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(Adnkronos) - La minaccia iraniana di portare il prezzo del petrolio a 200 dollari al barile "è più realistica delle assicurazioni" offerte da Usa, Ue e Agenzia internazionale dell'energia (Iea)". Lo dice all'Adnkronos Francesco Sassi, professore in geopolitica dell'energia all'Università di Oslo e autore della newsletter Energy Geopolitics & Statecraft, sottolineando che il prezzo è salito per due giorni consecutivi e si è avvicinato ai 100 dollari al barile nonostante i trentadue Paesi membri dell'Agenzia abbiano promesso il più grande rilascio di riserve strategiche petrolifere mai avvenuto. La mossa Iea, "francamente, è un buco nell'acqua", rileva l'esperto, spiegando che avrebbe "sicuramente" un impatto sui mercati se il conflitto dovesse terminare tra pochi giorni. "Ma se dovesse continuare la chiusura dello Stretto di Hormuz, o comunque un rallentamento dei flussi in maniera consistente per settimane o mesi, sarebbe, purtroppo, inutile". Si rischia una crisi di proporzioni inedite perché la chiusura dello Stretto è "un evento storico, epocale", che "cambia anche tutta la geopolitica dell'energia regionale. In futuro Hormuz verrà visto molto diversamente, come anche la capacità dell'Iran come potenza regionale". Per l'esperto, dunque, la prospettiva paventata da Teheran è "sicuramente più credibile delle affermazioni della Commissione europea per cui in questo momento l'Europa non rischia ripercussioni sull'approvvigionamento di petrolio nel breve periodo". A livello Ue servirebbe "una comunicazione molto sincera" riguardo all'impennata dei prezzi innescata dalla guerra in corso: occorre "dire che le prospettive di questa crisi energetica sono peggiori di quelle del 2022-2023. E come allora si sono ipotizzate misure per limitare il consumo di energia, bisognerebbe iniziare a pensare di farlo anche oggi". L'efficacia di tali misure si riduca progressivamente col passare del tempo: "più ci avviciniamo al prossimo inverno, meno tempo avremo di reagire a quanto sta accadendo". Se questo è il messaggio per il pubblico, prosegue l'esperto, quello per i policymaker "è di lasciare da parte l'eurocentrismo della Commissione e dei governi europei". Serve "accettare il fatto che la geopolitica dell'energia oggi viene decisa a livello globale, e che l'Europa non è al centro di questo mondo". La crisi dei prezzi attuale si innesta su quella precedente, scatenata dall'invasione russa dell'Ucraina e "già gravosa di per sé", rileva. E se le prospettive riguardo alla sua durata dovessero estendersi dalle settimane ai mesi, se non di più, i riflessi energetici, economici e politici sarebbero "ancora più gravi" del conflitto in corso tra Mosca e Kiev. "Ed è un test gigantesco per la politica europea di diversificazione dalle importazioni di idrocarburi russi: verremmo davvero messi alla prova, se la situazione non dovesse cambiare". È realistico che dai Paesi affacciati sul Golfo Persico, il cui traffico navale passa necessariamente attraverso lo Stretto di Hormuz, non arrivi più petrolio, evidenzia Sassi. "L'unico Paese che ha una capacità discreta di diversificare è l'Arabia Saudita, in parte anche gli Emirati Arabi Uniti. Ma anche questa offerta è fortemente minacciata da ciò che accade nel Mar Rosso. E dall'altra parte anche l'imbocco di Hormuz non è per nulla sicuro. Lo dimostra oggi la chiusura del terminal più importante dell'Oman, che è completamente fuori da Hormuz, e nonostante ciò è minacciato dalla presenza droni e attori non meglio identificati che possono colpire le navi nella regione". Tutto questo significa che la chiusura iraniana dei porti si sta allargando, non si sta restringendo, prosegue l'esperto. "E la diversificazione delle infrastrutture oggi presenti nel Golfo non garantisce assolutamente una capacità alternativa agli esportatori più grandi dell'Opec": Arabia Saudita, Iraq ed Emirati Arabi Uniti in sequenza. "Tutti e tre hanno diminuito la propria produzione di petrolio considerevolmente", senza parlare del fatto che nelle prossime settimane, al netto di evoluzioni nella situazione bellica, essi "limiteranno ulteriormente la produzione rispetto già a quella