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(Adnkronos) - L'amministrazione Trump ha avviato inchieste a carico di decine di partner commerciali, compresa l'Unione Europea, accusati di sfruttare lavoro forzato per una sovrapproduzione di beni. E' la mossa del presidente per rendere permanenti i nuovi dazi globali imposti per 150 giorni dopo che la Corte Suprema ha dichiarato incostituzionali quelli dichiarati lo scorso anno. Le inchieste rientrano nel piano dell'amministrazione per far resuscitare quindila politica tariffaria, centrale dell'agenda economica di Trump, dopo la clamorosa sconfitta alla Corte Suprema, appellandosi alla sezione 301 del Trade Act del 1974 che autorizza il presidente a rendere i dazi permenanti di fronte a verificate pratiche commerciali inique. La nuova inchiesta si concentrerà sulle leggi che i Paesi usano per regolare il lavoro forzato per produzione dei beni che esportano, non sulle loro situazioni interne. Interesserà 60 Paesi, tra i quali, insieme alla Ue, il Canada, la Norvegia, il Regno Unito, la Cina e l'Arabia Saudita. Da quasi un secolo gli Usa vietano l'importazione di beni prodotti con il lavoro forzato e durante la presidenza di Joe Biden è stata approvata una legge che amplia l'interpretazione del termine. Per esempio, sono vietate importazioni di beni prodotti nello Xinjiang, dal momento che accusano la Cina di avvalersi del lavoro forzato nella regione. L'amministrazione Trump deve fare i conti con la scadenza di luglio, quando saranno trascorsi i 150 giorni di vita delle sanzioni globali al 10% che il presidente ha annunciato, minacciando di alzarle al 15%, subito dopo l'umiliante sentenza della Corte Suprema, approvata anche da due giudici da lui nominati durante il primo mandato alla Casa Bianca. Per reagire velocemente alla dura sconfitta politica di una sentenza che ha definito incostituzionale il suo ricorso ai poteri economici di emergenza per imporre i dazi, Trump si è infatti appellato alla sezione 122 del Trade Act che permette al presidente di imporre le misure solo in modo temporaneo, appunto 150 giorni, senza ottenere l'autorizzazione del Congresso. L'obiettivo di Greer è quindi di condurre le nuove inchieste "in modo accellerato", in modo da poter avere un nuovo strumento per imporre i dazi a disposizone una volta scaduti i 150 giorni. "La politica rimane la stessa, gli strumenti possono cambiare a causa dei capricci dei giudici", ha detto il rappresentante per il Commercio Usa.
(Adnkronos) - "L'effetto immediato" della guerra tra Iran e Israele-Usa "che stiamo vedendo tutti in questi giorni è legato all'aumento dei prezzi dei combustibili fossili, del petrolio, del gnl e del gas. Questa è una cosa che vediamo subito e che i governi di tutto il mondo stanno cercando di affrontare. Ma il rischio è che sia poi una conseguenza che immediatamente non è rilevata, ma che apparirà più nel lungo periodo con il perdurare della limitazione delle navi che possono navigare nello stretto di Hormuz. Dallo Stretto passa gran parte del materiale minerario, diretto verso l'Asia, che serve per fare i fertilizzanti e tutto quello che serve per l'agricoltura. Con un gran rallentamento o un blocco di questi trasporti rischiamo di avere un aumento dei costi delle materie prime, soprattutto dell'agroindustria. Di conseguenza un aumento dei prezzi dei beni alimentari. E' una bomba a orologeria che rischia di scoppiare tra pochi mesi colpendo in modo molto forte le famiglie". E' l'allarme che, intervistato da Adnkronos/Labitalia, lancia Giulio Sapelli, economista, storico e dirigente d'azienda italiano, sulle possibili conseguenze economiche della guerra in Medio Oriente. E a rischiare un brusco aumento dei prezzi a causa delle limitazioni nello Stretto di