struttura urbana, dipendono in modo critico da: elettricità continua, climatizzazione, e soprattutto desalinizzazione. Un attacco significativo alle centrali elettriche o alle reti di distribuzione non impatta solo i condizionatori o gli ascensori dei grattacieli: impatta la produzione e distribuzione di acqua potabile. È un moltiplicatore politico enorme, ed è uno dei motivi per cui molti attori del Golfo spingono, dietro le quinte, per evitare un salto di soglia. Alcuni analisti sostengono che le tensioni dell’ultimo anno abbiano creato una sorta di abitudine del mercato a “scontare” crisi geopolitiche, come gli attacchi degli Houthi ai mercantili, senza grandi shock di prezzo: domanda moderata, produzione Usa alta, reazioni finora contenute anche a eventi gravi. Ma questa ipotesi ha un limite chiaro: Hormuz e l’Iran non sono “una crisi qualunque”. Se l’escalation tocca davvero flussi, commercio e assicurazioni in modo prolungato, questa capacità di assorbire le tensioni può rompersi. Per la Casa Bianca, questo punto è politicamente sensibile: un’impennata dei prezzi alla pompa è uno dei pochi meccanismi con effetto immediato sull’opinione pubblica, soprattutto nell’anno delle elezioni di metà mandato. L’appello del premier polacco Donald Tusk a lasciare l’Iran “immediatamente” è un segnale da trattare con cautela, ma è un indicatore che alcune capitali europee valutano un peggioramento rapido delle condizioni di sicurezza e una possibile restrizione delle vie di uscita. In genere, questi messaggi arrivano quando le intelligence percepiscono un aumento della probabilità di escalation nel brevissimo periodo. In parallelo, esiste una finestra diplomatica dichiarata: l’attesa della proposta iraniana e il rinvio a ulteriori tavoli negoziali. Ma proprio questa finestra è la più instabile: è il momento in cui, se la proposta viene giudicata insufficiente, l’opzione militare diventa più vendibile politicamente. Come ha spiegato Mike Pompeo nel suo intervento all’Ispi, Donald Trump sta negoziando con l’Iran anche per mostrare la buona fede della sua amministrazione, e poter dire “noi ci abbiamo provato” in caso di attacco. Una proposta anche parziale ma “negoziabile” può invece creare spazio per un congelamento temporaneo e un compromesso tecnico, anche senza un accordo finale. De-escalation tattica: proposta iraniana, prosecuzione dei colloqui e mantenimento della pressione militare senza attacco, almeno nel breve termine. Attacco limitato e risposta contenuta: attacco su obiettivi selezionati, ritorsioni calibrate via proxy e/o cyber, tensione alta ma non guerra regionale piena. Escalation regionale: attacco più ampio o percepito come tentativo di arrivare a un “regime change”, risposta multi-dominio dell’Iran, stretto di Hormuz usato come leva e rischio di coinvolgimento diretto di più Paesi.
