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(Adnkronos) - Riflettori accesi sulla deadline fissata dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. I mercati stanno oscillando sui diversi scenari - dalla de-escalation al Taco trade (Trump always chickens out) fino ai raid Usa. Per Filippo Diodovich, Senior Market Strategist di Ig Italia i mercati oscillano su uno scenario in cui non si arriva ad un accordo tra Usa Iran ma neppure ad un escalation (con un brent tra 95 e 105 dollari) e su uno scenario in cui ci saranno nuovi raid Usa su obiettivi strategici più sensibili (con un brent tra 110 e 120 dollari). Da un lato, sostiene Diodovich, "gli operatori sanno che il rischio di nuovi raid è reale; dall’altro, non escludono ancora che lo stallo si traduca in una lettura da Taco trade, con un temporaneo alleggerimento della pressione nel caso in cui Trump rinvii o attenui l’azione promessa. Questo spiega perché il petrolio resti molto alto ma non ancora in piena modalità panico sistemico, e perché le Borse non stiano prezzando in modo pieno i casi peggiori. Nel brevissimo termine, le variabili decisive saranno tre: il tono del messaggio americano subito dopo la scadenza, l’atteggiamento iraniano su Hormuz e la reazione del greggio nelle prime ore di contrattazione". L’ultimatum lanciato dal presidente Usa all’Iran, sottolinea l'analista di Ig Italia, "rappresenta uno dei passaggi più delicati per i mercati finanziari di queste settimane. La scadenza è fissata per oggi, martedì, alle 8 di sera ora di New Yok, ovvero mercoledì 8 aprile alle 2 ore italiane, e il confronto ruota attorno alla richiesta americana di riaprire lo Stretto di Hormuz e accettare una tregua o un cessate il fuoco, mentre Teheran continua a rifiutare una semplice tregua temporanea e insiste su una fine permanente della guerra, sulla cessazione immediata degli attacchi, sulle riparazioni per i danni e su garanzie che impediscano nuovi raid in futuro. Il mercato arriva a questo appuntamento in uno stato di forte tensione, ma non ancora di panico pieno. Nelle ultime ore il Brent si attesta a 108 dollari (il future con scadenza a maggio a 110 dollari) e un Wti vicino a 106 dollari (future a maggio a 116 dollari). In altre parole, una parte del premio geopolitico è già stata incorporata, ma la vera direzione dei prezzi dipenderà dal tono politico e militare che uscirà dalla notte". Il punto chiave è che Trump ha presentato questa deadline come quella definitiva, accompagnandola con una retorica molto più estrema del solito. Il presidente statunitense, sottolinea l'analista, "ha definito la scadenza 'finale' e ha minacciato attacchi molto duri contro le infrastrutture iraniane (ponti e centrali elettriche) in caso di mancato accordo; nelle ultime ore è arrivato anche il messaggio secondo cui 'un'intera civilizzazione potrebbe morire oggi' se Teheran non accetterà l’intesa. Per gli investitori, il nodo non è solo se arriverà o meno un attacco, ma soprattutto che tipo di messaggio uscirà dopo la scadenza. Un rinvio, una formula ponte o un’apertura diplomatica potrebbero generare una reazione di sollievo molto rapida su petrolio e azionario. Al contrario, nuovi raid o un allargamento del conflitto ai principali stretti marittimi potrebbero spingere i mercati in una nuova fase di risk-off". Il primo scenario considerato da Ig Italia, quello più costruttivo per i mercati, "è quello di una de-escalation autentica. Non serve necessariamente un accordo di pace completo nella notte: basterebbe un rinvio credibile delle ostilità, una riapertura strutturata del canale negoziale o una formula transitoria accettabile per entrambe le parti su Hormuz. In questo caso il mercato inizierebbe a scaricare rapidamente il premio geopolitico più estremo accumulato nelle ultime settimane. In questo scenario il Brent potrebbe tornare sotto 95 dollari. Sarebbe un movimento coerente con un netto miglioramento del sentiment, con il Wti in forte rientro e con un recupero abbastanza deciso degli indici azionari, soprattutto in Europa, dove il peso dell’energia sul quadro macro resta più sensibile. Un simile esito favorirebbe S&P 500, Nasdaq, Dax, Euro Stoxx 50 e Ftse Mib, con sollievo per settori industriali, consumer e trasporti". Il secondo scenario, osserva Diodovich, "è probabilmente quello più realistico