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Juventus-Napoli: orario, precedenti e dove vederla in tv

(Adnkronos) - Big match nella 22esima giornata di Serie A. Oggi, domenica 25 gennaio, la Juventus ospita il Napoli - in diretta tv e streaming - all'Allianz Stadium di Torino. I bianconeri sono reduci dal successo di Champions League contro il Benfica, battuto 2-0 in casa, mentre la squadra ...

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DPI e salute sul lavoro: il ruolo delle aziende nella prevenzione attiva

(Adnkronos) - In collaborazione con: Pegaso  La tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro rappresenta oggi una delle sfide più complesse e al contempo fondamentali per il tessuto produttivo moderno.   Non si tratta più soltanto di ottemperare a una serie di ...

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Materie prime seconde, la crisi parte dalla plastica

(Adnkronos) - Il riciclo in Europa ha assunto una dimensione industriale piena: impianti operativi, investimenti stabili, flussi di materiali in crescita. Dai rifiuti, attraverso selezione e trattamento, escono materiali che possono rientrare nei cicli produttivi come input, se rispettano ...

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Juventus-Napoli: orario, precedenti e dove vederla in tv

(Adnkronos) - Big match nella 22esima giornata di Serie A. Oggi, domenica 25 gennaio, la Juventus ospita il Napoli - in diretta tv e streaming - all'Allianz Stadium di Torino. I bianconeri sono reduci dal successo di Champions League contro il Benfica, battuto 2-0 in casa, mentre la squadra azzurra ha pareggiato per 1-1 a Copenaghen. La sfida tra Juventus e Napoli è in programma oggi, domenica 25 gennaio, alle ore 18. Ecco le probabili formazioni: Juventus (4-2-3-1): Di Gregorio; Kalulu, Bremer, Kelly, Cambiaso; Locatelli, Thuram; Conceiçao, McKennie, Yildiz; David. All. Spalletti Napoli (3-4-2-1): Milinkovic-Savic; Beukema, Buongiorno, Juan Jesus; Di Lorenzo, Lobotka, McTominay, Spinazzola; Vergara, Elmas; Hojlund. All. Conte Juventus-Napoli sarà visibile in diretta televisiva su Dazn, tramite smart tv, ma anche sui canali SkySport. Partita visibile inoltre in streaming sull'app di Dazn, Sky Go e NOW.

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DPI e salute sul lavoro: il ruolo delle aziende nella prevenzione attiva

