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Maynard James Keenan: "Quello che vediamo non è normale, in Usa caos totale"

(Adnkronos) - Mente visionaria dietro Tool e A Perfect Circle, Maynard James Keenan continua a muoversi lungo traiettorie parallele senza mai ripetersi. Con i Puscifer, il suo progetto più libero e sperimentale, torna oggi a interrogare il presente con 'Normal Isn’t', ...

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La nuova 'Dolce Vita' della Taverna Flavia, il 'ritrovo' di Liz Taylor e Sophia Loren

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Materie prime seconde, la crisi parte dalla plastica

(Adnkronos) - Il riciclo in Europa ha assunto una dimensione industriale piena: impianti operativi, investimenti stabili, flussi di materiali in crescita. Dai rifiuti, attraverso selezione e trattamento, escono materiali che possono rientrare nei cicli produttivi come input, se rispettano ...

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Maynard James Keenan: "Quello che vediamo non è normale, in Usa caos totale"

(Adnkronos) - Mente visionaria dietro Tool e A Perfect Circle, Maynard James Keenan continua a muoversi lungo traiettorie parallele senza mai ripetersi. Con i Puscifer, il suo progetto più libero e sperimentale, torna oggi a interrogare il presente con 'Normal Isn’t', il nuovo disco in uscita il 6 febbraio prossimo, a cinque anni di distanza dall’ultimo lavoro 'Existential reckoning', che nasce dall’osservazione della realtà che ci circonda e di un mondo in accelerazione. Un lavoro che arriva mentre l’artista si prepara a tornare in Italia a giugno, con una data al Ferrara Summer Festival del suo progetto A Perfect Circle. Undici i brani che compongono ‘Normal Isn’t’, un disco che fonde l’elettronica oscura e l’umorismo tagliente tipici dei Puscifer con un processo creativo più spontaneo. Il disco incanala infatti le influenze post-punk che hanno segnato le prime esperienze musicali dei membri, spingendosi al tempo stesso verso territori più oscuri e maggiormente guidati dalla chitarra, in un luogo in cui, per sia stessa ammissione “il goth incontra il punk”. Per Keenan, questo lavoro rappresenta anche un nuovo approccio alla scrittura: per la prima volta ha costruito autonomamente le idee dei brani attraverso un sistema di registrazione digitale, prima di condividerle con gli altri due membri della band, Mat Mitchell e Carina Round. Ma nell’album c’è soprattutto una riflessione sul tempo che stiamo vivendo, sulle tensioni globali e sulla trasformazione dei rapporti umani. Un tema che Keenan affronta senza filtri in un'intervista all’AdnKronos. Iniziamo dal titolo di questo album, 'Normal Isn’'t. È già un’affermazione forte. Nasce da una riflessione personale e interiore oppure è soprattutto uno sguardo critico sulla realtà in cui viviamo oggi? "Beh, sai, ho 61 anni e quando avevo 15 anni non esistevano i social media. Guardo mia figlia, che ora ha 11 anni, e sono impressionato da quanto ne è assorbita. Quando aveva 10 o 9 anni, le cose di cui parlava non erano le stesse di cui parlavo io alla sua età. C’è un’escalation e un’immediatezza della dipendenza dalla dopamina, e dall’algoritmo che alimenta questa dipendenza. È qualcosa senza precedenti. E il modo in cui influenza le persone, le aggancia e le polarizza, è preoccupante. Quindi questo non è normale. Il modo in cui vengono prese le decisioni non è un processo normale. Certo, il potere corrompe e il potere assoluto corrompe in modo assoluto. Questo non cambia. Ma il modo in cui le persone arrivano al potere, e chi ottiene quel potere, è piuttosto inquietante. Questo non è normale". Come si traduce questo senso di anormalità nei testi e nell’atmosfera dell’album? "È un’osservazione dal punto di vista in cui ti trovi. Siamo artisti. Il nostro ruolo è osservare, interpretare e raccontare ciò che vediamo. Ovviamente attraverso la nostra lente. E quella lente viene regolata in base al 'veleno' che ci viene inoculato attraverso l’algoritmo. Ma sento che, avendo iniziato molto prima che l’algoritmo prendesse il sopravvento, questo album rifletta davvero ciò che sta accadendo intorno a noi". Puscifer è sempre stato il progetto in cui ti sei