(Adnkronos) - Eurobond sì o no? Che si chiamino così o si chiamino 'asset sicuri', come continuano a chiamarli i burocrati a Bruxelles, servono all'Europa se vuole veramente diventare autonoma e indipendente nelle scelte che riguardano la competitività, l'innovazione digitale e la difesa. Ci sono tutte le condizioni per fare un passo in avanti decisivo, nell'unica strada disponibile per costruire un futuro diverso, in cui l'essere Europa non sia un ostacolo, o un vincolo, ma una concreta opportunità: creare debito comune per finanziare gli investimenti che servono. L'hanno sostenuto con forza Mario Draghi ed Enrico Letta nei loro rapporti, evidenziando che la chiave per guardare avanti con ragionevole ottimismo è una sola: puntare sugli investimenti comuni. Come? Con quanta intensità? Rinunciando a quale quota di sovranità? Sono domande, legittime, che vengono dopo una presa di coscienza che dovrebbe essere condivisa dagli stati membri che vogliono andare avanti. Per dirla con le parole usate da Draghi nel suo ultimo manifesto per un 'federalismo pragmatico': si faccia con chi ci sta, purché si faccia. A favore degli eurobond c'è il contesto. La pressione di Donald Trump, che se ha un merito è quello di aver chiarito che è finita l'assistenza americana; la domanda di investimenti sicuri da parte degli investitori istituzionali che cresce in maniera proporzionale alla preoccupazione per l'instabilità internazionale e alla minore credibilità degli asset americani; soprattutto, ci sono miliardi di euro da trovare con urgenza. A favore degli eurobond c'è anche un precedente. Il piano Next Generation EU per reagire dopo la pandemia Covid non solo ha funzionato ma ha anche dimostrato che quando l'Europa è capace di muoversi insieme è capace di costruire risposte forti, strutturali, durature. Cosa rema invece contro una soluzione che sul piano economico e finanziario non ha controindicazioni? La volontà politica dei Paesi che devono trainare una decisione così dirompente. Se la Francia spinge, con Emmanuel Macron mai così esplicito, "è il momento di creare un’opzione di indebitamento congiunto per queste spese future, eurobond per il futuro", ha detto in un’intervista a un gruppo di giornali europei, è la Germania a continuare a frenare. La principale ragione che spinge Berlino è ormai, di fatto, incompatibile con qualsiasi forma di europeismo consapevole: gli eurobond hanno dal punto di vista tedesco il grande demerito di erodere il loro vantaggio nella competizione con gli altri Stati membri, che è sempre stato garantito da un maggiore spazio fiscale. Detto in altri termini, la Germania per gli eurobond dovrebbe rinunciare al vantaggio accumulato grazie al minor debito prodotto finora. La posizione tedesca però potrebbe rivelarsi particolarmente miope, considerando le difficoltà della sua economia e rischi industriali che sta correndo. E l'Italia? Come si sta muovendo in questo scacchiere complicato? C'è una frase pronunciata dalla premier Giorgia Meloni che sintetizza bene la prudenza che ha scelto: "Personalmente sono favorevole agli eurobond ma sapete che è uno dei dibattiti più divisivi qui in Europa". Un atteggiamento comprensibile, visti i rapporti rafforzati con il cancelliere tedesco Friedrich Merz. Ma resta il dato di fondo, che non andrebbe sottovalutato. Gli eurobond, per la loro natura, sono uno strumento che va nella direzione dell'interesse nazionale italiano, a maggior ragione se si guarda alla consistenza del nostro debito. Non solo. Proprio per il contesto e la congiuntura, questo interesse può diventare l'interesse prevalente per buona parte dell'Europa. Germania inclusa, se sono Berlino facesse uno sforzo di lungimiranza. (Di Fabio Insenga)
(Adnkronos) - Le donne sono le più virtuose nella lotta allo spreco alimentare. La prevenzione dello spreco alimentare non dipende solo da buone intenzioni, ma anche da fattori sociali, culturali e digitali. E' quanto emerge dalla ricerca condotta dall'Università di Scienze gastronomiche di Pollenzo su un campione di 390 cittadini italiani, presentata a Milano durante l'evento finale di 'Scrap the food waste' il progetto di cui è capofila l'Unione nazionale consumatori è stato realizzato da AWorld e l'Università stessa. A guidare il progetto Will media che nell'arco dei 20 mesi ha curato la progettazione e il coinvolgimento dei partner a ogni livello decisionale, oltre che lo sviluppo di una campagna di sensibilizzazione sulle principali piattaforme di incontro della community 18-35 anni (Instagram e Youtube). Nel corso dell’incontro dal titolo 'Il cibo che non vediamo-numeri, storie e scelte dietro allo spreco alimentare' i quattro partner del progetto (finanziato dall’European and digital executive agency- Hadea, nell’ambito del programma di finanziamento per la prevenzione dello spreco alimentare Smp food) hanno raccontato le iniziative di questi mesi di collaborazione, volti a migliorare il livello di consapevolezza dei consumatori sul tema dello spreco alimentare. La mattinata è stata un momento di confronto e di condivisione già dalla scelta della location, il Refettorio Ambrosiano che rappresenta un modello virtuoso di economia circolare applicata al cibo. Nato nel 2015 dall'idea dello chef Massimo Bottura e di Davide Rampello con Caritas Ambrosiana, questo spazio recupera ogni giorno eccedenze alimentari e le trasforma in pasti di qualità, dimostrando che lo spreco può diventare risorsa e la solidarietà può unirsi alla bellezza. Con oltre 220.000 pasti distribuiti in dieci anni, il Refettorio incarna perfettamente i valori del progetto 'Scrap the