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(Adnkronos) - Quando Farian Sabahi arriva al Guarini institute della John Cabot University, la notizia del giorno è già un segnale: esercitazioni iraniane nello Stretto di Hormuz, nel pieno di un nuovo ciclo di pressione e contro-pressione tra Teheran, Washington e Israele. Nella sua lezione, introdotta dal professor Federigo Argentieri e coordinata da Martina Atanasova della International Relations Society dell'università, Sabahi non presenta l’Iran come un enigma indecifrabile, ma come un sistema coerente, dove storia, ideologia, economia e architettura del potere militare si tengono insieme. E dove, soprattutto, diplomazia e deterrenza non sono alternative: sono due strumenti della stessa strategia. I negoziati indiretti a Ginevra hanno riportato al centro il dossier nucleare e il tema delle sanzioni. Intanto, sul mare, l’Iran mostra i muscoli: esercitazioni, messaggi, chiusure temporanee di tratti dello Stretto per ragioni di sicurezza. Per Sabahi, professoressa associata di Storia contemporanea all’Università dell’Insubria, esperta di Iran e autrice di “Noi donne di Teheran”, “Storia dell’Iran 1890-2020”, e “Alla corte dello scià”, la simultaneità non è contraddizione: è il metodo. L’Iran che emerge dalla lezione è un attore che ragiona su tre binari: guerra, diplomazia, cambiamento interno. Ma la terza via, in questo momento, appare soffocata: negli ultimi mesi si sono susseguiti arresti, repressione, isolamento delle correnti riformiste. Il formato dei colloqui resta quello indiretto, mediato dall’Oman. L’agenda ruota attorno a elementi noti: limiti al programma nucleare, ispezioni, gestione delle scorte di uranio, alleggerimento delle sanzioni. La posizione iraniana insiste su uno scambio preciso: maggiore accesso agli ispettori internazionali in cambio di benefici economici concreti. Tra le richieste di Teheran non c’è soltanto il sollievo dalle sanzioni, ma anche la restituzione degli asset congelati in seguito alla crisi degli ostaggi del 1979-81. Il tema della credibilità degli accordi emerge come fattore chiave. Il precedente del 2018, nella lettura di Sabahi, non è un dettaglio negoziale, ma uno spartiacque politico: la decisione unilaterale dell’amministrazione Trump, al primo mandato, di uscire dal Jcpoa e imporre nuove sanzioni, comprese quelle secondarie. Misure che hanno di fatto impedito anche agli europei di mantenere gli impegni assunti nell’accordo nucleare. Sabahi sottolinea che le sanzioni non rappresentano solo uno strumento geopolitico, ma una variabile interna decisiva. Inflazione elevata, svalutazione del rial e perdita di potere d’acquisto incidono direttamente sulla stabilità sociale. “Se si vuole aiutare gli iraniani dentro l’Iran, l’unico modo è togliere le sanzioni economiche. Non si può fare una rivoluzione con il portafoglio vuoto”. La compressione economica, osserva, produce anche effetti distorsivi: espansione dei mercati paralleli, incertezza nei prezzi, comportamenti difensivi da parte di commercianti e consumatori. Sabahi porta esempi molto concreti: negozi che chiudono, beni che vengono trattenuti perché “domani costeranno di più”, non solo per i consumatori, ma per gli stessi negozianti, e quindi all’ingrosso. Non è solo malcontento. È un meccanismo che, paradossalmente, può rendere la società meno capace di sostenere mobilitazioni prolungate. Lo Stretto di Hormuz è la “leva” strategica per eccellenza. Non perché l’Iran lo chiuda ogni volta, ma perché la sola possibilità che possa farlo influenza mercati, assicurazioni, catene logistiche, e decisioni politiche. Attraverso Hormuz passa circa un quinto del consumo mondiale di petrolio (in termini di “petroleum liquids”) e circa un quinto del commercio globale di gnl. È abbastanza da renderlo un punto di vulnerabilità globale. Uno dei passaggi più interessanti della lezione di Sabahi non riguarda Teheran, ma Doha e Abu Dhabi. Sabahi descrive la reazione dei Paesi del Golfo davanti all’ipotesi di ritorsioni iraniane, e lo fa con una logica “infrastrutturale”. “Il timore”, spiega, non è solo