concesso più libertà e sperimentazione. Cosa rappresenta oggi per te rispetto agli altri progetti musicali? "Tutti i miei progetti spingono i confini e li esplorano. Sono semplicemente conversazioni diverse con persone diverse. Sento di aver trovato una sintonia con Carina, Mat e Gunnar Olsen, (produttore e batterista, ndr) che ci aiuta a portare avanti idee e visioni, sempre al servizio della canzone e della musica. Credo che in Puscifer l'esplorazione sia più legata all’aspetto visivo e allo spettacolo. Questa è la differenza rispetto alle altre band. Ma per quanto riguarda la musica, non la affronto in modo diverso rispetto agli altri progetti. Si tratta sempre di superare i limiti, di osservare e raccontare ciò che vedo". Questo album è caratterizzato da sonorità più oscure e abrasive, con un forte ritorno alla chitarra e alle radici post-punk. Quali sono state le principali influenze? Hai detto che è il punto in cui il goth incontra il punk. "Credo che alcune di queste cose siano emerse in base agli strumenti che Matt ha usato all’inizio. Ha preso una nuova chitarra, ci è piaciuta molto e lui si è orientato di più in quella direzione. E i synth e l’attrezzatura che stavamo usando ricordano molto quelli del post-punk, goth e new wave di metà anni ’80. Penso agli Yes o all’album ‘Thriller’. Ci sono molte strumentazioni simili, anche in alcuni lavori dei Kraftwerk. Ma mi sembrava il momento giusto per rispolverare il rossetto nero e metterlo". Si percepisce molto questa atmosfera nell’album. Il disco vanta diverse collaborazioni, come Danny Carey, tuo compagno di squadra nei Tool, ma anche Tony Levin, Gunnar Olsen e Ian Ross. Cosa hanno portato artisticamente a 'Normal Isn’t' e perché avete ritenuto importante coinvolgerli? "C’è una canzone in cui suonano, e probabilmente, nello stile tipico dei Puscifer, ci saranno circa tre versioni di quella canzone. Abbiamo vari artisti che vi partecipano. È la canzone che finirà per avere molti ospiti. Ma per la maggior parte dell’album, Gunnar è la persona che ha sostenuto le parti ritmiche”. I primi tre singoli estratti 'Self-Evident', 'Pendulum' e 'ImpetuoUs' mostrano lati diversi dell’album. Rappresentano tre anime distinte o sono semplicemente diversi punti di accesso per il pubblico? "Direi che erano semplicemente i brani giusti da presentare per primi. Avevo un’idea cinematografica, e sembravano le canzoni giuste per introdurre quel mondo". Hai usato una metafora potente, descrivendovi come 'falegnami' che costruiscono uno spazio musicale. Una volta finita una canzone, riesci a lasciarla davvero andare? "Bisogna sempre trovare il momento in cui lasciarla andare. Lasciare che qualcun altro entri e occupi quello spazio. Se non siamo davvero soddisfatti, torniamo indietro e la rifacciamo. Ma sì, devi lasciarla andare il più possibile. Anche se nulla vieta di tornarci su e aggiungere qualcosa". Spesso parli dell’osservare la realtà come responsabilità degli artisti. In un periodo così complesso per gli Stati Uniti, vediamo sempre più musicisti esporsi. Lo abbiamo visto con Bruce Springsteen, Lady Gaga, ma anche ai Grammy Awards, con nomi come Billie Eilish, Bad Bunny e altri schierati contro l'Ice. Pensi che gli artisti debbano usare la loro voce e prendere posizione? "Credo che dire alle persone cosa pensare sia un approccio sbagliato. Spingere qualcuno a pensare come te solo perché hai il potere di farlo, alla lunga, non serve. Tuttavia, se la tua arte nasce fin dall’inizio da certi temi, allora in qualche modo diventi un educatore: aiuti le persone a capire che esiste una connessione, che c’è un percorso da seguire. L’empatia è fondamentale. Lavorare duramente per i propri obiettivi ed essere inclusivi dovrebbe far parte della tua arte. Io guardo sempre dal punto di vista degli emarginati, rivolgo lo sguardo ai più deboli. Salire sul palco e parlarne in modo diretto, forse, dieci anni fa sarebbe sembrato eccessivo. Ma quando le persone vengono uccise per strada, allora non ci sono più scuse: devi aprire la bocca. Devi dire qualcosa”. Sei preoccupato per quello che sta succedendo oggi negli Stati Uniti? "E' un caos totale. È assurdo, è brutto. È come dare da mangiare al lupo cattivo (il riferimento è alla