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(Adnkronos) - Donald Trump esige l'aiuto della Nato per liberare lo Stretto di Hormuz e avverte gli alleati, chiamati di fatto a recitare un ruolo di primo piano nella guerra in Iran. Se non verranno inviate navi per proteggere le petroliere, minacciate da Teheran con la conseguente paralisi del commercio di greggio e l'impennata dei prezzi, la Nato va incontro ad un "futuro pessimo". Il presidente degli Stati Uniti ha sollecitato la creazione di una coalizione internazionale per sbloccare lo Stretto, snodo cruciale per il mercato del petrolio. La proposta di Trump finora non ha prodotto risultati apprezzabili, almeno a giudicare dalle reazioni pubbliche. "Se non c'è una risposta o se c'è una risposta negativa, penso che sarà pessimo per il futuro della Nato", dice il presidente al Financial Times. Se la strategia non dovesse dare frutti e lo stallo dovesse persistere - riferisce Axios - Trump potrebbe puntare sull'invasione: i Marines sbarcherebbero sull'isola di Kharg, cuore del sistema petrolifero iraniano, dove non sono più presenti strutture militari dopo i raid americani. Sull'Air Force One, Trump usa toni lievemente più concilianti nei confronti degli alleati: "Stiamo parlando con alcuni paesi per vigilare sullo Stretto. Noi riceviamo pochissimo petrolio dallo Stretto, l'1-2%. La Cina ottiene il 90% del suo petrolio, ad esempio. E' bello avere altri paesi impegnati con noi, aiuteranno", dice usando toni più concilianti rispetto a quelli utilizzati nel colloquio con il FT. "Chi ha detto no? E' ancora presto... Abbiamo avuto contatti più o meno con 7 paesi: abbiamo avuto alcune risposte positive, alcuni preferirebbero non essere coinvolti", aggiunge durante il volo. "Cosa gli ho detto? Ho detto che ce ne ricorderemo. Alcuni paesi hanno dragamine, altri hanno navi che ci farebbero comodo: dovrebbero aiutarci a proteggere l'area da cui ricevono petrolio". Nell'intervista al quotidiano britannico, Trump mette sul piatto della bilancia il sostegno fornito da Washington all'Ucraina nella guerra contro la Russia. "Non eravamo obbligati ad aiutarli con l'Ucraina... Ora vedremo se loro aiuteranno noi. Ho sempre detto che noi saremo al loro fianco, ma loro non lo saranno per noi", dice ribadendo un concetto già espresso in passato. Quale contributo dovrebbero fornire gli alleati? "Qualsiasi cosa serva". Secondo il numero 1 della Casa Bianca, l'intervento della Nato dovrebbe anche arginare le minacce provenienti dall'Iran: Trump vuole "gente che che neutralizzi elementi ostili che si trovano lungo la costa", dice riferendosi alle forze iraniane che lanciano droni e che sono in grado di minare le acque del golfo. Sulla 'lista nera' di Trump spicca il Regno Unito: "Potrebbe essere considerato l'alleato numero uno, quello con la più lunga militanza. Eppure quando ho chiesto l'intervento, non lo hanno fatto", dice. "Non appena abbiamo sostanzialmente neutralizzato la minaccia iraniana, hanno detto: 'Invieremo due navi'. A quel punto ho risposto 'abbiamo bisogno delle navi prima della vittoria, non dopo'". Tutto questo, secondo Trump, è solo una conferma: "Ho sempre sostenuto che la Nato è una strada a senso unico". Il discorso si estende anche alla Cina e, in assenza di segnali positivi da Pechino, la Casa Bianca potrebbe congelare il viaggio di Trump in Cina programmato all'inizio di aprile. "Credo che anche la Cina dovrebbe dare una mano, perché il 90% del suo petrolio proviene dallo Stretto", afferma, aggiungendo che preferirebbe conoscere la posizione di Pechino prima del viaggio in Cina e dell'incontro con Xi Jinping all'inizio di aprile. "Vorremmo saperlo prima. Due settimane sono un periodo lungo", dice, prospettando l'ipotesi di un rinvio del summit: "Potremmo rimandare", dice senza specificare la durata di un eventuale rinvio. "La Cina è un caso interessante: gran parte del suo petrolio arriva dallo Stretto di Hormuz. Dovrebbe partecipare" alla