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(Adnkronos) - Una tazza di camomilla aiuta a prendere sonno. Un bicchiere di latte accompagna la buonanotte. Così, almeno, pensano molti. E sbagliano, a giudicare dai risultati di una serie di studi - alcuni su campioni ridotti o giovani adulti - che analizzano il rapporto tra alimentazione e sonno. A fare la differenza non è il singolo espediente, a cui si fa ricorso magari poco prima di affrontare il letto. La qualità del sonno dipende da regimi alimentari consolidati: il segreto è la costanza e l'assunzione regolare di cibi che possano contribuire al corretto funzionamento dell'organismo anche nelle ore in cui è 'parzialmente spento'. "È più utile concentrarsi su cambiamenti globali del regime alimentare senza cercare di focalizzarsi su un singolo alimento magico", ha affermato Erica Jansen, professore associato di scienze nutrizionali presso la Facoltà di Salute Pubblica dell'Università del Michigan, come riferisce il Washington Post. Il ciclo sonno-veglia è condizionato dalla melatonina. Il cervello rilascia l'ormone quando si avvicina l'orario per andare a dormire. La ricerca dimostra che possiamo assumere melatonina anche da alcuni alimenti. L'elenco comprende frutta e verdura (in particolare banane, ananas e arance, pomodori e amarene), frutta secca (noci in primis), pesce, uova, latte. E' utile ricordare uno studio coordinato dalla professoressa Jansen nel 2021 su oltre 1.000 giovani adulti. Gli scienziati dell'università del Michigan hanno scoperto che le donne, dopo aver aumentato l'assunzione di frutta e verdura nell'arco di tre mesi, hanno riscontrato un'attenuazione dei sintomi dell'insonnia, una riduzione del tempo impiegato per addormentarsi e un miglioramento della qualità del sonno rispetto alle donne che non hanno modificato la loro dieta. Uno studio più recente - condotto nel 2025 dalla Columbia di New York e dall'università di Chicago - ha evidenziato che l'inserimento di 5 'tazze' di frutta e verdura partendo da zero - quindi uno scenario estremo - è associato ad un miglioramento del 16% per quanto riguarda la qualità del sonno, misurata oggettivamente con minor frammentazione. La ricerca ha acceso i riflettori anche sul triptofano, un amminoacido che può essere convertito in melatonina nell'organismo. Il corpo umano non è in grado di sintetizzarlo e deve assumerlo quindi dagli alimenti, come ha sottolineato la professoressa Marie-Pierre St-Onge, docente di medicina nutrizionale e direttrice del Center of Excellence for Sleep and Circadian Research presso la Columbia University. Il menù ideale, in tal senso, comprende tacchino, pollo, pesce (in particolare il salmone), formaggio, albumi d'uovo, frutta secca e semi, latticini. Se la camomilla o il latte bevuti poco prima di spegnere le luci non danno un reale contributo, una cena consumata troppo tardi può rivelarsi un ostacolo. Uno studio appena pubblicato su AHA Journals ha rilevato che smettere di mangiare almeno tre ore prima di coricarsi aiuta ad allineare meglio i ritmi circadiani del corpo con il sonno: sono stati riscontrati effetti positivi sulla pressione sanguigna notturna, sulla frequenza cardiaca e sulla regolazione della glicemia. "Forse più di ciò che si mangia, il momento in cui si mangia in relazione al sonno potrebbe essere altrettanto importante", ha affermato Phyllis Zee, professoressa di neurologia e direttrice del Center for Circadian and Sleep Medicine presso la Northwestern University, nonché autrice principale dello studio: "Mangiare poco prima di coricarsi può disturbare il sonno, aumentare il reflusso e avere effetti negativi sulla funzione cardiometabolica". Riassumendo: per dormire meglio bisogna puntare sulla costanza, privilegiando frutta e verdura ogni giorno e cibi ricchi di triptofano, senza cenare troppo tardi.