parabola dei due lupi che rappresenta la lotta interiore tra bene e male presente in ognuno di noi, ndr). Non solo stai nutrendo quello cattivo ma stai anche facendo morire quello buono. Non capisco come siamo finiti così fuori strada. Spero davvero che le cose possano cambiare presto". Dopo più di 30 anni di carriera, cosa ti motiva ancora a metterti in discussione e reinventarti? "La vita, in generale. È questo il mio lavoro. Come artista osservi, cerchi di capire e poi racconti una storia. Ma, in fondo, il mio compito è nutrire le persone. Il mio lavoro è nutrire. Vengo da una lunga stirpe di educatori e ribelli. Prima di tutto devo nutrire: con gli orti, le anatre, le galline, le fattorie, i funghi e la mia trattoria. E poi, se non basta, ti facciamo anche bere, perché abbiamo il vino (Oltre alla musica, Keenan possiede un’azienda che produce vino, verdure e frutta che vende nei suoi negozi‑ristoranti, ndr). Ma soprattutto devo raccontare storie. Cerco di scrivere parabole che aiutino a nutrire il lupo buono. Ma non posso farlo io al posto tuo: devi ascoltare la storia e trovare la tua strada. Questo è il mio lavoro". I tuoi bisnonni e nonni avevano origini italiane. Senti un legame speciale con questa parte della tua storia? "La maggior parte delle mie uve sono italiane: Nebbiolo, Barbera, San Quintino, Vermentino, Sangiovese. Pianto soprattutto varietà italiane. Ma la mia natura ribelle viene dal Nord-Ovest dell’Italia. Per evitare la Tav la gente in Val di Susa si sdraia sulle rotaie per impedire che passino i treni. Quella è la mia gente. I miei bisnonni e nonni vengono dal Piemonte nord-occidentale. Ho radici familiari molto ribelli. È nel mio Dna". Cosa speri che le persone portino con sé dopo aver ascoltato 'Normal Isn’t'? "Spero che si sentano ispirati. Se non altro, che possano fare una pausa da ciò che c’è fuori. Che abbiano un posto sicuro dove poter esistere per un momento. E che si facciano le domande giuste. Perché è quello che conta. Non posso dire loro cosa pensare. Devono capire da soli quali domande porsi”. Puscifer è diventato un universo narrativo, tra musica, video, personaggi e fumetti. Quanto è importante raccontare storie in più forme? "È molto importante. Siamo spinti a raccontare storie e a condividere prospettive nel modo più efficace possibile per creare esseri umani migliori, una società migliore, con più compassione. È importante esprimersi. L’arte salva vite. È un fatto. Gli stivali sul collo non salvano vite”. (di Federica Mochi)

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La nuova 'Dolce Vita' della Taverna Flavia, il 'ritrovo' di Liz Taylor e Sophia Loren

(Adnkronos) - Da qui sono passati Audrey Hapburn e Ava Gardner, Joan Collins e Liz Taylor. Erano gli anni '60, a Roma, e a frequentare questo ritrovo della Dolce vita, a due passi da Via Veneto, erano anche le stelle di Hollywood, oltre alle dive nostrane come Sophia Loren e Claudia Cardinale. E' in quel periodo che affonda la sua storia la mitica Taverna Flavia, ristorante simbolo della mondanità romana fondato da Mimmo Cavicchia, al numero 11 di via Flavia, nel prestigioso quartiere Ludovisi. Una trattoria autentica che, grazie alla sua semplicità ma anche al suo carisma, attirava i personaggi del mondo dello spettacolo diventando un luogo iconico, insomma 'the place to be' per lo star system di quegli anni gloriosi per la Capitale. E che oggi torna a nuova vita grazie all'iniziativa dell'imprenditore romano Luca Di Clemente, che l'ha ripresa in mano affidandosi alla cucina dello chef Andrea Lattanzi. La Taverna Flavia riapre dopo essere rimasta chiusa per otto anni, seguiti a una parentesi gestionale da parte degli eredi di Cavicchia, dopo la sua scomparsa nel 2016. Forte del successo di altre due attività in zona Porta Pia-Castro Pretorio, Luca Di Clemente ha l'ambizione di riportare ora il locale ai fasti del periodo d'oro, reinterpretato in chiave contemporanea. "Credo che riaprire oggi la Taverna Flavia - afferma Di Clemente ad Adnkronos/Labitalia - significhi assumersi una responsabilità precisa nei confronti della sua storia, che poi vuol dire raccoglierne l’eredità di fascino e magia che ne ha fatto la fama per decenni, per riportarla nel