nel brevissimo: nessun vero accordo, ma neppure un attacco immediato. In pratica, la deadline scade senza una soluzione, Trump mantiene la minaccia, l’Iran continua a respingere le richieste americane, ma nelle ore successive non arriva il salto immediato verso una nuova ondata di strike. È il classico scenario di stallo armato, con petrolio ancora elevato e indici prudenti. È quello che consideriamo lo scenario Taco trade. Molti investitori potrebbero interpretare il mancato attacco immediato come l’ennesima marcia indietro tattica di Trump dopo una fase di minacce molto aggressive. La Casa Bianca ha già spostato in passato altre scadenze, e questo alimenta l’idea che anche stavolta il presidente possa scegliere di rinviare o alleggerire la stretta all’ultimo momento.Se il mercato dovesse leggere la notte in questa chiave, allora il Brent potrebbe muoversi tra 95 e 105 dollari, con un ribasso moderato ma non un vero crollo, perché il danno geopolitico e logistico accumulato non sparirebbe del tutto. Sugli indici, questo scenario favorirebbe un rimbalzo tecnico soprattutto a Wall Street, mentre l’Europa potrebbe recuperare ma restare relativamente più fragile a causa dell’esposizione energetica. In sintesi, il Taco trade può alleggerire temporaneamente la pressione, ma non cancellerebbe i rischi strutturali già presenti sul mercato". Il terzo scenario, osserva gli analisti, "è quello in cui, dopo la scadenza, gli Stati Uniti possano decidere di colpire con nuovi raid infrastrutture iraniane o obiettivi strategici più sensibili. È lo scenario che Trump continua a evocare apertamente, con minacce rivolte non solo a impianti energetici ma anche a ponti, centrali e altre infrastrutture civili critiche. Per il petrolio, questo scenario sarebbe interpretato come una nuova escalation. Il Brent potrebbe salire tra 110 e 120 dollari, cioè su livelli coerenti con un premio di guerra ancora più alto ma non ancora da shock sistemico pieno. Sugli indici azionari sarebbe invece uno scenario chiaramente negativo: futures in rosso, maggiore debolezza in Europa, pressione su tecnologia e titoli ciclici, e nuova sovraperformance di energia, difesa e asset rifugio. Il mercato leggerebbe il tutto in chiave sempre più stagflattiva, cioè con petrolio più alto, crescita più debole e banche centrali meno libere di tagliare i tassi". Il quarto scenario, rileva l'analista, "è quello più pesante tra quelli ancora concretamente modellizzabili dai mercati: non solo nuovi raid, ma anche allargamento del conflitto ai principali chokepoint marittimi e a infrastrutture estremamente sensibili. Qui entrano in gioco due variabili decisive: Bab el-Mandeb e il rischio legato ai siti nucleari iraniani. Sul primo fronte, è importante chiarire che l’Iran non controlla direttamente Bab el-Mandeb, che si trova tra Yemen e Gibuti/Eritrea. Tuttavia può influenzarne fortemente la sicurezza indirettamente, soprattutto tramite gli Houthi nello Yemen. Le agenzie di stampa hanno riportato che Teheran ha lasciato intendere la possibilità di aumentare la pressione anche su questo corridoio, mentre dati energetici e logistici mostrano che Bab el-Mandeb è cruciale non solo per petrolio e prodotti raffinati, ma anche per il traffico marittimo Asia-Europa via Mar Rosso e Canale di Suez. Questo significa che un’escalation su Bab el-Mandeb avrebbe un doppio effetto: da un lato rialzo del greggio, dall’altro forte pressione su shipping, noli, tempi di consegna, costi logistici e supply chain. È un punto essenziale perché, se Hormuz colpisce soprattutto l’energia, Bab el-Mandeb colpisce energia più commercio globale. Il risultato sarebbe particolarmente negativo per l’Europa e per i settori più esposti ai flussi commerciali internazionali". Sul secondo fronte, sottolinea l'analista, "il rischio più concreto è quello di strike in prossimità di siti nucleari iraniani con possibili conseguenze radiologiche e ambientali. Le agenzie di stampa hanno riferito che l’Iran ha accusato l’agenzia internazionale dell'energia di inerzia dopo attacchi ripetuti nei pressi della centrale di Bushehr. Un incidente di questo tipo alzerebbe enormemente il premio di rischio geopolitico, spingendo il mercato a leggere il conflitto come qualcosa di molto più serio di una guerra regionale convenzionale. In questo scenario, il Brent