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(Adnkronos) - L’alleanza transatlantica sta vivendo una trasformazione profonda. Dopo un anno di tensioni su difesa, commercio e tecnologia, il rapporto tra Stati Uniti ed Europa si trova oggi in una fase di riequilibrio che potrebbe ridefinire il ruolo del continente europeo nello scenario globale. Secondo Alina Polyakova, presidente e Ceo del Center for European Policy Analysis (Cepa), think tank di Washington specializzato in sicurezza euro-atlantica, la guerra in Iran ha momentaneamente congelato le tensioni tra le due sponde dell’Atlantico. Ma sotto la superficie restano divergenze profonde. In questa intervista con l’Adnkronos - a margine della conferenza “Eu-Us Tech Agenda 2030” organizzata da Formiche alla Camera dei Deputati, alla quale hanno partecipato tra gli altri il viceministro Valentino Valentini e il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè - Polyakova analizza la nuova fase dei rapporti tra Washington e Bruxelles, il ruolo dei leader europei nei rapporti con Donald Trump e il futuro della cooperazione tecnologica tra Stati Uniti ed Europa. Qual è oggi il suo giudizio sul rapporto tra Stati Uniti e Unione europea? Le tensioni viste nell’ultimo anno si sono ridotte o il divario sta aumentando? Credo che in questo momento ci troviamo in una sorta di fase di stallo, soprattutto perché la guerra in Iran ha preso il centro della scena. È evidente che una parte significativa delle opinioni pubbliche europee non approva le operazioni statunitensi in Iran. Ma è ancora troppo presto per capire come evolverà la situazione, perché non sappiamo ancora come finirà questo conflitto. Se guardo all’ultimo anno, non è certo mancata la tensione. Ma se dovessi indicare due momenti simbolici, direi che sono stati i due discorsi alla Munich Security Conference: quello del vicepresidente americano JD Vance e, poche settimane fa, quello del segretario di Stato Marco Rubio. Io ero presente a entrambi e devo dire che è impressionante vedere quanto le cose siano cambiate. Il primo discorso fu percepito come uno shock da molti europei. Ma quando lo stesso messaggio è stato riproposto da Rubio quest’anno, è stato accolto con una standing ovation. Questo dimostra che nel frattempo è iniziato un processo di riequilibrio del rapporto transatlantico. Un riequilibrio che era necessario da molto tempo. Ma questo approccio non rischia di alienare gli alleati storici? Non c'è dubbio che questa “shock therapy” nei confronti dell’Europa può essere sgradevole, perché parliamo di un’alleanza profondissima. Ma allo stesso tempo era necessaria. Ora infatti l’Europa sta facendo di più sulla difesa e sta diventando più consapevole del proprio ruolo nel mondo. Detto questo, nell’ultimo anno abbiamo visto tensioni praticamente su tutti i dossier: sicurezza, difesa, politica estera, tecnologia, commercio. Oggi siamo in una fase di attesa: l’Europa ha bisogno di tempo per fare ciò che dice di voler fare, soprattutto su difesa e competitività economica. E gli Stati Uniti, nel frattempo, sono concentrati su altre priorità. Tra i governi europei sembra esserci una differenza di approccio verso Washington. Giorgia Meloni e Friedrich Merz sembrano cercare un dialogo più stretto con l’amministrazione Trump, mentre altri, come Macron o Sánchez, prendono le distanze. Visto con la prospettiva da Washington, chi parla a nome dell’Europa oggi? È una domanda fondamentale. Il Regno Unito alla fine ha fatto marcia indietro sulla questione dell’uso delle basi da parte degli Stati Uniti, ma la Spagna ha creato una frattura significativa. Se si guarda la questione dal punto di vista di Washington, il ragionamento è molto semplice: “Abbiamo sostenuto l’Europa per 80 anni, e quando ora abbiamo bisogno del vostro supporto voi ci dite di no”. Questo è qualcosa che molti decisori politici americani considerano inaccettabile. Quando alcuni leader europei parlano degli Stati Uniti come di un partner inaffidabile, questo ferisce profondamente a Washington. Perché la percezione americana è esattamente opposta: siamo stati noi a garantire la vostra sicurezza per decenni. Fortunatamente quella posizione non rappresenta tutta l’Europa, mi pare che nel suo estremismo il governo spagnolo faccia storia a sé. Se faccio a lei la classica domanda di Kissinger, "che numero devo fare per chiamare l'Europa?" Alcuni leader però stanno emergendo come interlocutori particolarmente efficaci per Donald Trump. Sicuramente Giorgia Meloni. Anche il presidente finlandese Alexander Stubb ha un