presente con rispetto e devozione. L’allure della Dolce Vita, che da sempre si lega a questo locale e ai suoi ambienti, per noi oggi è infatti qualcosa non di nostalgico ma d’ispirazionale. La magia e il fascino di un tempo che si attualizzano diventano linguaggio storicizzato, da narrare all’ospite di oggi e, perché no, anche a quello di domani". Taverna Flavia vuol dire, infatti, per tutti storia mondana della Capitale. Il locale di Mimmo Cavicchia era luogo di ritrovo per le stelle del mondo dello spettacolo. E, come in ogni locale di un tempo frequentato da personaggi famosi che si rispetti, anche nella Taverna Flavia le pareti erano veri e proprio wall of fame con fotografie incorniciate scattate con Mimmo e i suoi noti ospiti o con stampe autografate e appese in bella mostra, alcune con dediche anche molto personali, a ribadire il rapporto speciale che ognuno aveva con il padrone di casa Cavicchia. A Liz Taylor era dedicata una sala intera del locale, per una devozione che Mimmo riservava alla diva che più di tutte aveva rapito il suo cuore. Personaggi del cinema più vicini ai nostri tempi che hanno frequentato la Taverna Flavia sono, poi, attori come Hugh Grant, Andy Garcia, Sharon Stone, Al Pacino, Sylvester Stallone, ma anche registi del calibro di Alfred Hitchcock, Pedro Almodovar e Quentin Tarantino. Tanti anche i nomi dal mondo della musica, immortali, del calibro di Frank Sinatra, Liza Minelli e Maria Callas. Dopo i lavori di ristrutturazione e l’organizzazione di una brigata giovane, con uno chef brillante alla guida della cucina, nella persona di Andrea Lattanzi, le porte della Taverna Flavia si sono finalmente riaperte a ottobre. Per il nuovo arredo si è optato per uno stile minimal e sobrio pur mantenendo la memoria dello spirito di un tempo, per esempio nelle immagini delle icone che lo hanno visitato sparse nelle sale del locale. “L’obiettivo - spiega Luca Di Clemente - era di rendere esteticamente più internazionale un ambiente che parla la lingua della romanità e della tradizione soprattutto nel piatto. Non volevo che si entrasse più nella taverna tipica all’italiana, se non per le arcate di mattoni al vivo che dividono le sale, ma in un luogo dallo stile contemporaneo, con i velluti rosa e grigi delle sedie, la carta da parati e i mobili di legno”. Roma resta la vera protagonista culinaria di questa nuova fase della Taverna Flavia, una città che ha cresciuto e nutrito, da un lato, imprenditorialmente Luca e, dell’altro, gastronomicamente Andrea. Ed è in cucina, però, che si assiste alla vera rivoluzione che fa del gusto e dei sapori di una volta una questione di identità e di rassicurante memoria, senza regole prestabilite ma tutte da reinventare. La mano dello chef Andrea Lattanzi, contattato da Luca già per una precedente esperienza di consulenza per uno dei suoi locali, porta in tavola quella sintesi di passato e presente, di storia e di visione, qualcosa che in cucina vuol dire spesso grandi piatti della tradizione, resi nuovi da licenze inedite e tecniche moderne che ne alleggeriscono l’esecuzione mantenendone intatto tutto il gusto. Riscoprire e innovare sono i pilastri di questa cucina moderna che guarda alla tradizione e che parte dalla tradizione senza rigidità. "La cucina che proponiamo al Taverna Flavia anche è riconoscibile e in un certo senso si può definire tradizionale. Anche in questo caso l’operazione è stata poi quella di attualizzare e modernizzare questo bagaglio di sapori e ricette per portarle nel presente guardando al futuro, trasformando piatti che sono icone della nostra cucina italiana e romana", sottolinea Di Clemente. La cucina dello chef Andrea Lattanzi si definisce tradizionale ma è ricca di sorprese, ha cioè un approccio moderno e contemporaneo a tutto quel bagaglio di conoscenze e ricette che nella cucina provengono dal passato, che sono cioè tradizione. Nel suo menu i piatti sono tutti ispirati alla memoria dei sapori di casa, quelli legati alla cucina della mamma, elaborando un percorso concreto e coerente A portare qualcosa in più in questo caso sono la tecnica francese, appresa nelle esperienze d’Oltralpe, e il burro, anche questo riportato dalle cucine francesi gentilmente dosato in piatti e