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(Adnkronos) - Sono passati quattro anni dall’invasione russa dell’Ucraina, e l'Adnkronos ha contattato Federico Borsari, ricercatore del Center for European Policy Analysis. Il suo campo di ricerca è all’intersezione tra tecnologia e sicurezza internazionale, con particolare attenzione a sistemi unmanned, Nato e difesa transatlantica. Gli abbiamo chiesto di spiegarci come i droni abbiano trasformato la guerra contemporanea, e perché ciò che sta accadendo oggi sul campo di battaglia ucraino riguarda direttamente anche l’Europa. Possiamo dire che questa è stata anche la guerra dei droni? Sì, senza dubbio. Non perché i droni abbiano sostituito i sistemi tradizionali, ma perché ne hanno profondamente modificato il ruolo e l’efficacia. In Ucraina i droni sono diventati strumenti centrali per ricognizione, targeting, attacco e persino logistica. Hanno cambiato il modo in cui si osserva il campo di battaglia, si individuano obiettivi e si conducono operazioni. Oggi è impensabile immaginare un conflitto ad alta intensità senza una componente unmanned estesa. L’Ucraina è spesso descritta come un “laboratorio” della guerra dei droni. Si è sviluppato un modello unico, basato su un’interazione costante tra industria e militari. Le aziende non lavorano su requisiti teorici, ma su richieste operative immediate. I soldati segnalano cosa funziona e cosa no: autonomia, resistenza alla guerra elettronica, facilità di riparazione, letalità. Questo ha permesso cicli di innovazione rapidissimi, una sorta di “apprendimento in combattimento”. È un vantaggio competitivo enorme, difficile da replicare in contesti più burocratizzati. Questo ecosistema industriale ucraino è solo un punto di forza o presenta anche fragilità? Entrambe le cose. La vitalità è straordinaria: centinaia di aziende, grande capacità di adattamento, forte cultura operativa. Ma esistono limiti strutturali, soprattutto in termini di interoperabilità, razionalizzazione produttiva ed economie di scala. Un sistema così dinamico rischia frammentazione e duplicazioni. È qui che entrano in gioco le partnership con aziende europee. Che tipo di cooperazione si sta sviluppando tra Ucraina ed Europa? Non si tratta semplicemente di trasferimento tecnologico. È piuttosto una fusione di competenze. L’Europa offre standard industriali, capitali, accesso a catene di fornitura e capacità produttive più ampie. L’Ucraina apporta pragmatismo operativo, esperienza diretta di guerra, conoscenza tattica. In altre parole, l’Europa importa esperienza di combattimento, mentre l’Ucraina guadagna stabilità industriale e scala. Guardando all’Europa, perché il settore dei droni appare oggi in ritardo rispetto ad altri attori globali? Perché per anni i paesi europei hanno sottovalutato il settore, affidandosi a tecnologie americane o israeliane. Questo ha rallentato lo sviluppo di un’industria autonoma e competitiva. Solo recentemente si è registrata un’accelerazione: maggiori investimenti, nuovi programmi, coinvolgimento di grandi gruppi industriali e startup innovative. Ma il divario accumulato è significativo. Nel frattempo, attori come Cina e Turchia hanno consolidato una posizione dominante. Quanto pesa questo fattore? Pesa molto, sia sul piano industriale sia su quello geopolitico. In paesi come la Turchia, i droni sono diventati strumenti di influenza strategica oltre che prodotti di successo commerciale. Il Bayraktar TB2 è l’esempio più evidente. Questi attori beneficiano di investimenti continui, forte sostegno statale e strategie coerenti di lungo periodo. I droni sono una risorsa ma anche una minaccia per la sicurezza europea. Da qui nasce la proposta del “Drone Wall”, il muro da costruire a Est per difendere l'Unione. È la risposta giusta? È una risposta comprensibile e in parte necessaria, ma presenta criticità concettuali. La minaccia dei droni, soprattutto quelli piccoli e a basso costo, è fluida e adattiva. Rispondervi con architetture statiche – sensori, jammer, sistemi fissi – comporta il rischio di obsolescenza rapida. La tecnologia evolve più velocemente delle infrastrutture rigide. Quindi quale dovrebbe essere l’approccio corretto? Servono sistemi modulari, adattivi, integrati in una dottrina operativa chiara. La tecnologia da sola non basta. Occorrono tattiche adeguate, personale qualificato, addestramento continuo. Il problema non è solo tecnico, ma capacitivo e culturale. In questo contesto, che ruolo gioca il Drone e Counter-Drone Action Plan della Commissione Europea? Rappresenta un tentativo importante di superare la frammentazione