coalizione "secondo me. Lo farà? Forse sì, forse no...". Il pressing nei confronti della Nato è un segnale di insofferenza dopo 2 settimane di una guerra che, sebbene definita "già vinta" da Trump, appare in realtà lontana dall'epilogo. L'offensiva che gli Stati Uniti hanno lanciato il 28 febbraio con l'operazione Epic Fury e con la partnerhip di Israele non è ancora arrivata al traguardo. Trump continua ad affermare che gli Usa hanno militarmente distrutto il nemico: attorno al concetto proposto sistematicamente, il presidente americano aggiunge quotidianamente variazioni sul tema. Da "abbiamo vinto" a "la guerra è praticamente finita", ora si arriva ad un nuovo step: "L'Iran vuole fare un accordo e io non voglio farlo perché i termini non sono ancora abbastanza buoni", dice Trump allontanando l'ipotesi di un cessate il fuoco. "Non credo siano pronti". Non è chiaro quali siano i termini che reputerebbe 'buoni' per finalizzare l'intesa. "Non voglio dirvelo", taglia corto, limitandosi a dire che l'impegno da parte di Teheran ad abbandonare completamente le sue ambizioni nucleari potrebbe essere uno di questi. Il quadro del conflitto, negli ultimi giorni, è stato caratterizzato dall'attacco americano contro l'isola di Kharg, cuore del sistema petrolifero dell'Iran. Gli Stati Uniti stanno trasferendo circa 5000 uomini nel Golfo - compresi 2200 Marines - e tale decisione viene interpretata come il segnale di un potenziale assalto all'isola, che secondo Trump è ormai priva di difese. "Potremmo bombardare di nuovo, per divertimento", l'avvertimento del presidente. Kharg potrebbe diventare moneta di scambio nel conflitto? La domanda aleggia nelle analisi sul conflitto, destinato a proseguire almeno fino ad aprile. Il segretario all'Energia statunitense Chris Wright si aspetta che la guerra si concluda "nelle prossime settimane", con una ripresa delle forniture di petrolio e un successivo calo dei costi energetici. "Penso che questo conflitto giungerà certamente alla fine nelle prossime settimane. Potrebbe essere anche prima. Ma il conflitto si concluderà nelle prossime settimane e vedremo una ripresa delle forniture e un calo dei prezzi dopo", dice all'emittente Abc. Il messaggio di Wright è in apparente contraddizione con quello di Trump. In realtà, le parole del presidente vengono giudicate infondate anche dai nemici. "Non abbiamo mai chiesto il cessate il fuoco e nemmeno negoziati", dice Abbas Araghchi, ministro degli Esteri iraniano, alla Cbs. "Siamo pronti a difenderci fino a quando sarà necessario", afferma il numero 1 della diplomazia di Teheran. L'Iran, in sostanza, è pronto ad una guerra di logoramento con costi economici e politici sempre più pesanti per gli Usa. La repubblica islamica, d'altra parte, non è totalmente sola nel conflitto. L'Iran ha avuto "una buona cooperazione" con Russia e Cina, che hanno sostenuto il Paese "politicamente, economicamente, persino militarmente", dice Araghchi, definendo Mosca e Pechino partner strategici nel corso della guerra con gli Usa e Israele e parlando della "stretta cooperazione in passato, che continua tuttora, e include anche la cooperazione militare". Sullo sfondo del conflitto rimangono i 440 chili di uranio arricchito che Teheran possiede, come certificato anche dall'Agenzia internaziona per l'energia atomica. Trump non ha escluso l'ipotesi di un blitz a Isfahan per prendere possesso del 'bottino'. "I nostri impianti nucleari sono stati attaccati e tutto è sepolto sotto le macerie. Naturalmente, sapete che esiste la possibilità di recuperarli, ma sotto la supervisione dell’agenzia. Se un giorno dovessimo decidere di farlo, sarebbe sotto la supervisione dell'Aiea. Ma per il momento non abbiamo alcun programma. Non abbiamo alcuna intenzione di recuperarli dalle macerie", la risposta diplomatica del ministro. Se Trump pensava ad un blitz di pochi giorni, la previsione si è rivelata a dir poco azzardata. La guerra contro l'Iran si trasforma, giorno