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(Adnkronos) - Per anni i conti correnti negli Stati Uniti hanno pagato interessi quasi nulli, diventando un parcheggio gratuito di liquidità per le banche. Ora però quel modello potrebbe essere messo in discussione dall’arrivo delle stablecoin con rendimento, token digitali ancorati al dollaro che in alcuni casi promettono interessi tra il 4% e l’8% annuo, spesso grazie agli investimenti in titoli del Tesoro americano o a strategie della finanza decentralizzata. Se questi strumenti dovessero diffondersi su larga scala, avvertono le grandi banche, una parte significativa dei depositi oggi custoditi nei conti correnti potrebbe spostarsi verso wallet digitali. Secondo le stime del settore, fino a 6.600 miliardi di dollari potrebbero uscire dal sistema bancario tradizionale, riducendo le risorse che gli istituti utilizzano per concedere prestiti a famiglie e imprese e spostando una parte crescente del risparmio verso operatori fintech e crypto meno regolamentati. Nonostante l’interesse per le stablecoin sia cresciuto e il loro uso si stia espandendo, restano per ora uno strumento usato soprattutto da chi è già dentro l’ecosistema delle criptovalute. Servono principalmente come moneta digitale stabile per comprare altri token o spostare fondi tra piattaforme. Negli ultimi tempi, però, stanno iniziando a essere viste anche come un modo per conservare dollari digitali e ottenere un rendimento, spesso legato agli interessi generati da titoli del Tesoro statunitensi o da piattaforme di prestito nel mondo crypto. Un altro elemento che ne sta favorendo la diffusione è la loro utilità nei pagamenti internazionali. I trasferimenti in stablecoin possono avvenire quasi istantaneamente e con costi molto più bassi rispetto ai bonifici tradizionali o ai servizi di money transfer. Per alcuni utenti rappresentano quindi una soluzione pratica per inviare denaro all’estero o spostare fondi tra diversi servizi finanziari senza passare dal sistema bancario tradizionale. Ma questo è il principale problema delle banche tradizionali. Il rischio è quello di creare un sistema bancario parallelo, con meno regole, sostengono i grandi istituti di credito: prodotti che funzionano di fatto come conti deposito, ma che non sono soggetti alle stesse regole e controlli del sistema bancario. Dirigenti della banca americana JPMorgan Chase hanno avvertito che strumenti con caratteristiche simili ai depositi, ma senza le stesse garanzie prudenziali sviluppate nel corso di decenni di regolazione bancaria, potrebbero aumentare i rischi per i risparmiatori e per la stabilità del sistema finanziario. Una delle principali differenze riguarda infatti la protezione dei depositi. Negli Stati Uniti i conti bancari sono coperti dall’assicurazione della Federal Deposit Insurance Corporation fino a 250.000 dollari per cliente, una tutela che non esiste per le stablecoin. Anche se molti di questi token sono sostenuti da riserve in contanti o titoli del Tesoro per mantenere un rapporto uno a uno con il dollaro, episodi passati hanno dimostrato che la stabilità non è sempre garantita. Nel marzo 2023, la stablecoin Usd Coin ha temporaneamente perso il suo rapporto uno a uno con il dollaro dopo il fallimento della banca Silicon Valley Bank. Parte delle riserve che sostenevano la stablecoin era infatti depositata proprio presso quell’istituto. Quando la banca è entrata in crisi, il prezzo del token è sceso fino a circa 0,87 dollari, prima di tornare alla parità nei giorni successivi dopo l’intervento delle autorità statunitensi. Ancora più drammatico è stato il caso del 2022, quando la stablecoin algoritmica TerraUSD ha perso il suo rapporto uno a uno con il dollaro, bruciando circa 40 miliardi di dollari di valore di mercato in pochi giorni e trascinando al collasso anche il token collegato Terra (LUNA), con effetti a catena sull’intero mercato delle criptovalute. Negli Stati Uniti la questione è ormai diventata anche politica. A Washington è in corso uno scontro tra il settore bancario e l’industria delle criptovalute sulla possibilità di offrire rendimenti sulle stablecoin, una caratteristica che secondo le banche rischia di trasformare questi token in conti deposito digitali. Secondo le stime citate dal settore, una parte consistente dei depositi bancari americani potrebbe essere coinvolta: fino a 6.600 miliardi di dollari potrebbero nel tempo spostarsi verso questi strumenti se dovessero diffondersi su larga scala. Il confronto sulle stablecoin è arrivato al Congresso, dove i legislatori stanno discutendo alcune proposte (tra cui il Clarity Act e il Genius Act) pensate per definire il quadro regolatorio degli asset digitali negli Stati Uniti, stabilendo chi può emettere questi token, quali riserve devono mantenerli e quale autorità deve vigilare sul settore. Il punto più controverso riguarda proprio la possibilità di