food waste'. Spazio anche a diversi momenti di interazione con il pubblico grazie ai laboratori pratici affidati alla cuoca Irene Bernacchi che lavora su eccedenze e imperfezioni per la produzione di gelato da frutta scartata e collabora con Recup (Associazione nata a Milano e attiva anche a Roma che combatte lo spreco alimentare recuperando frutta e verdura invenduta nei mercati rionali). Ma i veri protagonisti sono stati i risultati del progetto, presentati dai rappresentanti dei quattro partner con il team di Will Media a fare da padroni di casa. Come gestiscono gli sprechi gli italiani? E’ questa la domanda che guida la ricerca dell’Università di Scienze gastronomiche di Pollenzo: lo studio è basato sull'elaborazione di un Indice di prevenzione dello spreco alimentare (Fwpi), che ha permesso di individuare i profili dei consumatori con i comportamenti più efficaci nella riduzione dello spreco domestico. I dati mostrano che le donne, chi vive in aree rurali e chi segue un'alimentazione flexitariana o vegetariana adottano comportamenti più virtuosi nella gestione del cibo. Un dato significativo riguarda il ruolo del digitale: chi utilizza in modo consapevole social media e applicazioni dedicate dimostra livelli più bassi di spreco alimentare. La Generazione Z, in particolare, si distingue per l'impegno attivo nella ricerca di informazioni sul cibo, mentre l'interesse per le tematiche alimentari tende a diminuire con l'aumentare dell'età. La ricerca evidenzia inoltre un legame chiaro tra sensibilità verso la sostenibilità -economia circolare, filiere corte, motivazioni etiche ed ambientali- e comportamenti anti-spreco. "Il progetto Stfw ha dimostrato come strumenti digitali e informazioni corrette possono rendere le persone più consapevoli e aiutarle a gestire meglio il cibo ogni giorno. Investire sempre di più in educazione alimentare e competenze digitali è fondamentale per sostenere le famiglie nella riduzione dello spreco domestico", commenta Luisa Torri, prorettrice Università Pollenzo. Il cuore operativo del progetto 'Scrap food waste' è stata la community digitale su AWorld, che da marzo a dicembre 2025 ha coinvolto 612 persone in un percorso educativo strutturato. I risultati sono significativi: 2.607 ore di formazione completate, con una media di oltre 4 ore per partecipante; 68.811 contenuti educativi letti attraverso 16 percorsi formativi; 296.536 quiz completati per testare le conoscenze acquisite; 475 partecipanti (77,6% della community) hanno calcolato la propria carbon footprint, con un valore medio di 7,3 tonnellate di CO₂ per persona – significativamente superiore all'obiettivo di 2 tonnellate previsto dall'accordo di Parigi. I contenuti più letti dalla community rivelano cosa cercano davvero le persone: informazioni pratiche su come leggere le date di scadenza, conservare correttamente il cibo, riutilizzare gli avanzi in modo creativo. La retention è stata ottenuta senza premi materiali, basandosi esclusivamente sulla qualità dei contenuti e sulla motivazione intrinseca dei partecipanti. La mattinata si è conclusa con un pranzo preparato dai volontari del Refettorio utilizzando eccedenze e scarti alimentari, un'esperienza concreta di come il cibo invisibile possa trasformarsi in valore.
(Adnkronos) - Energia, bioeconomia, economia circolare, risorse idriche, agroecologia, velocizzazione degli iter autorizzativi, lotta all’illegalità, rafforzamento dei controlli. Sono i temi al centro del ‘Libro Bianco’ di Legambiente sulla riconversione green dell’industria italiana: 30 proposte per otto settori chiave con sei pilastri per rilanciare la manifattura italiana e renderla più competitiva e sostenibile. Un obiettivo: “dare gambe” al Clean Industrial Deal Made in Italy, fondato su lotta alla crisi climatica, innovazione e competitività. Per farlo, è necessario accelerare il passo avendo come come pilastri la decarbonizzazione, la circolarità, l’innovazione, la legalità, nuova occupazione green e inclusione. In questo quadro dunque, l’Italia, deve “colmare ritardi e vuoti normativi, superando iter troppo lenti e burocratici, alti costi energetici e il mancato rispetto delle norme ambientali, tutti ostacoli non tecnologici che ad oggi ne frenano il pieno sviluppo”. In particolare, spiega Legambiente, bisogna spingere sull’applicazione e il rispetto delle norme ambientali, come evidenziato anche dalla Commissione Ue nel suo recente riesame dell’attuazione delle politiche ambientali, che “possono far risparmiare all’economia europea ben 180 miliardi di euro annui (circa l’1% del Pil Ue)”. “Il Clean Industrial Deal è un’opportunità che l’Italia non deve assolutamente sprecare per varare una politica industriale all’altezza della sfida climatica e per far ridurre alle imprese i costi dell’energia, evitando, però, la pericolosa scorciatoia della deregulation ambientale”, ha evidenziato Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente, intervenuto stamattina alla terza edizione del forum ‘L’Italia in cantiere. Un clean industrial deal made in Italy’. “Investire in un’ambiziosa politica industriale significa favorire la competitività delle imprese, facendo occupare dall’Italia, prima degli altri Paesi, l’esponenziale mercato globale delle tecnologie green”, ha affermato, sottolineando che “con questo spirito abbiamo deciso di scrivere il nostro ‘Libro bianco’, pensato come un vero e proprio piano industriale per l’Italia, indirizzando delle proposte a governo e Parlamento e raccontando, con l’esperienza dei tanti campioni nazionali della transizione ecologica, quello che il Paese sta già facendo”.