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(Adnkronos) - Ci siamo: per la finale di Sanremo vince l’eleganza e anche i messaggi (non troppo) tra le righe che qualche artista decide di lanciare dal palco. Stasera ci si gioca il tutto per tutto, e lo si vede anche dagli outfit, perché, diciamolo, soprattutto chi finirà sul podio dovrà convivere con quelle foto per mesi. Quindi sì, la cura del dettaglio è tutto. Come i guanti, protagonisti assoluti sul palco. Minuscoli, rock, lunghissimi, couture, indossati in ogni possibile variante, e capaci più di qualsiasi accessorio di alzare il livello del look. La partenza di serata è soft con Carlo Conti, che non si sbilancia e resta sullo smoking d’ordinanza. Professionale, un po’ prevedibile ma fa il suo dovere. Il tocco in più è il tessuto con delle lavorazioni in rilievo. Lo smoking bianco del secondo cambio d’abito fa subito 007 'de noartri'. “Il mio nome è Conti, Carlo Conti”, scherza lui, mentre chiama sul palco le sue Charlie’s Angels: Ema Stokholma, Carolina Rey e Manola Moslehi, tutte elegantissime in long dress neri e rosso. Un quadretto che funziona più delle battute e dello smoking bianco del direttore artistico. Voto: 6. Raf sceglie un elegantissimo velluto blu: classico e ultra chic. Poi però arriva la sua firma, la camicia sbottonata. Ormai più inevitabile del televoto. Comunque promosso. Voto: 7. Chiello, invece, vola dritto sul podio dei look migliori della serata: goth raffinato, trucco nero, smoking con giacca doppiopetto e maxi revers in raso. A completare il tutto, una spilla a forma di rosa nera appuntata sul petto, un dettaglio che vale mezza pagella da solo. Voto: 9 senza pensarci. La co-conduttrice Laura Pausini, dopo il look informale per il messaggio d’apertura, pantalone bianco e giacca celeste, apre con un primo look imponente: abito voluminoso senza spalline, gonna a corolla, guanti di pelle lunghi. Tutto rigorosamente total black, impreziosito da collier e orecchini di diamanti e smeraldi. Bello, scenografico ma l’acconciatura non aiuta. Un raccolto o almeno i capelli tirati indietro avrebbero valorizzato tutto molto di più. Voto: 6 di incoraggiamento. Il colore le dona molto e dovrebbe osarlo di più, come dimostra il secondo abito color prugna che funziona molto bene. Francesco Renga sorprende con uno smoking dai revers tempestati di cristalli e quell’aria da dandy che non gli sta affatto male. Il foulard al collo è il colpo di classe che gli fa guadagnare un 7 e mezzo. Le Bambole di Pezza puntano tutto sul gioco del vedo-non-vedo tra completo bianco, trasparenze ben studiate e quel ‘Give Peace a Chance’ senza troppi giri di parole. La cantante Martina lo sfoggia sull’abito nude rosa: scelta memorabile in un giorno così delicato per il Medioriente. Voto: 6+. L a giornalista del TG1, Giorgia Cardinaletti, co-conduttrice della serata, affronta la scalinata dell’Ariston con la stessa scioltezza di chi porta una torta nuziale a più piani: rigida e con le mani incollate al vestito, in un lungo abito dritto con le spalline sottili che non la aiuta. Gioielli ridotti al minimo, lavorazioni che sembrano un centrino del corredo e capelli sciolti in onde lunghe dal sapore decisamente datato: nemmeno alle medie si portavano più così. Un look che avrebbe potuto essere elegante ma che rimane intrappolato in un’altra epoca. Voto: 4. Guadagna qualche punto con la seconda uscita: un lace dress nero tra balze e pizzo che sulla carta le dona ma lei sembra così poco a suo agio che quasi ci aspettiamo di vederla chiedere a qualcuno di riportarle subito il look precedente. L’abito prova a farla sembrare una diva, lei lo sfiora nervosamente, pronta alla fuga. Leo Gassmann in A|X Armani Exchange resta fedele al suo titolo in gara: naturale. Fin troppo. Completo nero, camicia coordinata con qualche punto luce a spezzare la monotonia ma l’effetto finale è quello di un look un