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(Adnkronos) - Mentre la guerra in Ucraina entra nel suo quinto anno e l’Europa si confronta con un conflitto che ha ormai travalicato il campo di battaglia tradizionale, i Paesi baltici continuano a leggere la crisi con una sensibilità particolare. Per ragioni storiche, geografiche e strategiche. Tallinn parla apertamente di “minaccia strutturale”, di guerra ibrida, di pressione costante esercitata da Mosca attraverso cyberspazio, disinformazione, sabotaggi e destabilizzazione politica. Negli ultimi giorni, il ministro degli Affari esteri estone Margus Tsahkna ha lanciato un allarme destinato a far discutere: prepararsi fin d’ora a impedire l’ingresso nello spazio Schengen ai combattenti russi coinvolti nell’invasione dell’Ucraina. Ma i temi caldi sono molti: la necessità di mantenere alta la pressione economica sulla Russia, la gestione dei rischi di lungo periodo e l’urgenza di rafforzare le capacità difensive europee, soprattutto sul piano tecnologico e industriale. L’Adnkronos ne ha parlato con Lauri Bambus, ambasciatore estone in Italia. Ambasciatore, partiamo dalle sanzioni. In Europa il dibattito resta acceso: c’è chi sostiene che non funzionino o che abbiano effetti limitati. Le sanzioni funzionano, e lo vediamo chiaramente. È comprensibile che nel dibattito pubblico emergano dubbi, perché le sanzioni non producono effetti immediati e visibili come un evento militare. Non sono uno strumento spettacolare, ma strutturale. Agiscono nel tempo, erodendo capacità economiche, finanziarie, tecnologiche. Funzionano contro individui, contro aziende, contro la Russia come Stato. Proprio per questo è essenziale continuare. Non possiamo permetterci oscillazioni o segnali di stanchezza. Le sanzioni sono parte integrante della nostra strategia di risposta all’aggressione russa. E, soprattutto, devono restare ancorate all’unità tra alleati, in Europa ma anche a livello globale. Quindi per Tallinn il nodo centrale è la continuità e l’evoluzione delle misure? Le sanzioni non sono un pacchetto statico. C’è sempre spazio per sviluppare nuove misure, rafforzare quelle esistenti, chiudere le scappatoie. Per esempio, oggi si discute di strumenti come il divieto di servizi marittimi per navi e operatori russi. Può sembrare un tema tecnico, ma la questione della cosiddetta ‘flotta ombra’ ha implicazioni strategiche molto concrete. Dobbiamo ricordare che la pressione economica è un processo cumulativo. Ogni misura, presa singolarmente, può sembrare limitata. Ma nel loro insieme le sanzioni riducono progressivamente lo spazio operativo della Russia. Quanto conta la dimensione internazionale oltre l’Unione europea? Conta moltissimo. Non è sufficiente che le sanzioni arrivino solo dall’Europa. Più ampia è la coalizione dei Paesi coinvolti, maggiore è l’impatto. Non basta una sola “famiglia” di Stati. La Russia opera in un sistema globale, quindi anche la risposta deve avere una dimensione globale. Le sanzioni funzionano meglio quando diventano un meccanismo multilaterale di pressione, non una misura isolata. Uno dei temi più sensibili riguarda i visti Schengen per i cittadini russi. Qual è oggi la posizione dell’Estonia? Estonia e molti altri Paesi hanno già adottato misure per ridurre o fermare il rilascio di visti Schengen ai cittadini russi, in particolare per motivi turistici. È una decisione che nasce da valutazioni di sicurezza, non da logiche simboliche. Oggi parliamo sempre più di solidarietà tra Stati Schengen. Schengen è uno spazio di libera circolazione, quindi le decisioni di un singolo Paese hanno inevitabilmente effetti su tutti gli altri. In questo contesto si inserisce anche la discussione sui combattenti russi. Il suo governo insiste molto sul profilo degli ex combattenti. La Russia ha mobilitato e dispiegato numeri enormi, ben oltre un milione di individui. Tra questi ci sono ex detenuti liberati dalle colonie penali, ma anche combattenti radicalizzati che definiscono apertamente l’Europa come un nemico. Non è realistico immaginare che, una volta terminata la guerra, queste dinamiche scompaiano automaticamente. La transizione post-bellica è sempre una fase delicata. Parliamo di individui addestrati al combattimento, esposti a violenza prolungata, talvolta provenienti da contesti già fragili prima della guerra. Si tratta di una questione morale o di sicurezza? La partecipazione a una guerra di aggressione non è un atto neutrale. Ma è fondamentale mantenere un approccio individuale. Non possiamo e non dobbiamo dire che tutti siano colpevoli. Il punto è trovare un equilibrio tra apertura e vulnerabilità, tra la volontà di mantenere canali di dialogo e la necessità di proteggere la sicurezza europea. Non stiamo parlando di chiudere l’Europa alla società russa. Vogliamo dialogo e cooperazione con i russi del futuro. Ma oggi dobbiamo essere prudenti, perché