ENTRA NEL NETWORK |
ENTRA NEL NETWORK |
(Adnkronos) - A quattro anni dall’invasione russa su larga scala, l’Europa è davanti a un salto di fase: non solo nel modo in cui interpreta la minaccia, ma nel modo in cui organizza forze, industria e società. Alessandro Marrone, responsabile del Programma “Difesa, sicurezza e spazio” dell’Istituto Affari Internazionali, ha appena pubblicato un’analisi sulle “quattro lezioni dai quattro anni di guerra russo-ucraina”: la capacità russa di sostenere un conflitto lungo, il ruolo dell’innovazione tecnologica, il ritorno della “massa” e la necessità di resilienza politica e sociale. L’Adnkronos lo ha intervistato su cosa significa, oggi, per l’Italia: dalle priorità operative tra Mediterraneo e fianco Est Nato, alle scelte industriali e di bilancio, fino al tema più delicato, quello dell’“indipendenza” europea dagli Stati Uniti, tra ambizione e vincoli tecnologici. Lei scrive che la guerra in Ucraina sta consegnando lezioni strategiche dure, ma utili. Partiamo dall’Italia: cosa è cambiato davvero, in questi quattro anni, nella percezione della minaccia e nella pianificazione? La prima cosa, molto netta, è che è cambiata la valutazione della Russia. Fino sostanzialmente al 2021, cioè prima del febbraio 2022, la Russia dagli addetti ai lavori era percepita come una minaccia inferiore ad altre, mentre dai non addetti ai lavori spesso non era percepita affatto come una minaccia. Quattro anni dopo, la scala si è spostata su entrambi i livelli: chi già la inseriva nel novero delle minacce oggi la vede come più rilevante, perché osserva documenti Nato, valutazioni di intelligence e l’evoluzione militare sul terreno; chi invece non la considerava una minaccia, oggi tende a riconoscerla come tale, anche se magari ritiene che esistano altre priorità o responsabilità. Questo cambio percettivo incide sulla sostanza: la pianificazione delle Forze Armate italiane deve oggi bilanciare due esigenze, con un equilibrio diverso rispetto al passato. Da un lato resta l’impegno nel Mediterraneo allargato, per stabilizzazione e gestione delle crisi, con missioni e operazioni che continuano ad assorbire attenzione e risorse. Dall’altro, però, si è aggiunta una dimensione che pesa molto di più: il fianco Est della Nato, la necessità di pianificare per dissuadere un eventuale attacco russo e, se la deterrenza fallisse, contribuire a difendere un Paese alleato. E qui c’è un passaggio cruciale: non si tratta solo di “forward defence” o di presenza avanzata. Significa cambiare formazione, dottrina, organizzazione, reclutamento. E significa investire in capacità che sono soprattutto coerenti con quello scenario: carri armati di nuova generazione, difesa aerea e missilistica integrata, programmi aeronautici avanzati, navi con più capacità missilistiche, droni. Questo cambiamento è stato graduale nel 2022-2023, ma ha accelerato nel 2024-2025, anche perché si è fatta più evidente una tendenza: fare tutto questo con meno Stati Uniti e più oneri europei, inclusa l’Italia. La lezione è che la Russia è “preparata a una guerra di lungo periodo” e che l’aggressività verso l’Europa è diventata una costante. Quanto questa prospettiva pesa sulle scelte italiane? Pesa moltissimo perché obbliga a ragionare non in termini di “crisi” ma di competizione strutturale e prolungata. La Russia ha dimostrato di poter continuare il conflitto, sostenuta da reclutamento e riconversione industriale, e allo stesso tempo ha imparato, adattando dottrine e tattiche. L’idea che, in caso di cessate il fuoco, Mosca possa comunque disporre di uno strumento militare più ampio e più preparato porta l’Europa e l’Italia a non ragionare su finestre brevi. Questo si traduce in una pressione sulle politiche di difesa: più capacità produttiva, più scorte, più prontezza, più addestramento. E, soprattutto, una diversa qualità della deterrenza: non solo “esserci”, ma essere credibili e sostenibili nel tempo. È per questo che la dimensione industriale e quella politico-sociale diventano centrali, non accessorie. Insiste anche su un punto che spesso viene frainteso: innovare è necessario, ma non garantisce la vittoria. Che cosa significa, concretamente, per l’Italia e per l’Europa? Significa evitare due illusioni opposte. La prima: che basti comprare “la tecnologia giusta” per risolvere il problema. La seconda: che la tecnologia sia irrilevante perché “conta solo la massa”. L’esperienza ucraina mostra entrambe le cose: i droni sono stati un moltiplicatore decisivo per non