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(Adnkronos) - Proteste per il calcio di rigore assegnato al Milan nella sfida contro il Como. Durante il recupero del match di oggi, giovedì 15 gennaio, e valido per il recupero della 16esima giornata di Serie A, un contatto tra Kempf e Rabiot in area è stato sanzionato con il penalty dall'arbitro Guida, scetenando la rabbia della panchina di Fabregas per un contatto a inizio azione tra Saelemaekers e Van der Brempt. Ma cos'è successo? Al 43' del primo tempo Saelemaekers recupera un pallone a centrocampo sradicandolo dai piedi di Van der Brempt, che cade a terra. Il Como protesta ma il gioco non si ferma e la palla arriva a Rabiot, che si inserisce in area ma viene steso dall'intervento di Kempf, autore del gol dell'1-0, che non riesce a ritrarre in tempo la gambe e va a contatto con il francese. Guida non ha dubbi e indica subito il dischetto. Dopo qualche secondo ecco l'intervento del Var, che richiama l'arbitro non tanto per il contatto Rabiot-Kempf, ma proprio per il possibile fallo di Saelemaekers a inizio azione. Le immagini mostrano la giocata decisa del belga sull'avversario, ma alla fine il direttore di gara conferma la decisione del campo e conferma il calcio di rigore per il Milan, che poi pareggiano i conti al Sinigaglia con la rete di Nkunku.
(Adnkronos) - Un pericolo silenzioso minaccia il tessuto imprenditoriale italiano: migliaia di piccole e medie imprese stanno inconsapevolmente esponendo informazioni riservate attraverso l'uso non autorizzato di strumenti di intelligenza artificiale da parte dei propri collaboratori. Il fenomeno, definito 'Shadow AI', coinvolge il 68% della forza lavoro che utilizza chatbot e piattaforme Ia senza informare i vertici aziendali, creando vulnerabilità che potrebbero tradursi in sanzioni milionarie e perdite competitive devastanti. Alessandro Ciciarelli, fondatore di IntelligenzaArtificialeItalia.net, documenta una realtà preoccupante: 'Mentre i ceo investono nell'intelligenza artificiale per battere la concorrenza, i loro stessi dipendenti stanno regalando segreti industriali a server esterni che nessuno controlla'. La contraddizione emerge dai dati: il 70% dei dirigenti investe nell'Ia Generativa per accelerare la crescita, ma la stessa tecnologia viene percepita come il principale rischio per lo sviluppo aziendale. La situazione si aggrava quando si analizza il livello di preparazione delle imprese italiane. Solo il 7% delle piccole aziende e il 15% delle medie hanno implementato progetti di intelligenza artificiale strutturati, lasciando un vuoto che i dipendenti colmano autonomamente con strumenti gratuiti reperibili online. Commerciali che inseriscono offerte riservate in ChatGPT per migliorarne lo stile, tecnici che condividono codici e chiavi di accesso con chatbot pubblici, responsabili HR che generano descrizioni di ruoli partendo da curriculum interni: azioni quotidiane che trasformano ogni giornata lavorativa in una roulette russa digitale. L'impatto economico del fenomeno assume proporzioni allarmanti. Una singola violazione dei dati legata all'uso improprio di Ia può costare a una pmi italiana tra uno e tre milioni di euro, considerando sanzioni Gdpr, spese legali, danno reputazionale e interruzione delle attività. 'Il problema non è la tecnologia, è il vuoto di governance', spiega Ciciarelli, evidenziando come il 73% delle aziende italiane si dichiari preoccupato per le implicazioni di sicurezza legate all'Ia, mentre il 15% ha già subito una violazione riconducibile a queste tecnologie nell'ultimo anno. La radice del problema non risiede nella malafede dei collaboratori, ma nella pressione operativa combinata con la mancanza di strumenti aziendali adeguati. Il 55% delle imprese indica la carenza di competenze interne come principale ostacolo all'adozione dell'Ia, spingendo i dipendenti a cercare soluzioni autonome per rispettare scadenze e obiettivi. 