la sicurezza richiede valutazioni realistiche dei rischi. Lei ha citato combattenti ideologicamente radicalizzati. Questo si collega alla guerra ibrida? Certamente. La guerra ibrida è ormai una realtà consolidata. La Russia utilizza strumenti non convenzionali: cyberspazio, informazione, disinformazione, sabotaggi. In questo tipo di conflitto, la vulnerabilità delle società aperte diventa un fattore strategico. Le operazioni ibride non coinvolgono necessariamente solo agenti professionisti. Possono coinvolgere individui vulnerabili, persone facilmente influenzabili o ricattabili. In questo contesto, la presenza di ex combattenti addestrati rappresenta un fattore di rischio aggiuntivo. L’Europa è oggi più preparata rispetto al passato? Direi di sì. Siamo più sicuri, e questo è un risultato importante. C’è maggiore consapevolezza, maggiore coordinamento, maggiore attenzione alla resilienza. Prima del 2022, molte discussioni sulla guerra ibrida sembravano teoriche. Oggi quasi tutti i Paesi europei hanno sperimentato direttamente cyberattacchi, pressioni informative, tentativi di destabilizzazione. Detto questo, resta ancora molto da fare. La sicurezza europea è indivisibile. Se non agiamo insieme, restiamo vulnerabili insieme. L’Estonia ha aumentato significativamente la propria spesa per la difesa. Sì. Quest’anno abbiamo portato la spesa al 5% del Pil. È uno sforzo enorme per un Paese piccolo. Ma la sicurezza non è solo una questione militare. Parliamo di sicurezza energetica, resilienza civile, cybersicurezza. La Russia non colpisce solo obiettivi militari, ma anche infrastrutture civili, ospedali, impianti energetici. Questo impone una visione più ampia della difesa. Quali sono oggi i principali gap europei? Le capacità produttive, in particolare nell’industria della difesa. Produzione di munizioni, sistemi, tecnologie. Non basta avere strategie o dichiarazioni politiche. Servono volumi, tempi adeguati, catene di approvvigionamento robuste. Dove dovrebbe investire prioritariamente l’Europa? Nelle tecnologie moderne. Cyberdifesa, intelligenza artificiale, sistemi autonomi. Tutto è connesso: droni, guerra elettronica, dominio marittimo, piattaforme aeree. E qui la cooperazione resta decisiva. Certamente tra Paesi europei e con gli Stati Uniti, ma anche con partner come Giappone, Corea del Sud, Australia. L’innovazione non ha confini geografici, mentre le minacce sono sempre più sofisticate. Come vede Tallinn la traiettoria della guerra in Ucraina? È impossibile parlare del futuro dell’Ucraina senza gli ucraini. Accogliamo con favore gli sforzi diplomatici che hanno portato russi e ucraini allo stesso tavolo. È un passo avanti. Ma non vediamo segnali concreti di un cambiamento strategico russo. Questo riporta al tema delle sanzioni. Dobbiamo continuare a esercitare pressione affinché la Russia percepisca internamente che la guerra deve finire. Economia, energia, restrizioni commerciali: tutti strumenti che contribuiscono. Il messaggio dell’Estonia ai partner europei? La guerra non è solo una questione militare. È una sfida sistemica. Servono unità, resilienza e preparazione agli effetti di lungo periodo. La sicurezza europea si costruisce nel tempo, non solo nei momenti di crisi. (di Giorgio Rutelli)
(Adnkronos) - Rafforzare la capacità del sistema-Paese di leggere e anticipare le trasformazioni del mercato del lavoro attraverso l’analisi dei big data e l’utilizzo di strumenti avanzati di intelligenza artificiale. E' l'obiettivo del progetto di ricerca 'Skill, training and labour market indicators for italy: big data analysis to navigate the future', promosso da Sviluppo Lavoro Italia, società in house del Ministero del Lavoro e delle politiche Sociali, in collaborazione con l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), e presentato oggi al ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. “Comprendere in modo tempestivo l’evoluzione delle competenze richieste dal mercato del lavoro è una condizione essenziale per rendere più efficaci le politiche attive e i sistemi di formazione”, ha dichiarato il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Marina Calderone. “Questo progetto rappresenta un passo importante verso un approccio sempre più basato su dati affidabili e analisi predittive, capace di orientare le scelte pubbliche, sostenere l’occupabilità delle persone e accompagnare le imprese nei processi di innovazione”, ha continuato. “Con questa iniziativa Sviluppo Lavoro Italia rafforza il proprio ruolo di supporto tecnico-strategico alle istituzioni, mettendo a disposizione strumenti innovativi per leggere il presente e orientare il futuro del mercato del lavoro”, ha affermato Paola Nicastro, presidente e amministratore delegato di Sviluppo Lavoro Italia. “La collaborazione con l’Ocse ci consente di sviluppare un modello avanzato e replicabile di big data