rapporto molto diretto. E Friedrich Merz sembra riuscire a mantenere una relazione positiva con Washington. Ma la vera domanda è: cosa produce davvero una buona relazione personale tra leader? Guardiamo al rapporto tra Trump e Macron. È sempre stato positivo a livello personale, fin dal primo mandato. Ma cosa ha ottenuto concretamente la Francia da quel rapporto? Non vedo grossi risultati concreti. Ecco perché per i leader europei è una posizione molto complicata: devono mantenere buone relazioni con Washington mentre l’opinione pubblica europea è spesso sempre più critica verso gli Stati Uniti. Da questo punto di vista, penso che Meloni stia gestendo questo equilibrio meglio di chiunque altro: mantiene un buon rapporto con Trump, non isola l’Italia in Europa e conserva consenso interno. Sono tre obiettivi difficili da conciliare. Lei è a Roma per parlare della relazione transatlantica. La tendenza ad aprire fratture è destinata a consolidarsi? A parte Trump, è un approccio condiviso anche da altri del mondo politico americano contemporaneo? La realtà è che l’alleanza transatlantica non tornerà mai più com’era prima. E francamente penso che sia una buona cosa. Questo riequilibrio è doloroso, ma necessario. Non era sostenibile un modello in cui gli Stati Uniti pagavano per la sicurezza europea e l’Europa, in cambio, seguiva la linea americana senza avere grossa voce in capitolo. Gli europei stessi non erano più soddisfatti di questo schema. Nessun leader vuole dire alla propria opinione pubblica che deve semplicemente seguire Washington. Il problema è che l’Europa è rimasta a lungo “addormentata”. Barack Obama aveva già detto chiaramente, in modo più diplomatico, che l’era della priorità europea per gli Stati Uniti stava finendo e che Washington avrebbe spostato l’attenzione verso l’Indo-Pacifico. Ma non è cambiato quasi nulla. Neanche dopo l’invasione russa dell’Ucraina abbiamo visto una vera trasformazione. Il vero cambiamento è arrivato solo dopo la rielezione di Trump. Nonostante tutte le difficoltà, io sono in realtà molto ottimista sul futuro dell’Europa. Questo è un momento di verità. Probabilmente il più importante dalla fine della Seconda guerra mondiale. Ma richiederà scelte politiche difficili: aumentare la spesa per la difesa significa togliere risorse ad altri capitoli di bilancio, magari al welfare. E questo può costare grosse fette di consenso ai governi, se non proprio una sconfitta elettorale. Lo stesso vale per le riforme economiche necessarie per aumentare la competitività. Uno dei temi centrali del dibattito è la sovranità tecnologica. L’Europa sta cercando di costruire alternative ai big tech americani. Qui devo essere molto diretta: la competizione è già finita. Non esiste uno scenario realistico in cui l’Europa possa sostituire Amazon, Google o Microsoft. Queste aziende hanno costruito la loro posizione nel corso di decenni. Oggi tre aziende americane controllano circa il 70% dell’infrastruttura cloud europea. In Europa questo viene spesso percepito come una dipendenza che indebolisce. Ma io penso che sia il contrario. Bisogna guardare a questa relazione come a una interdipendenza strategica, non come a una competizione. L’alternativa quale sarebbe? Oggi in Europa non c'è un'unione dei capitali che consentirebbe gli investimenti e la dimensione necessari alla nascita di un player in grado di tenere testa alle Big tech. Volete forse puntare su Huawei, Tencent e altre aziende cinesi? Possiamo farla semplice, quasi elementare: gli Stati Uniti fanno parte dell’Occidente, la Cina no. Non credo che il regime di Pechino possa essere garanzia di affidabilità o di non ingerenza politica. L’Europa ha ancora enormi vantaggi tecnologici. Tre aziende europee controllano circa due terzi del mercato mondiale delle infrastrutture fisiche della rete – cavi sottomarini, turbine, connettori. E poi ci sono settori in cui l’Europa è ancora fortissima: biotecnologie, quantum computing e litografia. Se Europa e Stati Uniti collaborano sfruttando queste complementarità, possono competere con la Cina. Separatamente sarebbe molto più difficile, per entrambi. Per questo credo che l’Europa debba abbandonare il concetto di “sovranità digitale” e passare a quello di interdipendenza strategica. Molti europei temono però che questa interdipendenza possa trasformarsi in uno strumento di pressione politica da parte di Washington. C’è la paura di un “kill switch”, cioè di interruzione dei servizi digitali su ordine (o pressione) dell’amministrazione di turno. Capisco queste paure, ma credo che siano