'La sfida non sarà più lo shadow IT, ma la shadow Ia, che introduce vulnerabilità maggiori in termini di privacy e sicurezza dei dati, muovendosi spesso molto più velocemente delle policy aziendali', avverte l'esperto. I casi documentati da Ciciarelli rivelano la concretezza del rischio: ceo che scoprono documenti riservati citati pubblicamente in forum online, direttori commerciali che vedono le proprie strategie di pricing replicate da competitor, responsabili IT che intercettano migliaia di query verso server esterni contenenti informazioni classificate. Ogni informazione caricata su piattaforme non controllate abbandona l'ambiente protetto aziendale per finire su server esterni impossibili da monitorare, esponendo le imprese a tre categorie di rischio critico: perdita di controllo sui dati, violazione delle normative europee come Gdpr e Ia Act, cessione involontaria di proprietà intellettuale. La soluzione non prevede l'abbandono dell'intelligenza artificiale, ma la governance strutturata del fenomeno. 'Le imprese dovrebbero muoversi per contenere o quantomeno governare il fenomeno', sottolinea Ciciarelli, indicando tre azioni immediate: definizione di policy chiare sull'uso dell'AI, fornitura di strumenti aziendali sicuri ed efficaci, formazione del personale sui rischi reali della Shadow AI. Attualmente, oltre quattro aziende su dieci hanno già implementato linee guida per l'utilizzo dell'intelligenza artificiale, mentre il 17% ha vietato l'uso di tool non approvati. L'esperto conclude con un monito urgente per gli imprenditori italiani: 'Il 2026 sarà l'anno in cui la Shadow AI uscirà dall'ombra, volente o nolente. O perché le aziende decideranno finalmente di affrontare il problema con strategie strutturate, o perché una serie di incidenti devastanti costringerà il mercato a prenderne atto'. La scelta è tra governare oggi il fenomeno con investimenti ragionati in governance e formazione, o pagare domani il conto di violazioni che potevano essere evitate. Chi sottovaluta il rischio pensando di essere immune perché 'piccolo' o perché i propri dati 'non interessano a nessuno' commette l'errore più pericoloso: ignorare un nemico invisibile che lavora silenziosamente a costruire vulnerabilità destinate a esplodere nel momento meno opportuno.
(Adnkronos) - «Rendere il territorio più sano, più pulito e più biodiverso»: con questo obiettivo, cinque anni fa, è nato il Consorzio Forestale KilometroVerdeParma, che oggi celebra un traguardo storico con la messa a dimora del 100.000° albero. A sottolinearne il valore è Maria Paola Chiesi, presidente del Consorzio Forestale KilometroVerdeParma che definisce il risultato tutt’altro che scontato. «Ci siamo dati un obiettivo quantitativo perché è importante avere dei traguardi. Centomila alberi in cinque anni sembravano una sfida ambiziosa, e invece ce l’abbiamo fatta», afferma. Un successo reso possibile, spiega Chiesi, «grazie alla collaborazione delle istituzioni, dei privati, delle aziende, dei cittadini e delle associazioni», che rende questo risultato «il simbolo di una comunità che si prende cura di se stessa e del proprio territorio». La posa del Ginkgo biloba in viale Du Tillot segna anche l’avvio di un nuovo progetto: la nascita dell’arboreto urbano di Parma, concepito come museo a cielo aperto dedicato alla cura del territorio e alle generazioni future. È un Ginkgo biloba, pianta antichissima e straordinariamente resistente, a rappresentare il significato profondo del 100.000° albero piantato dal progetto KilometroVerdeParma. «La scelta non è casuale -spiega Maria Paola Chies-. Il ginkgo ci lega alla storia del pianeta: cresce lentamente, diventa imponente, ed è il simbolo di un amore per il territorio che richiede tempo ma si costruisce in modo solido». Chiesi ha aggiunto che l’albero messo a dimora in viale Du Tillot è anche il primo tassello dell’arboreto urbano, destinato a diventare «una grande biblioteca di alberi, con centinaia di specie diverse». Un progetto che guarda lontano e che nasce dalla partecipazione condivisa di cittadini, bambini, istituzioni e partner. «Prendersi cura oggi del territorio significa costruire benessere, qualità della vita e futuro per le generazioni che verranno», conclude.