po’ sottotono. Classico sì, ma senza un guizzo che sia uno. Voto: 6. Malika Ayane, invece, è un’apparizione. Meravigliosa in un abito laminato silver con ampia gonna a corolla e lunghissimi guanti bianchi, una diva moderna e luminosa. Il perfetto negativo fotografico della Pausini, soprattutto perché qui l’acconciatura funziona eccome: capelli tirati indietro con il gel, puliti, contemporanei, impeccabili. Malika dà una lezione di stile impeccabile, capito, Pausini? Voto: 8 e mezzo. Tommaso Paradiso torna in scena in modalità classica: completo nero Emporio Armani, camicia bianca immacolata e spilla sul rever. E poi il solito bottone slacciato della camicia, ormai il vero sponsor non ufficiale di Sanremo 2026. L’insieme fila ma è più un compitino ben svolto che un’idea accattivante. Voto: 6-. J‑AX anche stasera non tradisce il suo mood da pistolero‑country: total black scolpito da lavorazioni in rilievo, cappello d’ordinanza, frange sulle maniche e bolo tie con treccina che più western di così neanche Sergio Leone. Ormai, con lui sul palco, ci si aspetta quasi che spunti un saloon in platea e magari Carlo Conti vestito da sceriffo. Voto: 4. LDA & Aka 7even arrivano in modalità fashion twins: total leather nero per entrambi, gemelli quasi diversi. Il primo sceglie la combo giacca lunga, fiore nel taschino, cravatta in maglia metallica. Il secondo, invece, gioca la carta della giacca cropped, molto più tagliente e moderna. Anfibi e occhiali da sole per entrambi: coordinatissimi, cool, e con il giusto atteggiamento. Voto: 8. Serena Brancale sceglie l’abito nero appartenuto a sua madre, un dettaglio che porta sul palco un’emozione che nessun brand potrebbe replicare. Su di lei funziona alla perfezione. Lei lo indossa con naturalezza, senza bisogno di forzare nulla. Voto: 7 e mezzo. Patty Pravo va sul sicuro, come solo una diva come lei può fare: lunghissimo abito di velluto, completo di stola ricamata con preziosi motivi floreali. Un’apparizione barocca, quasi regina d’altri tempi grazie al prezioso collier di pietre colorate e le friulane ai piedi. Voto: 7. Sal Da Vinci rischia e forse inciampa. Colpa di uno smoking con giacca bianca e un romantico fiocco nero al posto del papillon. L’intenzione è dandy, l’effetto finale un po’ catering di lusso. Simpatico, ma non basta a salvare il look. Voto: 5. Dopo il flamenco style della serata precedente, Elettra Lamborghini cambia registro e punta su una creazione couture di Rahul Mishra: un abito a sirena monospalla nero, con ricami silver e una maxi spallina ventaglio molto teatrale e scultorea. Elettra si diverte e ci fa divertire. Voto: 7. Il mood da flâneur bohémien è stato il filo rosso di tutte sue uscite di Ermal Meta, e proprio questo lo ha consacrato tra i meglio vestiti di questa edizione. Ma stasera si è superato con un total look Trussardi composto da giacca d’archivio in pelle effetto vinile, camicia in raso di seta con grande fiocco lasciato aperto, pantaloni impeccabili e il dettaglio del guantino in pelle. Un look colto e un po’ romantico. Voto: 10 (era ora!) Ditonellapiaga, wow, davvero. Abito sexy con corsetto nero, gonna chiusa da un fiocco sul fianco destro e strascico portato a mano. I tre fiocchetti rosa sui capelli danno un tocco pop che non guasta. Lei scende le scale con una naturalezza e una sicurezza che, diciamolo, a molte prima e dopo di lei stasera è mancata. Zero esitazioni, zero dramma. Voto: 8 e mezzo. Nayt, perché quei guantini di pelle senza dita? La giacchetta nera con zip porta tutto a un livello successivo, e non in senso positivo. Più pomeriggio al centro commerciale che finale di Sanremo. Voto: 5. Arisa pigliatutto di questa edizione: la cantante è incantevole in un abito composto da una canotta bianca essenziale, una lunga gonna nera in raso e un maxi fiocco posteriore che si trasforma in un elegante strascico. L’effetto è couture e ottenuto con una