che vengano colpite basi o asset militari. Il timore vero è un colpo alle infrastrutture critiche, in particolare alle centrali elettriche. Nel Golfo, elettricità significa acqua. Senza elettricità, saltano gli impianti di desalinizzazione, in un’area dove l’acqua potabile dipende in larga parte da essi. Non funzionerebbero nemmeno gli ascensori, indispensabili nei grattacieli, e i condizionatori, elemento essenziale per la vivibilità urbana. In questo senso, la deterrenza iraniana non deve necessariamente puntare a obiettivi militari “classici”, e non serve farlo con sofisticati missili balistici. Può minacciare infrastrutture civili critiche: elettricità e acqua, cioè stabilità sociale. Qatar, Emirati e Oman hanno un interesse diretto a raffreddare l’escalation. Se lo scontro si allarga, se gli Stati Uniti bombardano, i Paesi del Golfo diventano bersagli plausibili, anche solo come “piattaforme” dove sono presenti truppe americane. Per questo spingono per canali indiretti, mediazioni, formati discreti. La parte più “strutturale” della lezione riguarda l’architettura militare: l’Iran, ricorda Sabahi, ha un doppio sistema. Da una parte l’esercito regolare, dall’altra i pasdaran, creati per preservare il sistema, controllare l’ordine interno e proiettare influenza all’esterno. Questa dualità non è un dettaglio istituzionale: è un meccanismo anti-colpo di stato e, al tempo stesso, la base del potere contemporaneo. Sabahi insiste: i pasdaran sono forti militarmente, ma anche economicamente e politicamente. In un Paese sotto sanzioni, il controllo dei confini e dei flussi alimenta contrabbando e rendite. E chi controlla i confini controlla anche le ricchezze. Questo punto si collega direttamente al tema sanzioni. In un’economia “compressa”, si espandono mercati paralleli e reti informali. Sabahi descrive come beni teoricamente non disponibili finiscano comunque nel Paese, e come questo alimenti potere e capitale politico per le strutture che gestiscono quei canali. È anche per questo che ogni ipotesi di “transizione semplice” appare illusoria: non c’è solo una leadership da sostituire, ma un ecosistema di potere con interessi materiali profondi. La lezione entra poi nel tema che Sabahi conosce e racconta da anni: le donne iraniane, l’asimmetria giuridica e la forza culturale di una società che, nonostante tutto, produce capitale umano. Le donne rappresentano oggi circa due terzi delle matricole e due terzi dei laureati. Solo l’8% della popolazione universitaria iraniana, uomini e donne insieme, sceglie facoltà umanistiche, mentre prevalgono discipline scientifiche e tecniche. Sabahi cita simboli globali: Shirin Ebadi, Nobel per la Pace 2003, oggi esule a Londra; Narges Mohammadi, Nobel per la Pace 2023, attualmente detenuta a Zanjan; Maryam Mirzakhani, medaglia Fields per la matematica. Ma subito dopo mette a fuoco la frattura: in tribunale, “la mia parola vale la metà”, la “blood price” vale la metà, l’eredità vale la metà. E la libertà di movimento resta condizionata. Poi arriva uno dei passaggi più interessanti sul presente: dopo il movimento “donna vita libertà”, il regime ha scelto un pragmatismo difensivo. L’allentamento sull’applicazione delle norme sul velo è stato deciso nel 2025 dal Consiglio dell’Interesse Nazionale, organo voluto dall’Ayatollah Khomeini qualche mese prima della sua morte per dirimere le dispute tra i diversi centri di potere. Il principio di base, ricorda Sabahi, è esplicito: decidere in funzione dell’interesse nazionale e della preservazione della Repubblica islamica. La legge sull’obbligo di coprire il capo resta, ma l’enforcement cambia: “il codice è sempre quello, ma l’ordine alla polizia è di non metterlo in pratica”. Un allentamento controllato per salvare rigore islamico e stabilità politica. Non è chiaro però se lo stesso format sarà ripetuto nei negoziati con gli Stati Uniti. (di Giorgio Rutelli)
