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(Adnkronos) - Acquistare una casa con terrazzo in Italia costa, in media, circa 120 euro/mq in più rispetto a una senza. Nel primo caso, infatti, si spendono 2.269 euro/mq, mentre nel secondo il prezzo medio si ferma a 2.148 euro/mq. Ma da città a città, da Nord a Sud, emergono differenze rilevanti. "Il terrazzo è in assoluto la caratteristica più richiesta dagli utenti che cercano un immobile da acquistare sul nostro portale: totalizza infatti il 38% delle ricerche complessive e si colloca davanti ad altri plus spesso considerati essenziali, come per esempio l’ascensore", afferma Paolo Giabardo, direttore generale di Immobiliare.it. "Questo dato conferma quanto la disponibilità di uno spazio esterno pertinenziale dell’appartamento sia oggi tra le priorità per chi è alla ricerca di una casa. Negli ultimi anni, infatti, il ruolo dell’abitazione è cambiato: non è più soltanto il luogo in cui si rientra dopo il lavoro, ma uno spazio in cui si lavora e si trascorre molto più tempo, e in virtù di questo deve rispondere a esigenze di benessere e vivibilità ben precise. Osserviamo infatti che, a fronte di una domanda così elevata, la presenza di un terrazzo contribuisce ad accrescere il valore economico degli immobili che ne sono dotati", aggiunge. Entrando nel dettaglio delle singole città analizzate emergono differenze rilevanti tra i costi degli immobili con o senza terrazzo. Gli scarti più marcati si registrano nel cosiddetto 'triangolo industriale' del Nord-ovest, formato da Genova, Torino e Milano. Nel capoluogo ligure il divario ammonta a 565 euro/mq (2.180 euro/mq vs. 1.615 euro/mq), mentre a Torino e Milano il gap si attesta rispettivamente a 469 e 433 euro/mq. Al quarto posto si trova la prima città del Sud, vale a dire Napoli, dove il sovrapprezzo per un immobile dotato di terrazzo è pari a 418 euro/mq. Seguono due capoluoghi di provincia lombardi, Como e Brescia, che presentano differenze molto simili, intorno ai 370 euro/mq. Si registrano distacchi significativi, superiori ai 200 euro€/mq, anche a Cagliari (239 euro/mq), Bologna (220 euro/mq), Parma (216 euro/mq) e Trieste (201 euro/mq), mentre a Verona si scende poco al di sotto di tale soglia (197 euro/mq). Più in linea con la media nazionale, invece, Palermo e Bari: nel capoluogo siciliano il divario ammonta a 149 euro/mq, mentre in quello pugliese si ferma a 108 euro/mq. La presenza del terrazzo incide in misura più marginale sui prezzi delle case a Catania, Padova, Messina e Bergamo. A Catania il budget necessario per acquistare un immobile dotato di questo plus aumenta di 64 euro/mq, a Padova di 58 euro/mq, a Messina di 48 euro/mq e a Bergamo di 42 euro/mq. Infine, ci sono tre casi 'particolari' in cui le abitazioni con terrazzo costano in media addirittura meno rispetto a quelle che ne sono prive: si tratta di Firenze, Roma e Venezia. In queste città, infatti, la posizione dell'immobile incide maggiormente sul prezzo rispetto alla presenza di specifiche caratteristiche. Ciò significa che è più frequente trovare case con terrazzo nelle zone più periferiche, dove i valori medi sono più bassi, mentre i centri storici – con meno disponibilità di questo tipo di benefit – continuano a mantenere prezzi più elevati. Se si effettua un confronto con il 2021, emerge come, rispetto a quell’anno, i prezzi delle case dotate di terrazzo siano cresciuti leggermente di più rispetto a quelle sprovviste di tale plus: +11,7% vs. +10,9%. Tuttavia, a trainare questa tendenza sono stati soprattutto i centri più piccoli, mentre in molte grandi città si è registrata la dinamica opposta. A Trieste, per esempio, le abitazioni prive di terrazzo hanno sperimentato un rialzo dei costi pari quasi al 40%, a fronte di un +23,8% per quelle che ne sono dotate. Un andamento simile si è osservato anche a Bari, Bergamo, Bologna, Brescia, Cagliari, Catania, Como, Firenze, Napoli, Parma e Roma. Le sette città in cui, rispetto al 2021, si è verificato il processo inverso - con un incremento maggiore degli immobili con terrazzo rispetto a quelli senza - sono Genova (+12,1% vs. 9,6%), Milano (+15% vs. +13%), Padova (+28,5% vs. 27,2%), Palermo (+16,5% vs. 12,7%), Torino (+12,2% vs. +11,3%), Venezia (+22,1% vs. +7,7%) e Verona (+31% vs. +17,2%).