(Adnkronos) - In collaborazione con: Pegaso La tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro rappresenta oggi una delle sfide più complesse e al contempo fondamentali per il tessuto produttivo moderno. Non si tratta più soltanto di ottemperare a una serie di obblighi burocratici o di fornire attrezzature standardizzate, bensì di implementare una vera e propria cultura della prevenzione che permei ogni livello dell'organizzazione aziendale. In questo scenario, i Dispositivi di Protezione Individuale (DPI) assumono un ruolo centrale, trasformandosi da semplici oggetti di vestiario o equipaggiamento a strumenti sofisticati di salvaguardia della vita umana. L'evoluzione normativa e tecnologica ha spinto le aziende a riconsiderare il proprio approccio, passando da una visione reattiva, che interveniva solo a seguito di incidenti o prescrizioni, a una visione proattiva e integrata. La prevenzione attiva richiede un impegno costante nell'analisi dei rischi, nella formazione del personale e nella selezione accurata delle tecnologie più idonee a mitigare i pericoli specifici di ogni mansione. Questo approfondimento si propone di esplorare in profondità le dinamiche che legano l'utilizzo dei DPI alla salute occupazionale, analizzando le responsabilità datoriali, le procedure di gestione e le prospettive future di un settore in continua evoluzione, dove il benessere del lavoratore diventa il vero motore della produttività e della sostenibilità d'impresa. La sicurezza sul lavoro si fonda su un articolato sistema normativo che stabilisce criteri rigorosi per l'identificazione dei rischi e la selezione degli strumenti di protezione più appropriati. Questo quadro legislativo rappresenta il pilastro su cui le aziende costruiscono le proprie strategie preventive, definendo obblighi e responsabilità precise per tutti gli attori coinvolti. Il panorama legislativo in materia di sicurezza sul lavoro è vasto e articolato, concepito per creare un ambiente in cui il rischio sia ridotto al minimo tecnicamente possibile. Al vertice di questa piramide di responsabilità si colloca il datore di lavoro, figura chiave su cui ricade l'onere non solo formale ma sostanziale di garantire l'incolumità dei propri dipendenti. Le normative attuali impongono un approccio analitico che parte dalla valutazione dei rischi presenti in azienda. Non è sufficiente acquistare dei dispositivi di protezione generici. È necessario che ogni scelta sia il frutto di un'analisi dettagliata delle minacce specifiche che non possono essere evitate o sufficientemente limitate con mezzi di protezione collettiva o con misure organizzative. Il legislatore ha voluto sottolineare che il DPI deve essere considerato l'ultima barriera, da impiegare quando ogni altro intervento tecnico o procedurale si sia rivelato insufficiente. In questo contesto, il datore di lavoro ha il dovere di aggiornare costantemente il documento di valutazione dei rischi, assicurandosi che i dispositivi forniti siano adeguati alle condizioni esistenti sul luogo di lavoro, ergonomici e compatibili con le esigenze di salute del lavoratore. La mancata osservanza di questi principi non comporta solo sanzioni amministrative o penali, ma mina alla base il patto di fiducia tra azienda e lavoratori, esponendo l'organizzazione a gravi ripercussioni reputazionali e operative. La corretta individuazione del Dispositivo di Protezione Individuale passa inevitabilmente attraverso una rigorosa classificazione dei rischi. Le normative tecniche suddividono i DPI in diverse categorie, graduate in base alla gravità del danno fisico che il dispositivo è chiamato a prevenire. Si spazia dalla prima categoria, destinata a rischi minori e di lieve entità che possono essere percepiti tempestivamente dall'utilizzatore, fino alla terza categoria, che comprende i dispositivi complessi destinati a proteggere da rischi che possono causare conseguenze molto gravi, come la morte o danni irreversibili alla salute. Questa distinzione non è puramente accademica ma guida l'intero processo di approvvigionamento aziendale. Selezionare il dispositivo corretto significa analizzare non solo la tipologia di pericolo, sia esso