naturalezza disarmante, grazie anche al prezioso collier. In questa edizione lei non ha sbagliato un colpo: ogni uscita è stata una dimostrazione di maturità stilistica ormai raggiunta, e superata, con sicurezza. Voto: 9. Sayf ci prova, si impegna fino all’ultimo ma non ce la fa proprio. Passi il total white, passino le treccine, passi pure l’oversize e la spilla dorata a forma di rosa. Ma la giacca destrutturata con quel lato che scende irregolare sembra più una rete da pescatore che un dettaglio fashion. Fa meglio di lui la mamma, in un lungo abito blu Klein con scollatura in pizzo. Voto: 6-. Il neoconduttore e direttore artistico di Sanremo, 2027 Stefano De Martino è impeccabile in un completo sartoriale nero con il rever abbottonato di lato e camicia bianca. L’effetto è un po’ abito talare ma come ha detto lui da oggi in poi il mantra è ‘testa bassa e pedalare’. Voto: 7. Levante continua a confermarsi una delle artiste più eleganti in gara: indossa un abito Giorgio Armani d’archivio, nero con guanti in tulle e piccoli punti luce e un piccolo cuoricino intagliato all’altezza del fondoschiena, che lascia intravedere qualche centimetro di pelle. Un dettaglio potentissimo, che aggiunge carattere all’insieme. Voto: 9. Fedez e Masini sono una coppia stilisticamente compatta, ognuno con il proprio twist. Il primo sceglie il total black con giacca a tre bottoni e petto nudo, il suo territorio naturale. Il secondo opta invece per una giacca a un bottone, sempre black, con tanto di papillon dai riflessi melanzana e camicia nera: elegante, senza strafare. Voto: 6- per entrambi. Samurai Jay sceglie uno smoking in velluto a un bottone, profilato sui bordi e sparkling: elegante nelle intenzioni, un filo Las Vegas nel risultato. Lo stivaletto con il tacco vira su un mood un po’ latineggiante, proprio come le note della sua canzone, ma non siamo del tutto convinti che funzioni sul palco del Festival. Non è il peggio visto stasera, quindi evitiamo di essere troppo cattivi ma il look resta un’occasione mancata. Voto: 5. Dritto sul podio Michele Bravi, con una giacca doppiopetto in broccato dalle preziose lavorazioni. Il pantalone con pinces dai volumi ampi completa il look con carattere, costruendo una silhouette sofisticata e sicura. Perfetto. Voto: 9. Fulminacci in Ami Paris sembra uscito da un’altra epoca con uno smoking ampio in lana, camicia bianca e gilet. Un classico pulito e coerente con il suo mood e alla fine non dispiace affatto. Voto: 7 e mezzo. Finalmente Luchè archivia il look da trapper in ascesa e sceglie un elegante completo con camicia bianca e cristalli. Ci piace. Voto: 7. Tredici Pietro è migliorato di sera in sera e in finale ha superato sé stesso, conquistando il palco con una camicia a righe, due cravatte sovrapposte, con la prima che riproduce la figura di un uomo che cade, proprio come il titolo della sua canzone, e pantaloni di pelle a zampa che gli disegnano una silhouette super cool. Un abito custom firmato Vespa. Stilosissimo, bravissimo, sempre più sicuro. Ha forse dei difetti? Voto: 9 e mezzo. Mara Sattei farebbe impazzire dame Vivienne Westwood in persona se potesse vederla: indossa una delle sue creazioni più scenografiche, un abito con ampia crinolina punk, corpetto tartan tagliato di sbieco, inserti in pizzo e gonna nera. È un inno al brit‑style e alla ribellione, portato con un’eleganza che le sta a pennello. Voto: 9. Dargen D’Amico scende le scale dell’Ariston a piedi nudi. E già qui potremmo tranquillamente chiudere la recensione. “Ho i piedi sporchi ma la coscienza pulita” dice lui, e rilancia con giacca tuxedo, camicia bianca, gilet kimono color avorio e pantalone verde con fascia di velluto. Un mix&match coraggioso o un mescolone? ‘Ai ai’, che caos. Voto: 6 per l’impegno. Enrico Nigiotti è ormai un caso disperato anche per la finale. Camicia scivolata, grande fascia da smoking in vita (ma niente smoking) pantalone