(Adnkronos) - Un "ponte ideale" tra Italia e Stati Uniti. E' una delle motivazioni con cui la Fondazione Magna Grecia ha conferito pochi mesi fa il Premio Internazionale Magna Grecia a Samuel Alito, giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti. Il riconoscimento gli è stato inoltre assegnato per il suo "straordinario percorso giuridico", ma soprattutto per essere l'esempio di un uomo che, pur arrivando ai vertici del potere mondiale, non ha mai dimenticato le proprie origini. Suo padre Salvatore Alati, nato nel 1914 a Saline Joniche, in Calabria, arrivò come immigrato in America, dove il suo nome cambiò in Samuel Alito Sr. Il figlio siede oggi su una delle nove poltrone più influenti del mondo: quella di Giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti. La biografia di Samuel Alito è la quintessenza del sogno americano filtrato attraverso l’esperienza dell’emigrazione italiana. Nato a Trenton, nel New Jersey, nel 1950, Alito è cresciuto in una famiglia dove l’istruzione non era solo un dovere, ma l’unica via d’uscita dalla povertà. Entrambi i genitori erano insegnanti. Sua madre, Rose, di origini lucane, fu una pioniera: unica di sei figli a frequentare il college, acquistò un’auto per spostarsi dal New Jersey a New York pur di conseguire un master alla Columbia University. È in questo clima di determinazione e sacrificio che Alito ha costruito la sua carriera. Dopo gli studi a Princeton e Yale, ha scalato i vertici dell’amministrazione della giustizia fino alla nomina, nel 2005, da parte di George W. Bush. Da allora, è diventato il punto di riferimento dell’ala conservatrice e "originalista" della Corte, convinto che la Costituzione vada interpretata secondo il senso originario voluto dai padri fondatori. Proprio questo legame indissolubile con le proprie radici ha spinto la Fondazione Magna Grecia a conferirgli il Premio Internazionale Magna Grecia. La cerimonia, svoltasi nella maestosa Galleria Doria Pamphilj a Roma, ha celebrato Alito come un "ponte ideale" tra Italia e Stati Uniti. Alito si aggiunge a un albo d’oro di altissimo profilo, che include nomi come quello del Principe Alberto I di Monaco; Federico Faggin, fisico e inventore del microprocessore e del touch screen; Mauricio Macri, già Presidente della Repubblica Argentina; del Premio Oscar Giuseppe Tornatore; di Robert Gallo, medico e biologo statunitense, noto soprattutto per aver scoperto nel 1982 l'origine retrovirale dell'AIDS e di George Pataki, Governatore dello Stato di New York. Visibilmente commosso, il giudice ha ricordato il coraggio dei suoi nonni, definendo la loro storia come una parte viva della sua identità professionale: una forza capace di generare istituzioni solide e società più giuste. Se la premiazione a Roma ha celebrato il passato e le radici, le sue recenti dichiarazioni (riportate anche dal Corriere della Sera) hanno acceso i riflettori sul presente difficile che vivono gli Stati Uniti. Alito non ha nascosto la sua preoccupazione per lo stato della democrazia americana alla soglia dei suoi 250 anni. Secondo Alito, il sistema costituzionale sta vivendo una fase di pericoloso attrito. "È molto difficile approvare leggi al Congresso a causa della polarizzazione", ha spiegato. Questo stallo legislativo spinge i presidenti — da Obama a Trump, fino a Biden — a estendere i propri poteri "al limite e oltre il limite" attraverso ordini esecutivi. In questo scenario, la Corte Suprema si ritrova spesso a dover fare da arbitro in conflitti politici estremi, una posizione che Alito ritiene delicata ma necessaria per mantenere l’equilibrio tra i poteri. Il giudice ha poi risposto con fermezza alle critiche piovute sulla Corte dopo la sentenza Dobbs, che ha annullato il diritto federale all'aborto (la storica Roe v. Wade). Alito ha definito le reazioni internazionali "disinformate", sottolineando che la Corte non ha proibito l'interruzione di gravidanza, ma ha semplicemente stabilito che la decisione spetta ai rappresentanti eletti dal popolo, proprio come avviene in democrazie come la Francia o la Gran Bretagna. "L’aborto resta un tema conflittuale", ha ammesso, ma la sua visione resta quella di un giudice che deve applicare la legge, non crearla. Infine, Alito ha affrontato il tema della sua fede cattolica, spesso usata dai critici