Hormuz, sottolinea Sapelli, non sono solo i beni alimentari. "Pensiamo alle plastiche, o anche a tutte le infrastrutture che hanno delle molecole che vengono soprattutto prodotte utilizzando o il petrolio o altri minerali che provengono da quelle rotte", aggiunge. E sulla possibilità allo studio del governo italiano di agire sulle accise dei carburanti Sapelli è secco. "Intervenire sulle accise? Si va bene, ma è un palliativo. Si deve lavorare con la diplomazia per fare finire la guerra o comunque sperare che il regime di Teheran cada e il conflitto termini", sottolinea. Secondo Sapelli, non basta "agire in casa propria con le accise, che si può anche fare, perchè abbiamo unificato l'economia, abbiamo centralizzato il capitalismo, le filiere produttive sono ormai internazionali". "Quindi bisogna operare diplomaticamente -aggiunge Sapelli- perché la guerra finisca, quindi sperare che l'attacco, che è anche sacrosanto, fatto da Israele e dagli Stati Uniti contro un regime che aveva la bomba atomica, fanatico e che era un pericolo per tutto il Medio Oriente, porti alla fine del regime", aggiunge. A livello diplomatico, secondo Sapelli, "è molto importante che la Cina stia ancora, 'distante', a differenza dei russi che si sono impegnati in modo chiaro al sostegno dell'Iran. I cinesi sono anche guardinghi e tutti i paesi del Golfo sanno che non devono colpire troppo la Cina perché vedono che la Cina potrebbe avere una funzione di acceleratore della disgregazione dell'Iran". "Quindi bisogna agire intelligentemente, non facendo propaganda, ma facendo politica", aggiunge. Dubbi da parte di Sapelli sul possibile ruolo dell'Ue. "L'Ue ormai non fa più politica da anni. La guerra contro l'Iran un'occasione per un nuovo ruolo dell'Ue anche a livello diplomatico? Certamente, ma bisogna avere del cervello. E invece in Europa ognuno fa per il suo conto. Basta vedere le iniziative di Macron, vengono fuori i vecchi nazionalismi. Anche l'illusione di armarsi: per avere un esercito europeo bisogna avere una strategia, una mentalità. E' molto più utile e intelligente a rafforzare la Nato adesso, è immediato. Ma purtroppo, invece, c'è una crisi dei governi ma anche dei tecnocrati e di chi viene mandato al Parlamento europeo. Quindi è molto difficile, anche in mancanza di una generazione di statisti, fare qualcosa", conclude. (di Fabio Paluccio)
(Adnkronos) - Innovazione ed eccellenza tecnologica per la transizione energetica sono state premiate a Key 2026 con il Premio Innovation Lorenzo Cagnoni, consegnato alle sette aziende espositrici che si sono distinte per i progetti più all’avanguardia e alle sette start-up dell’Innovation District più innovative, in ciascuno dei sette settori merceologici della manifestazione (solare, eolico, idrogeno, efficienza energetica, energy storage, e-mobility e Sustainable City). Hanno consegnato la targa agli espositori: il presidente di Italian Exhibition Group Maurizio Ermeti, la Global Exhibition Director della divisione Green & Technology di Ieg Alessandra Astolfi, la project manager di Key Giorgia Caprioli e il segretario generale di Motus-E Francesco Naso. Sono state premiate le aziende: IGreen System, Meteodyn, Clivet, Crrc Zhuzhou Institute, Alperia Green Future, Dragone Energy ed Enea. A consegnare la targa alle start-up sono stati Maurizio Ermeti, Alessandra Astolfi, Giorgia Caprioli, Francesca Zadro, Global Start-up Program dell’Agenzia Ice, Fabrizio Tollari, Head of Energy and Climate Unit di Art-Er, Nicoletta Amodio, Executive Adviser ricerca e innovazione di Confindustria e direttrice della Fondazione Mai, e Gabriele Ferrieri, presidente di Angi (Associazione Nazionale Giovani Innovatori). Sono state premiate Taleta, Northernlight, I-Tes, CO2CO, AI-Cure, Powandgo, Enercade.