nero: un look che sembrava già stanco alla prima uscita e ora è ufficialmente in crisi respiratoria. Ma il vero marchio di fabbrica, purtroppo, resta il man bun piazzato sempre lì, immobile: l’acconciatura più inguardabile dell’intero Festival. Voto: non classificato. Maria Antonietta e Colombre hanno fatto del look Sixties la loro cifra stilistica, e dobbiamo ammettere che funziona benissimo. Per la finale scelgono un matchy look fenomenale: lei in versione Barbarella moderna, con stivali argento e minidress rifinito da un bordo di piume. Lui in camicia a stampa floreale color mattone. Una coppia stilistica memorabile e anche molto, molto cool. Voto: 9. L’ultimo a esibirsi è Eddie Brock e forse avremmo potuto tranquillamente chiudere la serata prima. Quel completo color melanzana è un pugno in un occhio difficilmente dimenticabile: intenso, sì, ma per i motivi sbagliati. (di Federica Mochi)
(Adnkronos) - Il settore della logistica, nel nostro Paese, si appresta a superare la soglia dei 117 miliardi di euro entro il 2026, spinto da una trasformazione che non è più solo tecnologica, ma più profonda e strutturale. Passeremo, infatti, dalla logistica di reazione alla logistica di anticipazione che, grazie agli strumenti tecnologici più avanzati come l’intelligenza artificiale o il machine learning, permetterà di ridurre drasticamente l’errore umano. In questo scenario di grande evoluzione, Oikyweb, azienda leader con oltre 25 anni di esperienza nei servizi integrati di gestione e home delivery, ha individuato i tre pilastri che guideranno il comparto nei prossimi mesi: iper-automazione, sostenibilità sostanziale (che per certi versi è addirittura antitetica a quella che finora veniva 'certificata' in base a procedure standardizzate di auditing esterno) e capacità di essere 'vicini' al cliente finale, non solo in termini fisici, ma soprattutto in termini di servizio capace di anticipare i suoi bisogni. Nel dettaglio, il primo pilastro è, quindi, iper-automazione e magazzino intelligente. Un magazzino sarà sempre di più un ecosistema integrato e intelligente. Secondo alcune stime, ad esempio, l’adozione dell’Ai passerà dall’attuale 24% ad oltre il 60%. Grazie alla robotica sarà possibile ridurre lo sforzo umano di molti lavori di handling, e quindi migliorare l’efficienza e ridurre danni a prodotti e soprattutto usura fisica al personale, mentre con l’Ai sarà progressivamente semplice gestire una mole potenzialmente infinita di dati con la massima precisione. Il problema rimarrà, ancora e sempre, lo stesso: la qualità di questi dati. E qui la vera differenza tra le diverse 'adozioni' sarà la chiave: chi si limiterà ad adottare strumenti commerciali generici otterrà benefici limitati o addirittura negativi; solo chi saprà lavorare sui dati per ottimizzare la customizzazione degli strumenti perverrà a risultati concretamente significativi. Il secondo pilastro è sostenibilità e trasparenza. Quella che per anni abbiamo definito logistica green - e che in molti casi ha rappresentato più che altro uno slogan commerciale e un 'marchio' burocratico – smetterà gradualmente ma irrevocabilmente di essere una bandierina da sventolare e si trasformerà in un requisito operativo chiave, di cui le aziende difficilmente potranno fare a meno. Con la prossima adozione del passaporto digitale di prodotto e attraverso l’uso sempre più sistematico della blockchain (ma anche e soprattutto di altri strumenti, molto più lean e di uguale o superiore efficacia, oggi disponibili) per la tracciabilità, i flussi digitali potranno diventare sempre più trasparenti. Oikyweb, da sempre attenta all’etica e al rispetto ambientale, sta già da tempo puntando molto sulla gestione di flussi che possano ridurre il proprio impatto in termini di inquinamento, per offrire un servizio sempre di qualità ma, anche e soprattutto, sostenibile nel lungo periodo. Terzo pilastro