soccombere e per innovare tattiche, ma non sono una bacchetta magica. Nessun singolo sistema d’arma, convenzionale, da solo è risolutivo. Per l’Italia e l’Europa questo implica investire in tecnologia con una logica di sistema: capacità, dottrina, addestramento, produzione, resilienza delle catene di approvvigionamento. E, soprattutto, colmare gap specifici: non “innovazione” come slogan, ma innovazione come risposta misurabile a vulnerabilità precise. Veniamo al nodo dei soldi e delle scelte: l’Italia non ha attivato la ‘clausola di salvaguardia’ per sforare i paletti del patto di stabilità con la spesa per la difesa. Però ha chiesto 14,9 miliardi del programma Safe (Security Action For Europe), ovvero il meccanismo comunitario di prestiti Ue per finanziare spesa e investimenti in questo campo. Stiamo parlando di mettere a terra una cifra molto grande in un arco di tempo limitato, e questo richiede decisioni industriali, operative e politiche coerenti. Il punto non è solo “spendere”: è spendere in modo compatibile con il tipo di deterrenza che vogliamo costruire, e con la capacità del sistema Paese di assorbire investimenti in procurement, personale, addestramento, infrastrutture. Il rischio, se non si governa questa traiettoria, è duplice: da un lato frammentare risorse su troppe linee senza massa critica; dall’altro aumentare la spesa senza trasformare davvero le capacità. E invece l’obiettivo dovrebbe essere usare quelle risorse per rafforzare la prontezza, la produzione, la sostenibilità delle scorte, e per inserire l’Italia dentro una cornice europea più integrata. È un passaggio che richiede coordinamento strategico, non solo contabilità. Oggi l’Italia deve essere pronta a due teatri, Mediterraneo e fianco Est. Come si evita che questa doppia postura diventi una coperta troppo corta? La coperta è corta se si ragiona con logiche del passato. La soluzione non sta nel “scegliere un teatro” e abbandonare l’altro, perché la realtà strategica italiana e europea richiede entrambe le dimensioni. La soluzione sta nel rendere la postura più sostenibile: più interoperabilità, più prontezza, più massa logistica e di munizionamento, e una catena industriale che supporti questo modello. Qui torniamo a uno dei temi del mio articolo: il ritorno della massa. Per anni, nel post-Guerra Fredda, l’idea implicita è stata che forze ridotte e molto tecnologiche potessero bastare per deterrenza e difesa. L’Ucraina dimostra che su larga scala i consumi di mezzi e munizioni sono enormi, e che senza capacità produttiva e disponibilità di scorte si rischia di non reggere. Questo vale per il fianco Est, ma anche per sostenere operazioni prolungate nel Mediterraneo allargato. Passiamo al tema Nato. Lei come valuta il passaggio dei comandi di Napoli e Norfolk a Italia e Regno Unito, con gli Stati Uniti che “lasciano” quelle posizioni? È un arretramento americano o un modo per responsabilizzare gli europei? Io lo vedo come un passaggio necessario, positivo e atteso. C’è una logica di fondo nella struttura dell’Alleanza: più truppe e assetti metti, più contribuisci, più è fisiologico che aumentino le responsabilità, anche nella rotazione degli incarichi. E questi due comandi sono apicali e importanti: Napoli per un perimetro cruciale, Norfolk per la sicurezza delle rotte atlantiche. In un contesto in cui gli europei stanno aumentando contributi e posture, è normale che cresca il peso europeo nella catena di comando. E soprattutto, questo passaggio ha senso dentro uno scenario che considero realistico: meno forze americane in Europa, ma non zero. Se si passa da 130 mila a 80-90 mila in alcuni anni, gli europei possono compensare. Se si passasse a zero, no: non oggi e neppure in due o tre anni. Quindi, se la riduzione americana è graduale, concordata e accompagnata da strumenti concreti come questi comandi, l’Alleanza diventa più sostenibile anche politicamente: per il contribuente americano, perché vede un minore esborso; per gli europei, perché esercitano responsabilità e costruiscono un pilastro europeo più solido. È una dinamica che rafforza la Nato, non che la indebolisce. Quali sono i campi in cui la dipendenza dagli Usa è più strutturale? Il punto più importante, e spesso meno visibile nel dibattito pubblico, è l’architettura di comando, controllo e comunicazione, cioè la spina dorsale che permette di organizzare e gestire forze su larga scala: standard, software, comunicazioni satellitari, crittografia, capacità computazionale, architetture di