fondi. Per il menu di lancio Andrea ha pensato di interpretare il principio della tradizione romana, italiana e casalinga attraverso delle divertenti novità, approcciando in modo contemporaneo le ricette del passato, come avviene per esempio per la Salvia fritta, antipasto tipico e semplice che però qui viene arricchito con un ripieno (inserito tra due foglie di salvia) di gorgonzola con al di sopra un piccolo chutney di uva e anice che dà freschezza e acidità. O anche come la 'Pizza e mortazza' che Andrea propone in crocchetta con ripieno di mortadella e panatura di pizza bianca, parmigiano e un pezzetto di cipolla rossa caramellata sopra. O ancora nell’Ovetto in 'purgatorio', un piatto che raramente si trova nel menu di un ristorante e che però è parte del patrimonio gastronomico di tutti. Il piatto è composto, diversamente dalla ricetta tradizionale, con uovo strapazzato cotto al pomodoro con pecorino e mentuccia accompagnato da pane al cioccolato: “Ho pensato di proporre il pane al cioccolato perché come da tradizione anche nel sugo di coda alla vaccinara si mette un pezzetto di cioccolato - commenta Andrea - e mi piace l’idea di fare anche questa citazione a un altro classico della cucina romana ma anche di abbinare pomodoro e cioccolato”. Tra gli altri piatti dimenticati, legati alla cucina verace, di casa, c’è sicuramente lo Spaghettone al padellino, una rivisitazione della frittata di pasta classica qui declinata alla Norcina. “La frittata di pasta era un piatto che a mia mamma non veniva mai bene e mi sono detto perché non riportala sulla tavola un pochino più golosa”, ricorda. La pasta viene cotta il giorno prima, come vuole la tradizione e viene risottata in un brodo di carne. Si termina con un passaggio in uovo e sopra viene disposto il condimento alla Norcina con funghi, salsiccia e un po’ di panna; punta di acidità immancabile anche in questo piatto sono i funghi in carpione che aiutano a sgrassare il morso. Un primo che invece prende dal passato ma anche dal trend internazionale che lo sta interessando ultimamente, soprattutto a livello social, è la pastina al formaggino che nella Taverna Flavia ha la sua interpretazione come Risone al 'formaggino mio', fatta con estrazione di bufala, burro e parmigiano con sorpresa wow al ragù di cortile. Anche i primi della tradizione romana hanno ovviamente un loro posto nel menu, come per esempio l’Amatriciana, che Andrea fa preparando la salsa amatriciana, con ben quattro ore di cottura sul fuoco, come memoria vuole. Tra i secondi c’è invece 'Il nostro galletto', ossia un galletto al mattone solo apparentemente tradizionale perché viene cotto prima sottovuoto a 56° e poi portato in padella e nappato in stile francese, con burro e poi laccato con jus de volaille e finto miele di pere, una preparazione simile al miele ma con pere, glucosio, alloro, salvia, bacche di ginepro, chiodi di garofano e tanto rosmarino. Il piatto viene poi servito con una salsa fatta con il fondo di pollo, l’aceto balsamico e il vino rosso e una patata croccante, a parte, intera. Un secondo vegetariano da provare è l’'Involtino del contadino', un involtino di verza con ripieno di patate al burro nocciola e erbe cipollina, accompagnato da salsa parmigiano e vaniglia e poi da mirtilli fermentati. Lato dolci una carta con quattro proposte che nobilitano i classici della pasticceria italiana: Torta di mele con accompagnamento di zabaione, Zuppa inglese, Marisù, ossia maritozzo fatto in casa con inserto al caffè, crema al mascarpone e cacao e Panna cotta alla lavanda con caramello di susine e origano. “Ci tenevo - continua Andrea Lattanzi - a proporre una panna cotta perché è il dolce che da piccolo prendevo sempre. Ovviamente, volevo fare qualcosa di diverso da quello che viene sempre proposto quando si ordina una panna cotta, un dolce che rischia facilmente di essere semplice al limite del banale ma che a me piaceva tanto”. Roma è anche nel nome di Taverna Flavia, Flavia infatti viene dal latino flavius o 'biondo', 'dorato' ma legato anche alla casa dei Flavi. Così, anche le scelte della carta dei vini seguono questo indirizzo: tante etichette del Lazio e tante referenze che fanno riscoprire i tesori enologici della regione.