chimico, meccanico, biologico o acustico, ma anche l'intensità e la durata dell'esposizione. Un errore in questa fase può rendere vana l'intera strategia di prevenzione. Ad esempio, fornire una protezione respiratoria non adeguata alla concentrazione di inquinanti presenti nell'aria può creare un falso senso di sicurezza nel lavoratore, esponendolo a rischi ancora maggiori. Le aziende devono quindi avvalersi di competenze tecniche specifiche, spesso supportate dal Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione, per incrociare i dati ambientali con le specifiche tecniche dei prodotti disponibili sul mercato, garantendo che ogni DPI offra il livello di attenuazione del rischio richiesto dalla legge e dalla scienza medica. Il valore della certificazione e della conformità agli standard europei In un mercato globale in cui la circolazione delle merci è rapida e talvolta poco controllata, la verifica della conformità tecnica dei DPI assume un'importanza vitale. La marcatura CE non è un semplice logo da apporre sulla confezione, ma rappresenta l'attestazione che il prodotto soddisfa i requisiti essenziali di salute e sicurezza stabiliti dalle direttive e dai regolamenti dell'Unione Europea. Per i dispositivi di seconda e terza categoria, questa conformità deve essere validata da un organismo notificato indipendente, che sottopone il prodotto a test di laboratorio rigorosi per verificarne la resistenza, la durata e l'efficacia protettiva. Le aziende hanno il dovere di vigilare affinché i dispositivi introdotti in azienda siano accompagnati dalla corretta documentazione, inclusa la dichiarazione di conformità e le istruzioni d'uso nella lingua dell'utilizzatore. L'utilizzo di dispositivi non certificati o contraffatti rappresenta una delle insidie più pericolose per la sicurezza sul lavoro. Spesso tali prodotti, pur apparendo simili agli originali, sono realizzati con materiali scadenti che non garantiscono alcuna protezione reale in caso di incidente. La politica aziendale di acquisto deve quindi privilegiare fornitori affidabili e canali ufficiali, rifiutando logiche di mero risparmio economico che potrebbero tradursi in costi umani incalcolabili. La conformità agli standard è la prima garanzia di funzionalità e rappresenta l'unico scudo legale e morale valido in caso di contestazioni o infortuni. Acquisire dispositivi di protezione rappresenta solo il punto di partenza di un percorso ben più articolato. L'efficacia della sicurezza dipende da un ciclo virtuoso che integra formazione costante, manutenzione accurata e verifiche periodiche, coinvolgendo attivamente ogni figura professionale presente nell'organizzazione aziendale. Possedere il miglior dispositivo di protezione sul mercato è del tutto inutile se il lavoratore non è in grado di utilizzarlo correttamente. La formazione e l'addestramento rappresentano il ponte che collega la tecnologia all'uomo. Non si tratta semplicemente di illustrare come indossare un casco o un'imbracatura, ma di trasferire la consapevolezza del perché quel gesto è necessario. I percorsi formativi devono essere specifici per la mansione svolta e devono includere prove pratiche che simulino le condizioni reali di utilizzo. Un addestramento efficace abbatte la resistenza psicologica all'uso del DPI, spesso visto come un impedimento o un fastidio, trasformandolo in uno strumento familiare e indispensabile. Durante le sessioni formative è essenziale spiegare anche i limiti del dispositivo. Il lavoratore deve sapere fino a che punto è protetto e quali comportamenti potrebbero compromettere l'efficacia della protezione stessa. Ad esempio, l'uso combinato di occhiali e cuffie antirumore potrebbe ridurre l'aderenza di queste ultime e quindi la loro capacità di isolamento acustico. I formatori devono essere qualificati e capaci di comunicare in modo chiaro ed empatico, superando le barriere linguistiche o culturali che spesso caratterizzano la forza lavoro moderna. La formazione non è un evento una tantum, ma un processo continuo di aggiornamento e richiamo, necessario per mantenere alta l'attenzione e correggere eventuali cattive abitudini che tendono a consolidarsi col tempo. I