sistema. È ciò che rende possibile coordinare centinaia di migliaia di uomini e mezzi, e connettere assetti nazionali diversi dentro un’unica struttura operativa. Questa infrastruttura è profondamente abilitata da tecnologie e fornitori americani. Permette di coordinare un sottomarino italiano, un caccia francese e un carro armato tedesco. E non è un gap che si colma in pochi anni: colmarlo avrebbe un costo economico enorme, una sfida tecnologica complessa e anche un profilo politico molto delicato. È un “cuore” della dipendenza. Poi ci sono altri settori: la guerra elettronica, che richiede librerie e archivi di minacce aggiornati; la dimensione cyber e la gestione dei big data, dove la base tecnologica americana è fortissima; e un altro nodo strategico, spesso sottovalutato: l’accesso allo spazio e la capacità di lanciare e rimpiazzare rapidamente costellazioni satellitari, ad esempio in caso di attacco nemico. L’Europa può fare molto, ma oggi non ha la stessa frequenza e flessibilità di lancio su base riutilizzabile che vediamo altrove, con differenze evidenti in termini di ritmo e costi. Allo stesso tempo, non tutto è dipendenza irreversibile. Su molte piattaforme tradizionali l’Europa è già autonoma o può diventarlo con investimenti e una maggiore propensione al rischio industriale: navi, veicoli da combattimento, elicotteri, varie componenti di difesa aerea. Ma anche qui entrano in gioco colli di bottiglia: componentistica, chip, semiconduttori, terre rare e catene di approvvigionamento che non dipendono solo dagli Stati Uniti. In un conflitto aperto, la domanda diventa: quei flussi restano affidabili? E questo ci riporta alla resilienza industriale come parte integrante della deterrenza. Quindi, quando si parla di “indipendenza europea”, lei come la definirebbe in modo realistico, senza slogan? La chiamerei capacità di fare di più, in modo credibile e coordinato, dentro un’Alleanza in cui gli Stati Uniti ci sono, ma in cui l’Europa non vive più nell’automatismo dell’ombrello americano come se fosse una condizione eterna e invariabile. C’è una zona intermedia che è quella più realistica: consolidare un pilastro europeo più forte, più coeso e più capace, che riduca dipendenze critiche nel tempo. Se invece con “indipendenza” si intende un’Europa che, nel giro di pochi anni, sostituisce completamente gli Stati Uniti in deterrenza e difesa, quello è uno scenario che oggi non è praticabile. E anche immaginandolo come obiettivo di lungo periodo, richiederebbe investimenti enormi, tempo, scelte industriali radicali e una gestione politica molto complessa, inclusa la dimensione nucleare, che in Europa è concentrata e politicamente sensibile. Nel suo articolo la quarta lezione riguarda la resilienza e la prontezza politica, non solo militare. È la parte più “scomoda”: cosa significa per un Paese come l’Italia? È probabilmente la lezione più difficile da interiorizzare, perché tocca il patto sociale. Nel mio pezzo scrivo che l’Europa occidentale ha vissuto per decenni in pace sotto l’ombrello di sicurezza americano, e oggi deve attrezzarsi anche politicamente per difendere una pace non più scontata. Quattro anni di guerra in Europa dovrebbero aver chiarito che sicurezza e stabilità non sono garantite. Questo dovrebbe riflettersi nelle politiche pubbliche: la difesa è una politica pubblica come le altre, con regole, supervisione democratica, bilanci e personale, e contribuisce agli interessi nazionali. Una parte crescente dell’opinione pubblica lo ha compreso negli ultimi quattro anni, ma proprio perché il tema è più saliente e polarizzante, esiste anche un’opposizione più attiva, talvolta minoritaria ma molto presente nello spazio mediatico e universitario. Qui entra anche il tema delle competenze: non basta decidere programmi e spesa, servono persone. Servono più laureati e diplomati Stem, e serve che lavorino in Europa, anche in settori come aerospazio, sicurezza e difesa. C’è un problema quantitativo, che richiede anni o decenni, e un problema qualitativo: far maturare una cultura pubblica in cui parlare di difesa non sia un tabù, ma un elemento normale di una democrazia che vuole proteggere sé stessa. (di Giorgio Rutelli)