per metterne in dubbio l'imparzialità. Pur ammettendo che la fede influenza la sua visione dell'uomo — spingendolo a trattare chiunque con la dignità di un "figlio di Dio" — ha ribadito di aver giurato fedeltà solo alla Costituzione. Ha però lanciato una riflessione profonda: l’idea stessa di diritti inalienabili dell’uomo, cardine della democrazia americana, è un’eredità che l’Illuminismo ha attinto direttamente dalla tradizione cristiana dell’Europa. Samuel Alito oggi rappresenta una delle figure più polarizzanti e, al tempo stesso, coerenti del panorama americano. Tra le tensioni di Washington e i riconoscimenti ricevuti nella sua Italia, il Giudice continua a rivendicare il valore della memoria. La sua storia suggerisce che, per guidare una delle istituzioni più potenti del pianeta, sia necessario non perdere mai di vista quel piccolo borgo calabrese da cui tutto ha avuto inizio.
(Adnkronos) - Nel corso del 2025, grazie al progetto Buon Fine, l’iniziativa sociale, nata nel 2005, che trasforma le eccedenze di prodotti alimentari in risorse per le comunità locali con l’obiettivo di prevenire lo spreco alimentare e di valorizzare le eccedenze di prodotti ancora perfettamente idonei al consumo, ma non più commercializzabili, Coop Lombardia ha recuperato oltre 858 tonnellate di cibo, contribuendo alla distribuzione di 1.716.180 pasti, per un valore complessivo di 6.579.460 euro. (VIDEO) In occasione della 13esima Giornata nazionale di prevenzione dello spreco alimentare, giovedì 5 febbraio, Bruno Ceccarelli, Responsabile delle Politiche Sociali e Comunicazione di Coop Lombardia, ha raccontato il tema dello spreco attraverso l’esperienza concreta della cooperazione di consumo: “Il progetto centrale di Coop Lombardia è ‘Buon Fine’, che dal 2005 ad oggi ha fornito milioni di pasti ogni anno - spiega - nell'ultimo anno, infatti, abbiamo raccolto oltre 850 tonnellate di prodotti alimentari, che hanno permesso di distribuire oltre 1,7 milioni di pasti”. Con il progetto ‘Buon Fine’, quindi, Coop si impegna nel recupero di “quei prodotti vicini alla scadenza, ma ancora utilizzabili, oppure di confezioni che possono essere state danneggiate, senza che sia stata intaccata, però, la qualità del prodotto e possono, quindi, essere donate ad associazioni che le trasformano in pasti, cibo e valore per chi si trova in difficoltà”. Tra gli obiettivi della Cooperativa c’è quello di contribuire alla crescita socio-economica delle realtà in cui è presente, favorendo la coesione sociale e la creazione di un benessere diffuso per l’intera comunità: “Coop è impegnata contro lo spreco alimentare lungo tutta la filiera attraverso la formazione dei propri dipendenti, ma anche pensando a iniziative come ‘Mangiami Subito’, che consiste nella vendita di prodotti ancora vendibili, ma che sarebbe utile vendere prima della scadenza - continua Ceccarelli - nonché cercando di prestare attenzione anche ai piccoli dettagli”. Con ‘Buon Fine’, Coop recupera quotidianamente prodotti ancora perfettamente commestibili, ma non più vendibili nei punti vendita - in quanto prossimi alla scadenza o con piccole imperfezioni - e li dona ad associazioni no profit, cooperative sociali, parrocchie ed enti caritatevoli presenti sul territorio, valorizzando il suo modello di solidarietà a km zero, riducendo al minimo le movimentazioni logistiche, limitando l’impatto ambientale legato al trasporto delle merci e favorendo una gestione efficiente e responsabile delle risorse. Queste organizzazioni utilizzano gli alimenti ricevuti per preparare pasti a favore di persone e famiglie in difficoltà, creando, così, una filiera virtuosa di solidarietà locale senza intermediazioni, che potrebbero generare nuovi sprechi: “Collaboriamo, infatti, con associazioni di grande spessore e dimensione come la Caritas, la Croce Rossa o Emergency, ma vi è anche una fitta rete di associazioni sul territorio, che raccolgono i prodotti recandosi direttamente al supermercato più vicino, riuscendo, pertanto, a portare solidarietà a chilometro zero in tutti i territori dove Coop Lombardia è presente”, conclude.