DPI sono soggetti a usura, invecchiamento e deterioramento, fattori che possono ridurne drasticamente le capacità protettive senza che ciò sia immediatamente visibile a occhio nudo. Per questo motivo, le aziende devono implementare rigorosi piani di manutenzione e revisione. Ogni dispositivo ha una sua "vita utile" indicata dal fabbricante, ma questa può essere accorciata da condizioni d'uso gravose, esposizione a agenti chimici o cattiva conservazione. È necessario istituire un registro di controllo dove annotare le date di consegna, le ispezioni periodiche e le eventuali riparazioni effettuate. La gestione dei dispositivi di terza categoria, come quelli per la protezione dalle cadute dall'alto, richiede un'attenzione ancora maggiore e controlli annuali obbligatori da parte di personale competente. In questo ambito è importante scegliere aziende certificate che offrono anche servizi di consulenza e revisione dei DPI sicure, come il leader di settore Pegaso Anticaduta, in questo modo è possibile prevenire il degrado invisibile dei materiali e garantire che ogni singolo componente del sistema di sicurezza mantenga inalterate le sue prestazioni originali. Una gestione oculata prevede anche la sostituzione preventiva dei dispositivi che mostrano segni di cedimento o che hanno superato la data di scadenza, evitando di esporre il lavoratore al rischio di un fallimento strutturale del DPI nel momento del bisogno. La sicurezza è un concetto partecipativo che non può essere imposto solo dall'alto. Il lavoratore è la prima sentinella della propria incolumità e di quella dei colleghi. È fondamentale instaurare un clima aziendale in cui la segnalazione di un difetto o di un malfunzionamento del DPI non venga vista come una lamentela, ma come un contributo prezioso al sistema di prevenzione. I lavoratori devono essere incoraggiati a ispezionare visivamente i propri dispositivi prima di ogni utilizzo, verificando l'integrità delle cuciture, la pulizia delle lenti o lo stato delle batterie nei dispositivi elettronici. L'obbligo di cura dei DPI consegnati è sancito dalla legge, ma la sua applicazione pratica dipende dalla cultura aziendale. Un lavoratore responsabilizzato non abbandonerà il proprio equipaggiamento in luoghi non idonei, non lo modificherà arbitrariamente e ne segnalerà tempestivamente la necessità di sostituzione. Le procedure aziendali devono facilitare questo flusso di informazioni, prevedendo canali rapidi per la richiesta di nuovi dispositivi o per la segnalazione di anomalie. Quando il lavoratore si sente parte attiva del processo di sicurezza, l'aderenza alle regole aumenta spontaneamente e il livello complessivo di rischio diminuisce, creando un ambiente di lavoro più sereno e collaborativo. La rivoluzione digitale sta trasformando radicalmente il settore della sicurezza sul lavoro. I dispositivi intelligenti e i nuovi modelli organizzativi stanno spostando il paradigma dalla protezione passiva a sistemi avanzati di monitoraggio in tempo reale, aprendo scenari inediti nella prevenzione degli infortuni e nella tutela della salute dei lavoratori. Il futuro della sicurezza sul lavoro è strettamente legato all'avvento dei cosiddetti "Smart DPI". La tecnologia indossabile sta aprendo scenari fino a pochi anni fa impensabili, integrando sensori e moduli di comunicazione direttamente nell'equipaggiamento di protezione. Caschi dotati di sensori di impatto, gilet in grado di monitorare i parametri vitali o scarpe che segnalano la presenza di uomo a terra sono solo alcuni esempi di come l'innovazione stia trasformando il settore. Questi dispositivi non si limitano a proteggere in caso di incidente, ma agiscono preventivamente fornendo dati in tempo reale sullo stato di salute del lavoratore e sulle condizioni ambientali. L'integrazione con l'Internet of Things (IoT) permette di creare una rete di sicurezza che avvisa la centrale operativa in caso di ingresso in zone interdette o di esposizione a livelli pericolosi di gas tossici. Tuttavia, l'adozione di queste tecnologie pone nuove sfide in termini di privacy e gestione dei dati, che le aziende devono affrontare con trasparenza e nel rispetto delle