ampiamente esagerate. Bisogna distinguere tra governo e settore privato. Sono due cose molto diverse. Immaginiamo un presidente americano che ordina a Microsoft o Amazon di interrompere i servizi cloud in Europa. Le aziende non lo farebbero, e il motivo è molto semplice: perderebbero miliardi di dollari. Le multinazionali americane hanno investito somme enormi nell’economia europea. Qui impiegano centinaia di migliaia di lavoratori. E' un mercato essenziale. Una decisione del genere distruggerebbe il loro modello di business. Lo abbiamo visto in Venezuela dopo la cattura di Maduro: il ceo di ExxonMobil ha detto chiaramente a Trump che secondo lui il paese sudamericano è “uninvestable”, cioè non ha senso tornare a investirci. Trump si è lamentato, ma il manager non ha cambiato idea perché alla fine deve rispondere ai suoi azionisti e stakeholder. E non dimentichiamo un altro punto: se le corporation voltassero di colpo le spalle all’Europa, il messaggio arriverebbe immediatamente in Giappone, Corea del Sud, Sud-Est asiatico. Nessun Paese si fiderebbe più di loro. In altre parole, sarebbe un suicidio economico. Per questo penso che molti discorsi sui “kill switch” siano più retorica politica che realtà economica. L’Europa dovrebbe guardare il mondo per quello che è, non per quello che vorrebbe che fosse. E la realtà è che l’interdipendenza economica tra Stati Uniti ed Europa è enorme. Su questa base si può costruire la crescita e la prosperità dei prossimi anni. (di Giorgio Rutelli)
(Adnkronos) - Il mercato del lavoro contemporaneo ha smesso di evolvere in modo lineare: procede per accelerazioni improvvise e trasformazioni radicali, dando vita a una marcata polarizzazione delle competenze. Mentre le opportunità per i profili intermedi e standardizzati si riducono drasticamente, esplode la domanda di figure senior ad alto valore aggiunto, capaci di governare processi complessi. Secondo l'analisi di Hunters Group, società di ricerca e selezione di personale qualificato, non siamo di fronte a una tendenza passeggera, ma a un calo strutturale della richiesta di profili junior standard a favore di professionisti multidisciplinari. “Non si tratta - precisa Silvia Movio, director di Hunters - di una previsione teorica, ma di una realtà concreta che sta cambiando radicalmente il mercato del lavoro. In questo momento, stiamo assistendo a un calo strutturale di richiesta di profili junior ed entry-level standard, a favore di figure senior autonome, multidisciplinari e in grado di muoversi in contesti complessi. Non si cercano più soltanto candidati capaci di portare avanti attività quotidiane, ma di governare processi, persone e sistemi. È qui che molte aziende si trovano davanti a una scelta non più rimandabile: investire in formazione oppure accettare il rischio di un progressivo impoverimento delle competenze interne”. Accanto alla formazione, diventa però fondamentale anche un lavoro più profondo di assessment, non focalizzato esclusivamente sulle competenze tecniche, ma sulle soft skill e sul potenziale delle persone. Analizzare il capitale umano interno significa andare oltre il ruolo ricoperto e comprendere come le persone affrontano la complessità, prendono decisioni, collaborano e guidano il cambiamento. Un assessment efficace consente di individuare con chiarezza punti di forza e aree di miglioramento, creando le basi per interventi mirati e sostenibili nel tempo. In questo senso, alcune leve diventano centrali: capacità di lettura e gestione della complessità; autonomia decisionale e senso di responsabilità; leadership, comunicazione e collaborazione trasversale; adattabilità e apertura al cambiamento. Quando l’investimento formativo non viene considerato prioritario, almeno dovrebbe essere attivata una reale condivisione delle competenze all’interno delle organizzazioni. Il dialogo tra senior e junior, il passaggio di know-how e l’esposizione guidata alla complessità diventano elementi fondamentali. Senza questi meccanismi, il divario tra le competenze richieste dal mercato e quelle disponibili non può che aumentare. “Ed è qui - aggiunge Silvia Movio - che si inseriscono l’automazione e l’intelligenza artificiale che, molto spesso, vengono percepite come una minaccia e non come una opportunità per efficientare attività ripetitive e routinarie. Digitalizzazione, intelligenza artificiale e sistemi avanzati riducono il lavoro semplice e standardizzabile, mentre aumentano la domanda di figure capaci di interpretare dati, prendere decisioni e coordinare sistemi complessi. Il lavoro non