offrire rendimenti sulle stablecoin: le banche sostengono che permettere interessi su questi strumenti li trasformerebbe di fatto in conti deposito non regolati, mentre le società crypto replicano che si tratta semplicemente di un modo più efficiente per consentire agli utenti di guadagnare sui propri fondi. Donald Trump si è schierato apertamente con l’industria crypto in questo scontro con le banche. In un messaggio pubblicato sui social media ha accusato gli istituti finanziari di ostacolare la legislazione e ha sostenuto che gli americani dovrebbero poter “guadagnare sul proprio denaro”. La sua posizione ha anche sollevato interrogativi sui possibili conflitti di interesse: negli ultimi anni la famiglia Trump ha sviluppato legami con il settore attraverso iniziative legate alla piattaforma crypto World Liberty Financial, che avrebbe generato centinaia di milioni di dollari di ricavi. Nelle ultime settimane la Casa Bianca ha inoltre ospitato diversi incontri tra banche e aziende crypto nel tentativo di trovare un compromesso su una disputa che potrebbe ridisegnare una parte del sistema finanziario americano. (di Angelo Paura)
(Adnkronos) - Per Tack TMI Italy, branch italiana della società di Gi Group Holding che si occupa di learning & development, a rendere più complicato l’avanzamento di carriera per le donne rispetto ai colleghi uomini, sono prima di tutto molti stereotipi di genere che ancora persistono nella società, anche introiettati dalle donne stesse, oltre a vere e proprie discriminazioni che avvengono sui luoghi di lavoro. In base all’ultima ricerca della società, 'Oltre le diversità: percezioni, esperienze e bisogni', condotta su un campione di 1.500 lavoratori occupati in Italia, quasi la metà dei rispondenti (46%, sia uomini che donne) sottoposti a un test proiettivo, ha ricondotto il profilo del top manager al volto di un uomo di mezza età caucasico, seguito a grande distanza da quello di una donna di mezza età caucasica (29%). Dunque, il genere - complici gli stereotipi ad esso collegati - influenza ancora l’idea comune di chi occupa un ruolo di vertice in azienda. Per dare una dimensione dei bias che determinano questa percezione, il 42% degli intervistati ha anche affermato che 'gli uomini sono più portati ad avere ruoli da manager e di responsabilità'. Al contrario, altre mansioni sono associate in larga misura a donne. E' il caso del lavoro di amministrazione, identificato da oltre la metà del campione con una donna caucasica (57%). Per quanto riguarda le discriminazioni, per il 38% del campione quelle basate sul genere sono le più diffuse; inoltre la maggior parte di chi si è sentito discriminato sul lavoro è donna (36%) e riconduce al genere una delle cause principali di episodi subiti. “Quando nella nostra ricerca - commenta Irene Vecchione, amministratore delegato di Tack TMI Italy (Gi Group Holding) - abbiamo chiesto quali diversità andrebbero gestite meglio all’interno delle aziende, la diversità di genere si è confermata essere tra le più rilevanti, con il 23%. Un dato che ci fa riflettere su quanto lavoro ci sia ancora da fare sui bias . Ma, parallelamente, occorre adottare anche un altro approccio: ossia puntare alla creazione di una cultura che riconosca la leadership non tanto come un ruolo o un’etichetta, né tantomeno come comando, ma piuttosto come un insieme di competenze che si costruiscono, allenano e manifestano nei comportamenti quotidiani in diverse qualità, inclusa la cura delle relazioni, l’ascolto attivo e la capacità di aiutare gli altri a sviluppare il proprio talento. Ampliando la definizione stessa di leadership e cambiando la narrativa associata a questo termine, aumentiamo la possibilità per sempre più donne, che spesso eccellono come leader, ma faticano a definirsi tali, di riconoscersi ed essere riconosciute per il valore che portano”. Secondo Tack TMI Italy, oltre ad agentività, assertività, empatia e intelligenza emotiva, autonomia finanziaria e networking, oggi sono 3 le competenze che le donne dovrebbero allenare per aumentare consapevolezza e autostima, ed esprimere appieno il proprio potenziale in azienda. 1) IA & data literacy orientata al business: ovvero la capacità di comprendere, interpretare e utilizzare dati e soluzioni di Intelligenza Artificiale per prendere decisioni strategiche e operative. Non riguarda l’aspetto tecnico o di programmazione, ma la lettura critica dei dati, la comprensione delle logiche di funzionamento dell’IA, dei suoi limiti e delle sue opportunità, per generare valore concreto per il business: migliorare performance, ottimizzare processi, anticipare trend, supportare l’innovazione e guidare scelte consapevoli. 