ridotta di ora: ed è questo che i mercati temono". Sull'impennata dei prezzi pesa anche l'apparente inconsistenza del programma di assicurazione unito al sostegno militare Usa proposto da Donald Trump per riassicurare le navi commerciali, soprattutto le petroliere, che transitano nel Golfo Persico e nello Stretto di Hormuz. "È stato smentito dalla sua stessa Marina", la quale "ha detto che non può garantire il passaggio sicuro a nessun naviglio in questo momento", rileva l'esperto, pur riconoscendo che si tratta di "una prospettiva che una volta uscita dalla bocca del presidente degli Usa deve essere presa in considerazione". In più, tenendo conto di come si sta evolvendo la guerra, la sicurezza energetica internazionale, e quanto petrolio e gas naturale si stiano nuovamente dimostrando importanti per gli interessi di tutte le economie del mondo", il piano di Trump "dovrebbe far riflettere" Ue e Stati membri, evidenzia Sassi. Si tratta di "una proposta molto diversa dall'idea che abbiamo degli Stati Uniti di Paese che supporta la libera navigazione, soprattutto dal momento che non hanno mai richiesto ad altri Paesi di acquistare un'assicurazione per garantire quella degli idrocarburi via mare a livello internazionale", sottolinea. Non ci si può scordare nemmeno della minaccia rappresentata dagli Houthi, la milizia ribelle yemenita sostenuta dall'Iran che minaccia la navigazione nell'altra grande strettoia della regione, lo Stretto di Bab-el-Mandeb all'imbocco del Mar Rosso. Al momento la zona è presidiata dalla portaerei statunitense USS Gerald R. Ford, "che funziona da deterrente", ma la sua flotta "non può rimanere stabilmente in quel luogo, perché diventerebbe un potenziale obiettivo militare". In più l'altra portaerei Usa presente nella regione, la USS Abraham Lincoln, dovrà spostarsi dal Golfo dell'Oman per esigenze di servizio: "non a caso una terza portaerei sta arrivando dall'Atlantico". E nell'istante in cui tali assetti si muoveranno, "per quale motivo gli Houthi non dovrebbero giocare anche questa partita?". I ribelli yemeniti dovranno far fronte "a una questione di vitale importanza, perché la fine del regime iraniano probabilmente porterebbe anche alla cessazione degli aiuti che arrivano dal loro più grande alleato internazionale. Dopodiché, applicare pressione sullo stretto di Bab-el-Mandeb e sul Mar Rosso gioverebbe ancora di più l'Iran. E dovessero riuscire a bloccare il passaggio, o tenere impegnata una delle portaerei americane in un conflitto locale, fornirebbero un ennesimo vantaggio a Teheran, che potrebbe giocarselo in molteplici modi, aumentando i tentativi di colpire le navi americane o colpendo altre infrastrutture energetiche nei Paesi del Golfo". (di Otto Lanzavecchia)
(Adnkronos) - Amazon annuncia l’apertura dei bandi per l’ottava edizione di 'Amazon Women in Innovation', il programma che assegna borse di studio a sette studentesse universitarie in altrettante Università italiane in ambito Stem (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica). Per il settimo anno consecutivo, l’università di Roma Tor Vergata è tra gli atenei coinvolti nell’iniziativa: la vincitrice del bando beneficerà di un finanziamento di 6.000 euro all’anno per tre anni e di un percorso di mentorship dedicato, con l’affiancamento di una manager Amazon. Fino al 31 marzo, potranno presentare la propria candidatura tutte le studentesse immatricolate per la prima volta all’a.a. 2025/2026 al Corso di laurea in Ingegneria informatica e Ingegneria di Internet che abbiano conseguito almeno 6 CFU con una media ponderata non inferiore a 25/30. Per ulteriori informazioni visitare questa pagina. Dal 2018, 'Amazon Women in Innovation' ha supportato 33 studentesse e, oltre all’Università di Roma Tor Vergata, il progetto coinvolge altri sei atenei: l’Università degli Studi di Cagliari, l’Università di Catania, il Politecnico di Milano, l’Università degli Studi di Napoli Federico II, l’Università degli Studi di Palermo, il Politecnico di Torino. “Otto edizioni di Amazon Women in Innovation rappresentano per noi una testimonianza concreta di quanto crediamo nel potenziale delle giovani donne che scelgono percorsi