intelligence, capace di integrare fonti informative diverse e di generare evidenze concrete a supporto delle decisioni pubbliche, con ricadute positive sui territori e sui sistemi locali delle competenze”. “L’uso innovativo dell’enorme mole di dati disponibile consente di leggere con maggiore profondità le dinamiche del mercato del lavoro in profondo cambiamento", ha dichiarato il direttore del direttorato per l’occupazione e gli affari sociali e prossimo chief economist dell’Ocse, Stefano Scarpetta. “La collaborazione con Sviluppo Lavoro Italia mira a sviluppare strumenti concreti per promuovere l'incontro tra la domanda di manodopera da parte delle imprese e l'offerta da parte delle persone in cerca di lavoro. Questa iniziativa rappresenta un esempio concreto del valore della cooperazione internazionale nel rafforzare le capacità analitiche dei Paesi", ha aggiunto. Il Progetto si fonda sull’analisi delle offerte di lavoro pubblicate online e sull’elaborazione di grandi moli di dati attraverso algoritmi di AI, con l’obiettivo di monitorare in modo sistematico, a livello nazionale e territoriale, la domanda di lavoro e di competenze espressa dalle imprese. Un approccio che consente di ridurre il disallineamento tra domanda e offerta di lavoro e di rafforzare la programmazione delle politiche attive e formative. L’intervento si configura, tra l’altro come un modello di supporto evidence-based alle politiche del lavoro, in grado di connettere livelli di governance differenti e di contribuire in modo strutturale al rafforzamento del sistema nazionale delle competenze e al miglior funzionamento dei mercati del lavoro locali.
(Adnkronos) - Qualità, lotta all’evasione e sensibilizzazione sui temi dell’economia circolare. Queste le prossime sfide su cui si concentra il Conou, Consorzio Nazionale per la Gestione, Raccolta e Trattamento degli Oli Minerali Usati. L’economia circolare dell’olio usato in Italia funziona ma il Conou, che la gestisce, continua a guardare al futuro. “La battaglia della qualità è fondamentale: controllo dell'olio in ingresso, attraverso la verifica del rispetto di tutti parametri previsti (oggetto di interesse di altri Paesi perché è un sistema che copre tutti gli aspetti dei possibili inquinanti), e qualità in uscita. Le nostre basi rigenerate devono continuare ad essere allo stesso livello delle basi vergini, assolutamente intercambiabili. Se non c'è dietro uno standard tecnico dettagliato, la rigenerazione non significa niente”, spiega all’Adnkronos il presidente del Conou Riccardo Piunti. Guardando alla normativa europea, “oggi c’è un tema molto specifico che riguarda i regolamenti di controllo degli inquinanti persistenti. Nella filiera degli oli minerali abbiamo un inquinante, il Pcb, che, se rinvenuto al di sopra di una certa soglia, manda l'olio che lo contiene a distruzione. Ne troviamo molto poco dal momento che non si produce più da 40 anni e che si trova ormai solo nei piccoli trasformatori. Oggi, però, l'Europa sta cercando di inserire nel regolamento un limite molto più basso di quello attuale e noi ci stiamo battendo perché questo sia compatibile con il funzionamento della nostra filiera, magari attraverso una riduzione progressiva di tale soglia”. “L'altra sfida è il controllo dell'evasione del contributo ambientale, attraverso il quale vengono finanziate le nostre attività di raccolta e di rigenerazione: è fondamentale, quindi, che non ci sia evasione contributiva”, avverte Piunti. C’è poi il tema della comunicazione. “Noi vogliamo - sottolinea - che il modello consortile del Conou e, in generale, il modello consortile italiano per i rifiuti, sia conosciuto perché ci sono degli elementi che possono aiutare la realizzazione dell'economia circolare in tutti i Paesi, sia quelli più avanzati, come quelli europei, dove magari questo modello non è applicato allo stesso modo o non c'è, sia i Paesi più arretrati che devono mettere insieme un sistema per la raccolta dei rifiuti e in particolare dell'olio minerale usato”. C’è poi un aspetto sul quale si concentra l’attenzione del Consorzio. “Il sistema della raccolta nasce negli anni ‘50 con aziende di natura familiare: all'inizio erano veramente imprese piccole, c'era un signore con un motocarro e due fusti dietro che andava a raccogliere l'olio dai meccanici. Adesso le nostre 58 imprese sono aziende con depositi, autobotti, autisti, strumentazioni, ecc…. Però il sistema di impresa familiare, come accade da noi e come è accaduto anche in tanti altri settori dell'imprenditoria italiana, arrivata la terza generazione, comincia ad avere qualche problema. Quindi noi ci stiamo preoccupando di capire quale sarà il futuro di queste imprese familiari, come evolveranno. C'è una mutazione in corso e noi vorremmo accompagnarla: la crisi dell'impresa familiare della terza generazione è un tema che non si può trascurare”, conclude Piunti.