2) Sponsorship e influenza organizzativa: abilità che consente di attivare consenso, supporto e sponsorship all’interno dell’organizzazione, per influenzare decisioni, priorità e direzioni strategiche anche senza fare leva sull’autorità gerarchica. Comprende la capacità di leggere le dinamiche politiche e relazionali, costruire alleanze, coinvolgere stakeholder chiave e posizionare idee e progetti in modo credibile e rilevante rispetto ai decisori. 3) Leggerezza: permette di semplificare la complessità senza banalizzarla, gestendo situazioni sfidanti con lucidità e presenza. Si esprime nella capacità di lasciare andare la ruminazione mentale, ridurre l’iper-controllo e prendere 'con filosofia' ciò che non può essere immediatamente cambiato, mantenendo energia e focus sulle soluzioni. “Riteniamo queste 3 skill - commenta Vecchione - di particolare rilevanza considerando che, sempre secondo Inapp, le donne risultano più frequentemente impiegate in occupazioni maggiormente vulnerabili alla sostituzione o trasformazione tecnologica. Inoltre, se da un lato vorrebbero essere valorizzate per i propri risultati, dall’altro lato una società permeata di stereotipi le ha portate inevitabilmente a riconoscersi o a sentirsi più riconosciute quando incarnano valori quali la sobrietà e la modestia". "In particolare - avverte - rispetto agli 'unconscious bias' tipicamente femminili, l’ultima competenza - la leggerezza - aggiunge quel quid inaspettato che favorisce la collaborazione, aiuta ad alleggerire tensioni e rigidità, e permette di utilizzare umorismo e ironia in modo consapevole, trasformando anche i contesti caratterizzati da alta pressione in spazi di confronto più efficaci e produttivi”.
(Adnkronos) - “L'Italia è un Paese emergente dopo il fenomeno della saturazione dei Flapd europei, gli hub di Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi, Dublino dedicati ai data center”. A dirlo, in occasione di Key – The Energy Transition Expo a Rimini, è Virginia Canazza, esperta di Data Center e partner di Key To Energy, advisory firm specializzata nella consulenza relativa alle attività della filiera dell’energia. (VIDEO) La kermesse, in svolgimento fino al 6 marzo nei padiglioni della fiera di Rimini e firmata Ieg - Italian Exhibition Group, si conferma punto di riferimento per gli attori della transizione energetica in Europa, Africa e nel bacino del Mediterraneo. “Il tasso di crescita dei data center è sostenuto, circa il 16-20% all'anno, con il 68% concentrato in Lombardia, in particolare nell’area di Milano - prosegue - Ad oggi, i consumi sono pari a circa 4,5 Twh, corrispondenti a circa un gigawatt di potenza elettrica installata e 600 megawatt di potenza It. Il trend di crescita potrà essere ancora più sostenuto nel prossimo futuro, arrivando a richiedere una copertura energetica da due a quattro volte superiore all’attuale fabbisogno entro il 2030. Circa 1,6 gigawatt di nuovi progetti, guardando alla pipeline di quelli in fase avanzata di sviluppo, potranno essere operativi entro il 2028-2029. Il trend di crescita italiano relativo ai data center” pone il Paese in una condizione di competitività “rispetto ai trend monitorabili a livello europeo e globale”. Nata nel 2007 per supportare partner pubblici e privati nel percorso di evoluzione del sistema energetico, nell’attuazione delle scelte, nel monitoraggio dei risultati e nel rispetto dei principali indicatori di sostenibilità, Key to Energy ha da allora realizzato oltre 1.000 progetti, per un totale di 40.000 MW e un controvalore di 20 miliardi di euro, collaborando con i principali attori industriali e finanziari del settore energetico. Sostenuta da una profonda conoscenza delle dinamiche aziendali e di mercato; l'advisory firm è in grado di sviluppare soluzioni tailor-made ad alto valore aggiunto, progettate per ottimizzare l’efficienza energetica, valorizzare le energie rinnovabili e mitigare i rischi. “I data center, come grandi centri di consumo che stanno evolvendo verso dimensioni sempre maggiori con una velocità di sviluppo che va accentuandosi, vedono l'energia come un asset strategico - spiega - Sono molteplici le opzioni per un approvvigionamento energetico nel mercato italiano che siano competitive e sostenibili e che possano anche mitigare l'esposizione a una sempre crescente volatilità dei mercati - precisa - Ci sono strumenti patrimoniali basati sull'acquisizione e la proprietà di asset di generazione per coprire i propri consumi ma sono disponibili anche schemi commerciali che, attraverso contratti di medio-lungo termine, possono mitigare l'esposizione al rischio del mercato”. Quando “i centri di consumo si sviluppano con una velocità maggiore di quello che è l'adeguamento infrastrutturale del sistema, si pongono delle tematiche relative alla necessità di uno stretto coordinamento” volto all’integrazione delle reti esistenti con “quelle della transizione energetica, e quindi delle rinnovabili - conclude - e con questa nuova componente di domanda. Per massimizzare i benefici, l’evoluzione e l'integrazione progressiva e sostenibile devono basarsi su un approccio sinergico”.