(Adnkronos) - L’Ufficio spagnolo del Turismo, nel suo centro multimediale interattivo di piazza di Spagna a Roma, ha accolto una delegazione istituzionale di Valladolid, per la presentazione della Settimana Santa che si svolge nella città castigliana. La 'Semana Santa' di Valladolid è una delle celebrazioni religiose e culturali più importanti della Spagna ed è stata la prima a essere dichiarata di 'Interesse turistico internazionale' nel 1980. Ad animarla un insieme di atti liturgici popolari, celebrati nelle strade e nelle piazze, che permettono al visitatore di sperimentare la profonda religiosità di radice castigliana, austera e solenne, nel contesto unico del centro storico della capitale castigliana. Venti confraternite - associazioni popolari di uomini e donne di ogni età e condizione sociale, con circa 25.000 membri - sfilano per la città accompagnando i carri processionali, che a Valladolid rappresentano un autentico 'Museo a cielo aperto' grazie alle sculture realizzate dai più grandi scultori castigliani, la maggior parte intagliate nel XVI-XVII secolo, da Gregorio Fernández a Juan de Juni. A presentare a Roma questa solenne manifestazione religiosa e culturale il sindaco di Valladolid e senatore, Jesús Julio Carnero, il presidente della Conferenza Episcopale Spagnola, Luis Argüello, il presidente della Deputazione Provinciale di Valladolid, Conrado Íscar, il presidente della Junta de Cofradías della Settimana Santa di Valladolid, Miguel Vegas, il direttore di Turismo di Valladolid, Juan Manuel Guimerans, e il direttore del’Ufficio Spagnolo del Turismo, Gonzalo Ceballos. La delegazione di Valladolid si è poi recata in visita a Papa Leone XIV proprio per presentare la Settimana Santa, portando in dono una riproduzione firmata della tela originale di Augusto Ferrer-Dalmau, creata dall'artista come immagine principale della locandina di annuncio dell'edizione 2026. Un incontro che rafforza la proiezione internazionale di Valladolid , come è stato sottolineato dai rappresentanti istituzionali, e l'elevato valore simbolico della Settimana Santa come evento religioso e culturale di riferimento e come volano per la promozione turistica della città e della sua provincia. Oltre alle solenni processioni, il cui culmine si raggiunge il Venerdì Santo nella cosiddetta 'Processione generale', con un percorso completo di oltre cinque ore, la Settimana Santa di Valladolid offre al visitatore un’atmosfera vibrante, arricchita non solo da eventi di carattere religioso, come il Sermone delle Sette Parole nella centrale Plaza Mayor, ma anche da un’ampia proposta di visite guidate ed esposizioni. Il viaggiatore interessato a conoscere Valladolid in occasione della Settimana Santa avrà inoltre l’opportunità di godere di altre grandi attrazioni, come la ricca gastronomia offerta nei suoi bar e ristoranti, incluse le rinomate 'tapas', promosse durante tutto l’anno in vista dei Concorsi nazionale e mondiale che si tengono in città da anni, e gli eccellenti vini di denominazioni di primo livello come Ribera del Duero, Rueda, Toro o Cigales, considerati tra i più prestigiosi di Spagna. La Spagna è uno dei principali riferimenti della Cristianità, con tre delle cinque Città Sante: Santiago de Compostela, Santo Toribio de Liébana e Caravaca de la Cruz. "Uno dei modi più autentici per scoprire la Spagna - ha sottolineato Gonzalo Ceballos - è attraverso le sue celebrazioni religiose, soprattutto la Settimana Santa, vissuta con grande intensità e partecipazione popolare. Questo tipo di esperienze sono al centro della nuova campagna internazionale 'Think you know Spain? Think again', che mira alla promozione del turismo slow in destinazioni meno note. In Spagna ci sono 43 manifestazioni religiose dichiarate d’interesse turistico internazionale, delle quali 20 corrispondono a Settimane Sante, a testimonianza del loro straordinario valore culturale, storico e spirituale”.
(Adnkronos) - L’Italia si colloca tra i primi tre Paesi europei per numero di brevetti green ed è terza anche per quota di imprese con brevetti sul totale delle imprese (16,5 ogni 1.000 imprese), dopo Germania (21,6) e Austria (18,9). Un dato importante che sottostima la dinamicità del sistema produttivo in cui sono in crescita costante gli investimenti in sostenibilità, con 578.450 imprese che tra il 2019 e il 2024 hanno realizzato eco-investimenti (38,7% del totale). Un’innovazione diffusa non sempre tradotta in titoli di proprietà intellettuale, anche per una cultura industriale ancora poco orientata alla valorizzazione sistematica dei risultati di ricerca e sviluppo. Questa la fotografia scattata dallo studio