normative. Nonostante queste complessità, il vantaggio in termini di tempi di reazione ai soccorsi e di prevenzione delle malattie professionali è innegabile. La tecnologia diventa così un alleato invisibile ma onnipresente, capace di elevare gli standard di sicurezza a livelli di eccellenza. L'ambiente di lavoro moderno è un organismo in continua mutazione, soggetto a cambiamenti nei processi produttivi, nei layout aziendali e nelle sostanze utilizzate. Di conseguenza, la valutazione dei rischi non può essere un documento statico, redatto una volta e dimenticato in un cassetto. Un approccio di prevenzione attiva richiede una revisione dinamica e continua delle strategie di protezione. L'introduzione di un nuovo macchinario, la modifica di una turnazione o l'emergere di nuovi rischi epidemiologici impongono una ri-valutazione immediata dell'adeguatezza dei DPI in uso. Le aziende più virtuose adottano sistemi di gestione della sicurezza che prevedono audit regolari e il coinvolgimento dei rappresentanti dei lavoratori per identificare i nuovi pericoli emergenti. Questo processo ciclico assicura che i dispositivi forniti siano sempre allineati alle reali esigenze operative. Inoltre, l'analisi degli incidenti mancati, i cosiddetti "near miss", fornisce dati preziosi per correggere il tiro prima che si verifichi un infortunio reale. Aggiornare la valutazione dei rischi significa anche restare al passo con l'evoluzione del mercato dei DPI, valutando periodicamente se esistono nuove soluzioni tecniche in grado di offrire una protezione superiore o un maggiore comfort, fattore quest'ultimo determinante per garantire l'uso continuativo del dispositivo. Investire in DPI di alta qualità e in una gestione attenta della sicurezza non deve essere visto come un costo, bensì come un investimento strategico ad alto rendimento. I dati statistici dimostrano inequivocabilmente che le aziende con elevati standard di sicurezza registrano una minore incidenza di infortuni e malattie professionali, con una conseguente riduzione dei costi legati all'assenteismo, ai premi assicurativi e alle interruzioni della produzione. Oltre ai benefici economici diretti, vi è un impatto positivo intangibile ma potente sul clima aziendale. Lavorare in un ambiente percepito come sicuro aumenta la motivazione, la concentrazione e il senso di appartenenza dei dipendenti. La reputazione aziendale ne esce rafforzata, attirando talenti migliori e consolidando la fiducia di clienti e partner commerciali che sono sempre più attenti alle tematiche etiche e sociali. Una strategia di prevenzione attiva trasforma la sicurezza da obbligo legale a valore competitivo. Le aziende che comprendono questa dinamica non si limitano a distribuire scarpe e caschi, ma costruiscono un ecosistema di benessere che protegge il capitale umano, la risorsa più preziosa di qualsiasi organizzazione, garantendo la sostenibilità del business nel lungo periodo. L'analisi condotta evidenzia come il tema dei Dispositivi di Protezione Individuale e della salute sul lavoro sia ben lontano dall'essere una semplice questione di conformità burocratica. Si tratta, al contrario, di un sistema complesso e interconnesso dove la tecnologia, la normativa e il fattore umano devono dialogare costantemente. Il ruolo delle aziende è determinante: non possono limitarsi a essere meri fornitori di attrezzature, ma devono evolversi in garanti attivi della sicurezza, promotori di formazione e pionieri nell'adozione di nuove tecnologie protettive. La prevenzione attiva richiede visione, costanza e risorse, ma restituisce valore sotto forma di vite preservate, salute tutelata e maggiore efficienza operativa. In un mondo del lavoro che cambia rapidamente, la capacità di anticipare i rischi e di gestire la sicurezza con intelligenza e partecipazione rappresenta l'unica via percorribile per costruire un futuro in cui il lavoro sia sinonimo di dignità e realizzazione, mai di pericolo. Solo attraverso una collaborazione stretta tra datori di lavoro, lavoratori e istituzioni sarà possibile raggiungere l'obiettivo "zero infortuni", trasformando la sicurezza in un patrimonio culturale condiviso e irrinunciabile.