scompare, ma cambia profondamente: cresce il valore del lavoro qualificato e diminuisce quello legato alla mera esecuzione”. Un altro elemento centrale del mercato attuale è la crescita selettiva accompagnata da una carenza strutturale di profili middle e senior. I candidati, in termini numerici, non mancano, mancano però le giuste competenze. In settori come engineering, Ict, energy, finance e life sciences la domanda si concentra su professionisti con esperienza reale, autonomia e specializzazione. È per questi professionisti che il mercato diventa realmente candidate-driven, mentre per tutte le altre professionalità la competizione resta elevata. Parallelamente, anche le funzioni aziendali stanno cambiando: quelle considerate di supporto - pensiamo ad esempio ad Hr, finance, legal, operations e quality - evolvono verso posizioni di governance e diventano leve strategiche per l’organizzazione. Non crescono quando restano esecutive, ma quando acquisiscono capacità decisionali, visione di business, competenze analitiche, di compliance e di change management. “Siamo davvero certi - fa notare Silvia Movio - che ridurre o azzerare l’investimento sui profili junior sia la strada giusta? La risposta è, naturalmente, no. Se è vero, infatti, che il mercato premia sempre più l’esperienza e l’autonomia, è altrettanto vero che senza un investimento consapevole sulle persone con poca o nessuna esperienza si rischia di compromettere la sostenibilità futura delle competenze. I lavoratori junior non rappresentano solo un costo o un tempo di attesa, ma un potenziale da costruire, soprattutto se inseriti in contesti dove formazione, assessment e affiancamento non sono lasciati al caso". "Il mercato del lavoro del 2026 non premierà chi fa di più, ma chi comprende di più. Il valore sarà sempre meno legato alla quantità di attività svolte e sempre più alla capacità di leggere la complessità, connettere competenze e sviluppare il capitale umano interno. Il futuro del lavoro non è un punto lontano nel tempo: è un processo già in corso, e ignorarlo oggi significa pagarne il prezzo domani”, conclude.
(Adnkronos) - Dal ruolo della filiera delle costruzioni per la transizione energetica al futuro delle rinnovabili, fino al tema della cooperazione. Sono questi alcuni dei temi al centro della seconda giornata di Key - The Energy Transition Expo, la manifestazione di Ieg (Italian Exhibition Group) di riferimento in Europa, Africa e bacino del Mediterraneo sulla transizione energetica, fino a venerdì 6 marzo alla Fiera di Rimini. Il ruolo della filiera delle costruzioni è stato approfondito con la presentazione del 'Rapporto sullo stato della sostenibilità energetica nella filiera delle costruzioni' realizzato in collaborazione con l’Università Politecnica delle Marche. L’ambiente costruito è responsabile di circa il 40% dei consumi energetici finali in Europa e di oltre il 35% delle emissioni di CO2. In Italia, l’impatto della filiera può arrivare fino al 40% delle emissioni complessive nazionali. In questo scenario, la transizione energetica del settore edilizio si pone non solo come una sfida ambientale, ma come una scelta strategica per la competitività industriale, la sicurezza energetica e la resilienza economica del Paese. La realizzazione degli impianti e le condizioni di finanziabilità dei progetti rappresentano due elementi strategici per lo sviluppo delle rinnovabili. Di questo si è discusso nell’evento 'Epc e Finanza: la nuova fase delle rinnovabili', a cura di Elemens e Key, che ha riunito istituzioni, industria e sistema bancario per analizzare il nuovo scenario del settore energetico. Il convegno si è aperto con un keynote speech di Elemens sul contesto in cui operano Res e Bess nel mercato italiano - che nel 2025 ha registrato progetti autorizzati di rinnovabili, in particolare fotovoltaico ed eolico, pari a 9,5 GW e 1,5 GW - oltre a esplorare evoluzioni regolatorie, sfide di costruzione e vincoli di financing. Mission Innovation, 3Den e Epic sono fra le iniziative più importanti di cooperazione internazionale a sostegno della decarbonizzazione e della transizione energetica del ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, nonché strumenti essenziali per integrare le rinnovabili e promuovere soluzioni scalabili in sinergia con il Piano Mattei. Se ne è parlato a Key nei tre panel dell’evento 'Energia e Innovazione: la Cooperazione Internazionale del Mase per la Transizione Energetica' curato dal Mase assieme a Undp (United Nations Development Programme) e Unep (Un Environment Programme).