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Materie prime seconde, la crisi parte dalla plastica

(Adnkronos) - Il riciclo in Europa ha assunto una dimensione industriale piena: impianti operativi, investimenti stabili, flussi di materiali in crescita. Dai rifiuti, attraverso selezione e trattamento, escono materiali che possono rientrare nei cicli produttivi come input, se rispettano requisiti tecnici e normativi tali da consentire l’uscita dallo status di rifiuto. Sono le materie prime seconde. La filiera continua a funzionare e gli obiettivi restano formalmente alla portata, ma il passaggio decisivo non avviene negli impianti, avviene sul mercato. Le materie prime seconde aumentano, mentre la domanda industriale che dovrebbe assorbirle resta discontinua e sensibile alle oscillazioni di prezzo e di contesto. È uno squilibrio economico e competitivo che, quando si manifesta, risale la filiera, comprime i margini del riciclo, mette sotto stress la selezione e finisce per riflettersi anche sulle raccolte. La plastica è oggi il punto più esposto, ma il segnale riguarda l’intero sistema europeo. Le differenze tra materiali sono il fattore che determina se la materia prima seconda riesce a comportarsi come un vero prodotto industriale oppure resta un flusso esposto a continue instabilità. Le analisi dell’Agenzia Europea dell’Ambiente descrivono un mercato europeo che procede a velocità diverse. Alluminio, carta e vetro rappresentano le filiere più solide, grazie a standard consolidati, qualità prevedibile e una domanda industriale che non dipende solo dalla convenienza del momento. In questi casi il confronto con le materie prime vergini resta sostenibile anche nelle fasi meno favorevoli del ciclo economico. Il quadro cambia quando si guarda ad altri materiali. Plastica, legno e rifiuti organici continuano a muoversi in mercati più fragili, di dimensioni ridotte rispetto a quelli delle materie prime vergini e fortemente esposti a variabili esterne. La volatilità dei prezzi, le incertezze legate alla qualifica di cessazione della qualifica di rifiuto (il cosiddetto ‘End of Waste’, ovvero il passaggio che consente a un materiale recuperato di essere commercializzato come prodotto) e la mancanza di standard tecnici pienamente armonizzati rendono questi flussi meno appetibili per l’industria. I numeri aiutano a inquadrare il problema: gli indicatori di Eurostat collocano il tasso medio di utilizzo di materie prime seconde nell’Unione Europea intorno al 22%. Poco più di un quinto dei materiali reimmessi nell’economia proviene quindi da fonti secondarie, mentre la maggior parte continua ad arrivare da estrazione o importazioni. Anche nei Paesi con sistemi di raccolta e riciclo avanzati, la dipendenza dalle risorse primarie resta elevata. L’Italia, spesso indicata come riferimento per le performance di riciclo, continua a coprire dall’estero una quota rilevante del proprio fabbisogno complessivo di materie prime, prossima alla metà del totale. La Commissione europea richiama da tempo questo nodo nei documenti su economia circolare e sicurezza degli approvvigionamenti. La circolarità, in questa prospettiva, non è solo una questione ambientale, ma una leva industriale e strategica. Se il mercato delle materie prime seconde non diventa competitivo e prevedibile, la dipendenza dalle vergini resta strutturale e la circolarità rischia di fermarsi a monte della catena del valore. Nel settore della plastica lo scarto tra capacità di riciclo e capacità di assorbimento industriale è diventato evidente. La filiera europea ha investito, ha aumentato la produzione di polimeri riciclati, ha migliorato selezione e trattamento. Il mercato della trasformazione, però, non sta integrando le materie