(Adnkronos) - Adaptability e upskilling. Sono queste le due parole chiave che descrivono il mercato del lavoro di oggi. Dopo un biennio dominato dal dibattito sulle potenzialità delle nuove tecnologie, il 2026 si accinge a diventare l’anno della concretezza. Tutti i discorsi sull’intelligenza artificiale, sull’innovazione green e sull’industria 5.0 hanno smesso di essere proiezioni future e stanno diventando, sempre di più, realtà all’interno dei processi aziendali che non possiamo più ignorare. Questo cambio di paradigma si traduce, ovviamente, anche in una ricerca sempre più insistente di profili altamente qualificati e con competenze ibride, ovvero professionisti che, insieme alle hard skills, abbiano una visione di insieme per muoversi in contesti sempre più complessi. Competenze con una data di scadenza: il nuovo mercato del lavoro è sempre più dinamico. La velocità dell’innovazione ha ridotto drasticamente la vita delle hard skill. Secondo le ultime analisi di agap2 - multinazionale di consulenza operativa specializzata nel mondo dell’ingegneria e dell’It - oggi le competenze tecniche hanno un ciclo di vita media di circa due anni prima di diventare obsolete. Non si tratta più, quindi, solo di imparare a usare nuovi strumenti, ma di abbracciare percorsi di formazione continui e dinamici per adattarsi a un ambiente in costante evoluzione e cambiamento. "Il 2026 - afferma Alessandro Rosati, Ceo di agap2 - rappresenta uno spartiacque: non basta più essere spettatori dell'innovazione, bisogna saperla gestire. La vera sfida nei prossimi mesi sarà trasformare la velocità del cambiamento in un asset strategico per anticipare le esigenze di mercato e fornire risposte concrete, precise e tempestive. La capacità di disimparare e imparare di nuovo diventa il vero vantaggio competitivo per i candidati, ma anche per le aziende. Oggi nessun professionista può limitarsi ad essere un semplice esecutore, ma deve essere un artefice del cambiamento con competenze in perenne aggiornamento per poter colmare il gap che si apre tra l’innovazione tecnologica che corre velocissima e le necessità di sviluppo del business”. Maquali saranno i professionisti più richiesti nel 2026? Ecco il quadro tracciato da agap2. -Energy manager e sustainability engineer: in vista dei traguardi del Green Deal, queste figure evolvono da semplici consulenti ad architetti della transizione. Non si limitano all'efficientamento energetico, ma riprogettano l'intero ciclo di vita del prodotto secondo i principi dell'economia circolare, integrando fonti rinnovabili e tecnologie di cattura della Co2 per garantire la resilienza operativa e il rispetto dei nuovi standard Esg. -Ingegnere dell’automazione 5.0: il 2026 segna il passaggio definitivo dall'automazione rigida a quella collaborativa e cognitiva. Questo professionista progetta ecosistemi dove robotica avanzata e operatori umani interagiscono in sinergia (Cobot), sfruttando il Cloud Manufacturing e l'Edge Computing per creare linee produttive iper-flessibili, capaci di auto-ottimizzarsi in tempo reale grazie ai dati di fabbrica. -AI implementation specialist (o AI architect): è l'anello di congiunzione tra la data science e il business concreto. Il suo compito non è la creazione di codici grezzi, ma l'integrazione strategica di AI generativa e modelli predittivi nei workflow aziendali. Agisce come un traduttore tecnologico che adatta i modelli linguistici e gli algoritmi di machine learning per automatizzare decisioni complesse e personalizzare l'esperienza del cliente su scala industriale. -Cybersecurity governance consultant: con l'adozione della normativa Nis2 e del Cyber Resilience Act, la sicurezza diventa una questione di processo e non solo di difesa tecnica. Questo consulente gestisce la sicurezza dell'intera supply chain, trasformando la protezione dei dati in un asset competitivo. Coordina la gestione del rischio, la compliance normativa e la resilienza infrastrutturale per prevenire minacce sistemiche in un mondo sempre più interconnesso. -Data engineer: è l'architetto che costruisce le fondamenta del patrimonio informativo aziendale; progetta pipeline di dati scalabili e sicure che alimentano l'intelligenza artificiale in tempo reale. Il suo ruolo è cruciale per garantire la data quality e l'interoperabilità tra database eterogenei, trasformando flussi di dati grezzi in infrastrutture pronte per l'analisi strategica e il decision-making automatizzato.
(Adnkronos) - “Per noi l'idrogeno è uno strumento mirato per la transizione energetica. Non si tratta di una soluzione universale ma pensata soprattutto per il trasporto pesante”. A dirlo è Stefan Stabler, director strategic marketing & communication di Alperia Group, alla quarta edizione di Key - The Energy Transition Expo, in programma fino al 6 marzo alla Fiera di Rimini. L’evento, firmato Italian Exhibition Group, rappresenta uno dei principali appuntamenti in Italia e in Europa dedicati a tecnologie e soluzioni per la transizione energetica. (VIDEO) Per Alperia, che si posiziona come abilitatore di sistema, l’idrogeno non è un’alternativa all’elettrificazione, ma un complemento utile in applicazioni selezionate: l’approccio è graduale e pragmatico, basato su progetti pilota, integrazione territoriale e realismo industriale: “Il costo dell'idrogeno è ancora molto alto. Per questo stiamo cercando di selezionare progetti che abbiano anche una forte valenza territoriale. A Bolzano Sud stiamo costruendo un impianto di produzione idroelettrico verde, insieme al trasporto locale SaSa. Stiamo inoltre collaborando alla Hydrogen Valley, che vuole creare una filiera completa di produzione e distribuzione dell'idrogeno verde. Abbiamo infine sostenuto anche la creazione di una cattedra all’università di Bolzano proprio sull'idrogeno”. “Crediamo che la transizione energetica - conclude - passi proprio tramite la valorizzazione della produzione e della distribuzione dell'idrogeno”.