dopo giorno, in una maratona che sinora sarebbe costata circa 12 miliardi a Washington. La prospettiva di un impegno destinato a proseguire è chiara per Israele, partner degli Stati Uniti nel conflitto. Le forze di difesa (Idf) si stanno preparando ad altre 3 settimane di guerra con "migliaia di obiettivi" ancora da colpire, dice il portavoce, generale Effie Defrin, alla Cnn: "Siamo pronti, in coordinamento, con i nostri alleati americani, con piani che coprono almeno fino alla festività ebraica della Pasqua ebraica, tra circa tre settimane. E abbiamo piani più più dettagliati anche per le tre settimane successive, abbiamo migliaia di obiettivi". "Non lavoriamo in base a un cronometro o a un calendario, ma piuttosto per raggiungere i nostri obiettivi", ha affermato, sostenendo che l’obiettivo di Israele è quello di "indebolire gravemente il regime iraniano".
(Adnkronos) - Lo sport non si guarda più soltanto: ma si analizza e si modella legandosi a un mondo in continua evoluzione. Ed è proprio in questa direzione che anche il mondo del lavoro si sta aprendo a nuove figure professionali, altamente specializzate, come ad esempio quella dello sport trader. Un trend legato al mercato dei prediction-market che, come confermato anche sull’International Banker supererà i 10 miliardi di dollari entro il 2030, dagli attuali circa 2 miliardi di dollari annui (+400%). Nel corso del 2026 questa nuova frontiera dello sport sarà trainata dall’evoluzione delle piattaforme di previsione e dall’integrazione di strumenti finanziari sempre più sofisticati applicati agli eventi sportivi. Secondo un'analisi del Financial Times l'aumento del trading legato allo sport ha radicalmente rimodellato l'attività sui mercati pronosticativi, soprattutto dall'inizio della stagione Nfl (National football league) 2025. I dati da ottobre 2024 a gennaio 2026, riportati su Tribuna.com, hanno mostrato che l’attenzione al settore sportivo, nel filone dei prediction-market, ha superato di misura la politica e altre categorie, sia in termini di volume di scambi che di commissioni generate. A conferma del fatto che il mercato dello sport trading registri numeri da capogiro ci ha pensato anche il quotidiano britannico The Guardian che ha riportato come il volume di scambi di Kalshi (piattaforma americana leader nel mercato dei pronostici) abbia superato un miliardo di dollari durante la domenica del Super Bowl. “Oggi non si tratta più di tifare o prevedere, ma di leggere dinamiche, gestire il rischio e prendere decisioni in contesti ad alta incertezza. Negli Stati Uniti questo approccio è già strutturato e integrato nei prediction market. In Europa siamo all’inizio di un percorso culturale prima ancora che professionale. E' un cambio di mentalità che riguarda il modo in cui si osserva lo sport e si interpreta il rischio”, ha sottolineato Davide Renna, sport trader professionista tra i massimi esperti in Europa. Lo sport trader non è un semplice appassionato di sport, ma un professionista che opera sugli eventi sportivi con un approccio strutturato e orientato al processo. Lavora sull’interpretazione degli scenari, sulla gestione del rischio e sulla disciplina decisionale. Non si limita a prevedere un risultato, ma costruisce una strategia basata su metodo, controllo e responsabilità personale. E' una figura che unisce cultura sportiva e capacità di governo dell’incertezza. Si tratta di una 'professione nuova' che è già particolarmente attiva negli Stati Uniti e che sta arrivando anche in Europa e in Italia. L’attenzione per lo sport trading, infatti, è ormai un fenomeno in netta crescita come confermato anche dalle analisi di Google Trends che dimostrano come da inizio 2026 le ricerche sul web abbiano visto picchi di interesse considerevoli soprattutto in Lazio e Lombardia. “In Italia - ha aggiunto Davide Renna - sta crescendo l’interesse perché le nuove generazioni sono sempre più interessate a leggere dati, probabilità e scenari. Lo sport trading intercetta questa evoluzione: unisce passione sportiva e cultura del processo decisionale. E’ molto più che mero intrattenimento, è analisi, metodo e responsabilità personale. L’attenzione aumenta soprattutto nelle regioni con maggiore dinamismo imprenditoriale e digitale. È un segnale di maturazione culturale prima ancora che di mercato”. Ecco quali sono le cinque Regioni italiane in cui, da dati Google Trends, lo sport trading fa tendenza: Lazio, Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna, Campania.