la 'vicinanza' al cliente finale. Il futuro dell’home delivery si giocherà sul concetto di 'prossimità', inteso però non solo come capacità di essere 'vicini' ad ogni singolo cliente finale in termini fisici, ma soprattutto come capacità di saper offrire ad ogni singolo cliente finale il servizio in grado senz’altro di soddisfare, ma se possibile anche di anticipare, i suoi bisogni. Per garantire consegne ottimizzate in base alle specifiche esigenze di ogni singolo cliente finale, e però contemporaneamente ridurre la congestione urbana e l’inefficienza (due fattori che purtroppo sono strutturalmente in trade-off negativo rispetto alla massimizzazione della soddisfazione di tutti i clienti finali), occorre, ancora una volta, una grande capacità di automazione e gestione dei dati. Infatti, poiché ovviamente non è possibile essere vicini fisicamente ad ogni singolo cliente finale (questa idea comporterebbe di portare la logistica a pochi chilometri dal cliente finale, e al limite, quindi, di avere un micro-hub in ogni portineria, ma questa è la logica dei locker, in cui il cliente si serve da solo, non dell’home-delivery, in cui invece il cliente vuole che siano soddisfatte una serie molto ampia di sue esigenze), la soluzione è resa possibile solo dalla capacità di minimizzazione dei flussi fisici grazie alla sostituzione di questi con flussi digitali. Si tratta di una sfida che Oikyweb presidia da oltre 25 anni, trasformando la consegna dell'ultimo miglio in un'esperienza personalizzata, di qualità e ad alto valore aggiunto. "Il 2026 - precisa Raffaele Ghedini, economista e presidente di Oikyweb - si preannuncia come un anno importante e di grande cambiamento per il settore. Sono convinto che inizieranno a non essere premiate solo le aziende che aumentano il numero di consegne o che banalmente acquistano più mezzi di trasporto green, ma sempre più quelle che sanno gestire in modo efficace i dati e, grazie a ciò, costruire relazioni di valore con i propri clienti. Non dimentichiamo, infatti, che la tecnologia è un valido alleato, ma non indistintamente per tutti: aiuta a fare la differenza solo chi la sa utilizzare in modo capace, consapevole e strategico. In Oikyweb è uno strumento fondamentale e serve per concretizzare una promessa che l’azienda fa da sempre ai propri clienti: lavorare al massimo del proprio impegno per rendere ogni esperienza di servizio unica, trasparente e memorabile”.
(Adnkronos) - L’Italia si colloca tra i primi tre Paesi europei per numero di brevetti green ed è terza anche per quota di imprese con brevetti sul totale delle imprese (16,5 ogni 1.000 imprese), dopo Germania (21,6) e Austria (18,9). Un dato importante che sottostima la dinamicità del sistema produttivo in cui sono in crescita costante gli investimenti in sostenibilità, con 578.450 imprese che tra il 2019 e il 2024 hanno realizzato eco-investimenti (38,7% del totale). Un’innovazione diffusa non sempre tradotta in titoli di proprietà intellettuale, anche per una cultura industriale ancora poco orientata alla valorizzazione sistematica dei risultati di ricerca e sviluppo. Questa la fotografia scattata dallo studio Competitivi perché sostenibili, realizzato congiuntamente da Fondazione Symbola e Unioncamere, in collaborazione con Dintec e il Centro Studi Guglielmo Tagliacarne. Stando al report, il nostro Paese detiene brevetti importanti in comparti chiave: la mobilità sostenibile, dove i brevetti italiani pesano per il 31% sul totale dei brevetti che riguardano la mitigazione dei cambiamenti climatici; l’efficienza energetica nell’edilizia, in cui superiamo la media Ue; la gestione dei rifiuti e delle acque reflue, settore in cui siamo per tradizione tra i Paesi più dinamici; le tecnologie Ict per la mitigazione climatica, con un incremento record del +270% negli ultimi dieci anni. Le regioni del Nord - Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte - trainano questa dinamica, forti della loro tradizione manifatturiera e della capacità di trasformare ricerca e know how industriale in soluzioni concrete. Le imprese risultano essere le principali protagoniste, titolari dell’81,9% delle domande pubblicate, seguono le persone fisiche (12,9%), mentre gli enti si attestano al 5,2%. “L’Italia sa innovare e competere nei settori ambientali - dichiara il presidente di Fondazione Symbola, Ermete Realacci - ma ha bisogno di un salto di scala: è necessario investire di più in ricerca, supportare la capacità di brevettare, rafforzare il trasferimento tecnologico e replicare il modello vincente dell’economia circolare nei comparti dell’efficienza, dell’elettrificazione e delle rinnovabili. Solo così il Paese potrà ambire ad essere leader dell’innovazione verde europea. Il report ‘Competitivi perché sostenibili’ di Fondazione Symbola e Unioncamere evidenzia anche il nesso tra innovazione verde e competitività. Infatti le imprese italiane che depositano brevetti in tecnologie verdi si distinguono per una competitività significativamente superiore rispetto a quelle che brevettano in altri ambiti”. “L’Italia ha compiuto grandi passi avanti nella brevettazione green (+44,4% tra 2012 e 2022) ma resta ancora una distanza significativa dalla Germania e dalla Francia - sottolinea il segretario generale di Unioncamere, Giuseppe Tripoli - Dietro ad ogni brevetto c’è un investimento in ricerca e innovazione di imprese, Università e Centri di ricerca, ma l’investimento non basta se non si tutela la proprietà intellettuale con i brevetti. E sempre di più anche il sistema del credito e della finanza ne valorizza il possesso come asset del capitale delle imprese per la concessione dei prestiti”. Analizzando la distribuzione settoriale delle domande italiane di brevetto europeo in ambito green, il manifatturiero si conferma il motore principale dell’innovazione (59,0%), seguono i settori legati alla ricerca scientifica (18,8%), telecomunicazioni e informatica (6,6%), commercio all’ingrosso (3,5%) e costruzioni (3,5%). A livello di ambiti tecnologici si rileva la forte presenza di soluzioni legate alla digitalizzazione dei processi produttivi e alla gestione efficiente delle risorse energetiche e ambientali (12,0%). A distanza seguono le tecnologie di misurazione e collaudo delle variabili elettriche e magnetiche (7,3%). Il terzo ambito in ordine di rilevanza è rappresentato dalle tecnologie per il trattamento delle acque reflue, delle acque fognarie e dei fanghi (6,5%). Seguono le tecnologie relative a biciclette e veicoli di micromobilità, riguardanti telai, sistemi di sterzo, sospensioni e vari dispositivi che rendono questi mezzi sempre più efficienti e competitivi. Quinto ambito quello energetico, include soluzioni per reti di distribuzione in corrente alternata o continua, sistemi di gestione e ricarica delle batterie, alimentazione da più fonti e perfino tecnologie per la trasmissione wireless dell’energia. Lo studio evidenzia anche il nesso tra innovazione verde e competitività: le imprese italiane che depositano brevetti in tecnologie verdi si distinguono per una competitività significativamente superiore rispetto a quelle che brevettano in altri ambiti (non green). Generano un fatturato per impresa molto più elevato (382 milioni di euro per impresa contro 41 milioni delle non green) e registrano una maggiore produttività (144mila euro di valore aggiunto per addetto contro 92mila). Dal punto di vista dell’export, oltre la metà (57,8%) esporta, generando oltre 63 miliardi di euro, con una forte diversificazione dei mercati di riferimento. Inoltre, il capitale umano è più qualificato, con una quota più alta di laureati (29,7%, di cui il 16,7% in discipline Stemplus). Infine, queste imprese attraggono più capitale estero: il 41,9% ha partecipazioni straniere, contro il 31,7% delle non green.