(Adnkronos) - Torna il Business care international award, giunto alla sua ottava edizione, un riconoscimento che dal 2019 celebra personalità, istituzioni e organizzazioni che attraverso il proprio impegno quotidiano contribuiscono a costruire un mondo migliore, guidati da valori come etica, innovazione, cultura e una visione del business orientata al bene comune. Il premio rinnova il suo impegno nel rafforzare l'alleanza economica e culturale con gli Stati Uniti, partner strategico per l'Italia. La conferenza stampa di presentazione dei premiati 2026 si è tenuta presso la storica società Dante Alighieri a Palazzo Firenze, per gentile ospitalità del segretario generale, Alessandro Masi. Un contesto che riflette perfettamente lo spirito del Premio: un ponte tra tradizione e futuro, tra cultura e impresa. Saranno dieci i premiati di quest'anno, sette grandi personalità 'Player globali' e due personalità 'Rising star' e una menzione speciale, scelte dalla giuria del Business care international award e che rappresentano le nuove energie e il talento. Sono Nicola Bertinelli, presidente del Consorzio parmigiano reggiano, Claudia Cremonini, vice presidente Cremonini spa, il diplomatico italiano Fabrizio Di Michele già console generale d’Italia a New York, Sebastiano Fanizza, imprenditore nel campo della consulenza al settore jackting e luxury brand, Milena Lerario, ceo di E-Geos, Pietro Salini, ad di Webuild spa, Chiara Sbarigia, presidente dell’Associazione produttori audiovisivi e Sabrina Zappia, presidente degli Italian & international patrons of the art dei Musei Vaticani. Per la categoria Rising star saranno premiati il musicista e compositore Marco Nodari e il professore Aldostefano Porcari dell’University College di Londra. Un modo per guardare non solo ai risultati raggiunti, ma anche al potenziale di chi sta costruendo il domani. A completare il quadro, una menzione speciale all’Associazione della Stampa Estera in Italia, rappresentata dalla sua direttrice, la giornalista Elena PosteInicu. L'edizione 2026 introduce un'importante novità: la sezione 'Le icone del Made in Italy che illuminano il mondo', dedicata a brand, realtà produttive e talenti che contribuiscono alla reputazione internazionale dell'Italia. La decisione nasce dal mutato scenario del commercio globale e dalla necessità di contrastare l'italian sounding, valorizzando le eccellenze autentiche che portano qualità e identità italiana all'estero. Le icone italiane operano in settori diversi, ma condividono una visione comune: eccellenza, qualità e passione. Dall'eleganza che detta tendenze globali, all'ingegno tecnologico, passando per la tradizione che diventa innovazione, queste realtà rappresentano lo stile italiano nel mondo, unendo bellezza e concretezza, talento e coraggio. Le esportazioni italiane verso gli Stati Uniti nel 2024 hanno generato più di 65 miliardi di euro in settori come la meccanica, la farmaceutica, la moda, l'agroalimentare e i trasporti, secondo i dati di Pagella Politica. Scambi che hanno generato un surplus di 39 miliardi e che rappresentano il 10% di tutte le esportazioni italiane, che verso il resto del mondo hanno generato 624 miliardi di euro pari al 28,4% del PIL nazionale. Tra il 2022 e il 2024 ben 25.000 imprese hanno esportato verso gli Stati Uniti, con il 25% che esporta oltre il 50% dei propri prodotti verso il mercato americano. "In un momento storico complesso e frammentato, il Business care international award si conferma punto di riferimento per chi crede nella forza degli scambi culturali, economici, scientifici e sociali", ha dichiarato Massimo Veccia, presidente e ideatore del Business care award. "L'importanza e il prestigio di questa iniziativa hanno raggiunto una platea internazionale sempre più ampia. Il nostro Premio collega Europa, Nordamerica, Asia e il resto del mondo, promuovendo una visione di progresso fondata sulla collaborazione, non sulla competizione, come chiave per affrontare le sfide del nostro tempo." Alla presentazione sono intervenuti i componenti della giuria Fabrizio Ferragni, Paolo Liguori, Silvana Mangione e Alessandro Masi, il deputato Christian Di Sanzo e Alberto Milani. Per Fabrizio Ferragni, presidente della giuria: "In un momento storico complesso e frammentato, il premio rappresenta una bussola per chi lavora a tutela delle ricchezze del Paese". Mentre Paolo Liguori ha sottolineato come, nell'era dell'intelligenza artificiale, sia "fondamentale riconoscere il valore delle intelligenze umane che alimentano l'ingegno italiano nella cultura, nell'arte e nella progettazione, ribadendo che le persone restano al centro del mondo e del business". La premiazione si terrà il 27 marzo 2026 presso la Sala della Regina della Camera dei deputati a Roma e il 12 novembre 2026 a New York, al Consolato generale d'Italia.