(Adnkronos) - Adaptability e upskilling. Sono queste le due parole chiave che descrivono il mercato del lavoro di oggi. Dopo un biennio dominato dal dibattito sulle potenzialità delle nuove tecnologie, il 2026 si accinge a diventare l’anno della concretezza. Tutti i discorsi sull’intelligenza artificiale, sull’innovazione green e sull’industria 5.0 hanno smesso di essere proiezioni future e stanno diventando, sempre di più, realtà all’interno dei processi aziendali che non possiamo più ignorare. Questo cambio di paradigma si traduce, ovviamente, anche in una ricerca sempre più insistente di profili altamente qualificati e con competenze ibride, ovvero professionisti che, insieme alle hard skills, abbiano una visione di insieme per muoversi in contesti sempre più complessi. Competenze con una data di scadenza: il nuovo mercato del lavoro è sempre più dinamico. La velocità dell’innovazione ha ridotto drasticamente la vita delle hard skill. Secondo le ultime analisi di agap2 - multinazionale di consulenza operativa specializzata nel mondo dell’ingegneria e dell’It - oggi le competenze tecniche hanno un ciclo di vita media di circa due anni prima di diventare obsolete. Non si tratta più, quindi, solo di imparare a usare nuovi strumenti, ma di abbracciare percorsi di formazione continui e dinamici per adattarsi a un ambiente in costante evoluzione e cambiamento. "Il 2026 - afferma Alessandro Rosati, Ceo di agap2 - rappresenta uno spartiacque: non basta più essere spettatori dell'innovazione, bisogna saperla gestire. La vera sfida nei prossimi mesi sarà trasformare la velocità del cambiamento in un asset strategico per anticipare le esigenze di mercato e fornire risposte concrete, precise e tempestive. La capacità di disimparare e imparare di nuovo diventa il vero vantaggio competitivo per i candidati, ma anche per le aziende. Oggi nessun professionista può limitarsi ad essere un semplice esecutore, ma deve essere un artefice del cambiamento con competenze in perenne aggiornamento per poter colmare il gap che si apre tra l’innovazione tecnologica che corre velocissima e le necessità di sviluppo del business”. Maquali saranno i professionisti più richiesti nel 2026? Ecco il quadro tracciato da agap2. -Energy manager e sustainability engineer: in vista dei traguardi del Green Deal, queste figure evolvono da semplici consulenti ad architetti della transizione. Non si limitano all'efficientamento energetico, ma riprogettano l'intero ciclo di vita del prodotto secondo i principi dell'economia circolare, integrando fonti rinnovabili e tecnologie di cattura della Co2 per garantire la resilienza operativa e il rispetto dei nuovi standard Esg. -Ingegnere dell’automazione 5.0: il 2026 segna il passaggio definitivo dall'automazione rigida a quella collaborativa e cognitiva. Questo professionista progetta ecosistemi dove robotica avanzata e operatori umani interagiscono in sinergia (Cobot), sfruttando il Cloud Manufacturing e l'Edge Computing per creare linee produttive iper-flessibili, capaci di auto-ottimizzarsi in tempo reale grazie ai dati di fabbrica. -AI implementation specialist (o AI architect): è l'anello di congiunzione tra la data science e il business concreto. Il suo compito non è la creazione di codici grezzi, ma l'integrazione strategica di AI generativa e modelli predittivi nei workflow aziendali. Agisce come un traduttore tecnologico che adatta i modelli linguistici e gli algoritmi di machine learning per automatizzare decisioni complesse e personalizzare l'esperienza del cliente su scala industriale. -Cybersecurity governance consultant: con l'adozione della normativa Nis2 e del Cyber Resilience Act, la sicurezza diventa una questione di processo e non solo di difesa tecnica. Questo consulente gestisce la sicurezza dell'intera supply chain, trasformando la protezione dei dati in un asset competitivo. Coordina la gestione del rischio, la compliance normativa e la resilienza infrastrutturale per prevenire minacce sistemiche in un mondo sempre più interconnesso. -Data engineer: è l'architetto che costruisce le fondamenta del patrimonio informativo aziendale; progetta pipeline di dati scalabili e sicure che alimentano l'intelligenza artificiale in tempo reale. Il suo ruolo è cruciale per garantire la data quality e l'interoperabilità tra database eterogenei, trasformando flussi di dati grezzi in infrastrutture pronte per l'analisi strategica e il decision-making automatizzato.