(Adnkronos) - “L'Italia è un Paese emergente dopo il fenomeno della saturazione dei Flapd europei, gli hub di Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi, Dublino dedicati ai data center”. A dirlo, in occasione di Key – The Energy Transition Expo a Rimini, è Virginia Canazza, esperta di Data Center e partner di Key To Energy, advisory firm specializzata nella consulenza relativa alle attività della filiera dell’energia. (VIDEO) La kermesse, in svolgimento fino al 6 marzo nei padiglioni della fiera di Rimini e firmata Ieg - Italian Exhibition Group, si conferma punto di riferimento per gli attori della transizione energetica in Europa, Africa e nel bacino del Mediterraneo. “Il tasso di crescita dei data center è sostenuto, circa il 16-20% all'anno, con il 68% concentrato in Lombardia, in particolare nell’area di Milano - prosegue - Ad oggi, i consumi sono pari a circa 4,5 Twh, corrispondenti a circa un gigawatt di potenza elettrica installata e 600 megawatt di potenza It. Il trend di crescita potrà essere ancora più sostenuto nel prossimo futuro, arrivando a richiedere una copertura energetica da due a quattro volte superiore all’attuale fabbisogno entro il 2030. Circa 1,6 gigawatt di nuovi progetti, guardando alla pipeline di quelli in fase avanzata di sviluppo, potranno essere operativi entro il 2028-2029. Il trend di crescita italiano relativo ai data center” pone il Paese in una condizione di competitività “rispetto ai trend monitorabili a livello europeo e globale”. Nata nel 2007 per supportare partner pubblici e privati nel percorso di evoluzione del sistema energetico, nell’attuazione delle scelte, nel monitoraggio dei risultati e nel rispetto dei principali indicatori di sostenibilità, Key to Energy ha da allora realizzato oltre 1.000 progetti, per un totale di 40.000 MW e un controvalore di 20 miliardi di euro, collaborando con i principali attori industriali e finanziari del settore energetico. Sostenuta da una profonda conoscenza delle dinamiche aziendali e di mercato; l'advisory firm è in grado di sviluppare soluzioni tailor-made ad alto valore aggiunto, progettate per ottimizzare l’efficienza energetica, valorizzare le energie rinnovabili e mitigare i rischi. “I data center, come grandi centri di consumo che stanno evolvendo verso dimensioni sempre maggiori con una velocità di sviluppo che va accentuandosi, vedono l'energia come un asset strategico - spiega - Sono molteplici le opzioni per un approvvigionamento energetico nel mercato italiano che siano competitive e sostenibili e che possano anche mitigare l'esposizione a una sempre crescente volatilità dei mercati - precisa - Ci sono strumenti patrimoniali basati sull'acquisizione e la proprietà di asset di generazione per coprire i propri consumi ma sono disponibili anche schemi commerciali che, attraverso contratti di medio-lungo termine, possono mitigare l'esposizione al rischio del mercato”. Quando “i centri di consumo si sviluppano con una velocità maggiore di quello che è l'adeguamento infrastrutturale del sistema, si pongono delle tematiche relative alla necessità di uno stretto coordinamento” volto all’integrazione delle reti esistenti con “quelle della transizione energetica, e quindi delle rinnovabili - conclude - e con questa nuova componente di domanda. Per massimizzare i benefici, l’evoluzione e l'integrazione progressiva e sostenibile devono basarsi su un approccio sinergico”.