(Adnkronos) - Il Regolamento Ue Ppwr (Packaging and Packaging Waste Regulation) “imporrà un cambio di paradigma molto netto” in tema di imballaggi, “una vera e propria rivoluzione”. Così Giuseppe Dimaria, sales director di osapiens Italia, azienda attiva nello sviluppo di software enterprise per una crescita sostenibile, in un'intervista all’Adnkronos traccia un quadro degli impatti che il nuovo regolamento avrà sulla filiera. “L’imballaggio non sarà più trattato come un ‘accessorio’ del prodotto, ma come un oggetto regolato in modo strutturale, con obblighi concreti sia sul piano fisico che sul piano informativo. In altre parole, il packaging dovrà essere ‘tecnicamente’ conforme, identificabile, tracciabile e accompagnato da informazioni verificabili”, spiega. Sul tema dell’etichettatura, “la direzione è chiara: si va verso un sistema armonizzato a livello europeo, pensato per rendere più semplice e immediata la comprensione della composizione dell’imballaggio e delle corrette modalità di smaltimento. L’obiettivo del Ppwr è proprio quello di uniformare i processi in tutta l’Unione”. Sul fronte della tracciabilità, “il salto è ancora più significativo. Il Ppwr prevede che l’imballaggio debba essere marcato con informazioni identificative come tipo, lotto o numero di serie, oltre a marchio e indirizzo del produttore. Ed è interessante notare che viene esplicitamente contemplato l’utilizzo di strumenti digitali come il QR code. Questo punto apre una prospettiva molto concreta: l’imballaggio comincia ad assumere una vera e propria ‘identità’, non più soltanto fisica, ma anche digitale”. “Ma non è solo un tema di ‘codice sull’etichetta’”, avverte Dimaria. “Il regolamento introduce una vera infrastruttura documentale - spiega - I produttori dovranno effettuare una valutazione di conformità che copre tutti i dati rilevanti lungo la supply chain, predisporre una documentazione tecnica completa e rilasciare una ‘Eu Declaration of Conformity’. In più, la conservazione della documentazione non è banale: 5 anni per gli imballaggi monouso e 10 anni per quelli riutilizzabili, con obbligo di metterla a disposizione delle autorità competenti". Quanto alle scadenze, “il calendario è molto serrato. Il regolamento è entrato formalmente in vigore l’11 febbraio 2025, ma il vero spartiacque operativo sarà quello del 12 agosto 2026, quando inizierà l’applicazione generale e solo imballaggi conformi potranno essere immessi sul mercato Ue. Le regole sull’etichettatura armonizzata arriveranno poi il 12 agosto 2028. Mentre per il packaging riutilizzabile, dal 12 agosto 2029 diventerà obbligatorio fornire ulteriori informazioni specifiche, anche tramite QR code”. Insomma, “l’impatto del Ppwr sarà enorme, perché trasforma l’etichetta da elemento ‘grafico’ a strumento regolatorio, mentre la tracciabilità, da concetto astratto, diventa requisito misurabile e documentabile”. In questo quadro “le sfide principali per le aziende italiane riguardano soprattutto la complessità operativa. Il Ppwr richiede dati, prove e documentazione che spesso oggi non sono disponibili in modo strutturato. Molte aziende hanno gap informativi lungo la filiera e la raccolta dati avviene ancora in modo manuale e frammentato”. Ne deriva che “la gestione dei dati diventa la vera infrastruttura della sostenibilità: è ciò che consente alle aziende di trasformare obblighi normativi in processi industriali governabili. In un contesto così articolato è fondamentale puntare su tecnologie di ultima generazione e strumenti digitali centralizzati che consentano di raccogliere e strutturare i dati di prodotto e di imballaggio, coinvolgere fornitori e partner, gestire documentazione tecnica, etichettatura e Dichiarazioni di Conformità in modo integrato e verificabile”. In conclusione, secondo Dimaria, occorre tenere presente che “il 12 agosto 2026 non è lontano, e sarà una data spartiacque molto concreta. Da lì non si potrà tornare indietro. L’accesso al mercato europeo sarà vincolato e bisogna essere pronti per tempo”. In secondo luogo, “il Ppwr va interpretato come parte di una trasformazione più ampia, con l’Unione Europea che sta spingendo verso un’economia fondata su trasparenza, tracciabilità e responsabilità estesa. Un percorso collegato anche alla logica del Digital Product Passport. Chi si rende conto di questo oggi, probabilmente domani non sarà solo compliant: sarà più competitivo”.