europea. L’obiettivo è favorire cooperazione tra Stati membri, ricerca condivisa, test operativi comuni, programmi di addestramento congiunto. È un cambio di paradigma necessario, perché molte debolezze europee derivano proprio dalla dispersione degli sforzi e dalla mancanza di coordinamento. Qual è, in definitiva, la lezione più importante che l’Europa dovrebbe trarre dall’esperienza ucraina? Che l’innovazione militare non può essere disgiunta dall’esperienza operativa. Senza un legame diretto con chi utilizza i sistemi sul campo, le strategie industriali rischiano di restare incomplete. Investimenti, interoperabilità, sviluppo del personale e sperimentazione rapida non sono opzioni, ma condizioni essenziali. E la guerra futura? Sarà sempre più unmanned? La tendenza è chiara. Non vedremo la scomparsa del soldato, ma una crescente integrazione tra uomini e sistemi autonomi. I droni stanno ridefinendo concetti chiave come massa, rischio, deterrenza e persino superiorità tecnologica. L’Ucraina non sta solo combattendo una guerra. Sta mostrando al mondo come potrebbero essere le prossime. (di Giorgio Rutelli)
(Adnkronos) - “Non basta essere rappresentate da donne, se poi non si conducono battaglie reali per la loro libertà. Una libertà che passa, prima di tutto, dall’indipendenza economica, dunque dallo stipendio. Il lavoro di questa mattina va proprio in questa direzione: provare a tradurre i principi in pratica, guardando in particolare alle professioni tecniche”. Lo ha affermato la deputata Pd, Lia Quartapelle, intervenuta oggi a Milano, all’evento ‘Progetto Donna’ promosso dall’Ordine degli ingegneri della Provincia meneghina. Nel suo intervento, Quartapelle ha ricordato le conquiste del passato: “Se pensiamo all’inizio del Novecento, Milano era un luogo in cui bambine di sei, sette, otto, nove, dieci anni, lavoravano come aiuto-sarte, le cosiddette “piccinine”. Nel 1902 furono protagoniste di un celebre sciopero, grazie al quale ottennero che i pacchi di vestiti che dovevano trasportare per la città non superassero i 30 chili, un peso spesso superiore al loro stesso corpo - racconta - Quello sciopero segnò un passaggio fondamentale: fu l’avvio di una riflessione più ampia sul lavoro minorile e sul lavoro femminile in Italia. Da allora molto è cambiato. Le condizioni sono migliorate, anche nelle professioni tecniche. Se guardiamo al numero di ragazze laureate nelle discipline scientifiche - dall’economia all’ingegneria - assistiamo a una crescita significativa. I loro risultati accademici sono spesso migliori di quelli dei colleghi uomini e, in molti casi, anche i tempi di inserimento nel mondo del lavoro sono positivi. Questo è un segnale di progresso”. Ma anche alla luce di questi risultati, la deputata fa notare che “il divario non è scomparso”. Si rende dunque necessario “affrontare le cause strutturali che lo generano. L’approccio corretto è quello di andare alla radice dei problemi, comprendere le dinamiche profonde, superare stereotipi e paure, intervenire in modo mirato”. Il divario citato da Quartapelle riguarda soprattutto le retribuzioni. “Nel caso delle libere professioni il tema è ancora più complesso, perché non si tratta solo di stipendi regolati da contratti, ma di compensi professionali. È noto che tra professionisti e professioniste ordinistiche persiste un forte divario: avvocate, ingegnere, architette percepiscono compensi mediamente inferiori rispetto ai colleghi uomini, per molteplici ragioni". Per questo, spiega, "il lavoro che affrontate oggi - in modo concreto, misurabile, partendo dalle cause strutturali - è un passaggio decisivo per trasformare principi alti e condivisibili in cambiamento reale. Principi che affondano le radici nel nostro passato e che devono orientare il nostro futuro - dice - La rivoluzione che riguarda la condizione femminile è stata, nel secolo scorso, una delle rivoluzioni più profonde e riuscite - aggiunge -È una rivoluzione che continua anche oggi, pur tra ostacoli nuovi e talvolta più insidiosi. È una trasformazione che sentiamo sulle nostre spalle e davanti ai nostri occhi. E che dobbiamo portare a compimento”. Poi conclude tendendo la mano alle protagoniste di ‘Progetto Donna’: “Potete contare sul sostegno delle istituzioni. È fondamentale costruire e mantenere un’alleanza forte, capace di tenerci unite. Il metodo che avete scelto - rigoroso, basato sui dati, scientifico - è uno strumento prezioso, soprattutto in un tempo in cui il dibattito pubblico spesso si allontana dall’analisi e dalla concretezza. È da qui che possiamo continuare a costruire un cambiamento solido e duraturo”.