Competitivi perché sostenibili, realizzato congiuntamente da Fondazione Symbola e Unioncamere, in collaborazione con Dintec e il Centro Studi Guglielmo Tagliacarne. Stando al report, il nostro Paese detiene brevetti importanti in comparti chiave: la mobilità sostenibile, dove i brevetti italiani pesano per il 31% sul totale dei brevetti che riguardano la mitigazione dei cambiamenti climatici; l’efficienza energetica nell’edilizia, in cui superiamo la media Ue; la gestione dei rifiuti e delle acque reflue, settore in cui siamo per tradizione tra i Paesi più dinamici; le tecnologie Ict per la mitigazione climatica, con un incremento record del +270% negli ultimi dieci anni. Le regioni del Nord - Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte - trainano questa dinamica, forti della loro tradizione manifatturiera e della capacità di trasformare ricerca e know how industriale in soluzioni concrete. Le imprese risultano essere le principali protagoniste, titolari dell’81,9% delle domande pubblicate, seguono le persone fisiche (12,9%), mentre gli enti si attestano al 5,2%. “L’Italia sa innovare e competere nei settori ambientali - dichiara il presidente di Fondazione Symbola, Ermete Realacci - ma ha bisogno di un salto di scala: è necessario investire di più in ricerca, supportare la capacità di brevettare, rafforzare il trasferimento tecnologico e replicare il modello vincente dell’economia circolare nei comparti dell’efficienza, dell’elettrificazione e delle rinnovabili. Solo così il Paese potrà ambire ad essere leader dell’innovazione verde europea. Il report ‘Competitivi perché sostenibili’ di Fondazione Symbola e Unioncamere evidenzia anche il nesso tra innovazione verde e competitività. Infatti le imprese italiane che depositano brevetti in tecnologie verdi si distinguono per una competitività significativamente superiore rispetto a quelle che brevettano in altri ambiti”. “L’Italia ha compiuto grandi passi avanti nella brevettazione green (+44,4% tra 2012 e 2022) ma resta ancora una distanza significativa dalla Germania e dalla Francia - sottolinea il segretario generale di Unioncamere, Giuseppe Tripoli - Dietro ad ogni brevetto c’è un investimento in ricerca e innovazione di imprese, Università e Centri di ricerca, ma l’investimento non basta se non si tutela la proprietà intellettuale con i brevetti. E sempre di più anche il sistema del credito e della finanza ne valorizza il possesso come asset del capitale delle imprese per la concessione dei prestiti”. Analizzando la distribuzione settoriale delle domande italiane di brevetto europeo in ambito green, il manifatturiero si conferma il motore principale dell’innovazione (59,0%), seguono i settori legati alla ricerca scientifica (18,8%), telecomunicazioni e informatica (6,6%), commercio all’ingrosso (3,5%) e costruzioni (3,5%). A livello di ambiti tecnologici si rileva la forte presenza di soluzioni legate alla digitalizzazione dei processi produttivi e alla gestione efficiente delle risorse energetiche e ambientali (12,0%). A distanza seguono le tecnologie di misurazione e collaudo delle variabili elettriche e magnetiche (7,3%). Il terzo ambito in ordine di rilevanza è rappresentato dalle tecnologie per il trattamento delle acque reflue, delle acque fognarie e dei fanghi (6,5%). Seguono le tecnologie relative a biciclette e veicoli di micromobilità, riguardanti telai, sistemi di sterzo, sospensioni e vari dispositivi che rendono questi mezzi sempre più efficienti e competitivi. Quinto ambito quello energetico, include soluzioni per reti di distribuzione in corrente alternata o continua, sistemi di gestione e ricarica delle batterie, alimentazione da più fonti e perfino tecnologie per la trasmissione wireless dell’energia. Lo studio evidenzia anche il nesso tra innovazione verde e competitività: le imprese italiane che depositano brevetti in tecnologie verdi si distinguono per una competitività significativamente superiore rispetto a quelle che brevettano in altri ambiti (non green). Generano un fatturato per impresa molto più elevato (382 milioni di euro per impresa contro 41 milioni delle non green) e registrano una maggiore produttività (144mila euro di valore aggiunto per addetto contro 92mila). Dal punto di vista dell’export, oltre la metà (57,8%) esporta, generando oltre 63 miliardi di euro, con una forte diversificazione dei mercati di riferimento. Inoltre, il capitale umano è più qualificato, con una quota più alta di laureati (29,7%, di cui il 16,7% in discipline Stemplus). Infine, queste imprese attraggono più capitale estero: il 41,9% ha partecipazioni straniere, contro il 31,7% delle non green.