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Materie prime seconde, la crisi parte dalla plastica

(Adnkronos) - Il riciclo in Europa ha assunto una dimensione industriale piena: impianti operativi, investimenti stabili, flussi di materiali in crescita. Dai rifiuti, attraverso selezione e trattamento, escono materiali che possono rientrare nei cicli produttivi come input, se rispettano requisiti tecnici e normativi tali da consentire l’uscita dallo status di rifiuto. Sono le materie prime seconde. La filiera continua a funzionare e gli obiettivi restano formalmente alla portata, ma il passaggio decisivo non avviene negli impianti, avviene sul mercato. Le materie prime seconde aumentano, mentre la domanda industriale che dovrebbe assorbirle resta discontinua e sensibile alle oscillazioni di prezzo e di contesto. È uno squilibrio economico e competitivo che, quando si manifesta, risale la filiera, comprime i margini del riciclo, mette sotto stress la selezione e finisce per riflettersi anche sulle raccolte. La plastica è oggi il punto più esposto, ma il segnale riguarda l’intero sistema europeo. Le differenze tra materiali sono il fattore che determina se la materia prima seconda riesce a comportarsi come un vero prodotto industriale oppure resta un flusso esposto a continue instabilità. Le analisi dell’Agenzia Europea dell’Ambiente descrivono un mercato europeo che procede a velocità diverse. Alluminio, carta e vetro rappresentano le filiere più solide, grazie a standard consolidati, qualità prevedibile e una domanda industriale che non dipende solo dalla convenienza del momento. In questi casi il confronto con le materie prime vergini resta sostenibile anche nelle fasi meno favorevoli del ciclo economico. Il quadro cambia quando si guarda ad altri materiali. Plastica, legno e rifiuti organici continuano a muoversi in mercati più fragili, di dimensioni ridotte rispetto a quelli delle materie prime vergini e fortemente esposti a variabili esterne. La volatilità dei prezzi, le incertezze legate alla qualifica di cessazione della qualifica di rifiuto (il cosiddetto ‘End of Waste’, ovvero il passaggio che consente a un materiale recuperato di essere commercializzato come prodotto) e la mancanza di standard tecnici pienamente armonizzati rendono questi flussi meno appetibili per l’industria. I numeri aiutano a inquadrare il problema: gli indicatori di Eurostat collocano il tasso medio di utilizzo di materie prime seconde nell’Unione Europea intorno al 22%. Poco più di un quinto dei materiali reimmessi nell’economia proviene quindi da fonti secondarie, mentre la maggior parte continua ad arrivare da estrazione o importazioni. Anche nei Paesi con sistemi di raccolta e riciclo avanzati, la dipendenza dalle risorse primarie resta elevata. L’Italia, spesso indicata come riferimento per le performance di riciclo, continua a coprire dall’estero una quota rilevante del proprio fabbisogno complessivo di materie prime, prossima alla metà del totale. La Commissione europea richiama da tempo questo nodo nei documenti su economia circolare e sicurezza degli approvvigionamenti. La circolarità, in questa prospettiva, non è solo una questione ambientale, ma una leva industriale e strategica. Se il mercato delle materie prime seconde non diventa competitivo e prevedibile, la dipendenza dalle vergini resta strutturale e la circolarità rischia di fermarsi a monte della catena del valore. Nel settore della plastica lo scarto tra capacità di riciclo e capacità di assorbimento industriale è diventato evidente. La filiera europea ha investito, ha aumentato la produzione di polimeri riciclati, ha migliorato selezione e trattamento. Il mercato della trasformazione, però, non sta integrando le materie prime seconde in modo coerente con questi volumi. Ne deriva una crisi che si manifesta in sequenza: produzione in calo, impianti che riducono i turni o sospendono le attività, margini sempre più compressi. Il problema non è la disponibilità di rifiuti da riciclare, ma l’assenza di sbocchi stabili per i materiali già riciclati. Quando il riciclato non entra nei cicli produttivi, la pressione risale rapidamente a monte, mettendo in difficoltà l’equilibrio economico dell’intera filiera e aprendo tensioni che possono riflettersi anche sulle raccolte differenziate. Il contesto globale amplifica queste difficoltà. I rapporti di PlasticsEurope segnalano da anni una forte sovracapacità mondiale di polimeri, in particolare per le plastiche commodity utilizzate negli imballaggi. La pressione sui prezzi delle materie prime vergini rende il confronto sempre più complesso per chi produce riciclato in Europa, dove i costi energetici, ambientali e di conformità normativa sono più elevati. A questo si aggiungono le importazioni di materiali riciclati extra Ue e, soprattutto, di prodotti finiti e semilavorati realizzati con plastiche vergini o riciclate, proposti a condizioni economiche più vantaggiose rispetto agli equivalenti europei. In questo scenario, le materie prime seconde prodotte dal riciclo degli imballaggi in plastica faticano a competere sia con le vergini sia con il riciclato proveniente da Paesi terzi. La contrazione della domanda a valle si traduce in un accumulo di stock e in una crescente difficoltà a monetizzare gli investimenti effettuati lungo la filiera. Alla base delle criticità del mercato delle materie prime seconde c’è una domanda industriale che resta intermittente. In molti settori, l’utilizzo di materiali riciclati non è ancora pienamente integrato nei capitolati tecnici e continua a dipendere da condizioni di prezzo favorevoli. Quando queste vengono meno, la domanda si ritrae rapidamente. Il fenomeno è evidente anche nei materiali considerati più consolidati. Nel caso del PET riciclato, pur in presenza di obblighi di contenuto minimo in alcune applicazioni, i valori di cessione del rifiuto selezionato hanno registrato contrazioni significative, avvicinandosi ai livelli più bassi degli ultimi cinque anni. Un segnale che mette sotto pressione non solo la produzione di R-PET, ma l’intera catena che lo alimenta. Le difficoltà sono ancora più marcate per le poliolefine miste riciclate. La domanda interna, già strutturalmente debole, risente del rallentamento dei settori utilizzatori, in particolare dell’automotive. Anche laddove la cessione a riciclo viene sostenuta da contributi economici, trovare sbocchi resta complesso. In questi casi, il dibattito si sposta verso utilizzi alternativi al riciclo meccanico tradizionale. Studi dell’European Commission Joint Research Centre analizzano da tempo possibili applicazioni industriali per le frazioni più problematiche, dall’impiego come agenti riducenti in siderurgia all’utilizzo come materia di ingresso per processi di riciclo chimico (in cui il materiale viene scomposto e riutilizzato come base per nuove produzioni), fino al ruolo di additivi in conglomerati bituminosi o in specifiche formulazioni polimeriche. Opzioni tecnicamente praticabili, ma che richiedono investimenti, regole chiare e una domanda industriale disposta a impegnarsi nel medio periodo. In assenza di meccanismi in grado di garantire un assorbimento stabile delle materie prime seconde, il mercato resta esposto a oscillazioni ricorrenti. Quando queste si sommano a fasi di forte pressione competitiva internazionale, gli effetti si concentrano nei segmenti più fragili della filiera europea del riciclo.

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