(Adnkronos) - Meno di 1 italiano su 5 possiede un’auto green (il 17%), ma un italiano su due (il 51%) sta valutando di comprarne una. Tuttavia, gli italiani sembrano propensi a cambiare trend: già 1 su 4 ha provato un’auto elettrica (26%) e il full hybrid è la soluzione più indicata quando si valuta l’acquisto di una nuova vettura (27%). Le principali barriere all’acquisto delle auto elettriche sono il costo elevato (62%) seguito dai tempi di ricarica lunghi (50%). Sono i risultati dell’indagine realizzata da YouGov per Repower, con l’obiettivo di valutare il mercato delle auto elettriche in Italia insieme a conoscenze e abitudini dei cittadini, presentati nel X White Paper, 'La transizione nell’era post ideologica', pubblicato dal gruppo attivo nel settore energetico e della mobilità sostenibile. (VIDEO) Questa edizione del documento rafforza la dimensione di piattaforma di contenuti fruibili in maniera non lineare, andando ad approfondire solo i temi a cui si è più interessati. Ogni capitolo è infatti abbinato, a seconda del tema approfondito, a una puntata di 'Rumors d’Ambiente - Alla ricerca della sostenibilità', il podcast di Repower di cui in primavera è attesa la sesta stagione. Ogni capitolo ospita inoltre una serie di interviste ad esperti per approfondire le molteplici tematiche della mobilità sostenibile: da Francesco Zirpoli, direttore del Center for Automotive and Mobility Innovation all’Università Ca’ Foscari Venezia a Fabio Orecchini direttore del Center for Automotive Research and Evolution all’Università Guglielmo Marconi di Roma, da Vito Di Noto, docente al Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università degli Studi di Padova, all’architetto e urbanista di fama mondiale Carlo Ratti. “Nel 2025 il mercato delle auto elettriche è tornato a crescere - commenta Fabio Bocchiola, Ceo di Repower Italia nell’introduzione al White Paper - sostenuto da politiche di incentivazione e da una rete di ricarica sempre più capillare. È uno scenario incoraggiante, che restituisce l’immagine di una tecnologia che sta progressivamente uscendo da una fase pionieristica per entrare in una stagione di maturità. Per questo abbiamo deciso di dedicare il tema del White Paper a questo cambio di approccio, che ci conduce in un’era ‘post ideologica’ in cui l’elettrico rappresenta una soluzione che non va scelta solo per una questione di valori o responsabilità, ma perché ha senso come tecnologia matura”. Dall'indagine emerge, poi, che il 50% degli italiani possiede un’auto a benzina, il 35% diesel, il 10% Gpl. L’auto elettrica è poco diffusa: solo il 2% la possiede, come le soluzioni ibride (full hybrid 6%, mild hybrid 5%, gas naturale compresso 3%, plug-in hybrid 2%). Tuttavia, gli italiani sembrano propensi a cambiare trend: già 1 su 4 ha provato un’auto elettrica (26%) e il full hybrid è la soluzione più indicata quando si valuta l’acquisto di una nuova vettura (27%), mentre il 18% considera l’acquisto di un veicolo elettrico. Le principali barriere all’acquisto delle auto elettriche sono - rileva lo studio - il costo elevato (62%), i tempi di ricarica lunghi (50%), la scarsa disponibilità di colonnine di ricarica (47%), l’inadeguatezza per i viaggi lunghi (45%) e l’autonomia limitata (44%). Il livello di conoscenza sul mercato delle auto elettriche è scarso: meno di 1 italiano su 5 si reputa bene informato (17%) e il mezzo di informazione principale è il passaparola (39%). Solo 2 italiani su 10 pensano che ci siano abbastanza colonnine di ricarica per auto elettriche. Ci sono, poi, alcune opinioni contrastanti sulle auto elettriche: 2 italiani su 3 ritendono importante possedere un’auto e sono convinti che le auto elettriche si diffonderanno se miglioreranno le infrastrutture; 1 su 3 crede che il prezzo salirà e che le auto elettriche inquinino più di quelle a benzina, mentre 1 su 2 pensa che necessitino di una manutenzione costosa e complicata.