prime seconde in modo coerente con questi volumi. Ne deriva una crisi che si manifesta in sequenza: produzione in calo, impianti che riducono i turni o sospendono le attività, margini sempre più compressi. Il problema non è la disponibilità di rifiuti da riciclare, ma l’assenza di sbocchi stabili per i materiali già riciclati. Quando il riciclato non entra nei cicli produttivi, la pressione risale rapidamente a monte, mettendo in difficoltà l’equilibrio economico dell’intera filiera e aprendo tensioni che possono riflettersi anche sulle raccolte differenziate. Il contesto globale amplifica queste difficoltà. I rapporti di PlasticsEurope segnalano da anni una forte sovracapacità mondiale di polimeri, in particolare per le plastiche commodity utilizzate negli imballaggi. La pressione sui prezzi delle materie prime vergini rende il confronto sempre più complesso per chi produce riciclato in Europa, dove i costi energetici, ambientali e di conformità normativa sono più elevati. A questo si aggiungono le importazioni di materiali riciclati extra Ue e, soprattutto, di prodotti finiti e semilavorati realizzati con plastiche vergini o riciclate, proposti a condizioni economiche più vantaggiose rispetto agli equivalenti europei. In questo scenario, le materie prime seconde prodotte dal riciclo degli imballaggi in plastica faticano a competere sia con le vergini sia con il riciclato proveniente da Paesi terzi. La contrazione della domanda a valle si traduce in un accumulo di stock e in una crescente difficoltà a monetizzare gli investimenti effettuati lungo la filiera. Alla base delle criticità del mercato delle materie prime seconde c’è una domanda industriale che resta intermittente. In molti settori, l’utilizzo di materiali riciclati non è ancora pienamente integrato nei capitolati tecnici e continua a dipendere da condizioni di prezzo favorevoli. Quando queste vengono meno, la domanda si ritrae rapidamente. Il fenomeno è evidente anche nei materiali considerati più consolidati. Nel caso del PET riciclato, pur in presenza di obblighi di contenuto minimo in alcune applicazioni, i valori di cessione del rifiuto selezionato hanno registrato contrazioni significative, avvicinandosi ai livelli più bassi degli ultimi cinque anni. Un segnale che mette sotto pressione non solo la produzione di R-PET, ma l’intera catena che lo alimenta. Le difficoltà sono ancora più marcate per le poliolefine miste riciclate. La domanda interna, già strutturalmente debole, risente del rallentamento dei settori utilizzatori, in particolare dell’automotive. Anche laddove la cessione a riciclo viene sostenuta da contributi economici, trovare sbocchi resta complesso. In questi casi, il dibattito si sposta verso utilizzi alternativi al riciclo meccanico tradizionale. Studi dell’European Commission Joint Research Centre analizzano da tempo possibili applicazioni industriali per le frazioni più problematiche, dall’impiego come agenti riducenti in siderurgia all’utilizzo come materia di ingresso per processi di riciclo chimico (in cui il materiale viene scomposto e riutilizzato come base per nuove produzioni), fino al ruolo di additivi in conglomerati bituminosi o in specifiche formulazioni polimeriche. Opzioni tecnicamente praticabili, ma che richiedono investimenti, regole chiare e una domanda industriale disposta a impegnarsi nel medio periodo. In assenza di meccanismi in grado di garantire un assorbimento stabile delle materie prime seconde, il mercato resta esposto a oscillazioni ricorrenti. Quando queste si sommano a fasi di forte pressione competitiva internazionale, gli effetti si concentrano nei segmenti più fragili della filiera europea del riciclo.

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