(Adnkronos) - “L'Italia è un Paese emergente dopo il fenomeno della saturazione dei Flapd europei, gli hub di Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi, Dublino dedicati ai data center”. A dirlo, in occasione di Key – The Energy Transition Expo a Rimini, è Virginia Canazza, esperta di Data Center e partner di Key To Energy, advisory firm specializzata nella consulenza relativa alle attività della filiera dell’energia. (VIDEO) La kermesse, in svolgimento fino al 6 marzo nei padiglioni della fiera di Rimini e firmata Ieg - Italian Exhibition Group, si conferma punto di riferimento per gli attori della transizione energetica in Europa, Africa e nel bacino del Mediterraneo. “Il tasso di crescita dei data center è sostenuto, circa il 16-20% all'anno, con il 68% concentrato in Lombardia, in particolare nell’area di Milano - prosegue - Ad oggi, i consumi sono pari a circa 4,5 Twh, corrispondenti a circa un gigawatt di potenza elettrica installata e 600 megawatt di potenza It. Il trend di crescita potrà essere ancora più sostenuto nel prossimo futuro, arrivando a richiedere una copertura energetica da due a quattro volte superiore all’attuale fabbisogno entro il 2030. Circa 1,6 gigawatt di nuovi progetti, guardando alla pipeline di quelli in fase avanzata di sviluppo, potranno essere operativi entro il 2028-2029. Il trend di crescita italiano relativo ai data center” pone il Paese in una condizione di competitività “rispetto ai trend monitorabili a livello europeo e globale”. Nata nel 2007 per supportare partner pubblici e privati nel percorso di evoluzione del sistema energetico, nell’attuazione delle scelte, nel monitoraggio dei risultati e nel rispetto dei principali indicatori di sostenibilità, Key to Energy ha da allora realizzato oltre 1.000 progetti, per un totale di 40.000 MW e un controvalore di 20 miliardi di euro, collaborando con i principali attori industriali e finanziari del settore energetico. Sostenuta da una profonda conoscenza delle dinamiche aziendali e di mercato; l'advisory firm è in grado di sviluppare soluzioni tailor-made ad alto valore aggiunto, progettate per ottimizzare l’efficienza energetica, valorizzare le energie rinnovabili e mitigare i rischi. “I data center, come grandi centri di consumo che stanno evolvendo verso dimensioni sempre maggiori con una velocità di sviluppo che va accentuandosi, vedono l'energia come un asset strategico - spiega - Sono molteplici le opzioni per un approvvigionamento energetico nel mercato italiano che siano competitive e sostenibili e che possano anche mitigare l'esposizione a una sempre crescente volatilità dei mercati - precisa - Ci sono strumenti patrimoniali basati sull'acquisizione e la proprietà di asset di generazione per coprire i propri consumi ma sono disponibili anche schemi commerciali che, attraverso contratti di medio-lungo termine, possono mitigare l'esposizione al rischio del mercato”. Quando “i centri di consumo si sviluppano con una velocità maggiore di quello che è l'adeguamento infrastrutturale del sistema, si pongono delle tematiche relative alla necessità di uno stretto coordinamento” volto all’integrazione delle reti esistenti con “quelle della transizione energetica, e quindi delle rinnovabili - conclude - e con questa nuova componente di domanda. Per massimizzare i benefici, l’evoluzione e l'integrazione progressiva e sostenibile devono basarsi su un approccio sinergico”.