potrebbe muoversi tra 120 e 160 dollari, con forte pressione ribassista sugli indici globali, in particolare su trasporti, auto, industria, chimica e titoli legati ai consumi. La tenuta relativa resterebbe concentrata quasi solo su oil & gas, difesa e pochi nomi difensivi". Il quinto scenario, rileva l'analista, "è quello estremo, cioè di un’escalation talmente distruttiva da uscire dai normali modelli di valutazione dei mercati. Al momento non risultano segnali concreti che indichino una preparazione a un attacco non convenzionale statunitense, tuttavia, non possiamo escluderlo, tenendo conto dei post di Trump fino alla frase su una “intera civiltà” che potrebbe morire stanotte. In altre parole è il linguaggio utilizzato da Washington a costringerci a pensare anche a casi estremi.Se il mercato dovesse davvero iniziare a prezzare uno scenario di devastazione estrema, allora il Brent potrebbe salire ben sopra 160 dollari, con implicazioni profondamente negative per tutte le asset class rischiose e con una corsa violenta verso beni rifugio, difensivi e liquidità. Questo resterebbe comunque uno scenario di panic pricing estremo, non il caso centrale".
(Adnkronos) - Si terrà Il 9 e 10 aprile prossimi a Napoli, presso il Polo universitario di San Giovanni a Teduccio, 'Agritech Revolution', evento conclusivo delle attività del Centro nazionale di ricerca per le tecnologie dell’agricoltura (National research center for technology in agriculture) che ha connesso il mondo universitario a quello imprenditoriale, supportando l’innovazione e favorendo la formazione e il trasferimento tecnologico per le aziende operanti nel settore. Sede della due giorni è l’Agritech Village, allestito per l’occasione negli spazi del Polo Universitario di San Giovanni a Teduccio: previste sessioni di confronto istituzionali e tavoli di lavoro, mentre gli spoke illustreranno le attività sviluppate da 1500 ricercatori su tutto il territorio nazionale. Momento centrale della manifestazione sarà l’inaugurazione del Dimostratore Arca (Agritech Research Center Arena), giovedì 9 aprile alle ore 09:30: una struttura di cinque piani all’interno del Polo universitario di Napoli Est interamente recuperata e dotata di strumenti di ultimissima generazione. Al taglio del nastro sarà presente Matteo Lorito, Rettore dell’Università degli Studi di Napoli Federico II e presidente della Fondazione Agritech. Sono stati invitati il presidente della Regione Campania Roberto Fico e il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi. Previsto l’intervento da remoto di Francesco Lollobrigida, ministro dell’Agricoltura della Sovranità Alimentare e delle Foreste, e un messaggio di Anna Maria Bernini, ministro dell’Università e della Ricerca, letto dal Rettore. A seguire, l’Aula Magna 'Luigi Nicolais' ospiterà il convegno 'Agritech: un grande progetto per un futuro sostenibile dell’agroalimentare', moderato da Maria Grazia Cucinotta, attrice e produttrice cinematografica. Con le istituzioni intervengono Danilo Ercolini, direttore scientifico del CN Agritech e responsabile scientifico del progetto; Maurizio Martina, vicedirettore generale Fao; Sergio Costa, vicepresidente Camera dei deputati; Federico Vecchioni, amministratore delegato di Bonifiche Ferraresi; Ettore Prandini, presidente di Coldiretti; Massimiliano Giansanti, presidente Confagricoltura. “Arca, nome simbolico che evoca l'Arca come custode di biodiversità, è il più importante in Italia ed è il luogo in cui le aziende potranno venire a toccare con mano la vera innovazione”, afferma il rettore dell’Università degli Studi di Napoli 'Federico II', Matteo Lorito. “Questa avventura ha una valenza sia politica che sociale e riguarda la possibilità che le attività di ricerca, trasferimento tecnologico e formazione dell’Ateneo possano essere estese anche all’estero. L’obiettivo finale è permettere alle aziende di beneficiare delle tecnologie e delle opportunità che i grandi centri di ricerca sono in grado di produrre”, conclude. “Il Dimostratore Arca è un hub per le imprese dove si potranno fare studi pilota sull’utilizzo delle tecnologie. Vi trovano spazio infrastrutture all'avanguardia per esporre le piante a microclimi diversi e quindi studiare, ad esempio, il loro adattamento ai cambiamenti climatici”, sottolinea Danilo Ercolini, direttore scientifico