tecnico-scientifici”, afferma Rita Malavasi, responsabile delle relazioni istituzionali per Amazon.it. “In questi anni abbiamo visto talenti straordinari affrontare con determinazione settori ancora oggi caratterizzati da un forte squilibrio di genere. Continuare a investire in questo programma è il nostro modo di contribuire a cambiare questa realtà, un passo alla volta”, continua. Amazon Women in Innovation si inserisce nel più ampio impegno di Amazon a formare 200.000 studenti e studentesse in ambito stem in Italia entro il 2026, un piano che coinvolge scuole secondarie di primo e secondo grado, università, corsi post-diploma e percorsi di formazione professionale. Maggiori info: https://www.aboutamazon.it/creare-valore-per-il-paese/impatto-sulla-comunita/educazione-stem
(Adnkronos) - “L'Italia è un Paese emergente dopo il fenomeno della saturazione dei Flapd europei, gli hub di Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi, Dublino dedicati ai data center”. A dirlo, in occasione di Key – The Energy Transition Expo a Rimini, è Virginia Canazza, esperta di Data Center e partner di Key To Energy, advisory firm specializzata nella consulenza relativa alle attività della filiera dell’energia. (VIDEO) La kermesse, in svolgimento fino al 6 marzo nei padiglioni della fiera di Rimini e firmata Ieg - Italian Exhibition Group, si conferma punto di riferimento per gli attori della transizione energetica in Europa, Africa e nel bacino del Mediterraneo. “Il tasso di crescita dei data center è sostenuto, circa il 16-20% all'anno, con il 68% concentrato in Lombardia, in particolare nell’area di Milano - prosegue - Ad oggi, i consumi sono pari a circa 4,5 Twh, corrispondenti a circa un gigawatt di potenza elettrica installata e 600 megawatt di potenza It. Il trend di crescita potrà essere ancora più sostenuto nel prossimo futuro, arrivando a richiedere una copertura energetica da due a quattro volte superiore all’attuale fabbisogno entro il 2030. Circa 1,6 gigawatt di nuovi progetti, guardando alla pipeline di quelli in fase avanzata di sviluppo, potranno essere operativi entro il 2028-2029. Il trend di crescita italiano relativo ai data center” pone il Paese in una condizione di competitività “rispetto ai trend monitorabili a livello europeo e globale”. Nata nel 2007 per supportare partner pubblici e privati nel percorso di evoluzione del sistema energetico, nell’attuazione delle scelte, nel monitoraggio dei risultati e nel rispetto dei principali indicatori di sostenibilità, Key to Energy ha da allora realizzato oltre 1.000 progetti, per un totale di 40.000 MW e un controvalore di 20 miliardi di euro, collaborando con i principali attori industriali e finanziari del settore energetico. Sostenuta da una profonda conoscenza delle dinamiche aziendali e di mercato; l'advisory firm è in grado di sviluppare soluzioni tailor-made ad alto valore aggiunto, progettate per ottimizzare l’efficienza energetica, valorizzare le energie rinnovabili e mitigare i rischi. “I data center, come grandi centri di consumo che stanno evolvendo verso dimensioni sempre maggiori con una velocità di sviluppo che va accentuandosi, vedono l'energia come un asset strategico - spiega - Sono molteplici le opzioni per un approvvigionamento energetico nel mercato italiano che siano competitive e sostenibili e che possano anche mitigare l'esposizione a una sempre crescente volatilità dei mercati - precisa - Ci sono strumenti patrimoniali basati sull'acquisizione e la proprietà di asset di generazione per coprire i propri consumi ma sono disponibili anche schemi commerciali che, attraverso contratti di medio-lungo termine, possono mitigare l'esposizione al rischio del mercato”. Quando “i centri di consumo si sviluppano con una velocità maggiore di quello che è l'adeguamento infrastrutturale del sistema, si pongono delle tematiche relative alla necessità di uno stretto coordinamento” volto all’integrazione delle reti esistenti con “quelle della transizione energetica, e quindi delle rinnovabili - conclude - e con questa nuova componente di domanda. Per massimizzare i benefici, l’evoluzione e l'integrazione progressiva e sostenibile devono basarsi su un approccio sinergico”.