della Fondazione Agritech. “Potremo cambiare in maniera estremamente precisa l’ecosistema in cui le piante crescono e avere un monitoraggio puntuale attraverso l’utilizzo di molteplici tipologie di sensori. Inoltre, avremo tutti i sistemi possibili di coltivazione fuori suolo con le camere climatiche per testare, a favore delle imprese, se sia possibile farle in aeroponica, in acquaponica, su substrato sintetico. Questo ci darà anche la possibilità di valutare il tipo di investimento in innovazione in base ai vantaggi e alle criticità”, conclude. Sulle attività del Centro Nazionale, Ercolini evidenzia: “Agritech è partito nel 2022 come il più grande progetto agroalimentare della storia. Abbiamo messo al tavolo le migliori istituzioni nel campo dell’agroalimentare e alcune aziende chiave costruendo un partenariato fatto di 9 diversi Spoke, macro-progetti disegnati per rispondere ai singoli obiettivi. Sono stati anni intensi: più di tremila persone a lavoro, molti già in servizio nelle istituzioni che hanno partecipato al progetto, altri sono stati reclutati. Abbiamo creato posti di lavoro con contratti utili per lo sviluppo del progetto a tutti i livelli, dalla borsa di dottorato fino al ricercatore di tipologia A, passando per gli assegni di ricerca. Professionisti che hanno prodotto un numero elevatissimo di pubblicazioni scientifiche, più di mille in soli tre anni. A questo si aggiungono circa 20 startup oggetto oggi di accelerazione da parte di Agritech, 250 nuove proposte di soluzioni tecnologiche per l'agricoltura (di queste più del 10 per cento sono flagship che presenteremo durante l'evento), e più di 30 living lab nati in Agritech”. Il Centro nazionale Agritech vanta una pianificazione chiara grazie al lavoro sinergico di Università, Istituzioni e aziende su progetti, brevetti e tecnologie. “Abbiamo messo insieme e fatto funzionare 28 università, 5 centri nazionali e 14 privati che hanno lavorato insieme”, spiega Marco Pacini, direttore del Centro nazionale Agritech. “Le Università hanno sviluppato soluzioni insieme alle aziende, pur parlando due lingue diverse. Si sono creati spazi di confronto, sinergia e connessioni dirette. Abbiamo sviluppato competenze di management specifiche, posizionandoci come ponte tra università e imprese nell’ambito specifico del trasferimento tecnologico. Agritech, colma il gap tra Università e impresa con un piano industriale che prevede cinque direttrici di sviluppo: formazione, con una Academy nella quale si formano tecnici e manager; tech brokering, per essere unico punto di contatto per chi vuole introdurre tecnologia; consulenza; bandi, continueremo a partecipare per alimentare la ricerca; e poi vorremmo fare un incubatore/acceleratore di startup, prendendo la ricerca e trasferendola in veicoli che poi finiscono sul mercato”, conclude.
(Adnkronos) - Un percorso formativo avanzato sui temi Esg, economia circolare e sostenibilità, con un approccio multidisciplinare e orientato all’applicazione concreta nelle imprese: è questa la proposta di Safte - Scuola di Alta Formazione per la Transizione Ecologica, promossa da Italian Exhibition Group (Ecomondo) insieme all’Università di Bologna, con il patrocinio del ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica e della Regione Emilia-Romagna. L’iniziativa si avvale inoltre della collaborazione di partner quali Conai, Comieco e Ricrea, oltre al supporto di media partner tra cui Adnkronos, Rinnovabili, SolareB2B e altre testate specializzate. Prenderà il via il prossimo 17 aprile 2026 la quinta edizione della Scuola, rivolta a professionisti, imprese e pubbliche amministrazioni impegnati nei processi di sostenibilità. Il programma, in calendario fino al 10 luglio 2026, è progettato per fornire competenze avanzate e strumenti operativi per affrontare le sfide della transizione ecologica, integrando aspetti ambientali, economici e normativi e promuovendo una visione sistemica basata sui criteri Esg. Attraverso il contributo di docenti universitari, esperti e rappresentanti di istituzioni e imprese, Safte punta a formare figure professionali in grado di guidare l’innovazione e integrare la sostenibilità nelle strategie aziendali. Il percorso prevede inoltre momenti di confronto diretto con aziende e istituzioni, favorendo la condivisione di esperienze concrete.